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La recita a soggetto II

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Le Tavole delle colpe di Madduwatta
La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso. Io quando penso a questi ragazzi di oggi, a questi giovani mi chiedo cosa penseranno di noi; del disfacimento morale, materiale e civile che abbiamo ereditato dalla generazione dei padri e dei nonni e che lasciamo loro aggravata da ogni sorta di cosa strana e pazza. Non funzionava così prima.

Marco: Cosa hanno fatto per noi? E tu caro fratello che cosa hai fatto per loro? Contano i fatti e chi vive bene e per gli affari come noi lo sa. Concretamente del futuro di questi giovani, di questo Belpaese, di questa città, delle sue periferie cosa c’è se non la spazzatura civile e morale generosamente lasciata in eredità ai figli da parte dei padri e dei nonni. Io come la stragrande maggioranza di quelli che hanno posizione e un po’ di soldi Me Ne Frego. Non mi dire che è fascismo perché sai che non è così. Questo è il capitalismo! Esiste solo ed esclusivamente il singolo e i suoi diritti e tutto il resto è o ciò che crea profitto. Se non crea profitto è il niente e il niente non interessa. Quel che c’era prima dici. Balle! Era come oggi, anzi oggi c’è meno ipocrisia meno cattiveria, meno pugnalate al buio. Qui grazie agli stranieri e alle loro banche  tutto è semplice ci siamo noi che siamo i servi ricchi e il resto è merda sociale. Se non hai un protettore, l’elenco clienti, un amico direttore di banca, un socio occulto che fa politica non ci arrivi in alto; non conta la carta, la laurea, il master: qui conta chi conosci, coloro con i quali sei in credito e coloro con i quali sei in debito. Mi dispiace per questi ragazzi. Molti sono bravi non dico di no. Studiano, protestano, fanno volontariato, aiutano gli  anziani e altre idiozie del genere. Ma non capiscono la verità, il dato semplice e banale. Esiste solo il denaro che crea ogni vita e ogni vita salva o distrugge. Qui è peggio che altrove perché il merito non conta, non conta l’aderenza a dei valori condivisi,la razza o la Patria,  non conta il  carattere o la persona ma solo chi ti protegge e il suo  prezzo.

Francesco: Il prezzo! Dici una cosa vera. I soldi mi piacciono, ho fatto tante cose con i soldi. Viaggi, escort di lusso nei paesi dell’Est, alberghi fini, pasti da signore ho pagato io con le  carte della società, o del padrone quando lavoravo per lui. Ma tu sei una  cosa esagerata. Vedi solo ciò che ti assolve da ogni responsabilità. Gli altri sono sopra e sono più ricchi, comandano, dispongono, ordinano le regole e l’andamento degli affari e tutto diventa lecito, giusto, legittimo, giustificato. Perché il privato se vuol viver bene non può opporsi, non può dir di no al sistema, non può star fuori. Ma nello stesso tempo nessuno vuol start dentro rispondere di ciò che fa quando inquina, de localizza, sfrutta, agisce ai confini della legalità.  Allora ecco che la colpa è degli altri, di chi è sopra. La colpa può essere del banchiere che concede il prestito, della Banca Centrale Europea, dei burocrati di Bruxelles, dei cinesi, forse della Federal Reserve, perfino dei politici che ora contano meno della mafia. Mai personale, mai propria, mai nostra. Ecco io ci penso. Ogni tanto ci penso.

Marco: Che vuoi dire? Forse che sei diverso da me?  Esagero quando dico che è giusto fregarsene, che è giusto seguire ciò che esige il mercato, che è corretto andar dietro a chi controlla il mercato e decide per noi? Che responsabilità possiamo avere noi piccoli che di fatto siamo vincolati a soci ricchi o ai prestiti o peggio alle commesse di qualche grande azienda o di qualche grande catena di distribuzione? Nessuna. Assolutamente nessuna. Se Dio esiste ci deve assolvere nel giorno del giudizio: abbiamo eseguito ordini superiori.
 Ora  dimmi: che cosa hai fatto di diverso da tanti altri mediocri esecutori di ordini  quando andavi a giro con il campionario di certa gente che paga i lavoranti rumeni o albanesi una miseria, o quando hai gestito quella fabbrica di vestiario in Ucraina per certi soci padani, caro il mio fratello duro e puro.  L’Italia è davanti e contemporaneamente dentro una tempesta che si chiama esternalizzazione e in un terremoto che si chiama globalizzazione.

Francesco: Appunto. C’è quel che resta della globalizzazione e della de-industrializzazione in questo Belpaese, lo so e ci vivo sopra; proprio come te. Comunque in Ucraina lavoravo sulle calzature e sulla logistica. Proprio per questo ho fatto quel che ho fatto. Un altro avrebbe subito preso il mio posto e io starei peggio e i problemi non avrebbero avuto comunque una soluzione. Tutto il male dello sfruttamento laggiù nell’Europa dell’Est e della disoccupazione da noi sarebbe stato con o senza di me. Solo che capisco e son dispiaciuto, mi scarico la coscienza.

Marco:  Potrei dire pure io che son tanto dispiaciuto e addolorato, ma chi potrebbe mai credermi. Io mi prendo la responsabilità con me stesso; se tutto questo è una merda di sistema fatto di sfruttamento, corruzione, avidità, amore per la morte e l’abuso di potere io ne faccio parte.   Che cosa dovrebbero fare questi ragazzi di cui parli? Andare in un giro con oggetti ingombranti in qualche rivolta urbana per farsi sparare dalla polizia come a quel tipo a Genova nel 2001, scioperare quando i loro contratti sono a progetto o comunque a termine e la loro vicenda lavorativa si concluderà con una forma più o meno dolce licenziamento o come si dice oggi scadenza del contratto, non comprare più beni e servizi per mettere in crisi i poteri economici, sputare in faccia ai nonni e ai padri per i problemi irrisolti e le prospettive negative di crescita della società. Fare i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti religiosi in una società che crede solo ed esclusivamente nel denaro, nella notorietà nella pubblicità televisiva e nei consumi di lusso?

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso.

Marco: Non basta darsi una spruzzata di color politico rosso o nero per esser qualcosa o per fare affermazioni significative.   Non basta!  Se uno ama queste generazioni nuove o fa qualcosa per loro o fa come faccio io. Esisto solo io qui e ora davanti al mercato e alle sue leggi di ferro, il resto è niente e il niente non esiste.

Francesco: Vivi solo per te stesso, pensi sempre  alla tua azienda, ai tuoi assegni, all’amante, alla famiglia che hai sfasciato, all’elenco clienti, alla mercedes della società da cambiare ogni due anni. Chiama  poi le cose con il loro nome, le aziende per le quali lavori de localizzano il lavoro come le altre e più delle altre se possibile. Non sei diverso perché ti piace ma perché sei qui e ora.

Marco: Siamo servi del denaro e di chi lo controlla e in questo privilegiati.


Nella stanza cala il silenzio. I due si studiano e si accomodano nell’unico divano nel corridoio, prima Francesco e poi Marco. Marco estrae un paio di monete dai pantaloni.


Marco: Questo parlare mi ha messo sete, ti va un caffè, ho un paio di pezzi da cinquanta per questo schifo del distributore automatico bastano. La macchina a monete del Vince!
Francesco: Saranno tre anni che non mi offri il caffè, ci sto! Vorrà dire che staremo in piedi tutta la notte ad aspettare. Aspetteremo con gli occhi sbarrati dalla caffeina il nostro sciagurato nipotino.

Marco mette le monete nel distributore, lo fa con studiata lentezza, quasi per assaporare un qualcosa di famiglia nell’aria.


Marco: Quanto zucchero fratello?

Pubblicato il 17/10/2010 alle 0.33 nella rubrica Diario.

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