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Quarta nota dal fu regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

Quarta nota dal fu regno di Francia

La Francia con la sua alta opinione di sé e con la presenza dello Stato in quella particolare promozione della propria nazione che è riassunta nel concetto di civilizzazione francese pone ai viaggiatori del Belpaese qualche interrogatico.

Quale politica internazionale per il Belpaese in tempi di grande crisi?

Come chiamare alcuni esiti dell’Italia come realtà unitaria? Forse si può usare il termine civilizzazione?

Una civiltà con uno Stato inconsapevole della sua stessa realtà, con un popolamento incapace di pensare di reggersi sulle sue gambe che ha bisogno tutti i giorni di oltre cento basi NATO, basi straniere. Ma si è mai vista una civiltà italiana?

Anche Giorgio Gaber nella sua canzone “Io non mi sento italiano” era quasi forzato a parlar di Rinascimento per dare un poco di lustro al Belpaese e trarre qualche motivo d’orgoglio che non fosse la vittoria occasionale della partita di calcio. Quante volte del resto si sente qualche discorso fuoriluogo su Mussolini o su fatti del trapassato remoto nel momento in cui si cercano le ragioni di una comune identità. Il Rinascimento è stato però qualcosa che si è espresso in forme e modi diversi nelle diverse regioni della Penisola, quindi un fenomeno non nazionale. Occorre ancora una volta per l’Italia concepire quello che non è èpossibile altrove e in specie presso i “cugini” d’oltralpe ossia una civiltà senza una sua centralità, senza la forza di uno Stato unificante e minimo comune denominatore delle diversità. Per certi aspetti l’immigrazione selvaggia di questi anni ha fatto sì che sull’onda di una certa diffidenza e paura per i propri beni e i propri privilegi molti abitanti del Belpaese si siano posti il problema di chi sono rispetto agli altri. Non è un fenomeno nuovo: i nostri emigranti in terra straniera si scoprirono di avere una nazionalità, questo avvenne anche in occasione della Prima Guerra Mondiale quando l’appartenenza ad un Regno e a uno Stato si concretizzò drammaticamente. La Prima e la Seconda Repubblica hanno sempre preferito ad una comune identità le molte identità particolari di partito, di gruppo, di comitato d’affari, di casta (…). Oggi questo problema dell’identità è aggravato dalla crisi, dalla presenza delle comunità altre sul nostro territorio, dalla televisione-spazzatura che riempie le teste dei molti di luoghi comuni e di soluzioni semplicistiche o demagogiche. Non basterà scatenare i bassi istinti e il chiacchericcio rissoso dei politicanti e dei giornalisti, il nodo di chi siamo qui e ora è determinante per capire quale potrà essere il futuro del Belpaese e delle sue disperse genti. Temo che la Democrazia, quella poca che abbiamo avuta finora, risulterà essere l’ennesima occasione sprecata per mettere assieme le diversità italiane sulla base di un decente livello di civiltà.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 5/2/2009 alle 0.58 nella rubrica Diario.

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