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Ripensando ai miti perduti

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ripensando ai miti perduti

 

Penso spesso ultimamente al remoto passato, agli anni della mia infanzia a cavallo fra la seconda metà degli anni settanta e i primi anni ottanta.

Ripenso a quella società lì, ormai defunta e sepolta nelle sue ragioni e nella sua socialità e osservo una cosa fra le altre. Il mondo degli eroi del piccolo schermo era già segnato profondamente, e per fortuna, dai cartoni animati giapponesi. Si trattava di una massa informe di piccoli e grandi eroi sia che fossero piloti di formula, pirati spaziali come capitan Harlock, ladri impuniti come Lupin III, eroi come i piloti di Mazinga e Goldrake, Jeeg Robot, Daitarn. Quello che è diverso oggi è la dimensione pervasiva della macchina dell’intrattenimento, non si tratta più della vendita delle figurine Panini o di qualche giocattolo in plastica, magari allora fatto a Taiwan, oggi è entrata in gioco la macchina della realtà virtuale, per essere più precisi dei videogiochi. In breve alla serie televisiva oggi s’accompagna il gioco di carte collezionabili, il videogioco, l’oggetto costoso, il gadget, e talvolta il fumetto giapponese tradotto. Nella mia infanzia questo accompagnamento di una serie televisiva di successo non era così pervasivo e invadente,  qui c’è qualcosa che va oltre il giocare con degli oggetti in plastica che ricordano le cose viste nel piccolo schermo, il videogioco di oggi porta direttamente sul piano dell’azione, il rapporto è con la console e non con l’estro della fantasia. In altre parole avere la possibilità di combattere ad esempio con il personaggio della serie dei “Cavalieri dello Zodiaco” per mezzo di una console non comporta una rielaborazione personale del tipo: prendo i giochi che servono, li uso, prendo l’oggetto che rappresenta il  personaggio, m’invento la sua storia. Mi ricordo di aver ai miei tempi creato delle vere e proprie storie con i soldatini della Seconda Guerra Mondiale, delle specie di operazioni militari; di aver usato i pezzi del lego per fare le battaglie le più strane o di aver fatto interagire i Playmobil con il castello dei “Masters of the Universe”. Che non sono la stessa cosa. Questo ricorrere  al supporto del computer può non essere necessariamente un male in questi tempi di terza rivoluzione industriale, il rapporto fra essere umano e macchina e “intelligenza artificiale” finisce con essere un dato banale, quotidiano. Quello che è diverso è che l’eroe di una storia, più o meno moralmente pulito che sia, non è più un eroe di un racconto ma un prodotto commerciale, una cosa che serve a segnare i punti sul monitor della  Playstation, una roba protetta dal Copyright. I miei miti del tempo che fu erano “illusioni”della televisione di allora mentre questi attuali sono, tendenzialmente, prodotti commerciali accompagnati da un sapere del tutto nuovo di marketing per l’infanzia e l’adolescenza.

Gli eroi oggi non fanno più gli eroi, e forse non è un caso che sistematicamente certe vecchie serie di cartoni animati giapponesi, l’ultimo caso è quello della fortunata serie di Yattamen  nel marzo 2009, siano diventati dei film. 

Questa Italia è proprio lontana dagli Dei e dagli Eroi, non è la sola purtroppo.

 

IANA per FuturoIeri

 

Pubblicato il 29/6/2009 alle 21.30 nella rubrica Diario.

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