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Chi si rivede! Il moralismo all'italiana

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi si rivede! Il moralismo all’italiana

L’esercizio quotidiano della virtù come insegnavano certi filosofi illuministi è cosa da repubbliche ben ordinate, da cittadini virtuosi, sobri e sicuri nei loro diritti e doveri. La virtù stessa era la base morale delle forme di governo democratico almeno quanto l’onore per le monarchie e la paura per i regimi dispotici. Nel Belpaese dei nostri giorni ci si deve accontentare come base per questa Seconda Repubblica di un sottoprodotto della civiltà che è il moralismo, ossia il fingere di credere in valori e virtù avendo sempre come propria cura il tirare a campare e l’arraffare beni e piaceri; il sottrarre alla malvagia avidità del mondo quel che è desiderato o che semplicemente è stato preso a qualcun altro. Non quindi vere virtù o vere credenze in questo o quello ma finzioni, mascherate, travestimenti, il tutto con lo scopo di raggiungere un piccolo guadagno. Questo moralismo di cose non credute ma ostentate, di finzioni di fedeltà alla propria cultura, di mistificazione dei veri propositi delle proprie azioni, di doppiezza morale e civile è la speciale dimensione su cui poggia la Repubblica e con essa le sfortunate genti del Belpaese. Questa natura moralistica riemerge con forza nel periodo elettorale e con fare dirompente ci regala lo spettacolo della grande finzione del far finta che le cose siano “come se…”.

La grande recita a quel punto si fa collettiva perché gli elettori, con l’eccezione di qualcuno davvero convinto, fingono di credere alle promesse e alle autopresentazioni dei candidati alle elezioni e i candidati, fatte salve le solite anime candide, si convincono di aver fatto il loro gioco e di aver in tasca un consenso fondato sulla loro capacità di persuasione e non solo. In realtà si tratta della grande messa in scena, di uno psicodramma collettivo nel quale si recita su un canovaccio logoro dove son scritti abbozzi di parti e situazioni, dove condizioni drammatiche ed emergenze sociali convivono con la bieca propaganda elettorale, dove il narcisismo dei candidati che tappezzano le città con i loro volti e i loro nomi fa sparire dalla propaganda elettorale quelle lotte politiche e sociali che essi in fin dei conti dovrebbero condurre.   Se non fosse chiaro faccio riferimento ai manifesti elettorali che caratterizzano le città al momento delle elezioni per gli enti locali, non c’è occasione se non allora di vedere i volti di chi fa politica ovunque nelle nostre città, forse una Repubblica sobria e virtuosa si porrebbe il problema se un simile rapporto con l’elettorato sia un fatto decente o meno. Sia detto per inciso il momento della propagande elettorale rende forte chi può spendere di più e può moltiplicare pochi ma semplici messaggi, quindi è facile ottenere buoni risultati puntando sulle paure, sull’estetica del candidato, sulla frase ad effetto, sulla composizione del manifesto elettorale. Sarebbe auspicabile un momento di riflessione, di presentazione di contenuti ma il modello di comunicazione politica e il moralismo imperante impedisce però una critica seria e spontanea al come è la nostra Repubblica, l’ipocrisia del “far finta che tutto è come dovrebbe essere anche se non è così” domina in questa campagna elettorale. La civiltà italiana ritornerà in vita, ma certo non ora.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 27/5/2009 alle 21.47 nella rubrica Diario.

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