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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale catastrofe possibile?

Paolo Fantuzzi: Quindi stanotte ho scoperto che chi ragiona di fine del mondo, in vario modo, ha una sorta di complesso dell’amante tradito, è un risentito contro il destino cinico e baro. Tuttavia ancora non si è detto che esistono dei rapporti di forza che impediscono la vittoria del buonsenso, dello spirito di sopravvivenza della razza umana. Qui in questa terra la gente che pensa e ragiona è poca e dispersa; non ci sono le forze per contrastare speculatori, politici corrotti, faccendieri, delinquenti di varia natura. Ne fermano uno e novantanove prendono il posto del fesso che è stato beccato. Dietro questa degenerazione crescente del clima, dell’ambiente, delle risorse planetarie e delle società umane storicamente fondate ci sono le grandi concentrazioni finanziarie, ossia quel piccolo numero di ricchissimi che non solo controllano i capitali ma addirittura creano il denaro attraverso le banche centrali. Chi può fermarli fra coloro che sono gente normale, gente che la mattina va  a lavorare e ha famiglia e anche problemi quotidiani.

Franco:  In effetti è difficile. Supereroi non se ne vedono, se è questo quel che vuoi dire. Tuttavia io considero questo: l’essere umano è al vertice della catena alimentare su questo pianeta, non ha rivali reali in altre specie e la sua evoluzione è un caso del tutto singolare. Praticamente si tratta di qualcosa di unico sul pianeta azzurro. Questo fatto di essere una specie che è stato spinto in cima al vertice delle specie viventi da circostanze ad oggi non chiare lo ha posto anche nella condizione di sviluppare tecnologia e  scienza e  di trasformare l’ambiente che ha attorno a sé. Se non modifica qualcosa, se non si procura riparo, utensili, vestiario, beni di vario tipo e molte altre cose l’essere umano a differenza di altri animali muore in natura, o tende a morire. Quindi la capacità trasformativa del reale è una specifica dell’essere umano. Questa caratteristica unica è anche la possibilità di risolvere la questione della crisi delle risorse planetarie e di questo sistema di produzione, sviluppo, redistribuzione delle ricchezze. Ossia la caratteristica di produrre tecnologie, saperi e scienza potrebbe determinare la soluzione.

Vincenzo Pisani: Scusa ma al contrario può determinare esattamente l’opposto. Questa capacità trasformativa come la chiami tu può creare le condizioni per un disastro. Un numero enorme di specie viventi si sono estinte su questo pianeta nel corso delle diverse ere geologiche, siamo come specie a rischio. Una nuova guerra mondiale o un collasso delle risorse e del sistema potrebbero determinare un tracollo nel numero degli esseri umani presenti sul pianeta. Non c’è bisogno d’aspettare il classico meteorite che cade sulla testa dei popoli e fa effetto tipo grande sterminio dei dinosauri. Basta l’idiozia umana a spazzar via tutto e tutti. Inoltre come non veder che quest’attesa dell’apocalisse è una sorta di millenarismo, di fuga della mente in un ben strano misticismo che vuole il bene posto in un futuro lontano e il presente destinato alla dannazione  e alla più aspra delle distruzioni. Questa è anche una comoda messa fra parentesi della realtà, una facile via per ignorare il quotidiano. Poi lo voglio dire e so che il mio amico il professore è d’accordo con me:  l’attesa della fine del mondo è una consolante possibilità perché quando le cose vanno male nella vita essa diventa l’idea che dall’esterno qualcosa riporta il contatore a zero. Tutti i pezzi del Risiko o del Monopoli tornano nella scatola, e a quel punto non ci sono più giocatori che hanno vinto o perso. Il gioco riparte, il punteggio è zero, le carte e i pezzi  tornano sul tavolo e i dadi sono pronti per la prossima partita.

Gaetano Linneo: Queste parole sono veritiere e mi pare  ovvio che l’ispiratore sia il nostro comune amico. Tuttavia occorre distinguere. Alcune specie animali sono, per dirla alla buona, specializzate e non possono vivere fuori da determinate condizioni ambientali, altre no. Quando nel mondo umano arrivano le grandi tragedie, i grandi cataclismi, o i grandi conflitti avvengono le trasformazioni del modo di vivere e di stare al mondo è ovvio che alcuni siano travolti e distrutti e altri no. L’uomo però non mi pare poi così flessibile, così pronto a usare la tecnologia e  la scienza per salvarsi. Forse è quest’umano di oggi il problema in quanto appare dove ignorante e povero risulta inadatto ai tempi nuovi e dove ricco, formato e istruito egli risulta spesso settario, carrierista e avido. Un essere umano maschio o femmina che sia di tipo ideale mi pare lontano da questi anni e da questo presente. Forse chissà arriverà, ma ad oggi non si vede nemmeno l’ombra di quest’uomo nuovo. Quindi occorre fare con quel che c’è a disposizione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora su quanto ho detto. Mi scuso, ma adesso mi è venuta in mente una cosa. Perché chi esercita il potere vero sulla finanza e sulla banca dovrebbe preoccuparsi se la maggior parte degli esseri umani è destinata a crepare. Se questi potentissimi sono in relazione con interessi autoreferenziale ed egoistici perchè il sistema che li vede ai vertici dovrebbe porsi il problema di masse di disgraziati e di poveracci che magari vivono ai margini delle grandi città o nelle periferie del sistema economico-industriale. Non ne hanno motivo. A cascata sulla piramide sociale nessuno dei livelli dirigenti  si preoccupa di come stanno quelli sotto. O sono utili sul piano commerciale e produttivo oppure sono un problema. Il sistema non è umano, il sistema è meccanico; è come il funzionamento di un meccanismo complesso fatto da miliardi di pezzi grandi e piccoli, non ha buonsenso e non ha morale o ragione. Produce, crea denaro, dilata la civiltà industriale; non  chiediamo ad esso un senso ultimo o un disegno etico.

Gaetano Linneo: Questi nostri discorsi sono complicati, richiedono un luogo che non è questo ponte e questa strada. Tuttavia voglio dire questo in natura esiste una cosa che si chiama resilienza, nel caso delle comunità umane è la capacità di sopravvivere come organismo sociale davanti a guerre, catastrofi, conflitti civili. Oggi a mio avviso questa capacità di reggere l’urto di condizioni avverse è drammaticamente diminuito. La complicazione della vita sociale, i legami di dipendenza con tecnologie che dipendono da fonti energetiche, l’evoluzione continua della civiltà industriale, le masse di emarginati, sottopagati e di devianti aiutano gli elementi che possono disgregare il sistema sociale. Quando l’evento traumatico supera le barriere che il potere tecnologico e sociale può costruire attorno ad esse c’è da credere imminente il collasso e la morte  del sistema sociale stesso. Questo evento in natura talvolta è chiamato estinzione.

Clara Agazzi: Questi discorsi astratti son inquietanti  ma veri. Vi ricordo che tutti noi siamo dentro questo mondo decadente e ci siamo da vivi.  Siamo qui e ora con lavoro, affetti, relazioni; quanto detto ci riguarda.




12 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale paese modello alternativo?

Clara Agazzi: Questa idea che della gente normale, perbene debba aspettare la catastrofe per costruire qualcosa di diverso è sinistra e un po’ folle. Insomma è mai possibile che dal bianco si debba passare al nero e dal blu al rosso senza sfumature di sorta, senza un ragionevole percorso di riforma! Non ci sono forse più uomini, donne, giovani in questa penisola?

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero è meschino, ma è vero. Nel corso di una vita troppo spesso si comprende che alcune situazioni devono esser fatte esplodere, che certe contraddizioni e iniquità devono arrivare al punto di rottura e rompersi. Quante volte nella vita umana la mediazione risulta impossibile perché davanti alla persona perbene c’è un delinquente, una persona in malafede, un calunniatore dichiarato e patentato. Troppo spesso qui nella nostra patria la gente onesta subisce violenze piccole e grandi indecenti perchè priva dei mezzi per difendersi, spesso leggi e regolamenti diventano trappole per le vittime e salvacondotti per la feccia. Allora anche la persona perbene si rifugia in una stanza, in un angolo per le preghiere, in un silenzio rotto solo da qualche gesto, o dal votare il meno peggio quando capita.

Stefano Bocconi: Infatti oggi che il denaro è tutto e lo Stato è umiliato perché  sotto la pressione del Dio-denaro  non si sente arrivare alcun modello di vita alternativo. La decadenza e l’indecenza del modello di vita e sviluppo è sotto gli occhi di tutti ma non ci sono forze o grandi personalità in grado d’offrire alternative. Si sentono solo voci di riforma, pensieri belli, grida nel deserto. Ma nulla si muove davvero. Pensare la fine e l’apocalisse diventa non solo una ragionevole istanza esistenziale ma anche un calcolo, se si vuole una previsione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora da voi, ma sento che ragionate di decadenza, di fine. Cari. Carissimi, ma alzate gli occhi. Qui è il caso di migrare, di andarsene. Chi può si rifaccia una vita altrove. Ragionate su questo: se è impossibile a causa della decadenza e del malcostume riformare una popolazione e uno Stato allora la persona perbene, il lavoratore, l’uomo di buon talento deve andarsene. Deve privare i suoi rivali, i suoi diffamatori, i suoi nemici consapevoli o meno del frutto del suo lavoro, delle sue tasse, della sua ostinazione, della presenza fisica. Quando la decadenza arriva ai livelli nostrani il male di vivere inquina l’anima, rovina e deforma anche i migliori aspetti del carattere di una persona. Non sto parlando di un popolo metafisico o spirituale che risente tanto della decadenza, sto parlando delle difformi genti della penisola che tutto sono tranne che spirituali, anzi piuttosto l’opposto. Eppure qui avviene questa corruzione nel modo che vi ho detto. Credetemi amici. La fuga è l’ultimo dei trentasei stratagemmi, la fuga è lecita quando sono esauriti gli altri trentacinque.

Franco: E allora con questa perla di saggezza cinese possiamo dire che a oggi noi tutti siamo a un bivio o la strada della fuga o al contrario dalla muta attesa della fine. Una scelta che potrei definire una roba da braccio della morte, o il condannato scappa o verrà giustiziato. Non vi pare di esagerare un poco.

Stefano Bocconi: No. Purtroppo il Pisani ha detto il vero. La questione di cui si dibatte è altro. Si è fra noi discusso molto di cultura, consapevolezza, coscienza. Ma insomma. Ci rendiamo conto che per i quattro quinti degli abitanti della penisola questo modo di parlare è insensato. Come possono pochi, relativamente pochi intendo, imporre amasse di plebi elettorali e sfaccendati  un progetto di vita e di comunità umana alternativo. Non in qualche film di fantascienza ma qui e ora.

Paolo Fantuzzi: Una Massa simile di feccia impedisce qualsiasi progresso. Attendere la fine è un fatto ragionevole. Intanto ognuno tira a campare secondo la regola generale: ognun per sé, Dio contro tutti e tutti contro Dio.

Franco:  In effetti questa posizione è persuasiva, ma non è del tutto vera. Essa è egoistica, perché presume che la fine uccida gli altri ma risparmi colui che aspetta.  In un certo qual senso chi si lascia sedurre da questa posizione esprime un desiderio inconsapevole di veder rovinati e possibilmente distrutti in futuro i suoi simili. La fuga è altresì nel caso nostro espressione di valore  individuale,perfino  di libertà; ma anche di disprezzo per chi resta e per chi prova a far qualcosa. In fondo perché queste masse di scellerati e di umani ripugnanti dovrebbe muove un dito per venir incontro a chi li vorrebbe fatti a pezzi o lasciati lontano. Se si vuole liberare dall’ignoranza e dalle tenebre della ragione milioni d’inconsapevoli rincretiniti  occorre porsi in ascolto, capire. Farsi umili in un certo senso. Non si può pensare di domare masse informi urlando nel deserto o minacciandole con una spada di gomma. Occorre conoscersi bene e capire chi sono i nostri simili, e anche accettare che di solito è la dimensione locale, il piccolo e il quotidiano il mondo politico a cui guardano queste masse malconsigliate.

Vincenzo Pisani: Scusate tanto. Ma questi che hanno fatto per noi. Sono forse portatori di miracoli, di atti di generosità, di arte, di cultura, di civiltà. Chi sono i nostri simili. Esistono? Io non voglio vivere con addosso l’evidenza di esser concittadino di amorali faccendieri, delinquenti prestati alla politica, falsi accademici, finti politici e di milioni di umani senza cultura e formazione che vivono come capita. Io non sono questi qui e non voglio aver nulla in comune con essi, qui per forza di cose fosse anche solo per il fatto di condividere le stesse strade e le stesse piazze si finisce col diventare complici.  Se il Belpaese non riesce a ritrovare se stesso io non posso inventare dal nulla un paese alternativo e parallelo a questo. Cosa dovrei fare? Costruirmi una stanzetta e mettere lì tutte le cose belle e buone mentre il Belpaese si avvolge nella corruzione e nella follia. No! Amici questa non è la mia strada e voi lo sapete bene. Meglio andarsene, e non vedere, non sapere, fare altro.

Gaetano Linneo: Queste parole sono belle. Ma denunciano un sentimento da amante tradito, da melodramma. Certe cose si fanno a freddo e con metodo. Andare via esige  metodo, sapere, capacità. Restare ancora di più. Costruire un mondo diverso è costruire prima di tutto se stessi, nella mente, nelle aspettative, nella formazione, coscienza, cultura e perfino nel corpo fisico. Questa cosa è fatica.




8 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Qualew modello alternativo per la civiltà industriale?

Gaetano Linneo: Precisamente, tu parli della rete internet. Ottima cosa. Finora hai affermato che essa ha un ruolo positivo di divulgazione del sapere, di bacheca di nobili opinioni, di luogo dove ritrovare nozioni, critiche, informazioni e cose del genere. Da qui ricavi l’idea che esso sia un luogo metafisico ove possa generarsi una qualche forma d’opposizione, di trasformazione, di ripensamento generale della società. Ascolta: poniamo che la rete possa esser paragonata a un sistema lineare di tipo orizzontale che mette in comunicazione soggetti diversi e che crea gruppi, comunicazione e interscambio d’esperienze e molto altro ancora. Poniamo anche un punto zero nel quale tutti i soggetti partono allo stesso momento. Nello scorrere del tempo la rete perfettamente bidimensionale mostra un aumento di picchi, di piramidi, di figure tridimensionali. Il denaro e segnatamente il denaro del capitale investito sulla rete diventa la terza dimensione di questo sistema egualitario tridimensionale e realizza figure geometriche, rilievi, scanalature. L’elemento egualitario viene così a perdersi e sulla rete che s’allarga si forma un panorama che è quello dato dal successo o dall’insuccesso dei denari investiti da soggetti istituzionali o privati. L’esito di tutto questo è una rete plasmata da interessi concretissimi e materiali connessi con le realtà che oggi esercitano il potere in quanto potere oggi in atto. Ne ricavo da questa mia descrizione che è piuttosto insolito e improbabile  che uno strumento plasmato e riplasmato dall’elemento del capitale possa determinare la messa in crisi e la ridefinizione di esso. Perché la questione è tutta lì, cambiare l’essere umano è anche e prima di tutto oggi trasformare la società umana da società competitiva data da masse agitate di consumatori irragionevoli a società solidale di soggetti autenticamente liberi e razionali.

Clara Agazzi: Questo è vero. C’è l’orizzonte e c’è la montagna. Se si guarda l’orizzonte si può pensare a un mondo potenzialmente egualitario che mette in contatto gente diversa, ma poi la montagna ricorda la frammentazione degli interessi, il determinarsi di gruppi, il seguire passioni e far gruppo solo con i propri simili. 

Paolo Fantuzzi:  Non solo questo. Il far gruppo, il seguire solo alcune passioni si lega al distrarsi, al soddisfare i piaceri personali. C’è chi cerca l’ultimo modello di macchinina telecomandata e chi cerca fumetti pornografici nel grande mare della rete, e questo vale per mille categorie e anche più. Una massa di componenti l’umanità spappolata in milioni d’interessi cosa può mai seguire di buono e poi come metterla assieme se non con fatti spettacolari, con canzoni, con riti di massa per le masse altamente spettacolari e di puro divertimento.

Stefano Bocconi: Giusta osservazione. A questo aggiungo che senza un progetto, un metodo, un partito politico come possono dei singoli anche se fanno gruppo ottenere qualcosa? Come è possibile pensare che milioni di singoli che si contattano singolarmente siano in grado di fare opposizione, di far massa, di far davvero squadra. Un padrone con i suoi denari per via del salario vincola i suoi sottoposti. Ma una massa d’appetiti anarchici, di gruppi divisi, di privati in preda a risentimenti o a qualche curiosità a sfondo erotico come può organizzarsi. Nella rete ormai si cerca la famosa isola di Peter Pan. Cambiare la direzione di questa realtà? E come è possibile se non ci sono gli strumenti sociali e materiali!

Franco: Dunque. Carissimi. Voi dite che non c’è il mezzo, non ci sono gli uomini, non c’è il materiale. Tutto il reale costruito da questo modello di consumo e produzione deve percorrere la sua strada e va da sé esaurirsi. Magari finire in catastrofe epocale, perché questo è l’esito se nessuno fa nulla. Se al sistema del profitto a ogni costo s’oppongono solo eserciti di una sola persona dove ognuno parla per sé e parla solo dei suoi problemi potrà davvero accadere di tutto. Tuttavia vorrei distinguere fra coloro che cercano in rete gli Annunaki o i Supereroi e chi cerca di metter in piedi un discorso di studio, di ragionamento di condivisione. Esiste la ragionevole possibilità che dalla condivisione in rete possa nascere qualcosa di buono, certo il rischio dei simili che incontrano i simili e parlano fra simili e creano sodalizi, associazioni, gruppi fra soggetti  identici per inclinazioni e gusti è forte, ma è anche naturale. Come è naturale che la rete sia anche il punto nel quale si dà il desiderio di coloro che vogliono salvarsi da soli, chiudere la porta della stanza, circoscrivere il loro mondo e i loro interessi, mettere un muro psicologico fra se stessi e il mondo. Ma io questo lo leggo come segno del disagio e del grande disordine spirituale che oggi prende gran parte della gente del nostro paese e delle civiltà entrate nel sistema del capitalismo e dell’industria. Proprio perché i molti sono disorientati la rete e la condivisione diventano megafoni di questa mancanza di senso e di limiti. Cambiare la civiltà industriale è cambiare la vita di milioni di esseri umani che vivono in mezzo ad essa. Il mezzo relativamente accessibile alle idee meno praticate o alle critiche più forti è oggi proprio la comunicazione in rete nelle sue diverse forme, se qualche modello alternativo a questo prenderà forma dovrà per forza passare dalla rete. Aggiungo che mi pare necessario che questo processo di creazione di modelli alternativi di vita, produzione e consumo  si concretizzi in tempi rapidi, vista la pressione enorme che l’umanità della civiltà industriale esercita sulle risorse del pianeta. Mi piace pensare che alla fine la necessità, l’intelligenza e la passione di tanti soggetti convergerà sulla possibile soluzione, ed essa prenderà forma, sarà il frutto di un grande evento collettivo.

Gaetano Linneo: Per quel che mi riguarda questa è una probabilità con limitate possibilità di vita e di sviluppo. C’è nel tuo ragionamento uno spontaneismo di fondo che mi pare disarmante. Ma ti concedo che emerga questo modello alternativo. Tu non spieghi come esso potrà imporsi sull’egoismo di minoranze di supermiliardari, di capi delle grandi burocrazie, di cricche settarie di privilegiati; essi per quanto pochi di numero controllano di fatto con la manipolazione dell’informazione e con il dominio diretto e talvolta brutale gran parte dell’umanità. Si può pensare di cambiare il mondo con le idee quando chi è contro ha  in mano le maggiori banche e interi eserciti? No. Il tuo ragionamento è nobile ma ha il difetto di metter fra parentesi i concreti rapporti di forza che qui e ora guidano questa danza macabra.

Paolo Fantuzzi:  Aspettate un attimo. In realtà c’è una condizione che viene incontro alle vostre divergenti posizioni: un mutamento di mentalità  collettiva che avviene durante un catastrofe globale  e  totale.




1 marzo 2015

Riedizione di un ricordo

Oggi ripresento ai lettori un pezzo di alcuni anni fa. Esso nonostante il tempo non  ha perduto la sua ragion d'essere, anzi. Va da sè quanto più volte ho scritto. La serie classica di Harlock è un prodotto commerciale che ha fatto per qualche ignoto miracolo un salto oltre la sua ombra e si è trasformato in opera d'arte; la censura appare quindi scontata in questo caso. Non so spiegarmi perchè è successo questo, e se dovessi trovare delle spiegazioni porterei ai miei lettori le mie considerazioni, forse banali. Tuttavia c'è un elemento tipico dell'arte ed è il fatto che il fruitore di essa trova sempre nuove valenze, nuove suggestioni. Ho rivisto la scena del Daiba che spara sulla bandiera a distanza di quasi cinque anni e mi sono accorto che essa è attuale. Oggi che qui nel Belpaese i punti di riferimento si dissolvono e in tanti si considerano traditi e svenduti  dall'Europa, dalla politica, dal centro, dalla destra, dalla sinistra la scena del Daiba e del suo secco NO a bandiere di  fedeltà morte e folli o criminali e corrutrici diventa una sorta di specchio deforme di un elementare  e infantile desiderio di chiudere i conti e ripartire da zero, forse di fuga dalla realtà ormai divenuta irrespirabile. Nel gesto elementare e radicale del personaggio inventato dal maestro del fumetto giapponese  Leiji Matsumoto scorgo un luogo comune, un desiderio represso, una volontà inconscia di dire ORA BASTA che emerge come un sogno ricorrente nella testa di tanti. Ne sono convinto. Perchè altrimenti così tanti talenti e persone di merito che cercano di andar a vivere altrove, perchè questa forte attrazione che molti sentono per epoche morte o passioni politiche di un diverso secolo, perchè al contrario molti cercano di nascondersi la realtà con suggestioni ideologiche. Il Daiba di ieri appartiene con forza all'oggi.   


Nota sulla libertà sostanziale e sull’eroe virtuale

 

La nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una grande impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era allora nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere vista integralmente a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema tale da consigliare  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

Su Harlock e la sua recezione in Italia cfr. Elena Romanello, Capitan Harlock , Avventure ai confini dell'Universo..., Iacobelli Edizioni, Roma, 2009



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