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Sintesi: Il Maesto - primo atto- Le parole e la vita

Agazzi: La tua abilità e il tuo sapere sono grandi. Ci hai proprio preso con il meccanismo di pubblicità, spettacolo  e falsa informazione che ci domina e ci controlla per mezzo del indirizzare le nostre fantasie , le nostre idee. Riconosco che c’è molto di vero in ciò che dici. Ma ora dal momento che siamo venuti qui nella tua oliveta devi accettare di rispondere a delle domande. Rispondere secondo verità.

Franco Fusaro: La “Verità” oggi è diventata un modo per dire dogma, certezza scientifica, sapere granitico. Ma una verità su di me detta da me esige la tolleranza dell’apologia, della riservatezza, del mascheramento.  Ma se posso risponderò alla tua domanda.

Clara Agazzi: Perché non hai proseguito gli studi. Perché non hai tentato la carriera accademica, perché non hai costruito una piccola realtà editoriale, la carriera politica.

Franco Fusaro: La natura è il mio libro. Esattamente il primo dei miei libri. Per mia sfortuna molti non capiscono i termini nei quali si manifesta, la parola che è dietro i suoi silenzi, il sapere che è dietro il vento che fa risuonare gli alberi o nella pioggia, o nella neve, o nel sole che fa maturare i frutti. Qui è la grande lezione della vita, per questo ho fatto di tutto per togliere la chimica e altre diavolerie dai miei campi. Seguo la terra con il rispetto che le è dovuto, e cerco in tutti i modi di non forzarla. C’è chi riesce a parlare con il mare, chi può sentire il suono delle nostre desolate periferie, chi ascolta la terra. Ecco che da qui arriva la mia consapevolezza di un mondo che è oltre l’apparenza di quello che si manifesta in televisione, alla radio, al cinema; esiste qualcosa che non si piega alla mistificazione, alla distorsione, al racconto menzognero. Ma cercarlo, capirlo ascoltarlo esige un grande silenzio interiore e tanta capacità di mettersi in discussione. Chi se non il lavoro del contadino sapiente può insegnar questo. Io vedo realtà e apparenze ma se resto saldo fra i due mondi posso parlare dell’uno e dell’altro. Non è questa politica? Non è questo vero sapere?

Clara Agazzi: Ma i soldi, la carriera, il rispetto…

Paolo Fantuzzi:  I soldi, il posto, lo stipendio fisso. Magari come insegnante di Stato. Uno stipendio medio-basso ma sicuro.

Stefano Bocconi: Del tuo sapere cosa rimane… Chi ascolta…  Chi scrive di te…  Chi parla di te. ..

Franco Fusaro: Voi non siete qui? Non siete giunti da punti diversi della provincia? Non avete cercato la mia parola. Io non ho forse interrotto il lavoro per ascoltare e per rispondere. Così è. Allora ci sono tre esseri umani in cerca di riposte e uno che mostra loro la via per trovarle.

Paolo Fantuzzi:  D’accordo. Qui siamo. Tu dunque hai le risposte? Ma se finora abbiamo espresso solo inquietudini, suggestioni, paure. Sono domande queste? Credi di poter rispondere a simili domande che non sono domande?

Franco Fusaro: Ma voi non siete qui per le risposte che sarebbero banali e limitate. Voi siete qui perché io ho trovato un modo d’interrogare questo presente e questo desiderate da me. Desiderate un sapere che è memoria, prospettiva nel futuro, attenzione per ogni istante che esiste qui e ora. Voi desiderate che tracci per ciascuno un percorso diverso ma simile al mio. Voi non cercate una riposta banale. Voi cercate un metodo, una linea, un punto fisso nella vostra vita. C’è un prezzo ed è conoscere se stessi. E questo vuol dire far i conti con il disprezzo sociale, con la fortuna avversa, catturare le paure, evidenziare i rimpianti, togliere da sé il senso di aver perso un ruolo sociale, un senso d’appartenenza a un territorio e a un destino comune. Vi sentite oppressi, privi di forza morale e fisica, schiacciati da un ruolo sociale che sentite meschino, in voi c’è la naturale infelicità degli appartenenti ai defunti ceti medi del Belpaese distrutti dai processi di affermazione del dispotismo finanziario internazionale, di globalizzazione economica e di secolarizzazione dei costumi. In una parola voi siete mossi da profonde inquietudini cercate autentiche certezze, o magari soltanto conforto psicologico, o amicizia. Cercate in me uno scudo psicologico, una verità magari consolante di breve momento. Invece credo sia bene affrontare la questione della via, del chiedersi quali sono i propri valori, di quale natura sia l’effetto di conoscere l’esistenza con mezzi comunemente dati. La prima libertà parte da se stessi, dal potersi chiamare con un nome e un cognome proprio. Se puoi rispondere alla domanda chi sei le altre domande e risposte seguiranno. 

Stefano Bocconi: Ci sto. Dunque dimmi chi sono.

Franco Fusaro: Ma questa è la tua risposta. Non la mia. Tu sai chi sei davvero? Se non lo sai potrai esser schiavo di chiunque racconti la tua vita e ti seduca con il suo ragionamento.

Paolo Fantuzzi:  Ha parlato finora di pubblicità. Ci sarà un motivo.

Clara Agazzi: Chiaro. Oggi la pubblicità vende il mito e la favola legata al prodotto, vende il prodotto come  fatto sociale e simbolico, se sei ciò che hai sei quel che vuole la pubblicità commerciale, la banca, il rivenditore, il produttore, la grande distribuzione. Un pezzo, un mezzo, un tramite. In una parola un bullone della grande macchina del sistema di produzione, consumo, spartizione  delle ricchezze prodotte.

Franco Fusaro: Ma il bullone può avere un nome o solo una matricola. Questa è la differenza. C’è una dimensione meccanica nell’uomo che vive in società, essa tendenzialmente precede la civiltà industriale. Stavolta però è diverso il potere oggi non è più solo dominio è anche consenso e quindi immagine del mondo, sapere fittizio e legato al qui e ora. Il potere che controlla i corpi, le convinzioni, le fantasie, gli atti quotidiani è dentro di noi. Per mille vie è diventato senso comune e giudizio sul vissuto quotidiano senza avere la forza della legge divina o della retta persuasione, o del decreto di un giusto sovrano. Quindi il problema è quale strada per mettere un po’ di distanza fra la macchina che è in noi e quel nome che ci appartiene e appartiene alla collettività in quanto comunione di liberi soggetti? Liberatevi per un paio d’ore da ogni paura e pregiudizio e cominciate ad ascoltare, a pensare con la vostra testa.

Clara Agazzi: Iniziamo allora. Cosa dobbiamo sapere ancora che già non sappiamo?

Franco Fusaro: Mettete insieme ciò che sapete, costruite il senso di quanto vi disturba, vi fa male.  Da dove viene il vostro disagio, chi lo agita contro di voi, chi dà la risposta più ovvia, più banale che ripetuta centinaia di volte diventa luogo comune? Prima le domande.

Stefano Bocconi: Da anni sono amareggiato mi sembra di non esser diventato ricco, di non esser un vincente, uno che ha sfondato.

Paolo Fantuzzi:  Il mio lavoro è sempre più precario. Con questa gente povera che viene da ogni dove pronta a prendere il mio posto sono diventato diffidente, acido.

Clara Agazzi: Mi trovo in difficoltà con le famiglie, le scolaresche, i dirigenti scolastici. Hanno quel linguaggio commerciale che sta modificando il senso dell’insegnare e del vivere.

Franco Fusaro: Già tre risposte, e già tre domande. Tracciate una linea fra le vostre inquietudini e vedrete che prende forma una parte del processo per il quale l’economia, o meglio la finanza è diventata culto, fede religiosa. Ciò che prima era cosa di spettanza ai Re e ai Principi oggi è materia di contrattazione fra banchieri, finanzieri, CEO delle multinazionali e soggetti politici deboli e ricattabili sul piano del finanziamento delle loro organizzazioni. Qui nella parte di mondo legata alla finanza Inglese e Statunitense si è imposta una riduzione delle prerogative e dei poteri dei soggetti politici e un rafforzamento delle capacità di comando e controllo della grande finanza e delle multinazionali. Questo che è un fatto storico dall’alto scende verso il basso, che arriva alla vita di chiunque. Si forma alla fine degli anni settanta come progetto e si realizza dalla metà degli anni ottanta del Novecento. Si chiama ideologia neo-liberale, e come ideologia è oltre il singolo Stato o il singolo personaggio politico e finanziario; si tratta di qualcosa a metà fra la religione e l’acquisizione illimitata di ricchezza e di potenza. Non un movimento o un partito come vene furono nel Novecento ma qualcosa di nuovo. Chi oggi cerca nelle vecchie categorie politiche la formula per tagliare il nodo del dubbio rimane con il nodo. Ad esempio l’immigrazione che favorisce taluni tipologie d’impresa che sfruttano il lavoro dei poveri e poverissimi è riconducibile alla categoria di progressista o conservatore? Evidentemente no, queste categorie saltano. L’Euro come moneta unica è cosa riconducibile ai concetti di fascismo e antifascismo? Evidentemente no, si tratta di un fatto politico straordinario che si colloca fuori da questi due concetti. La vecchia dignità borghese  e la sobrietà di certi movimenti sindacali di sinistra del passato possono aver un rapporto con l’immagine altamente seducente del mondo dell’alta moda e dello spettacolo. Certamente no. Eppure l’alta moda e il mondo dello spettacolo a livelli alti  creano immaginario, crea desideri, perfino possono modificare i comportamenti. Le categorie del passato sono strumenti che vanno bene in alcune condizioni. Ma spesso prendere i termini della politica del passato davanti a questa terza rivoluzione industriale è prendere un martello per avvitare una vite. Si rischia il disastro. Ora che l’interesse politico è stretto all’interesse personale, di gruppo, di categoria proprio i termini delle ideologiche del passato  creano disagio, sgomento, errore se vengono usate per spiegare quel che è altro. Al contrario sarebbe importante operare come certi filosofi francesi e tedeschi del passato e fare una vera e propria genealogia dei valori che ci vengono trasmessi, delle parole che ci forzano ad usare perché ripetute migliaia di volte.  Perché un serio ragionamento sulle origini degli strumenti linguistici e di pensiero rivela la natura ideologica della trasformazione della politica in cinghia di trasmissione di enormi interessi finanziari e della riduzione della vita sociale a variabile da domare del meccanismo di produzione, consumo, distribuzione della ricchezza creata.

Stefano Bocconi: Quindi il sottoscritto quando ragionava di bilancio, di dare ed avere, di successo commerciale, di clientela usava termini ideologici. Ero un politico inconsapevole.

Franco Fusaro: Se queste parole che tu hai detto le usavi nella vita quotidiana  e non sul lavoro direi proprio di sì. Chi ad esempio chi parla di investimento affettivo ragiona in termini economici su questioni che attengono all’esistenza umana, al rapporto con l’altro, all’amicizia, all’amore. Se non è ideologia questa… non so.  Io affermo che lo è.

Paolo Fantuzzi:  Il mio linguaggio è quindi mutuato dall’economia?

Franco Fusaro: Direi di no. Dalla televisione, dalla radio, dalla pubblicità, dagli spettacoli televisivi, perfino dalle forme spettacolari delle antiche tribune politiche televisive. Il potere di oggi è dominio ed è egemonia. L’egemonia è anche o il controllo della parola, il controllo dei termini comuni, il controllo delle idee e delle illusioni che dominano il vissuto quotidiano. Ma dimmi avete delle parole autenticamente vostre? O come accade quando si lascia l’infanzia avete fatto vostre le parole del quotidiano, quelle che servono per comunicare?

Clara Agazzi: Ovvio che abbiamo lasciato le parole inventate nell’infanzia per quelle del linguaggio comune.

Franco Fusaro: Ovvio anche che le nostre parole sono quelle del XXI secolo perché un signore del Settecento usava ben altri termini  e aveva aspirazioni e desideri diversi. Ecco che così però è stato fatto un primo passo. Ora avete inteso che le parole non sono neutrali e nemmeno le visioni del mondo che alcune di esse veicolano specie se associate a talune situazioni. Pensate per a crediti e debiti scolastici o al concetto d’investimento affettivo. Il primo passo è chiedersi di quale natura sia il mio linguaggio e come esso modifica la percezione del mio mondo e della mia persona.

Paolo Fantuzzi:  Devo dirlo. Sei davvero uno che pensa in grande e vede quello che altri non vedono. Ma sapere qualcosa di quel che dico e come lo posso spendere nella vita quotidiana?

Franco Fusaro: Hai usato il termine spendere. Forse devi chiederti cosa sia la tua vita quotidiana.

 

Pubblicato il 23/5/2014 alle 9.26 nella rubrica Diario.

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