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LA PAURA DEL FUTURO

Qualche giorno fa mi sono messo a riflettere sul fatto che il nostro cinema rispetto a quello Giapponese o Statunitense ha una clamorosa povertà di titoli fantascientifici, fatte salve le opere farsesche come "Totò sulla Luna". Il cinema italiano è uno specchio deforme di ciò che è questa cosa detta popolo italiano, fa cose magari straordinarie, ma tutte ripiegate sulle antiche e domestiche glorie, sul passato, o sulle proprie nevrosi, sui propri piagnistei. Manca una seria proiezione, magari anche presuntuosa e a tratti ridicola, verso il futuro, verso la fantascienza. Questo a mio avviso rivela un lato poco piacevole delle genti della penisola che è il ripiegamento su se stessi, la fuga verso il passato per una sorta di ancestrale terrore del futuro.
Non è neanche un amare questo presente, è semplicemente la paura del futuro, è l'assenza di un rapporto, magari critico e conflittuale, con gli sviluppi della scienza e della tecnologia, con una prospettiva nella quale si vede se stessi proiettati in un mondo altro spostato in avanti nel tempo. Personalmente darei via un paio di film di Fellini per una dozzina di film di serie B giapponesi degli anni sessanta con i mostri di gomma e le astronavi  o per un paio di serie animate di successo degli anni settanta. Questo perchè l'arte del maestro finisce ripiegata su se stessa a tormentare i sogni di un pugno di critici e interpreti mentre quelle trovate si rivelano fertili in quanto una volta opportunamente amministrate e ripensate producono una serie di prodotti come giocattoli, videogiochi, cartoni animati, ossia lavoro, influenza culturale e quattrini. Infine quella fantascienza di serie B racconta qualcosa che rappresenta un futuro, certamente falso e immaginario, ma un futuro. Comprendere il proprio passato per capirsi bene è importante ma costringersi a piegarsi continuamente su di esso è una cosa autolesionista, da Fantozzi. La politica italiana in questo suo essere piegata sul passato è simile alle genti che rappresenta e al nostro cinema. La tracimazione del dibattito politico nella meschinità del presente e la relativa  fuga nel passato è anche un guardare con terrore a un possibile domani, dove quello che è stato creato dovrà rivelare ciò che è stato e dove sta andando. Ossia svelare un punto nello spazio e nel tempo dove non è più possibile portare maschere, trucchi, travestimenti, dove ciò che si è finirà rivelato per la naturale forza delle trasformazioni del mondo umano. Del resto coloro che fanno politica hanno con la storia un rapporto strumentale finalizzato alla raccolta del consenso durante le elezioni o a costruire una polemica su un passato remoto per finalità di propaganda o peggio. Il passato non morde, i poteri defunti da decenni o da secoli non operano nel presente e non possono vendicarsi dei torti, i morti non si levano dalla tomba per chiedere conto ai vivi di quanto si attribuisce loro; quindi perchè esitare: sia polemica. Tanto che costa!
Come sostenevano gli antichi: Chi fugge non può reclamare il potere e la gloria. Quando finirà la fuga delle genti del Belpaese dalla realtà e da una decente immagine del proprio futuro? Dovremmo forse arrivare a un anno zero dove resterà solo la nuda terra? Si può scappare per sempre?
Un giorno mi sveglierò e questa presente condizione scellerata, imbelle, vile e dissoluta sarà solo una macchia nera su una storia ben più grande di lei.

IANA per FuturoIeri

Pubblicato il 21/9/2008 alle 22.12 nella rubrica Diario.

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