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Civiltà italiana: una, nessuna,centomila

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana: una, nessuna e centomila

Per una persona normale, incensurata, che non è scesa a particolari compromessi è difficile far una ragionamento lineare e ragionevole sulla comune identità italiana. Questo perché una civiltà italiana, chiara, distinta, con valori certi come tale non esiste. Si può fare l’arbitrio d’indicare la lingua comune come fondamento della comune identità ma essa non è quella parlata ogni giorno, la lingua comune di cui si parla è quella dei manuali scolastici, delle antologie, dei testi ufficiali, non certo quella ordinaria e banale della comunicazione di tutti i giorni. In verità tanta parte del linguaggio comune deriva dal freddo impasto fra modi di dire mutuati dalle lingue straniere e dalla pubblicità commerciale e la banalissima vita quotidiana nella quale si risparmia ogni fatica del linguaggio per arrivare ad argomentazioni efficaci e rapide. Il problema del Belpaese è che la civiltà che lo anima è, per così dire, invisibile. Si fa presto a suonare l’inno (ma nessuno si ricorda più che in tempi non sospetti ebbe luogo un dibattito politico  sull’opportunità di cambiarlo) ma una civiltà non è solo questo ma l’insieme di ragioni che spingono esseri umani molti diversi fra loro a fare gruppo, a star assieme, a riconoscersi in valori e in simboli, a darsi regole, riti, vita politica. Ebbene neanche il mito garibaldino sembra in grado di mettere assieme gli italiani, figurarsi gli altri. Il Belpaese ha avuto una storia recente dove il passato monarchico e fascista è strato abiurato e rinnegato per cause di forza maggiore e la Repubblica è stata storia di partiti e gruppi diversi ed eterogenei, divisi su tutto ciò che era comune identità e valori a cui guardare per pensare lo sviluppo dello “stivale”. L’unico ente che si occupa -quasi per caso- di ragionare in termini di "identità e nazione", al quale si guarda con fastidio da parte delle “classi dirigenti” perché concepita come costo e come problema perché limita affari lucrosi nel settore,  è la scuola italiana dalla materna al liceo. Oltre la scuola e ciò che essa riesce a legare c’è una cultura commerciale da grande magazzino, da rivista patinata di moda, da volantino del discount, da televendita che guarda con fastidio alla dimensione nazionale, alla storia e alla vita. Quindi non gli spettri di comunismi e fascismi morti, stramorti e sepolti ma il tritatutto della società dei consumi, aggravata qui nel Belpaese dalla difficoltà dei ceti sociali che vivono di politica di concepire l’esistenza di un “problema italiano”, di una comune identità che si proietti oltre il qui e ora degli slogan della politica e della banale e ordinaria cialtroneria culturale delle campagne elettorali. In quali simboli dovrebbero riconoscersi tutti gli appartenenti al Belpaese, in quelli più o meno politici magari legati al remoto passato?, in quelli banalmente commerciali come se il Belpaese fosse una somma di loghi per vendere merce magari soltanto assemblata e confezionata in Italia? In quelli religiosi  e cattolici con buona pace delle masse d’immigrati e di connazionali che cristiani non sono? In quelli logorati da decenni di vuota e roboante retorica patriottarda. Inoltre chi scrive non ha fiducia nella dimensione unificante della nazionale di calcio perché nei campionati e nelle sfide sportive fra nazioni non sempre si vince e un simbolo unitario non può essere una variabile calcistica, inoltre milioni d’italiani praticano o sono amatori degli sport minori e la centralità del calcio sembra fatta più per divedere gli italiani che non per unirli. Una dimensione di civiltà del Belpaese forse dovrà far a meno di fattori unificanti, probabilmente si dovrà sfidare la logica comune e il buonsenso e concepire per gli anni a venire una civiltà senza un suo centro, senza quei due o tre elementi unificanti forti che di solito aggregano le popolazioni delle altre nazioni. L’Italia che sarà può essere costruita solo proiettandola nel futuro e con la rinunzia preventiva a fare di domestiche glorie e remote reliquie di miti perduti le  basi di una civiltà che oggi non è. Sarà solo ciò che potrà essere se verrà costruita pezzo per pezzo.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 8/5/2009 alle 21.58 nella rubrica Diario.

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