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Un paese per vecchi e una civiltà tutta da creare

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Un paese per vecchi e una civiltà tutta da creare

Gli italiani non sono ad oggi una civiltà ma una massa informe di cose diverse che non è riuscita a darsi una forma. Queste molteplici entità subiscono un processo di formazione morale e spirituale non tanto dai vecchi enti ereditati dal passato come l’esercito, la scuola o la chiesa cattolica o i partiti politici –estinti nella loro antica natura- ma al contrario dalla pubblicità commerciale espressione di poteri finanziari e commerciali forestieri e nostrani. La natura intima delle culture del Belpaese è quindi data dalla somma delle centinaia di migliaia di messaggi pubblicitari che nelle forme più disparate s’impongono nella testa della gente comune; l’idea che il possesso di beni materiali e di grandi quantità di denaro sia la felicità e la vita è per così dire l’intima natura della spiritualità della stragrande maggioranza degli abitanti del Belpaese. Questo spiega i limiti della nostra cittadinanza, inconsapevolmente alla maggior parte degli italiani importa poco della libertà  propria o altrui, invece dei proprio beni e quattrini moltissimo perché essi sono la vita stessa e tutta l’esistenza, anche quella spirituale. Proprio la difformità del Belpaese fa sì che nel mezzo di un simile livellamento verso il basso si diano numerosi casi di conservazione o riproposizione o reinvenzione della tradizione. Ecco che fra mille difficoltà  permangono eventi, strutture, festival, gare tradizionali, grandi riti pubblici che in alcuni casi  hanno avuto la loro prima manifestazione nel Medioevo e nel Rinascimento. Il Belpaese ha la possibilità di trovare degli elementi altri in grado di smuovere le nostre genti dal torpore e dalla rassegnazione, ciò che è rimasto del passato e che è vivo può unirsi a quello che potrebbe aprire la strada al futuro. Mi riferisco alla possibilità di ripensare il modo di consumare e produrre che passa dalla riduzione degli sprechi energetici e di materiali, dalla produzione di merci i cui rifiuti possono essere riciclati, dallo sfruttamento di nuove tecnologie benefiche, dalla possibilità d’integrare cultura e tradizione in un sistema economico che non sia solo la creazione di simboli e marchi pubblicitari  o l’esportazione all’estero di produzioni tossiche e l’importazione di beni e servizi prodotti da lavoratori e operaie sfruttati e malpagati in paesi dove la libertà è una chimera e la repressione poliziesca un fatto ordinario e quotidiano. Uscire da questo presente meschino e creare di nuovo una civiltà italiana, che ad oggi non c’è, credo sia un atto dovuto, un gesto di dignità, un’affermazione di sé in un tempo dove il Belpaese sembra una colonia altrui abbandonata al suo destino.

L’Italia sarà quello che potrà essere, chi la popola dovrà decidere che cosa essere e come.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 16/6/2009 alle 21.34 nella rubrica Diario.

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