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IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (2)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 2

-D-. Certo, è vero.

R.- Questo, Iacopo vuol dire che la mente umana, il cervello, è in grado di fare queste cose; alcuni lo coltivano, alcuni se ne fregano. Noi in Italia abbiamo il vizio di fare grandi conferenze. Lo sai perché? Perché dopo le conferenze ci sono le grandi cene o le grandi mangiate. Io ho fatto due conferenze sportive qui al polo di Sesto Fiorentino. La cosa più bella, quando vedevi tutti era quando c’era il buffet. Tutti lì con queste tartine, anche personaggi importanti. Quando parlano di sport, ad esempio potrebbero pensare di agevolare le palestre dove lo pratichi invece di tassarle. Questa ragazza, di cui ti ho detto prima, che fa ginnastica che ha portato tre medaglie ai mondiali deve andare a Trieste, ha cambiato città per continuare ad allenarsi. Purtroppo i politici locali e nazionali non hanno sensibilità nei confronti dell’attività sportiva e delle difficoltà che incontrano gli sport minori e le palestre. Prestano troppa attenzione a quelle attività sportive di massa che coinvolgono centinaia di migliaia di persone e generano grandi flussi di quattrini in entrata e in uscita. In breve sono sensibili al potere del denaro e alle possibili ricadute elettorali delle loro scelte politiche. Gli sport minori anche quando riportano dei successi olimpici o internazionali vengono trascurati, questo è anche il caso del judo.

D-. Certo,Quel successo italiano.

R.- Quei signori che lavoravano al CONI prendono lauti stipendi potrebbero fare un bilancio un po’ diverso, e quando un ragazzo, o una ragazza, prende le medaglie olimpiche dargli la possibilità di fare sport. Noi questo non lo facciamo.

Allora cosa succede?

Succede che facciamo queste conferenze, alla fine risulta che è venuto bene tutto. E’ stata fatta anche una conferenza sull’antidoping, a noi ci hanno chiesto l’antidoping e l’abbiamo fatto e poi non si è visto più nessuno. Tu capisci! Il signor De Magistris, che ha dieci o quindici anni di nazionale, ed è stato per dieci anni il miglior pallanuotista del mondo, se dico del mondo è così perché ce l’invidiavano tutti, s’incavolò quando montò in cattedra. Disse quello in modo più brutto, quello che dico io:”Voi parlate di sport, solo quando c’è da mangiare e da far delle chiacchere. Ma voi avete parenti, cugini, figli, mogli, parenti e nessuno di questi fa sport, ma come mai?”.

E’ questo il problema che bisognerebbe cambiare completamente, è una cultura diversa. Guarda! La cultura non la fai solo a scuola. Per esempio un americano che ha fatto judo con me si chiamava Piccinelli -dimmi che americano era- era del Texas di San Antonio e mi diceva: in America si comincia in età giovane e se uno non ha voglia di fare sport viene incluso come materia affiliata, se non fa niente bisogna che sia ottimo nelle altre materie se no non chiudono neanche un occhio.

Allora vanno nei college, vanno nelle palestre e nelle piscine e fanno lo sport che gli piace. Quelle due ore di movimento le fanno, perché se io ho sette in matematica ma non faccio niente, niente di sport, quando si arriva a fare una valutazione, si dice questo in matematica va bene ma come uomo che cosa è? Non sale le scale. E’ questa la filosofia, non posso dire neanche se sia giusto o sbagliato; però è diritto e obbligo di genitore e di giovane di prepararsi a un domani.

E’ vero o non è vero.

-D-. Perché qui siamo così carenti?

R.- Perché siamo ignoranti, non abbiamo il pallino di esser curiosi, di imparare…

D-. E’ una questione di umiltà

R.- No, è una questione d’ignoranza. Nel senso buono.

D-. Ivo volevi aggiungere altro a questo pensiero.

R.- Sì, volevo dire, quando si giudica questo sport, quando lo si osserva o lo si alimenta assieme è uno sport che trascina dietro una matassa, nel senso buono del termine, una matassa di tratti culturali che noi non conosciamo.

D-. Forse non conosciamo fino in fondo.

R.- Il giapponese che dipinge, non ha lo stile del francese, del fiammingo, dell’italiano, dello spagnolo; esprime un’arte tutta sua. Anche nella sua musica è così diverso da noi quando deve esprimere dei sentimenti.

D-. Quando non fa riferimento agli strumenti o alla tradizione “occidentale”.

R.- Loro esprimono il loro d’animo, la musica dovrebbe essere universale per tutti.

D-. Esprimono il loro stato d’animo in maniera diversa, è qusto quello che vuoi dire?

R.- Quando si pratica uno sport, bisogna insegnare e far capire anche questa questione della cultura

D-. Questo ci rimanda al problema dell’essere maestro in questo sport, che è centrale nei nostri discorsi.

R.- Una cosa collaterale al judo sta entrando nel rugby, non in Europa dove c’è già, ma in Italia. Il rugby è nato per una dimostrazione di cavalleria e gentilezza proprio per la virilità che ha; però c’è il rispetto delle regole.

D-. Certo, anch’io l’ho fatto, è così

R.- Tu sai cosa voglio dire

D-. Nel rugby, sì

R.- Però ci sono delle persone che fanno a cazzotti, si picchiano, fanno a botte, perché non entrano nello spirito del rugby. I neozelandesi è difficile che facciano a botte, più facile lo facciano i francesi. Perché è nato lì, nel mondo anglosassone. In questo sport qui il judo, devono imparare la storia, la cultura.

Poi c’è una cosa, non bisogna mai pensare che questa competizione, anche se è uno sport olimpionico e vi sia uno scontro da cui esce un vincitore e un vinto. E’ una cultura del proprio corpo e della propria mente. Quando uno fa due ore di tappeto con una o più persone mette alla prova il proprio corpo, la propria mente e … come si dice?

D-. Indole?

R.- No; le proprie reazioni, la velocità delle reazioni, la fantasia, il buonsenso. Per tirare, per imbastire un colpo, per battere l’avversario ci vuole creatività che nasce in pochi secondi. Ecco la bellezza di questo sport, in più nel fare questo non si può usare solo un arto, una mano, un piede come fa il pugilato o il calcio, qui va usato tutto il corpo. Se non funziona tutto il corpo non c’è tecnica, non si proietta, non c’è atterramento. Tu su questo devi far una riflessione. Io in palestra oggi ho rammentato, l’hai visto, il muoversi come fanno certi balletti russi o il teatro NO giapponese. L’ha fatto “Dio Bono” Luca Ronconi con” l‘Orlando Furioso” del 1968.

D-. Il movimento elegante, è questo che vuoi dire?

R.- Questa cosa me l’ha detta un direttore del Comunale, il sistema del teatro NO, e quello di certi balletti russi dove le immagini degli attori passano senza vedere le articolazioni delle gambe, sono le forme dei pensieri che uno immagina nel dormiveglia. Lì vedi il volto che recita.

Non si vede tutta l’azione, è questo il concetto.

Pubblicato il 3/1/2009 alle 22.26 nella rubrica Diario.

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