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Il regno della giustizia e il falò delle vanità

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Il regno della giustizia e il falò delle vanità

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Il luogo dell’incontro era un piccolo locale vicino a un parco, una specie di chiosco con i tavolini come si vedono in molte capitali d’Europa. L’uomo era lì con i suoi capelli bianchi, ben lavato, cravatta e camicia d’altri tempi, una cartellina in cuoio vecchia, forse con delle carte. Aveva davanti a sé un bicchierino di bianco, un piattino rivelava che aveva mangiato qualcosa, mi accomodai e ordinai altri due bicchieri di quella roba.  Rodolfo Brandimarte era estremamente cordiale quasi familiare, dopo il secondo bicchierino di bianco il vecchio bibliotecario mi chiese di Berlino e del Museumsinsel; conosceva il sistema museale della capitale e di sicuro aveva visitato la città. Mi apprestavo a fare delle domande su cosa era successo durante i primi giorni di apertura del Processo Nazionale contro i vinti della Guerra Xeno, quando ormai in animo di far confidenze tirò fuori dalla tasca un oggetto dall’apparenza un po’ ripugnante, un oggetto circolare schiacciato, rovinato. Era una medaglia, una vecchia medaglia bruciata e graffiata. Mi raccontò una storia accaduta allora, non lontano da questo parco; dove un tempo era stato costruito il Palazzo nuovo del tribunale. Era la triste storia del commendator Pasquali, che fu linciato dalla folla subito dopo l’entrata in città degli Xeno; ma Rodolfo mi rivelava dei particolari di cui era a conoscenza. Mi ricordo quel che disse e inoltre presi anche qualche appunto, così parlò:

 La distruzione del grande palazzo del tribunale avvenne nella Terza Guerra Mondiale durante le prime fasi dell’attacco Xeno che spianarono con le bombe a pressione il quartiere e le piste per gli aerei poco lontane da quel punto. Quell’edificio era un pessimo edificio, presuntuoso, brutto, inquietante; sembrava uscito da un videogioco degli anni Novanta dell’altro secolo o da un film di supereroi statunitensi. A ricostruire qualcosa di serio ci pensò il regime presente che ha in sorte di essere vincolato ai nuovi protettori alieni venuti da Andromeda.Sotto il regime dei raccomandati e dei servi sciocchi controllato dai popoli dell’Atlantico le questioni di giustizia erano affidate a complicati meccanismi burocratici dove dei tristi personaggi pagati con i soldi pubblici e dei privati pagati dalle parti in causa e ambigui amici degli amici creavano degli atti denominati sentenze e tali atti burocratici stabilivano chi aveva ragione e chi torto, le sanzioni, le punizioni, la detenzione in centri carcerari o di cura psichica, o l’innesto di meccanismi di rilevamento sul corpo.Si trattava aldilà delle apparenze e dei proclami roboanti della propaganda di guerra delle genti asservite ai poteri di Atlantide di un clamoroso impasto fra migliaia di procedure burocratiche, opportunismo, desiderio di potere e carriera di alcuni singoli, corruzione sfacciata, aspettativa di mance  e dazioni, minacce da parte di organizzazioni criminali e terroristiche. Poi il sistema venne distrutto dalla Guerra Grossa, le armate di Atlantide furono scacciate dal Vecchio Mondo e gli schiavi e i servi dei loro governatori, delegati e generali che avevano posto al potere vennero processati, ma spesso messi davanti ai loro delitti e giustiziati sommariamente  dalle stesse popolazioni che avevano subito i loro oltraggi, le loro violenze e le infami rapine di beni e di ricchezze naturali. Ma la storia che le voglio raccontare oggi è diversa, è quella del commendator Pasquali Luciano, non so da dove venisse; viveva in un appartamento ben arredato in un palazzo oggi scomparso, forse era un giudice, forse un avvocato, forse un amico degli amici; non so ma era conosciuto come uno di quelli che ci credeva davvero, che voleva quel sistema, che ci aveva lucrato sopra e aveva ottenuto onori e soldi. Quando la città fu assediata e i suoi amici persero il controllo delle colline e dei territori limitrofi alla periferia, il commendatore si chiuse in casa; lo videro rovistare in cantina incurante dei bombardamenti e delle sirene d’allarme, qualcuno dei vicini lo invitò più volte a scappare, ci fu chi cercò di fermarlo per dirgli che in fondo forse per lui era il caso d’andarsene dal momento che qualche strada restava aperta, non aveva senso unire alla sconfitta della sua causa anche la perdita della vita. Ma il commendatore andava dalla cantina alla casa, dalla casa alla cantina con grosse scatole e carte d’ufficio, pareva pazzo; qualche volta lo videro rovistare fa le rovine del Palazzo per cercare qualche frammento della mobilia degli uffici. Così questa cosa fu notata, e qualcuno pensò bene di far la spia, di mandare l’avviso ai primi miliziani filo-xenoi entrati  da poco in città. Forse volevano la sua morte per entrare in casa e metterla a sacco, in tanti si presero delle libertà con la roba altrui in quei giorni. Alla fine salirono le scale una dozzina fra miliziani e guerriglieri e qualche entusiasta dell’ultima ora, metà di loro non aveva né armi e neppure una divisa o un distintivo o una fascia al braccio, la porta fu sfondata con un paio di proiettili e presa a calci, andò giù fra grida e urli. Lo spettacolo che si presentò fu qualcosa di assurdo, i mobili erano accatastati alle pareti, in quello che era il salotto c’era una specie di tenda, come un grosso telo che copriva il pavimento,  fatto da più teli malamente cuciti e tenuti insieme. Il capo dei miliziani era uno che aveva fatto mesi di guerriglia, rimase stupito ma capì che era una sorta di tenda, una tenda messa nel salotto di casa. Chiamò fra il gruppo uno di cui si fidava e entrò dentro con la pistola in mano e il coltello nell’altra, il commendatore era rannicchiato come un bambino al centro della tenda, si era circondato delle cose della sua vita, della sua carriera, aveva creato un mondo di oggetti piccoli e grandi che ricordavano la sua carriera, il mondo come era stato prima. C’era perfino un vecchio computer  della Apple, fotografie, diplomi e certificazioni, una foto del figlio morto in guerra, un vestito da avvocato, il codice civile e quello penale. Ormai era un povero pazzo che viveva nei ricordi di un tempo morto. Il vecchio guerrigliero era sinceramente addolorato in quanto  la scena era patetica e miserabile nello stesso tempo, ma ormai si era spinto troppo in là e fu costretto dalla situazione a prenderlo a forza, a farlo tirar fuori per i capelli, a stordirlo a suon di bastonate. Presero la tenda, ne fecero in sacco e presero il commendatore dolorante trascinandolo per le scale, poco più avanti c’era una piazzetta, un tempo era stata un parcheggio o qualcosa del genere. La tenda fu rovesciata nel mezzo della piazza e tutta la roba cadde rovinosamente, una piccola folla guardò stupita la scena e molti cominciarono a ridere, era una risata di liberazione, il mondo di prima era morto e quella roba rovesciata per terra ne era la rappresentazione simbolica. La folla sembrava una sola maschera di cattiveria e crudeltà, volevano vederlo a pezzi, fracassato, uno che doveva pagare per tutti, poco importava se era ormai un relitto umano, un povero scemo.

Qualcuno fra la folla gridò: bruciamo tutto! Che vada a fuoco il ricordo di questi anni odiosi, criminali e criminogeni!

Lo stesso capo dei guerriglieri era sorpreso, aveva dodici elementi di cui forse solo sei o sette armati ma davanti a lui si era radunata una folla di cento persone, alcune erano armate, con lo sfascio delle polizie locali e delle forze armate migliaia di armi vecchie e nuove erano state prese dai privati per la propria difesa personale, era  a disagio. Forse fu per paura che presentò alla gente riunita il commendatore dolorante e sporco. Tenne un breve discorso nel quale disse che era finita, che ciò che era stato prima aveva cessato d’esistere; quelli che avevano retto il regime erano andati in rotta, fuggiti come sorci davanti ai potenti Xenoi e alle loro armi e non sarebbero tornati e avevano lasciato i loro servi sciocchi e i loro schiavi in preda alla furia di coloro che avevano derubato, oppresso e vessato con mille crimini. Ora era necessario vedere i simboli e le cose del passato, quel passato era morto, occorre capire per dimenticare. Qualcuno gridò che si doveva dar fuoco a ogni cosa, alcuni fra la folla erano diventati come pazzi, esaltati, c’era chi furente aveva la bava alla bocca, alla fina qualcuno si avvicinò e diede fuoco. Il commendatore cercò di avvicinarsi, sembrava un diavolo, con le ultime forze cercò di avvicinarsi agli oggetti di famiglia, alle foto. Fu la folla e non  i miliziani a prenderlo per le gambe a trascinarlo via  e a pestarlo con durezza, gli ruppero le mani, c’è chi dice a morsi per rubare la fede nuziale. Alla fine uno dei guerriglieri lo rovesciò a calci e lo mise supino. Allora videro una vecchia fascia, un oggetto che in passato avevano sindaci e assessori, ma questa era piena di patacche e medaglie, roba di tutti i tipi anche di società sportive e di circoli ricreativi. Era il suo ultimo tesoro e lo aveva stretto intorno alla pancia. Fu ammazzato a calci, bastonate e manganellate mentre stringeva con le sue mani rotte il suo  tesoro, l’ultimo frammento del mondo nel quale era vissuto ed aveva prosperato. Se lo era legato alla pancia e fermato nella carne con degli spilli. Uno della folla prese la fascia e staccò le medagliette e una per volta le lanciò alla folla, souvenir del linciaggio gratuitamente distribuiti a tutti i partecipanti. Molti le presero e le gettarono nel fuoco, un segno di abiura del passato. Poi uno alla volta andarono via da quel posto, e dopo arrivarono i salariati pagati dalla giunta che ripulivano le macerie e portavano via i morti, caricarono il corpo rotto simile a un maiale scannato, presero la robaccia bruciata, si tennero per sè qualcosa che pensavano di valore sfuggito alla folla. Uno di loro era un mio conoscente e mi regalò questa cosa, un delle medaglie del commendatore finita nel fuoco, credo sia di una qualche associazione sportiva probabilmente sciolta da decenni.

Rodolfo Brandimarte finì la storia e tirò giù tutto il vino, con calma riprese il filo del discorso e mi disse che la vicenda poteva sembrar strana a uno studioso figlio della Germania, ma era necessario capire la storia di queste terre sempre dominate dai forestieri, da piccoli tiranni, generali  e despoti domestici e demagoghi corrotti e corruttori alzati al potere da eserciti stranieri e da poteri finanziari che non sanno neppure offendere nella comune lingua. Il dominio forestiero e il servo locale asservito agli stranieri avevano reso le popolazioni piene di odio e di rancore, un rancore che non sapeva esprimersi politicamente o militarmente finchè gli Xenoi e la loro guerra non hanno risolto la questione armando una parte della popolazione e sollevando sotto le loro insegne milioni di malcontenti e dissidenti. Questo fatto storico è a mio avviso in continuità con la storia del Belpaese, quante volte una calata di eserciti o di barbari in armi aveva distrutto imperi o regni secolari con il seguito di vendette, saccheggi, stragi, violenze private, sostituzione di podestà e di governatori,locali e perfino di leggi e consuetudini. I popoli della penisola erano di fatto il frutto di sedimentazioni di popoli stranieri, d’invasori, di leggi e costumi esito di guerre e invasioni e ad ogni calamità seguivano le abiure collettive di fedi di fazione, politiche e religiose.Quanti episodi di pestaggio e omicidio collettivo si sono avuti in queste terre a causa del passaggio di eserciti forestieri o del cambio di regimi corrotti e dispotici dall’inizio della storia è incalcolabile. Chiesi se era possibile fare due passi e lui si offrì di raccontarmi la storia del quartiere in quei giorni di transizione dal vecchio al nuovo mostrandomi i luoghi e cosa era rimasto del passato, curiosamente volle pagare lui il conto. La giornata era bella, l’aria pulita e fresca.


Pubblicato il 2/2/2012 alle 14.15 nella rubrica Diario.

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