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La civiltà italiana come costruirla (II)

De Reditu Suo - Secondo Libro

    La civiltà italiana come ricostruirla (II)

 Mi sono messo in un grosso guaio quando ho iniziato il ragionamento sulla costruenda civiltà italiana, ma so che devo per coerenza portarlo avanti. Comincio in questo breve scritto a ragionare intorno alla necessità di darsi delle basi culturali proprie. Ovviamente dietro questa mia affermazione c’è un limite che è dato dal  fatto che una qualsivoglia risorta cultura italiana rischia di essere una casa senza tetto in quanto manca l’interesse politico e collettivo. Questo è un grosso limite del mio ragionare intorno a una possibile civiltà italiana: le vecchie culture operaie, contadine, locali si son disgregate e  dissolte  fra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, la grande politica ha cessato fra gli anni ottanta e novanta di essere autonoma dallo spettacolo di carattere televisivo e, con forse la sola eccezione del Cavaliere, si può dire che perfino oggi subisca per intero questa civiltà dello spettacolo. Il potere politico è forse il grande assente, da molti anni e per molte prove chiare e distinte dimostra la sua estraneità al concetto generale di creare legami di carattere culturale e civile fra le genti del Belpaese. I nostri politici puntano sull’interesse di parte, sulla fazione, sul voto di famiglie o di singoli, talvolta dei telespettatori; è assente l’idea di qualcosa di più grande che non sia lo stretto interesse particolare legato al qui e ora. Quindi la costruenda civiltà passa per una contemporanea riforma del costume politico e per l’assunzione di responsabilità da parte di chi vive di politica per una realtà di natura collettiva che è data dalle ragioni civili e culturali che mettono assieme le difformi genti d’Italia. Il costume dei nostrani ceti sociali ricchi di  privilegiare  la cultura della civiltà Anglo-Americana è da ricondursi anche a una sorta di complesso d’inferiorità fantozziano che si è moltiplicato in conseguenza della capacità degli stranieri di  esercitare un dominio culturale  sulle civiltà altrui e ovviamente sulla nostra che non è ad oggi una civiltà ma una serie di elementi di vita civile  e culturali  privi di una sintesi e di valore comunemente riconosciuto. Questa sudditanza  non solo politica ma intellettuale e morale è dovuta al peso enorme che ha avuto la sconfitta del Regno d’Italia e del fascismo nella Seconda Guerra Mondiale e al fatto che i partiti politici della Prima Repubblica hanno cercato di creare  qualcosa per far argine, ma in modo sempre interessato e particolare, guardando a seconda dei casi al comunismo, al cattolicesimo, alla socialdemocrazia, al pensiero liberale.  In altre parole i partiti della Prima Repubblica in qualche misura rappresentavano gli italiani ma la loro opera culturale era così difforme da non costituire un contrasto alla cultura popolare veicolata dalle mode e dai film Statunitensi o dalla musica Pop e Rock Inglese. Quindi occorre una grande operazione di verità come misura preliminare per pensare la civiltà italiana e ammettere che la cultura alta delle scuole di partito, delle accademie,  delle università e dei teatri dell’Opera, delle grandi collezioni d’arte e dei musei non si è incontrata con le difformi masse della popolazione italiana. Inoltre la mia generazione di trentenni vicini ai quaranta ha invece recepito quel che arrivava in quanto cultura popolare e intrattenimento con finalità commerciali dagli Stati Uniti, dal Giappone, dal fu Impero Inglese. Pensare la costruzione della civiltà italiana vuol dire ripensare se stessi con il coraggio di chi deve tracciare un bilancio sulla propria vita e forse su quella altrui; il fatto banale che mi ponga il problema in questi termini implica che sto segnando una linea di confine fra ciò che fino ad oggi è stato e un futuro possibile che si colloca in un tempo altro e diverso.

 

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 9/3/2010 alle 18.38 nella rubrica Diario.

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