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Diario Precario Dal 14/3 al 21/3/2013

Data. 14/3/2013

 

Note.

A Scuola niente di nuovo.

Nuovo Pontefice.

 

Considerazioni.

Trovo che la centralità del Dio-denaro nella società italiana crea dei guasti notevoli. Ciò che non è immediatamente e meccanicamente riconducibile ai soldi è insensato per la stragrande maggioranza degli umani che compongono gli abitanti del Belpaese. Insensato, semplicemente insensato. Insensati e strampalati risultano essere per la stragrande maggioranza degli italiani gli antichi valori umanistici, estetica, senso della vita, dell’amicizia, del saper vivere con altri e condividere piccole gioie. Se così non fosse sarebbe inspiegabile l’incuria con cui sono tenute tante città italiane, i resti delle civiltà passate, il rispetto per l’ambiente naturale e paesaggistico; per tacere poi del resto che comunque compone il decoro del Belpaese. Questo nuoce alla scuola che soffre molto a causa del nuovo monoteismo incentrato sul Dio-denaro, devo dire che fa danno perfino alla mia vita privata. In fondo il docente è uno stipendiato, una figura di salariato e con questo dominio del Dio-denaro perde il precedente ruolo sociale di riferimento. Come al solito c’è qualcosa d’interiore e di non incluso nelle logiche mercantili che consente di sicuro a me, ma so di non essere solo, di superare questa condizione che di per sé porterebbe alla depressione, all’avidità e alla malattia. Così vivo scisso fra il mondo di tutti dove il Dio-denaro è il centro del potere e del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’umano sulla natura e ideali umanistici e filosofici, perlopiù del passato, che mi si presentano difficilmente accostabili a questo presente.

 

Data. Dal 15/3/2013 al 21/3/2013

 

Note.

A Scuola lezioni.

Difficoltà tipiche dell’inizio della primavera.

Allarme Meteo, fiumi in piena, lezioni regolari.

Meno di Novanta giorni all’esame di Stato.

 

Considerazioni.

L’attività del docente in Italia è oggetto di scritti, racconti, resoconti, intrattenimento televisivo che deve per forza di cose avere un lieto fine. Sulla scuola il lieto fine è obbligatorio, è come se giornalisti e sceneggiatori televisivi e romanzieri dovessero quasi per forza di cose ricondurre tutto a una festa finale, a un qualche miracolo sociale, a fiori che sbocciano, al principe azzurro delle favole, a qualche atto profetico. Alla scuola reale e concreta si sostituisce nell’immaginario collettivo una scuola finta, di buoni sentimenti, di miracoli, di redenzioni sociali e culturali. Così Televisione, giornalismo, scrittori e pubblicisti  creano un modello di rappresentazione che si spalma sul reale in quanto reale e l’accompagna. Si passa molto spesso nel sistema dei media dal descrivere la scuola da un racconto negativo e catastrofista di carattere spettacolare che deve indignare il pubblico al descrivere  uno spettacolo di buoni sentimenti e sante passioni.  Anche per motivi che riguardano l’intrattenere e sollecitare i sentimenti del pubblico la massa grande della scuola pare come sparita dal discorso pubblico. Nel descrivere la scuola manca per ragioni di copione o di sceneggiatura l’enorme zona grigia del quotidiano che non è nobile, non è eroica, non è inquietante, non è esaltante.  Il discorso comune dei media sulla scuola tende a rimuovere ciò che è il lavoro che si fa a scuola e l’attività banale e quotidiana. Così spesso alla figura del docente reale e concreto nella testa di milioni di abitanti del Belpaese  si sovrappongono i maestri e i docenti del cinema, della televisione, dei racconti, della memoria privata e magari immagini vecchie  di decenni, creando una duplicità fra un reale piuttosto grigio e una fantasia letteraria e cinematografica assolutamente multicolore. Mi sento tagliato fuori, estraneo a questa rappresentazione.

La vita quotidiana m’avvelena l’esistenza. Il male di vivere picchia pesante una volta arrivati sui quaranta, intorno a me vedo un mondo sempre più degradato e corrotto e se possibile peggiorato dalla crisi economica. Sono ripassato sulla strada che dà sul negozio di Bomboniere e articoli da regalo davanti al Museo Ginori, l’esercizio chiude dopo 55 anni d’attività. In fondo alla strada apre un negozio cinese. Mi sono chiesto perché non riesco a convivere con una trasformazione così rapida, così drastica. Questi fatti li leggo come il passare del tempo, come il lento dissolversi di un mondo umano, naufragio di stagioni della vita, quindi anche della mia vita.  La mutazione sul territorio delle attività umane è il segno di un passare del proprio tempo, vedere ciò che cambia mostra che sei cambiato. L’essere umano ha bisogno di trovare successi personali e piccoli piaceri per sopportare l’aggressione del presente che muta, che degenera, che diventa un mondo diverso ed estraneo.

Pubblicato il 7/4/2013 alle 9.9 nella rubrica Diario.

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