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Diario Precario 26/09

Precario

Data. 26/09/2012

 

Note.

Giorno della convocazione. Ore 9. Aula grande per le conferenze di un noto istituto di periferia dove ho a suo tempo prestato servizio.

Prima impressione: cancelli chiusi, professori precari fuori e personale istituto e allievi dentro assieme ai responsabili della convocazione. Immagine mistica: il dentro e il fuori dal Tempio, iniziati e profani, fedeli e catecumeni.

Curiosa visione di carattere sacro con abbondanza di citazioni fantozziane. Poi il fastidio dell’attesa, battute di umor nero, al cancello un volantinaggio di offerte per corsi di specializzazione, uno striscione dei precari, molte insegnanti donne, squilli di cellulare. La commissione che inizia i lavori e chiama secondo la procedura e le classi d’insegnamento dalle liste delle graduatorie. Considerazioni e battute per ingannare il fastidio e l’attesa. Dopo tre ore arriva il mio turno, uno spezzone di quattordici ore, andare a restituire la chiave, andare nella nuova scuola, prendere servizio. Come ogni anno, ma ogni anno sempre peggio per me. Sempre più fastidio davanti a questa procedura, quasi un rito della burocrazia. Così vola il primo pomeriggio fra la scuola che devo lasciare per la cattedra del CSA e quella nuova, dove avevo la supplenza fino ad avente diritto, per le formalità del caso. Nuovo anno scolastico, nuovo lavoro, vecchi problemi, rifare i programmi.

 

Considerazioni.

Questa volta mi è capitata la conferma di quanto sia clamorosa in termini numerici la presenza femminile nella scuola. Alcune professoresse sono entrate nel bagno dei maschi. Non entravano più nel loro, del resto noi non eravamo la maggioranza. Sulle prime ho avuto una sorta d’espressione di sorpresa, mi ero chiesto se non avessi sbagliato porta ed ero corso a vedere, tutto a posto. Poi ho capito che la necessità fisiologica fa saltare le convenzioni, e la realtà parla di una larga maggioranza di donne nella scuola. Questo mi fa pensare al fatto che in fondo ci deve essere una sorta di pregiudizio nella scuola, infatti via via che si sale d’importanza nella gerarchia dell’insegnamento la presenza femminile si fa più rara. Tante le donne maestre, molte le professoresse delle scuole medie e dei licei ma molte meno fra i professori universitari. Di fatto è una gerarchia non scritta, qualcosa di tacito, di noto e nello stesso tempo di non formalizzato. Il sotto della gerarchia a prevalenza femminile, il sopra a prevalenza maschile. Mi piacerebbe avere un po’ di statistiche per provare o smentire questo mio pensiero. Per ora ci pensano i giornali a donare alla pubblica opinione le percentuali sulla prevalenza della docenza femminile.

(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/09/04/ciao-maestro-le-donne-in-cattedra.html)

Ricordare.

Il mestiere

Restituire le chiavi. Un gesto comune per supplenti e precari; rendere al bidello le chiavi del cassetto del docente. Mi ricordo di una volta dove quasi mi commossi. Una scena da libro d’infanzia. Un custode con la barba bianca e il grembiule da lavoro blu mi si fa avanti e con tono cortese e amichevole prende in mano le chiavi del cassetto. La supplenza finiva poco prima delle vacanze di natale, ovvio che sarei rimasto senza stipendio per le feste,  e avrei in mancanza di certezza della durata della  cattedra accettato una nuova supplenza in un diverso istituto che dai primi di gennaio sarebbe arrivata a giugno. Mi ricordo quest’immagine quasi consolatoria di questo custode che con un fare da primo Novecento salutava rispettosamente, s’informava del fatto  e cordialmente mi augurava buona fortuna. Ne doveva aver visti tanti e viste tante di queste storie banali. Di solito la restituzione delle chiavi è una formalità,  un gesto così rozzo e ordinario da sembrare una faccenda di bassa burocrazia. Invece quell’episodio mi aprì la mente all’evidenza che era il segno concreto del passaggio. Il tuo cassetto è l’appartenere in quel momento al corpo docenti dell’istituto, il tuo lasciare il cassetto è l’uscita dal corpo docenti. Nel Judo c’è l’inchino come segno di rispetto, come formalità, come saluto. La restituzione delle chiavi è l’assolutamente informale inchino del supplente all’organigramma dell’istituto, alla continuità della scuola, alla materialità dell’essere docente con tanto di cassetto, registro cartaceo, eventuali compiti e libri ben stipati. Una chiave di banalissima fattura diventa il simbolo di una presenza, di un percorso lavorativo, di un pezzo di vita. Più della matita Rosso-Blu  o del registro personale la chiave dell’armadietto o del cassetto è il simbolo del docente in cattedra.

Pubblicato il 29/9/2012 alle 14.16 nella rubrica Diario.

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