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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


26 agosto 2016

Una ricetta precaria N.18

Ricetta precaria

Siamo a 18, due volte nove

Il passato porta con se ricordi anche ridicoli, se non fossero cose della mia vita perfino patetici. Mi ricordo di un momento della mia vita quando ero sospeso fra essere in tesi e la specializzazione per l'insegnamento. Capitava molto spesso di andare a giro in giacca. Senza la cravatta il farfallino, ma comunque in giacca. Il caso aveva voluto che fosse nelle mie disponibilità una scelta di giacche. Frutto questo anche di una donazione di uno zio che non se ne faceva di nulla per cambio taglia, se non ricordo male. Di solito nei film succede sempre qualcosa diavventuroso o erotico. Nel mio caso c'era un effetto calamita da parte dei mendicati di ogni specie.
Evidentemente individuavano in un tipo con la giacca qualcuno che doveva aver qualche spicciolo da donare. Era un continuo tampinarmi e infastidirmi per chiedere l'elemosina. Una volta fuori dal cancello della facoltà di Lettere uno dei soliti ambulanti con la pelle color cioccolato ha insistito così tanto sul fatto che aveva fame e dovevo dargli qualcosa per mangiare che gli ho donato il mio panino. Dall'espressione che ha fatto voleva preferibilmente qualche moneta, prese comunque il pane e andò via.

Quel periodo passò e notata la cosa un po' fastidiosa in molte occasioni evitai di andar a giro in giacca, non mi salvò questo dall'assistere alla virulenta scena quotidiana della mendicità ma era, per così dire, un vestire meno appariscente. Questo episodio mi riporta alla mente un mio vecchio espediente per non buttar via il pane. Il concetto dell'arrangiarsi in cucina con il pane mi portò a creare certe combinazioni che facevo con il pane vecchio, il pomodoro, il basilico, sale, pepe e quel che capitava. Per quel che capitava intendo: cipolla, avanzi di salsiccia, aglio, erba cipollina, qualche uliva rimasta in frigo. L'idea è questa: usare il pomodoro liquido e il pane vecchio. Faccio a pezzi il pane vecchio e lo metto assieme al pomodoro in una padella. Aggiungo un cucchiaio d'olio e faccio cuocere a fuoco lento. Poi metto gli avanzi e il basilico in modo da insaporire il composto. Per dare un senso alla cosa sale e pepe quanto basta. Aspetto che il pane si riduca a una specie di massa informe. Occorre assaggiare più volte il composto per assicurarsi che non si bruci o diventi pessimo. Quando siete sicuri della cosa buttate tutto su un piatto e mangiate. Se c'è bere vino rosso. Se è venuta male la cosa vi consolerete con il vino.

E così avrete risolto.




25 agosto 2016

Una ricetta precaria N.17

Ricetta precaria

Siamo a 17, numero primo

Il passato alle volte ritorna a tradimento, specie quando si sta in ozio, quando si hanno quei momenti della vita ove si scopre di aspettare qualcosa o di non aver nulla da fare o peggio di non voler far nulla. Così capita che con la calura estiva ritornino ricordi anche fastidiosi, ricordi lontani. Esperienze che mettono a nudo l'inesperienza di anni passati o peggio l'ingenuità. Curioso. Il proprio passato fa parte di noi stessi e è un fardello costitutivo della propria identità personale. Certo che il passato che ritorna è pieno di dettagli spiacevoli, di cose che danno fastidio a esser rammentate, di difficoltà improvvise, di disgrazie, di cose che era meglio se non capitavano. Mi ricordo di un periodo di disoccupazione subito dopo la laurea e la specializzazione. Si tratta di un ricordo di almeno dodici anni fa. Mi trovavo con poco denaro e sul momento non avevo la possibilità di trovare delle supplenze per via del punteggio basso in graduatoria. Avevo fatto una supplenza ma proprio sotto Natale era cessata e mi ritrovavo a spasso senza un lavoro. Erano le difficoltà normali nel Belpaese di chi non ha protettori o raccomandazioni serie e deve per così dire far fronte a questo genere di cose, mi trovavo in quel periodo davvero a contare i soldi. Inaspettatamente mi venne in soccorso un caro amico che doveva lasciare un lavoro presso un'associazione per entrare nel pubblico impiego. Si trattava di una cosa temporanea ma sarebbe servita per guadagnare qualche soldo sotto Natale e tirare avanti. Mi presentò al direttore del progetto e lavorai per un mese per loro. Si trattava di compilare delle schede per una celebrazione importante e di far un lavoro di segreteria. Mi ricordo che mi portavo il panino da casa. Si trattava di mettere assieme due o tre fette di pane da toast. Di solito lo farcivo con maionese, cetriolini e cipolline sottoaceto, insalata, pomodoro e anche una sottiletta di formaggio. Qualche volta aggiungevo un pizzico di sale o un wurstel tagliato a pezzi. Si trattava d una ricetta un po' d'emergenza, un tipico mettere di tutto. Eppure era una combinazione piuttosto riuscita perché mi faceva da pasto di mezzogiorno. Il panino incartato aveva quasi sempre la caratteristica di restare unto, era fatale e allora talvolta l'avvolgevo nella carta stagnola. Certo a ripensarci oggi era un segno di gioventù il trovare un lavoro di ripiego e l'arrangiarsi con un panino e una lattina. Un altro ricordo legato al tramezzino è quello di un bar dalle parti di Pietrasanta. Allora ero tutor e lavoravo per La scuola Edile Lucchese, fu il mio primo lavoro nel settore dell'insegnamento. Ero contento di aver trovato un lavoro nel settore dell'insegnamento, benchè non fosse quello il percorso verso il quale mi stavo specializzando. Mi ricordo di un tramezzino buonissimo preso in un Bar durante una pausa di quel lavoro. Mi ricordo che era bianco, talmente bianco che sembrava di mollica e basta. Con maionese, l'uovo sodo e l'insalata nella farcitura mi fece per un istante dimenticare le difficoltà di quel lavoro, gli allievi, la scuola, il direttore, gli studi e le mie inquietudini sul futuro. Fu circa quindici anni fa. Alle volte un sandwich o tramezzino può portare la testa indietro nel tempo, e allora basta un panino e ricordi cose che sembravano sparite. Ritornano volti, fatti, circostanze; il tempo si riavvolge come in un sogno e come il sogno appare confuso, fumoso, prossimo all'oblio.




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi



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