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Abiure e riti punitivi

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Abiure e riti punitivi

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Dal momento che questo mio libro non è esattamente un saggio ma qualcosa di biografico sono in dovere di descrivere questo episodio che mi aiutò a capire i fatti e le circostanze di quanto avevo in animo di studiare. Avevo seguito il consiglio del comandante. Mi ero recato nell’ala della grande Biblioteca dove si tenevano le esposizioni, la mostra aveva un titolo filosofico e artistico “Dalla dissoluzione alla forma”; ma trattava di cose che non avevano nulla a che fare con la filosofia e con l’arte.  Quello che avevo visto mi aveva profondamente turbato, era la rappresentazione da parte del nuovo regime dell’ultimo secolo di storia della Penisola, per il nuovo potere tutta la storia precedente era da buttare, un regno dei delitti e dei crimini imposto da forze straniere sopra un popoli tenuti artificiosamente divisi e oppressi da ignoranza e delinquenza. L’esposizione mi colpì subito per il fatto che il percorso cronologico dei fatti era invertito, dal presente al passato; c’era un senso di oppressione e di buio via via che il visitatore si allontanava dal presente e si calava nel passato. Le ultime stanze erano in penombra, e l’ultima  era buia, con solo dei pannelli e degli indicatori rossi fosforescenti che segnavano la via. Era la sala dedicata alle guerre della passata Repubblica. Una discesa dalla luce verso un buio tetro e oppressivo. Come primo impatto pensai a una trovata estetica, ma mi resi conto che c’era qualcosa di più. Non capivo fino in fondo il perché di questa scelta che mi fu chiara quando a distanza di settimane ne ragionai con Rodolfo che mi aprì la mente con queste parole:

Certo. Provi a pensare una discesa agli inferi. Enea, Dante, Ulisse…tanto per fare dei nomi di prestigio. Del resto molti di questi nuovi signori sono gnostici, o forse dovrei dire neo-gnostici e per loro la luce è anche rivelazione della vera natura umana, del sacro e del divino che è dentro l’essere umano. Quindi la discesa al regno delle ombre e delle tenebre è la distinzione fra un tempo della luce e del bene, ovvero questo, e un tempo della materia, della corruzione spirituale, del caos bestiale di poteri forestieri e alieni dominanti e prepotenti che è il passato ormai morto. Lei si è calato nelle tenebre del tempo che è stato, è come entrato in un tunnel dove ha visto un passato di tenebre funeste, dopo dal buio è tornato alla luce del presente. Ma mi dica sono curioso di sapere se quanto ha visto ha suscitato in lei stupore, indignazione, disagio. Non è una bella storia, di certo non è una favola per bambini la storia delle popolazioni nostre.

Il mio interlocutore mi sorprese di nuovo, la sua aria cordiale si era contaminata con una sorta di curiosità beffarda e bonaria. Così parlai liberamente.

Il passato di questa Penisola visto con la logica di quella mostra è una discesa verso le tenebre della follia e della malattia mentale, ogni atto, gesto o segno del passato è criminalizzato e demonizzato. Mi sembra una fortissima presa di distanza da se stessi. Non so…

Lui subito precisò il mio pensiero

La parola giusta è abiura. Queste genti del Belpaese abiurano se stesse, o per meglio dire ciò che sono state. Questi che oggi sono al potere sanno benissimo che le genti del Belpaese son ben disposte a far abiura del passato, a pensare ogni regime, anche quello dove hanno prosperato e son vissuti per generazioni come un potere forestiero, artificiale, estraneo. Questo fa parte di un meccanismo di difesa per il quale nessuno è mai responsabile di quel che fa nella vita pubblica; del resto da secoli minoranze di criminali organizzati, famiglie di miliardari apolidi, generali stranieri, condottieri imposti da questo o da quel potere alieno hanno determinato la vita pubblica del Belpaese. Quando non esiste alcuna identificazione che non sia farisaica o squallidamente opportunistica con il governo del proprio paese è normale che si scateni l’abiura del proprio passato e il ripudio di pezzi fondamentali della propria esistenza privata. So che per un uomo del Nord come è lei questo può suscitare raccapriccio, ma se osserva con animo sereno e commosso la storia delle genti nostre non potrà non osservare quanto sia comune la dissoluzione di regimi sedicenti sacri e retti e la necessità per milioni di umani di cambiar colore della divisa o del vestito prima di essere uccisi dai militari del nuovo regime o linciati da una folla di traditori e opportunisti saliti sul carro del vincitore all’ultimo minuto. Ho visto la mostra, tre o quattro volte perché ho dato una mano a trovare certi materiali, non che fossi felice della cosa, ma capisco che non c’è nulla da fare. Una storia antica di riti di abiura collettiva  e di divorzio dalle proprie idee di un tempo si è ripetuta, mi è toccato in sorte assieme alla gente del mio tempo di vedere l’atto patetico della dissoluzione di un sistema e di un regime marcito e dell’ascesa di un nuovo sistema.

C’era qualcosa che non mi piaceva in queste parole, sì quello che mi raccontava era vero ma comprendevo che c’era molto di più in quel che avevo visto. Risposi alle sue parole.

Mi permetto di rammentare che non tutti in Europa si dimostrano così disinvolti e pronti, e devo dire che pochi popoli sono così feroci nei confronti di quelli che per motivi di sfortuna o di fede rimangano tagliati fuori dal cambiar il colore della divisa. Devo, con onestà, confidarle che sono rimasto negativamente impressionato della cattiveria e della ferocia con la quale questi popoli della penisola si scagliano contro i gruppi sociali e le fazioni perdenti al pesante gioco della guerra.  Ma proprio perché lei è a conoscenza dei fatti e mi ha mostrato una certa familiarità mi preme ricordarle la parte finale di tale mostra. Una delle ultime stanze è dedicata alla criminalità comune al tempo della Repubblica controllata dai militari dell'Esercito Atlantico. Capisco tutto, ma affermare che la delinquenza di strada, lo spaccio di eroina, la violenza privata, i delitti di sangue fossero uno strumento di repressione per schiacciare la popolazione e tenerla nella paura e sempre disposta ad accettare capi autoritari e leggi liberticide mi pare esagerato. Come si può pensare che un governo sia pure marcio per aver mano libera nelle sue ruberie usasse la delinquenza comune per scatenare ondate di paura e  confondere la popolazione.

Il mio accompagnatore mi rivolse un sorriso beffardo. Rispose così.

Avrà visto immagino quello che per anni la televisione e i media non mostravano. Per anni le genti delle nostre terre potevano solo immaginarsi le teste rotte e delle vecchine scippate e trascinate sull’asfalto dalla feccia, i papponi presi assieme alle loro donnine allegre a cui avevano spaccato la faccia per un paio di banconote imboscate, il delinquente spacciatore con il volto da straniero con i morti da overdose sulla coscienza, la manovalanza ripugnate della bassa forza della delinquenza, la vittima della rapina o della piccola truffa in lacrime, la bambina picchiata dai teppisti minorenni per rubare un braccialetto o una collanina e cose simili… Bene di questo si parlava spesso e la popolazione era sempre preoccupata, in un continuo stato d’ansia tenuto artificialmente alto dai telegiornali. A seconda delle stagioni politiche le notizie venivano gonfiate oppure sparivano come per magia, la presenza del delitto era sempre presente. Il male quotidiano non aveva un volto o un nome, arrivava, spariva, ritornava; ma tutti avevano paura ed erano disposti ad accettare misure discutibili di polizia e leggi restrittive della libertà, intanto caste di miliardari e politicanti corrotti si riempivano le tasche di soldi e portavano il contante delle tangenti e delle truffe all’estero. Mi creda, aldilà delle esagerazioni c’è molto di vero in quella mostra e proprio dove l’animo umano rifiuta di accettare la verità. Qui da noi la vittima  e il carnefice si confondono, e ogni diritto si sfarina nell’arbitrio e nell’opinione,  e ogni regime che arriva ha il marchio d’infamia di esser arrivato sulla punta delle baionette straniere o per mano di violenti e di faziosi o come accade oggi grazie ai bombardamenti orbitali e alle macchine biologiche  da guerra di questi alieni Xenoi. La paura dell’altro, del diverso, del delinquente, del nulla è l’arma più forte del potere corrotto. Ogni persona onesta quando dilaga la paura inizia a temere per i propri cari, per i figli, le figlie, la moglie, padre, madre e così via… La paura uccide la razionalità e la capacità di capire e  di stare al mondo, allora diventi manipolabile, oggetto di dominio di chi tira le fila del sistema di comando e controllo della società, del sistema dei media, della finanza, della gestione dello Stato.

In me cresceva però un certo fastidio, dovevo rispondere, qualcosa mi aveva disturbato e offeso.

Mi perdonerà certamente, ma devo dirle che mi ha turbato la scelta delle canzoni abbinata ai quadri e ai reperti storici della mostra, in particolare le canzoni mi sembravano davvero insensate. Erano un sottofondo spesso inquietante e triste, la cosa mi è sembrata strumentale e malevola. Sul serio la cosa era forzata e inquietante. Eppure devo riconoscere che una certa continuità fra questo tempo e il passato che è polvere permane, è come se si ripetesse una storia antica di abiure, maledizioni e rancori antichissimi; dove l’alieno è solo uno dei tanti autori di un rinnovarsi catastrofico della vostra civiltà. Sembra quasi che la vostra gente abbia bisogno di un dominatore straniero per liquidare le caste al potere e sostituirle con altro.

Non era offeso ma felicemente sorpreso e così mi rispose

Caro professor Ulmann, voi avete visto bene. Gli autori di quelle canzoni erano straordinari per i loro tempi e bene compresero le genti nostre.  Certo spiace vederli ridotti a strumento, prendendo quello o quel  brano e togliendolo dal contesto e trovarlo posto in una cosa simile. Io avrei preferito il silenzio, un silenzio da sepolcro abbandonato, da cimitero di campagna perso fra le nostre montagne. Ma così va oggi. Piuttosto si prenda qualche giorno di libertà e osservi questo presente, cerchi di capire la natura vitale delle nostre genti, il rinnovarsi dei tempi e delle diverse forme d’umanità. Cosa crede: siamo un popolo vivo, siamo un popolo che vive sopra il cumulo delle macerie delle civiltà che gli sono crollate sulla testa. Ogni volta dobbiamo rifare tutto da capo come se l’ultimo crollo fosse un nuovo inizio.

Ero talmente colpito che ringraziai per la risposta e mi congedai stupito da tanta verità.

Pubblicato il 17/3/2012 alle 18.44 nella rubrica Diario.

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