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Diario Precario dal 9/12/2012 al 17/12

Data. Dal 9/12/12 al 10/12/2012

Note.

Ho preso il 2° Dan di Judo.

Quiz. Ancora quiz.

Cerco di capire di cosa si tratta, andando a buonsenso vado verso un vicolo cieco. Quindi aprire il portafoglio e comprare un libro adatto.

Poi lavoro, attività scolastica.

 

Considerazioni

La grande cosa è avere un libro per il concorso computerizzato. Con CD poi. Ho provato e alla prima ho trovato il libro per il test. Fatto in tempi record e stampato in velocità dalle Edizioni Simone. 39 Euri, come “dicono a Livorno”. Ormai faccio fatica a scansare le contraddizioni di questa vicenda. Ora che il governo Monti è prossimo al termine la stampa e la televisione non risparmiano frecciatine al concorsone. Bella prova. Ci voleva la fine del governo per avvicinare il grosso della stampa e della televisione a quello che da mesi vanno osservando e talvolta urlando sindacalisti, insegnanti precari, comitati, studenti, associazioni…

Di nuovo è la politica da cui parte tutta la questione della scuola, perfino nella sua rappresentazione presso i mezzi di comunicazione di massa.

Anche questa è una contraddizione. La scuola interessa i grandi media solo in congiunzione con precisi momenti dell’attività politica, quasi a ribadire che non ha una sua autonomia di senso. Certo che la cifra di 330.000 fa scena, fa spettacolo, a suo modo il concorso ha riaperto la discussione sulla scuola. Ci vorrebbe Socrate. Me lo vedo davanti al grande schermo che fa: ma voi come scegliereste l’insegnate di vostro figlio? Con dei quiz?”. Non ci voleva. Il sistema scolastico italiano  non ha assorbito tanta parte dei suoi supplenti e precari e il concorsone non risolve, mischia le carte, ma non risolve e crea altri ricorsi, altre polemiche, altro disagio. Un giorno qualcuno mi spiegherà perché questa cosa è andata avanti e sta andando avanti.

Piccola soddisfazione. L’esame di judo è andato bene. Passato di livello. Sono felice per questa cosa, anche se questa aggiunge responsabilità.

 

Data. Dal 11/12/12 al 16/12/2012

Note.

Quiz. Il concorsone ha monopolizzato la mia quotidianità. Non solo la mia del resto.

Ormai è argomento del telegiornale come la guerra di Siria o la tattica pre-elettorale dei diversi partiti e movimenti.

Impegni lavorativi di continuo. Lezioni, riunione sindacale, ricevimento pomeridiano, consiglio...

Non è facile prepararsi al test lavorando e rincorrendo i fatti di ogni giorno.

 

Considerazioni

La grande informazione si dà da fare. Ormai il concorso è uno spettacolo, un fatto notevole di cronaca, e quindi sotto elezioni di cronaca politica e spuntano lettere, interviste, articoli, riflessioni erudite. La mia categoria d’insegnanti precari non è mai stata sotto i riflettori di stampa e televisione quanto in questa settimana. Mi aspetto anche qualcosa in più durante e subito dopo la pre-selezione. Comunque qualcosa non va se la scuola diventa oggetto di spettacolo e d’informazione solo in occasione di fatti notevoli e di preparazione alla campagna elettorale. Manca il suo senso. Non si ragiona di cosa sia la scuola in Italia. La si usa per fare informazione-spettacolo, per fare proprio in questi giorni  giornalismo in salsa elettorale. Cosa è la scuola oggi? Perché il concorso? Come mai 330.000 iscritti alle prove?

Eppure adesso che la stampa e la televisione sembrano aver scoperto la scuola dovrei aspettarmi mobilitazioni collettive della popolazione, un dibattito nazionale, impegni seri dei politici in campagna elettorale; dovrei, in sintesi, aspettarmi un cambiamento di mentalità a livello collettivo. Prevedo che non accadrà. Perché?

Provo a pensare la risposta: l’istruzione in Italia è slegata da reali e diffuse possibilità di ascesa nella scala sociale. Già, in passato il successo dell’istruzione era dovuto anche alla volontà di emanciparsi di masse di popolazione urbana e  rurale,  milioni d’italiani e italiane nell’Ottocento e nel Novecento vedevano nella scuola una via per vivere meglio, trovare lavori decenti o umanamente accettabili, migliorare se stessi e  gli altri. Questo è ciò che si è perduto nello scorrere del tempo. La recessione poi non aiuta. In Italia per  decenni le raccomandazioni di politici, patroni, boss di varia natura, di famiglia hanno disgregato ogni credibilità al merito e alla valorizzazione dei talenti. L’incontenibile fuga dei cervelli e dei professionisti ambiziosi in Europa e nel mondo ne è la prova più aspra e dura. L’immobilismo sociale, pratiche corporative nelle libere professioni, la corruzione, la disonestà di fondo di tanta parte della popolazione spingono molti a non aver fiducia nelle possibilità di elevazione della scuola pubblica. Certo occorre saper leggere e scrivere, aver il diploma, forse la laurea, ma il punto di svolta delle vite di milioni di persone non è ciò che sono e cosa sanno  ma chi li raccomanda, li protegge, li supporta, fa la cosa giusta per loro al momento giusto. 

Il premio desiderato è sempre il denaro, staccato anche dal senso del far bene il proprio lavoro o una qualche professione. Il punto di svolta nella testa di milioni d’italiani non è il sapere, il percorso formativo e di vita dell’individuo, ma qualcosa che è altro e altrove.

Cosa può fare la scuola in un contesto dove il primo problema è avere i soldi per farsi i fatti propri?

 La scuola dovrebbe rifare la società, la politica e l’economia? Con quali forze? Con quali denari? Con quali uomini e  donne?

Nessuno si fa la domanda, pure indispensabile, che cosa è a livello di vita sociale e di preparazione dell’individuo la scuola oggi; sì perché c’è anche la l’utenza nella scuola ossia le famiglie, gli allievi, le allieve e poi il mondo che ruota intorno ad esse. Forse questi soggetti dovrebbero essere oggetto d’attenzione da parte del sistema dei media. Sembra che il loro punto di vista non serva mai, non sia mai sensato, non abbia diritti se non quando l’informazione deve farsi spettacolo e allora devono dire qualcosa su qualcosa che turba la tranquillità, che fa sensazione. La scuola esiste nel sistema dell’informazione solo in funzione di altro, questa è l’idea che mi son fatto.

Il nodo da sciogliere è cosa vuol essere L’Italia. La scuola non cambierà il Belpaese, lo seguirà con i suoi tempi e le risorse che avrà.

 

Pubblicato il 21/12/2012 alle 14.3 nella rubrica Diario.

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