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Civiltà italiana e la fuga del presente

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana e fuga dal presente

E’ una novità assoluta, questa terza rivoluzione industriale che si fonda su internet, sulla potenza dei computer, sull’integrazione fra virtuale e reale, sulla robotizzazione del lavoro e sulla globalizzazione del commercio e della forza lavoro da un lato è entrata in crisi e dall’altro ha trasformato nel giro di due decenni talmente in profondità la società umana del Belpaese da rendere il suo recente passato un trapassato lontano nel tempo e sbiadito nei ricordi. A questo punto se si fosse formata una civiltà italiana in questi sei lunghi decenni di Repubblica si sarebbero mosse forze morali o intellettuali per decifrare il presente, e per forze non intendo le minoranze virtuose o virtuali o le adunanze di  pochi privati, ma forze sociali, politiche, morali in grado di pensare il futuro, di porsi delle domande, di operare attivamente nella quotidianità e nel dibattito politico.

Ma allora c’è da chiedersi dov’è la civiltà italiana, dove sono le sue forze, i suoi uomini, le sue donne. Non basta una lingua comune maturata e sviluppata dalla televisione commerciale e dai modi di dire della pubblicità, o l’ostentazione interessata al turista distratto e annoiato delle nostre cattedrali o delle chiese, o dei ruderi di un tempio pagano, o di un castello medioevale, o di un borgo antico, o i riti pubblici con le adunanze di uomini in abiti solenni con le donne al seguito, le sfilate dei militari, le dichiarazioni retoriche vuote e roboanti della grande politica. La civiltà deve essere in grado di reggersi sulle sue gambe, per propria forza, per propria natura, avere i suoi modelli e non replicare più o meno banalmente i format degli spettacoli d’intrattenimento televisivi importati dai paesi stranieri, deve sapere chi è e come è. Non vivere alla giornata, sperando nel miracolo. Una civiltà compiuta e degna può offrire allo straniero che viene qui da terre lontane un modello di vita e di costume a cui appartenere, una nuova identità morale e civile di cui esser parte, al limite una nuova vita e non un patetico vivere accostato ad altri in una terra straniera popolata da genti diverse. Oggi le diverse genti d’Italia cercano di non pensare al loro futuro, non riescono ad andare oltre il quotidiano vivere come persone singole, i valori che un tempo qualificavano le genti del Belpaese si sono corrotti, sono morti, si sono dissolti. Un mondo umano si precipita però in avanti, va verso modelli di conoscenza e di trasformazione dei saperi impensabili, la stessa rete internet sta modificando la comunicazione in profondità, l’intelligenza artificiale e l’integrazione fra l’essere umano e i supporti informatici velocizzano una trasformazione che sta per prima cosa disgregando il passato remoto e che in prospettiva costruirà il futuro. Proprio per pensare il futuro delle genti della penisola occorre ragionare nei termini di ricostruzione o nuova fondazione della civiltà italiana, non potrà avvenire domani e forse neanche dopodomani ma la questione deve essere posta ora. Niente è immortale sul pianeta azzurro né gli Dei, né gli Eroi, né gli Stati, e neppure le Civiltà possono sperare nella vita eterna. Morire e risorgere può essere una decente soluzione al problema. Ma costruire la resurrezione di una civiltà è forse la più estrema delle imprese, forse la più incosciente e temeraria,al limite perfino assurda. A suo modo una cosa da italiani.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 6/5/2009 alle 0.39 nella rubrica Diario.

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