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5 gennaio 2015

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Prosecuzione del monologo

Di Ivo adesso voglio qui, poiché sono fra chi mi capisce, ricordare cose personali. Ad esempio l’accappatoio messo appeso nello spogliatoio, entravi, lo vedevi e capivi che lui era in palestra sul tappeto con quelli del turno prima. L’oggetto indicava la persona. Quando questo vecchio accappatoio mancò fu dopo la sua morte, di conseguenza nei primi mesi entravo nello spogliatoio e subito si formava in me l’idea che la palestra continuava senza di lui. Oggi c’è una teca con una delle sue vecchie cinture e alcune foto che lo ricordano sulla parete opposta all’uscita. Si tratta però di una cosa diversa. Le ombre che dalla strada si riflettevano sui vetri della palestra, per una combinazione di luci l’ombra dei passanti si spalma ancor oggi sulle vetrate poste in alto, alle volte mi capitava di fermarmi qualche istante a vedere queste ombre. Anche loro erano parte dell’insieme, come il disco delle campane delle chiesa vicino che ogni tanto si sentiva la sera, confuso con il rumore dei corpi proiettati sul tappeto o con la lezione sulle tecniche. La palestra in fondo è anche un luogo e visivo e sonoro.  Il ricordo è anche odori, suoni, luci, ombre, parole, frasi sentite tante volte. Poi c’era il suo modo di fare, mi ricordo che sedeva sulla panca vicino all’entrata vicino all’entrata e di solito parlava con gli allievi e con chi veniva a fargli visita. Magari anche per pochi minuti. Un altro suo modo era quello di sedere in osservazione sulla cassapanca a lato del tappeto e a un certo punto quando lo riteneva opportuno unirsi di nuovo agli allievi per correggere questo o quello o per mostrare una tecnica o qualche altra cosa da fare. Con il senno di poi mi son fatto l’idea che il suo esser maestro fosse anche ascolto e osservazione, entrava dentro il problema tecnico o di relazione avendo già in testa la possibile soluzione e la ragione per la quale essa era valida. Sotto certi aspetti è stato anche fortunato, infatti mi ricordo che una volta la palestra era in una situazione incredibile, era dicembre e c’erano dei lavori di manutenzione e mancava l’acqua calda, faceva freddo  e la situazione era tale che solo  in tre eravamo rimasti. In tre soli e pur di non lasciar la palestra vuota mi ricordo che feci la doccia fredda in pieno inverno. Cose di gioventù. Però fu una bella prova di carattere. Poi mi ricordo che dopo la sua morte la palestra si riempì d’acqua di fogna per via di un nubifragio e noi tutti i suoi allievi ci riunimmo per rifarla. Salvammo quel che si poteva salvare, pulimmo a fondo con una sistola le materassine del tappeto, buttammo via quelle compromesse, mi ricordo di aver fatto dei lavori perché anche il pavimento della palestra si era guastato.   In fondo aldilà di tutto credo che questo sia il beneficio ed è qualcosa che va oltre le gare, le cinture colorate e tutto il resto. Io non credo che sia comune in una palestra che i suoi iscritti e frequentanti si siano dati così tanto da fare per tenerla aperta. Alle volte penso alle critiche stupide che dai giornali e dalla televisione sono cadute sulla generazione mia intorno al  suo presunto carattere debole e sprovveduto. So che posso sembrar eccessivo ma io in palestra son stato testimone di molti esempi che smentiscono questo pregiudizio, e molti fra questi proprio in palestra. In fondo quando è ben praticato e con una guida sicura il Judo forma i caratteri e quindi le persone e oso dire che li forma in meglio. Una volta mi ripetè una frase del suo maestro Koeke. Disse che “cadere a terra è brutto”  nel senso che è brutto il cadere con il senso della sopraffazione. Uno se cade si rialza, deve dimostrare che non si  è fatto niente, che non ha subito il colpo. Ecco io nella mia ingenuità credo che questo insegnamento si formi nella testa di chi segue un maestro di arti marziali in quanto frutto delle esperienze, del mettersi alla prova, dell’esser chiamati a fare il doppio o il triplo di quel che comunemente si pensa di poter fare. Mi disse, anche, una volta che la preparazione e il concetto del Judo l’insegna la palestra e gli amici. Uno si accorge che prima si sentiva un niente ma dopo capisce mettendosi alla prova insieme agli amici che può esser bravo come gli altri. Questo dà forza, aiuta. Costruisce fisicamente e mentalmente.

Vincenzo Pisani: Adesso ha smesso. Ora parlano gli altri, penso che noi qui si possa finir d’ascoltare e ragionar dei fatti nostri.  Comunque amici ad ascoltarlo abbiam fatto freddare questo lauto pasto. Le parole del professore ci hanno preso, ma come insegnano le maschere della nostra commedia dell’arte non con l’aria fritta si riempie lo stomaco. I discorsi restano discorsi e così anche i ricordi.

Franco: Non c’è problema son di buon stomaco, saprò far fronte a miei impegni davanti a queste portate. Certo che il problema che pone il professore è grande, e tu mio caro fai male a svalutarlo. In effetti esiste qualcosa nell’educazione dell’essere umano che non sembra esser né nozione, né competenza, né abilità. La natura dell’umano e del suo vivere in  società presenta una complessità non riducibile ai grandi numeri o alle statistiche. La memoria che è elemento di base di ogni sapere e di ogni tecnica e scienza non è solo analitica ma per così dire è anche artistica, umanistica e va da sé personale. L’essere umano in questa terza rivoluzione industriale è la più fragile e la più complicata delle macchine che producono, consumano e vanno infine rottamate.

Clara Agazzi: Questo è ovvio, anche nel mondo della civiltà industriale si esiste come singoli, nella vita si fanno delle scelte, ci si orienta sul piano religioso, politico, dei gusti. Per chi crede c’è la vita dopo la morte e la responsabilità sulla propria anima.

Stefano Bocconi: Certo il problema della vita dopo la vita. Poi c’è il senso di questa vita. Quando penso che da morto cesserà il mio vivere con la carta di credito, il possesso della macchina, dei beni, dell’elenco clienti, del magazzino, della mia collezione di fumetti degli anni settanta. Mi dispiace pensare che la mia collezione di fumetti possa finire al macero o esser venduta per pochi spiccioli a copia. Strano. Ora provo affetto per quei ricordi di carta che ho messo da parte in uno stanzino, mi sembrano vivi.

Paolo Fantuzzi: Belle parole, anche le vostre. IO però che tante ne ho vissute e fatte di cose vi dico che il passato è passato. Certo circoscrive il presente, dà insegnamento, aiuta perché il vissuto è parte della coscienza del singolo, è rifugio di ricordi e ammonimenti in momenti difficili. Ma poi tutto pesa sulle spalle dei vivi che devono andar avanti e costruire il loro mondo che è sempre in divenire. Esperienze, vita vissuta, ricordi, speranze, impegni devono trovare qualcuno che se ne faccia carico, è il singolo che sceglie o che è oggetto di scelta da parte di altri e che subisce le conseguenze delle sue scelte o di quelle altrui . Per questo l’azione che si attua nel presente finisce sempre con il rivolgersi verso il futuro, il presente non è, esso diviene sempre e si trasforma in qualcosa di diverso; anche con la velocità del fulmine.

 

 



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