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LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 3

 

Quando scrivo qualcosa riciclando questo titolo di solito mi prende il dubbio che forse in fin dei conti sarebbe un bene avvicinarsi agli ideali eroici del remoto passato. Recuperare quella capacità d’illudersi intorno alla possibilità dell’essere umano di aspirare a qualcosa di alto, nobile, solenne che sia parte della vita. Mi rendo conto che un tale convincimento suona simile ad una follia. La civiltà industriale ha liquidato le precedenti civiltà pre-industriali e ha posto fine anche alla possibilità di avvicinarsi alle idealità e ai miti che esprimevano. I miti odierni non sono il frutto di gesta e le imprese, di personaggi, dame, principesse, cavalieri, eroi, condottieri che poi la fantasia popolare, gli scritti di poeti e narratori hanno trasformato in qualcosa di grande, leggendario, assoluto. Qui colui che racconta è colui che inventa l’eroe e la sua leggenda, qualche volta l’intero mondo dove si svolge il racconto. I miti che vengono presentati sono sostanzialmente dei prodotti commerciali, le immagini, le storie, le musiche e i film o gli anime sono tutelati dai diritti di copyright, e chi li crea sono, solitamente, degli staff in stretta collaborazione con dei produttori. Questi produttori sono qualche volta delle grandi società per azioni in grado di muovere centinaia di milioni di euro fra produzione, indotto, pubblicità. Pensi il gentile lettore solo alla serie di film-mito di Guerre Stellari. E’ evidente che quello che viene visto e udito è una palese invenzione. Eppure i miti proposti da questa civiltà industriale arrivata alla sua terza fase (robotizzazione della produzione, informatica, internet, globalizzazione) sono di questa natura: dei beni commerciali. Forse in questa piccola considerazione c’è la vera natura della rivoluzione industriale, il suo essere dirompente e il suo costruire un mondo neanche tutto umano che è il proprio, nel quale l’energia creatrice è data dal potere del denaro, e ovviamente con la stessa forza può creare miti, illusioni, speranze. I rapporti fra umani divengono rapporti fra cose, fra beni e questo vale anche per la fantasia e l’immaginazione, per le speranze e le aspirazioni a una vita migliore. Il mezzo della comunicazione è anche la comunicazione stessa, l’esempio nobile, morale, alto se è veicolato come prodotto commerciale può avere un valore di per sé, ma esso è parte integrante del suo essere merce. Quindi quando la merce si carica di una potenza immateriale evocando l’amore, la natura, la libertà, la giustizia, il benessere sconfina volutamente in un terreno che è psicologico, entra in una dimensione di creazione del bisogno di quella cosa, il prodotto commerciale colonizza l’immaginazione di tutti, è sempre presente nel quotidiano e si lega alle profonde aspirazioni dell’essere umano. Per questo sarebbe opportuno ripensare le regole sui diritti d’autore e mettere in discussione il modo con cui vengono pensati e i metodi con i quali vengono fatti valere. Purtroppo non vedo un vero dibattito che parta dai bisogni dell’umano per ragionare sul problema dei diritti d’autore e della mercificazione dell’immaginazione e delle speranze. Qualcosa di funesto è presente in questa situazione, è come se l’uomo non fosse più il fine di se stesso ma quella variabile pazza che dà senso al denaro e al moltiplicarsi di esso, come se questa società e la sua cultura non si adattassero più a tutti gli aspetti della vita umana ma solo a quelli che consentono di moltiplicare la ricchezza dei pochi.

Ma questo sistema è davvero così immortale come vuol farci credere o è pure lui una creazione umana? Se è una creazione umana un giorno è stato creato e un giorno finirà d’essere.

IANA per Futuroieri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri

Pubblicato il 25/8/2008 alle 2.10 nella rubrica Diario.

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