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Sintesi: una recensione militante di dieci anni fa



 

Dieci anni fa circa pubblicai su una rivista che ebbe vita breve questa recensione militante, per così dire, un pò no-global. Oggi che è passato tanto tempo e la stagione politica è diversa mi pare opportuno ripresentarla in forma  domestica su questo blog. Si tratta di considerazioni ormai datate e di due libri da specialisti, eppure in quella vecchia fatica c'è qualcosa che a mio avviso si ripresenta oggi come problema culturale prima ancora che politico.  Si tratta  dell'idea di togliere alla dimensione della scuola la sua natura specialissima per farne una varibile della programmazione ministeriale, dei bilanci o peggio delle logiche da impresa.

 

 Due libri e nessuna morale


Oleario Sampedro, La scuola della nuova Spagna, Libriliberi, Firenze, 2002

Gill Helsby, Come cambia il lavoro degli insegnanti, Libriliberi, Firenze, 2002

 

 

Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato come obiettivo per la politica comunitaria nel campo dell’educazione la produzione di capitale umano redditizio per la competitività economica. Tale proposito è riassunto nell’obiettivo strategico di far diventare l’economia europea una economia più dinamica e competitiva grazie alla conoscenza, ufficialmente questo proposito è votato alla creazione di una crescita economica sostenibile con “nuovi e migliori posti di lavoro” e una “maggiore coesione sociale”.  Questo banale dato di cronaca facilmente riscontrabile è la cornice entro la quale si colloca la presente riflessione su due libri che parlano di scuola in due diversi paesi: il Regno di Spagna e il Regno Unito.   Questi primi anni del nuovo millennio si  aprono ad una molteplicità  di inquietudini riconducibili alla perdita di potere in campo economico, politico, e culturale degli Stati nazionali.   Per superare questa particolare condizione di decadenza gli Stati nazionali cercano di migliorare i loro margini di competitività, e questo porta ad alleanze economiche, militari, politiche e al tentativo di stabilire adeguati tassi di crescita.

La presente competizione globale, che è anche conflitto fra poteri economici globali, porta i singoli stati a ripensare e riformare anche il loro sistema scolastico.

I libri presi in esame sono diversi: quello di Gill Helsby è un saggio, mentre l’altro di Olegario Sampedro  è una raccolta di interviste a personaggi qualificati a trattare di scuola e riforme.

In questo presente ragionamento a proposito dei contenuti dei due testi vengono presi in considerazione quelli che indagano il problema della trasformazione, sia essa  in atto o solo possibile, della scuola pubblica in una attività imprenditoriale o in un ambiente di compensazione di problemi sociali.

La prospettiva di subordinare al mondo degli affari l’istruzione pubblica chiama in causa problemi come l’autonomia delle scuole, il rapporto fra scuola e territorio, le disuguaglianze sociali che inciderebbero sulla scelta della scuola da parte delle famiglie degli allievi, la gestione democratica e partecipativa della scuola che non può ridursi a una questione gestionale e organizzativa di natura autoritaria, la salvaguardia della dimensione educativa specifica della scuola da eventuali stravolgimenti dovuti agli interessi commerciali che devono estrarre profitti per gli azionisti.

Il primo libro tratta della pubblica istruzione nel Regno unito con particolare riferimento al Galles e all’Inghilterra in quanto Scozia e Irlanda del Nord hanno una certa autonomia regionale in materia, il secondo riguarda il sistema della pubblica istruzione nel regno di  Spagna.

Questi due testi si cimentano con il difficile compito di spiegare i percorsi che hanno portato questi paesi a confrontarsi con la necessità di mettere in discussione i loro sistemi scolastici e porre in essere dei cambiamenti.

In entrambi i casi le riforme vedono l’obbligo scolastico portato a 16 anni e un tormentato interrogarsi sul senso della scuola alla luce delle nuove forme di capitalismo e del dominio culturale delle dottrine neo-liberali.

Il libro di Helsby descrive la formazione e la trasformazione della scuola inglese dal secondo dopoguerra  a oggi e si concentra sulle trasformazioni avvenute tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi anni del nuovo millennio.

Questo fa sì che il libro presenti una seria analisi dei rapporti di discontinuità (pochi) e continuità (molti) tra governo conservatore tatcheriano e governo neo-laburista Blairiano.  In modi e tempi diversi questi orientamenti politici hanno rafforzato quella visione ideologica che chiede la mercificazione dell’istruzione e un modello aziendale di gestione, il concepire la scuola come occasione di “Businness”.

L’autore incrocia nel testo l’analisi storica e sociale con interviste ad insegnanti e dirigenti scolastici dando così voce alle categorie che sono state le prime ad esser coinvolte nei cambiamenti.  Quindi il livello alto della legislazione e delle posizioni ideologiche, ossia la supremazia del mercato, è letto alla luce degli esiti e del lavoro quotidiano.

A differenza dell’Europa continentale, dove lo Stato ha organizzato e uniformato la scuola, lo sviluppo della scuola nel Regno Unito è stato largamente affidato ai singoli enti e privati.   Le riforme a cavallo fra gli anni ottanta e i primi anni novanta hanno interrotto una tradizione di decentralizzazione e pluralismo ed è stato introdotto un curriculum nazionale e il controllo per via burocratica dei docenti.

La riforma Tatcheriana si è qualificata per il controllo legato al finanziamento statale, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 16  anni articolato in quattro cicli, per l’introduzione di ispezioni, per l’amministrazione manageriale della scuola, creazione di scuole secondarie, finanziate con fondi pubblici ma sponsorizzate dalle locali associazioni d’impresa e gestite da consigli d’amministrazione  indipendenti ala stregua delle scuole private.

Questa “rivoluzione culturale” ha trovato non poche resistenze, perché le iniziative del governo non godevano del consenso di tutte le parti coinvolte.

Gli insegnanti inglesi preso atto del peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro attuarono uno sciopero bianco e una serie di astensioni dal lavoro in varie aree del paese creando non pochi problemi ai dirigenti scolastici.   Tuttavia gli esiti della lotta, questo accadde nel 1985, non furono tali da impedire al governo di procedere con la sua iniziativa politica.

Una delle novità di questa riforma (Education Reform Act, 1988) è stata la burocratizzazione dei meccanismi di resoconto finale, in netto contrasto con le precedenti tradizioni di autonomia degli insegnanti e degli istituti.   Questa novità è stata letta da molti insegnanti come un processo professionalmente dequalificante.  Questa percezione della perdita del senso e del ruolo non è un portato solo della riforma, ma si sviluppa intorno agli anni settanta.   Essa venne alimentata anche da incidenti e “scandali” che riguardavano casi nei quali l’autonomia e competenza apparivano mal impiegati.  Occorre sottolineare che in tale contesto e con queste premesse le logiche aziendalistiche sono state fatte proprie dai governi neo-laburisti e che le ragioni profonde della crisi di credibilità della professione docente sono rimaste inalterate.

Un contributo alle politiche neo-liberali in materia è dato dal pregiudizio diffuso che intende il lavoro dell’insegnante come un lavoro che può essere fatto da chiunque perché non sono necessarie abilità particolari.  Ovviamente i tempi per distruggere una credibilità professionale sono brevi, al contrario essi sono lunghi quando si tratta di costruirla.  Il libro in questione si ferma sulle soglie del nuovo millennio mostrando una continuità sostanziale fra neo-laburisti e conservatori neo-liberali in materia di scuola.

L’altro testo vuole essere un contributo al dibattito sulle riforme scolastiche del Regno di Spagna.  Uno degli intervistati il professor Cesar Coll, docente di psicologia educativa all’Università di Barcellona, afferma che la Spagna partiva dalla situazione opposta rispetto a quella del Regno Unito.  La centralizzazione e l’ottusità del sistema scolastico erano il frutto di quel regime franchista che fra l’altro durante la guerra civile fece ammazzare centinaia di insegnanti elementari colpevoli di aver simpatizzato con la Seconda Repubblica.   Il problema spagnolo era uguale e opposto: riformare la scuola e limitare un centralismo autoritario.

Ristabilite condizioni accettabili di governo democratico e rispettoso dei diritti  intorno agli anni ottanta la scuola venne riformata una prima volta, nel 1990 la scuola venne riformata una seconda volta con una legge di riordino, peraltro molto contestata nota per il suo acronimo LOGSE.   Questa legge venne ritenuta da una parte dell’opinione pubblica troppo all’avanguardia e fra le altre cose essa innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni.  Questa legge fu riformata nel 2002 dal governo conservatore.  Quindi anche in una realtà così differente per situazioni e tempi alcuni problemi sollevati dal modello inglese si ripresentarono e in particolare quello della mercificazione della cultura e delle forme subdole o palesi di privatizzazione della scuola.  A questo proposito Cesar Coll risponde ad una domanda dell’intervistatore sulle prospettive della scuola privata affermando che la scuola pubblica  è in crisi  e che il pericolo per la Spagna è di veder la scuola pubblica relegata a svolgere funzioni assistenziali e sociali.  La prospettiva, voluta o meno, è una programmata discriminazione degli allievi su base censitaria.  L’intervistato sottolinea come questo sia dovuto anche alla populistica identificazione di tutto ciò che è negativo con il pubblico e del positivo con ciò che è privato.

Del resto secondo l’intervistato la competizione fra scuola pubblica e scuola privata è falsata dalla differenza di mezzi, normative e dal fatto che la scuola privata sceglie gli allievi; un problema che secondo il professore  i governi progressisti d’Europa dovranno affrontare con coraggio.

Il problema delle condizioni sociali emerge anche nell’intervista di Andrès Torres Queiruga, sacerdote e professore di filosofia della religione, il quale sottolinea come le disuguaglianze sociali determinano le possibilità degli studenti.   Il cattedratico Josep Bricall, docente di economia politica, riprende il tema allargandolo all’università, la quale a suo avviso è mutata a seguito dei cambiamenti del sistema produttivo dovuti all’introduzione di nuove tecnologie.   Il suo parere è che i governi Europei non hanno ancora deciso se adottare il modello anglo-americano o costruire un loro modello.  Alcune considerazioni di Bricall meritano attenzione egli afferma che: l’università spagnola non prepara come dovrebbe, e come auspica dovrà prima o poi fare, all’integrazione Europea e che a suo avviso, e usa per dirlo un modo di dire dell’America Latina, le Università dovrebbero armarsi contro la prospettiva di giungere a concepire la scuola come un bene di mercato e gli studenti come semplici clienti.

La tensione fra realtà economica discriminante e le istanze democratiche e di parità fra i sessi è l centro dell’intervista dell’attivista politica di sinistra, durame e dopo la dittatura, Cristina Almeida.

Essa sottolinea come la scuola pubblica da un lato si fa carico di istanze sociali: integrazione, immigrazione,emarginazione; e dall’altra parte si consolida la scuola privata e convenzionata con fondi pubblici.   La scuola pubblica come scuola è quindi per l’intervistata in declino e per la scuola privata si apre la possibilità di diventare scuola d’Elitè.   Per  Cristina Almeida la scuola non è un costo ma un beneficio per la Nazione e la società nel complesso e quindi non si può guardare ad essa con logiche liberiste.

Interessante a questo proposito è l’affermazione del professore di teoria e storia dell’educazione Herminio Barreiro che afferma:”…se un paese privatizza  la scuola, significa che quello Stato può permettersi il lusso di quella privatizzazione o comunque che ciò è nell’interesse delle classi dominanti.   Tuttavia, chi, se non lo Stato può occuparsi di costruire un sistema educativo razionali, popolare, laico e di massa?   Senza dubbio solo ed esclusivamente lo Stato.”

Nella sua lettura l’intervistato osserva come la crisi della scuola sia il riflesso dei cambiamenti sociali ed economici, la scuola dovrebbe avere un potere critico che al momento in cui egli parla non ha, ma che potrebbe essere in futuro recuperato.

I due testi sottoposti alla presente lettura parallela mostrano come due paesi così distanti si trovano ad affrontare lo spinoso problema della pubblica istruzione intesa come occasione affaristica da parte di grandi soggetti internazionali.

Entrambi i libri si chiudono alle soglie di quel 2002 che vide il governo conservatore spagnolo e il governo laburista inglese applicarsi per riformare la pubblica istruzione alla luce delle sollecitazioni del “mercato”, in particolare l’”Education Act” inglese venne pensato e trasformato in legge per fornire un quadro legislativo che incoraggiasse la creazione di un mercato dell’educazione in cui scuole e imprese vendono beni e servizi.   Attualmente questo indirizzo politico con il nuovo governo Blair è stata confermato e i neo-laburisti attualmente operano per realizzare una concezione di scuola interpretata come occasione per fare impresa.

Al contrario il nuovo governo Zapatero, sia pure entro i limiti di politiche fortemente contestate dall’opposizione cattolica, cerca di operare una diversa soluzione portando avanti con tormentata coerenza una politica di riforme che intende riscrivere i programmi nazionali assieme alle singole regioni, ridiscutere le modalità di finanziamento delle scuole private, ridisegnare l’equivalente italiano della  scuola media con il quarto anno orientato al Liceo o alla formazione professionale.

La nuova legge sulla scuola firmata da Josè Zapatero, il cui acronimo è LOE, sospende la legge voluta dallo schieramento di Centro-destra del governo Aznar, segno che una distinzione politica in materia di pubblica educazione è possibile.

I percorsi politici in materia d’istruzione, dei due paesi  potrebbero quindi differenziarsi, sia pure entro una cornice sfavorevole per una serie di circostanze alla scuola pubblica, presentando soluzioni diverse nell’affrontare un problema simile: la riduzione del sapere e dell’insegnare a merce.

In questa assimilazione della scuola entro confini ideologici del “primato del mercato” su ogni altra realtà  chi scrive non trova alcuna morale ma solo i privatissimi interessi di pochissimi miliardari e dei loro esperti.

 Interessi che si formano e si realizzano con danni, più o meno gravi a seconda delle situazioni, per la maggior parte delle popolazioni che coinvolgono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iacopo Nappini






Pubblicato il 22/7/2014 alle 19.42 nella rubrica Diario.

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