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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


28 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Vino, focaccia e destino

Stefano Bocconi: Veramente buono. Ci voleva proprio e poi il vino.

Paolo Fantuzzi: Ecco il Bocconi che finalmente ha trovato la sua pace davanti a vino e affettati. Certo è facile metter d’accordo la gente davanti a piatti pieni e pance da riempire.

Vincenzo Pisani: Giusto. Vedo che hai capito. In altri tempi quando in questa penisola giravano più soldi e la maggior parte della popolazione aveva  più speranze si sentiva parlar davvero poco di disobbedienza, disperazione, malattia, uso di farmaci per la mente.  In realtà il relativo benessere degli anni ottanta e dei primi anni novanta aveva per così dire occultato le differenze, i traumi, i problemi. Poi l’incantesimo è finito, da Tangentopoli in poi la magia si è dissolta e i castelli fatati dei nostri illusionisti della politica son scomparsi lasciando il posto a fetide paludi, a foreste popolate di mostri  e rovine tristissime. Uno come me è rimasto in parte sorpreso e in parte no. Devo dire che la grande illusione mi aveva preso. Forse perché quelli erano per me gli anni della gioventù dove si coltivano speranze fuori luogo, pie illusioni e dove s’imparano tante cose sulla vita e sul mondo umano.

Paolo Fantuzzi: Certo che l’adolescenza è proprio un momento difficile. Comunque ciò che prima formava per così dire qualcosa di collettivo si è perso in quel periodo. Il senso d’appartenenza di milioni d’italiani a gruppi, a partiti, a sindacati, a un quartiere si è poco a poco disfatto.

Vincenzo Pisani: Ed è emersa la verità: un mondo di uomini e donne singoli dove comanda  solo il dio-quattrino. Mi sono fatto delle illusioni da ragazzo, poi si è svelata davanti a me una società che in basso come in alto aveva perso tutti i valori del passato sostituiti da una corsa forsennata e irragionevole verso l’arricchirsi e lo star bene nel senso del possesso della propria proprietà privata.

Franco: Amici vi prego. Pensate al lato buono della cosa. Perché esso esiste. Per prima cosa per quanto amara possa esser la cosa ha in sé due elementi. Il primo è che si è manifestata una verità volutamente ignorata, la seconda è che i molti ora devono pensare con la loro testa, devono darsi da sé le loro ragioni di vita e i loro valori. Non credete forse che i valori siano il frutto di una vita vissuta e meditata. Non dico i valori che passano dalla televisione e dalla pubblicità commerciale ma quelli che vengono dalla memoria, dai sentimenti, dalle passioni.

Stefano Bocconi: Intanto portano gli altri antipasti. Bel colore sono delle focacce con delle salse, bei colori verde, rosso, rosa. Allora. Pomodoro e olio, tritato di wurstel e salsiccia, e questo. Carciofo! Questa cosa nera sembra un tritato di funghi. Ci vuole altro vino. Questa cosine mettono sete. Il vino è davvero un dono divino, come sarebbe triste il mondo senza di lui.

Clara Agazzi: Se a ogni portata arriva una brocca nuova all’uscita del locale ci faranno il test. Ho l’impressione che la discussione ne risentirà.

Franco: Non credo. Intanto già così è emerso molto dai discorsi. Gli amici hanno bisogno di buone parole, spesso di buon cibo e vino. Ma c’è qualcosa che Vincenzo deve ancora dirci. Scusa se te lo chiedo. Se tu parli in questo modo è perché in fondo hai già una soluzione in tasca.

Vincenzo Pisani: Esatto. Sto pensando di cambiar paese. Sto facendo da tempo i miei conti e penso che rifarmi una vita altrove sia possibile. Certo dovrò pensarci bene, far i miei conti. Ma in fondo cosa mi lega a un Belpaese che ha voltato le spalle ad almeno un paio di generazioni di gente che lavora e che produce qui; mi sento tradito. Proprio così. TRADITO.

Clara Agazzi: Questo è un discorso che sento spesso. C’è molto malessere in Italia. Credo di sapere il perché. Aspettative troppo alte…  Accidenti buona questa roba, croccante, delicata.

Paolo Fantuzzi: Aspettative troppo alte? 

Clara Agazzi: Certo. Spesso ci si fanno illusioni complice tutto un mondo di false credenze e illusioni alimentati da ogni sorta di potere che comunica. Gli esseri umani sono turlupinati da vere e proprie rappresentazioni false della realtà presentate da poteri politici, ecclesiastici, commerciali, e del mondo dello spettacolo, della pubblicità e della comunicazione. In tanti pensano a crearsi un mondo di fantasie nelle quali fanno progetti, s’immaginano cose, credono a vere e proprie illusioni collettive. In breve la vita di una persona comune è pervasa da migliaia di messaggi diretti o indiretti che condizionano la sua capacità di vedere la realtà, e cosa ancor più grave da anni è veicolato una vera e propria ideologia dell’uomo di successo e della donna in carriera. Se uno non s’avvicina al modello di colui che è vincente finisce con il perdersi d’animo, star male, accusare problemi psicologici. In verità bisognerebbe mettere tra parentesi le illusioni e i falsi miti che ci vengono propinati ogni giorno.

Paolo Fantuzzi: Il problema è che questo modello come lo chiami tu non è propriamente reale. Spesso in tanti hanno in testa i modelli della televisione, la gente della televisione e le donne e gli uomini ritratti sulla pubblicità o sulle riviste di moda. In altre parole ciò che è finto perché parte del sistema dello spettacolo e del cinema e dell’intrattenimento spesso si confonde con il mondo concreto. Diventa nella testa dei molti come i pastoni, i pastoni per i cani. Dentro ci finisce di tutto. Così è la testa di tanti,  molti dei quali non hanno studiato o hanno studiato poco e male. La realtà, la fantasia, le speranze, i rancori, i desideri, le ambizioni, i calcoli tutto diventa una cosa sola senza né capo e neppure coda. Eppure dovrebbe esser chiaro che non tutti possono avere il loro quarto d’ora di successo, la loro vincita alla lotteria, la loro carriera da dirigenti. Ma spesso non è così. Molti vivono d’illusioni.

Vincenzo Pisani: Un momento! Io non chiedo miracoli televisivi o di esser l’amante di ereditiere, principesse, e cose del genere. Io voglio solo poter costruire una vita mia nella quale esprimo la piena potenza dei miei talenti e in cui mi è concesso di diventare ricco nella misura del lecito e dell’onesto. Ma qui e ora non vedo come. Quindi penso davvero di lasciare questa terra d’inganni e d’ingannati. Lo faccio mal volentieri. Ho creduto in qualcosa nel passato e ho fatto anche politica. Franco lo sa bene.

Franco: Questo è vero. Lo posso testimoniare. Ma torno ora al concetto tuo d’inganni e  d’ingannati. Molti voglio esser ingannati. Molti vogliono vivere nelle illusioni pietose e in finzioni tragiche. Perché la verità in quanto tale è scomoda. Poniamo, per assurdo, che il Belpaese soffra atrocemente per la mancanza di serietà, onestà e competenza fra le gerarchie della politica e del mondo degli affari. Poniamo sempre per assurdo che si renda necessaria una soluzione a tale disastro e che anche potenze forestiere siano interessate alla soluzione. Cosa si può dedurre da questo caso qui inventato. Ad esempio espropriazioni massicce a danno delle categorie sociali che hanno prodotto questo sfacelo ossia dei ricchissimi e dei politici che sono diventati ricchi con la politica, l’espulsione dal mondo degli affari e della politica di decine di migliaia di soggetti, l’allontanamento dal territorio nazionale o il carcere per altrettante migliaia. In una parola la soluzione diretta al grave problema comporta un conflitto civile e forse anche qualcosa di peggio. Allora una volta dimostrato questo vediamo cosa è l’insieme che abbiamo davanti e scopriremo che è una massa di compromessi e finzioni incastrate e incollate. Se si toglie il velo di finzione e ipocrisia la natura di casta e  autoritaria del Belpaese si mostrerebbe apertamente, costringendo evidentemente a far a meno di molte finzioni, di molti distinguo, di molte pietose bugie. Il Belpaese, in verità, non si divide in rossi e neri ma in ricchi e poveri. Qui il conflitto e l’astio personale ha sempre una concreta ragione sociale e quindi economica, non credo esistano al mondo popoli più concreti e materialisti di quelli che popolano la nostra penisola. Le illusioni e l’enorme produzione di bugie sono l’altra faccia della medaglia delle genti nostre integralmente materialiste, consumiste e di per sé illuse. Un mondo senza ideali e senza neppure quelli finti, come sono i nostrani, si condanna alla disintegrazione per l’incapacità di tener ferme le pulsioni individualiste, nichiliste e autodistruttive che sempre si producono nelle società industriali. La finzione collettiva di credere in valori non creduti e non credibili ma soltanto recitati, spesso a comando,  è un mezzo per fingere che qualcosa unisca ciò che è irrimediabilmente diviso, singolo e mortale. Vogliamo forse far un torto all’amico Vincenzo non riconoscendo quanto questo sistema  capitalistico e industriale tenda a degradare e a far degenerare la natura di tutte le cose e in particolare dell’essere umano.

Stefano Bocconi: Assolutamente no. Del resto come può oggi tanta parte del commercio non vivere d’illusioni, non eccitare la vanità, l’ambizione, l’ostentazione. Se questo Belpaese risulta insopportabile a causa delle sue morali farisaiche e delle pietose finzioni del vivere quotidiano perché non andar via, rifarsi una vita altrove. Sempre che sia possibile. Mi risulta che la civiltà industriale sia arrivata in tutti i mari e in tutti i continenti, quindi certi problemi nostri sono proprio quelli del sistema in quanto tale. Inoltre se io fossi un governo straniero avrei un forte sospetto nei confronti di uno che arriva con il nostro passaporto.

 

Paolo Fantuzzi: Non abbassiamoci troppo. In fondo anche gli altri hanno i loro casini. In fondo non si sente di tanto in tanto di guerre, guerre civili, attentati nei paesi forestieri. Segno che il male di vivere e le lotte per il potere e le ricchezze sono vivissime anche fuori dai confini nazionali. Chi sono gli altri per giudicarci?

Franco: Giusta riflessione. Tuttavia ne voglio precisare il mio discorso per assurdo fatto prima. Poniamo una penisola dove una il male di vivere è arrivato a punti inquietanti e insopportabili. Poniamo che Questa condizione di sofferenza e minorità ad in questa nazione X sia dovuta a una classe politica imbelle e dissoluta e poniamo anche che questi politici siano la servitù di poteri finanziari e commerciali forti. Poniamo che questa servitù composta di politici, gente di spettacolo, tecnici dell’intrattenimento e della comunicazione, della sicurezza e cose del genere sia una massa di un milione di esseri umani. Il popolo del paese X  è, poniamo questo come dato,  di sessanta milioni di umani.  Cosa deve fare la maggioranza di cinquantanove milioni? In fondo deve solo sbarazzarsi di un milione di aderenti alla sua comunità. Qui le strade sono due a mio avviso: una breve e una lunga. Quella breve prevede la soppressione fisica o l’allontanamento di quel milione di tali creature problematiche che in fondo son meno del 2% della popolazione totale. L’altra quella lunga prevede un processo di crescita civile e culturale della durata almeno due o tre generazioni  evitando così bagni di sangue, guerre civili  e regolamenti di conti.

Clara Agazzi: Questo tuo ragionamento per assurdo è privo del senso della realtà. Queste cose non avvengono per profezia o per calcolo. Avvengono e basta quando diverse condizioni e situazioni portano una trasformazione rapida e decisiva. Quindi non c’è una scelta da parte dei molti ma al contrario i molti seguono gli eventi e i fatti che prendono forma, come se fossero scritti nella volta celeste.

Franco: Infatti, io credo che esista un percorso in queste cose. In mancanza di uomini e donne di straordinaria qualità e di tanta gente seria fra i molti il destino di una nazione è simile a quello di una pianta. Nasce, si sviluppa, degenera, invecchia, muore. Il termine chiave è decadenza. Da antenati e padri spirituali alti e potenti a governanti tratti dalla feccia umana che ne risulta la versione grottesca e contraria degli antenati fondatori. Questo è simile al discorso per il quale dall’età dell’oro si passa all’età dell’argento e infine del ferro. Questo è un corso ciclico che solo in pochi casi può esser rotto per mezzo del rinnovamento e della trasformazione della società umana.

Stefano Bocconi: Parlate troppo difficile voi due. I nove decimi degli abitanti del Belpaese oggi  come oggi non sono in grado di capire né l’argomento e meno che mai i riferimenti storici o culturali. Vi invito a lasciar da parte i ragionamenti complicati, le dimostrazioni, le astuzie della retorica. Andate al dunque. Alla verità intima che sentite con il cuore. Intanto beviamo e mangiamo quel che ci hanno portato.

Vincenzo Pisani: Clara e Franco non hanno detto cose in contrasto. Un processo degenerativo di carattere collettivo e la sua soluzione può davvero apparire come naturale, proprio come se fosse scritto nelle stelle.




22 luglio 2014

Sintesi: una recensione militante di dieci anni fa



 

Dieci anni fa circa pubblicai su una rivista che ebbe vita breve questa recensione militante, per così dire, un pò no-global. Oggi che è passato tanto tempo e la stagione politica è diversa mi pare opportuno ripresentarla in forma  domestica su questo blog. Si tratta di considerazioni ormai datate e di due libri da specialisti, eppure in quella vecchia fatica c'è qualcosa che a mio avviso si ripresenta oggi come problema culturale prima ancora che politico.  Si tratta  dell'idea di togliere alla dimensione della scuola la sua natura specialissima per farne una varibile della programmazione ministeriale, dei bilanci o peggio delle logiche da impresa.

 

 Due libri e nessuna morale


Oleario Sampedro, La scuola della nuova Spagna, Libriliberi, Firenze, 2002

Gill Helsby, Come cambia il lavoro degli insegnanti, Libriliberi, Firenze, 2002

 

 

Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato come obiettivo per la politica comunitaria nel campo dell’educazione la produzione di capitale umano redditizio per la competitività economica. Tale proposito è riassunto nell’obiettivo strategico di far diventare l’economia europea una economia più dinamica e competitiva grazie alla conoscenza, ufficialmente questo proposito è votato alla creazione di una crescita economica sostenibile con “nuovi e migliori posti di lavoro” e una “maggiore coesione sociale”.  Questo banale dato di cronaca facilmente riscontrabile è la cornice entro la quale si colloca la presente riflessione su due libri che parlano di scuola in due diversi paesi: il Regno di Spagna e il Regno Unito.   Questi primi anni del nuovo millennio si  aprono ad una molteplicità  di inquietudini riconducibili alla perdita di potere in campo economico, politico, e culturale degli Stati nazionali.   Per superare questa particolare condizione di decadenza gli Stati nazionali cercano di migliorare i loro margini di competitività, e questo porta ad alleanze economiche, militari, politiche e al tentativo di stabilire adeguati tassi di crescita.

La presente competizione globale, che è anche conflitto fra poteri economici globali, porta i singoli stati a ripensare e riformare anche il loro sistema scolastico.

I libri presi in esame sono diversi: quello di Gill Helsby è un saggio, mentre l’altro di Olegario Sampedro  è una raccolta di interviste a personaggi qualificati a trattare di scuola e riforme.

In questo presente ragionamento a proposito dei contenuti dei due testi vengono presi in considerazione quelli che indagano il problema della trasformazione, sia essa  in atto o solo possibile, della scuola pubblica in una attività imprenditoriale o in un ambiente di compensazione di problemi sociali.

La prospettiva di subordinare al mondo degli affari l’istruzione pubblica chiama in causa problemi come l’autonomia delle scuole, il rapporto fra scuola e territorio, le disuguaglianze sociali che inciderebbero sulla scelta della scuola da parte delle famiglie degli allievi, la gestione democratica e partecipativa della scuola che non può ridursi a una questione gestionale e organizzativa di natura autoritaria, la salvaguardia della dimensione educativa specifica della scuola da eventuali stravolgimenti dovuti agli interessi commerciali che devono estrarre profitti per gli azionisti.

Il primo libro tratta della pubblica istruzione nel Regno unito con particolare riferimento al Galles e all’Inghilterra in quanto Scozia e Irlanda del Nord hanno una certa autonomia regionale in materia, il secondo riguarda il sistema della pubblica istruzione nel regno di  Spagna.

Questi due testi si cimentano con il difficile compito di spiegare i percorsi che hanno portato questi paesi a confrontarsi con la necessità di mettere in discussione i loro sistemi scolastici e porre in essere dei cambiamenti.

In entrambi i casi le riforme vedono l’obbligo scolastico portato a 16 anni e un tormentato interrogarsi sul senso della scuola alla luce delle nuove forme di capitalismo e del dominio culturale delle dottrine neo-liberali.

Il libro di Helsby descrive la formazione e la trasformazione della scuola inglese dal secondo dopoguerra  a oggi e si concentra sulle trasformazioni avvenute tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi anni del nuovo millennio.

Questo fa sì che il libro presenti una seria analisi dei rapporti di discontinuità (pochi) e continuità (molti) tra governo conservatore tatcheriano e governo neo-laburista Blairiano.  In modi e tempi diversi questi orientamenti politici hanno rafforzato quella visione ideologica che chiede la mercificazione dell’istruzione e un modello aziendale di gestione, il concepire la scuola come occasione di “Businness”.

L’autore incrocia nel testo l’analisi storica e sociale con interviste ad insegnanti e dirigenti scolastici dando così voce alle categorie che sono state le prime ad esser coinvolte nei cambiamenti.  Quindi il livello alto della legislazione e delle posizioni ideologiche, ossia la supremazia del mercato, è letto alla luce degli esiti e del lavoro quotidiano.

A differenza dell’Europa continentale, dove lo Stato ha organizzato e uniformato la scuola, lo sviluppo della scuola nel Regno Unito è stato largamente affidato ai singoli enti e privati.   Le riforme a cavallo fra gli anni ottanta e i primi anni novanta hanno interrotto una tradizione di decentralizzazione e pluralismo ed è stato introdotto un curriculum nazionale e il controllo per via burocratica dei docenti.

La riforma Tatcheriana si è qualificata per il controllo legato al finanziamento statale, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 16  anni articolato in quattro cicli, per l’introduzione di ispezioni, per l’amministrazione manageriale della scuola, creazione di scuole secondarie, finanziate con fondi pubblici ma sponsorizzate dalle locali associazioni d’impresa e gestite da consigli d’amministrazione  indipendenti ala stregua delle scuole private.

Questa “rivoluzione culturale” ha trovato non poche resistenze, perché le iniziative del governo non godevano del consenso di tutte le parti coinvolte.

Gli insegnanti inglesi preso atto del peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro attuarono uno sciopero bianco e una serie di astensioni dal lavoro in varie aree del paese creando non pochi problemi ai dirigenti scolastici.   Tuttavia gli esiti della lotta, questo accadde nel 1985, non furono tali da impedire al governo di procedere con la sua iniziativa politica.

Una delle novità di questa riforma (Education Reform Act, 1988) è stata la burocratizzazione dei meccanismi di resoconto finale, in netto contrasto con le precedenti tradizioni di autonomia degli insegnanti e degli istituti.   Questa novità è stata letta da molti insegnanti come un processo professionalmente dequalificante.  Questa percezione della perdita del senso e del ruolo non è un portato solo della riforma, ma si sviluppa intorno agli anni settanta.   Essa venne alimentata anche da incidenti e “scandali” che riguardavano casi nei quali l’autonomia e competenza apparivano mal impiegati.  Occorre sottolineare che in tale contesto e con queste premesse le logiche aziendalistiche sono state fatte proprie dai governi neo-laburisti e che le ragioni profonde della crisi di credibilità della professione docente sono rimaste inalterate.

Un contributo alle politiche neo-liberali in materia è dato dal pregiudizio diffuso che intende il lavoro dell’insegnante come un lavoro che può essere fatto da chiunque perché non sono necessarie abilità particolari.  Ovviamente i tempi per distruggere una credibilità professionale sono brevi, al contrario essi sono lunghi quando si tratta di costruirla.  Il libro in questione si ferma sulle soglie del nuovo millennio mostrando una continuità sostanziale fra neo-laburisti e conservatori neo-liberali in materia di scuola.

L’altro testo vuole essere un contributo al dibattito sulle riforme scolastiche del Regno di Spagna.  Uno degli intervistati il professor Cesar Coll, docente di psicologia educativa all’Università di Barcellona, afferma che la Spagna partiva dalla situazione opposta rispetto a quella del Regno Unito.  La centralizzazione e l’ottusità del sistema scolastico erano il frutto di quel regime franchista che fra l’altro durante la guerra civile fece ammazzare centinaia di insegnanti elementari colpevoli di aver simpatizzato con la Seconda Repubblica.   Il problema spagnolo era uguale e opposto: riformare la scuola e limitare un centralismo autoritario.

Ristabilite condizioni accettabili di governo democratico e rispettoso dei diritti  intorno agli anni ottanta la scuola venne riformata una prima volta, nel 1990 la scuola venne riformata una seconda volta con una legge di riordino, peraltro molto contestata nota per il suo acronimo LOGSE.   Questa legge venne ritenuta da una parte dell’opinione pubblica troppo all’avanguardia e fra le altre cose essa innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni.  Questa legge fu riformata nel 2002 dal governo conservatore.  Quindi anche in una realtà così differente per situazioni e tempi alcuni problemi sollevati dal modello inglese si ripresentarono e in particolare quello della mercificazione della cultura e delle forme subdole o palesi di privatizzazione della scuola.  A questo proposito Cesar Coll risponde ad una domanda dell’intervistatore sulle prospettive della scuola privata affermando che la scuola pubblica  è in crisi  e che il pericolo per la Spagna è di veder la scuola pubblica relegata a svolgere funzioni assistenziali e sociali.  La prospettiva, voluta o meno, è una programmata discriminazione degli allievi su base censitaria.  L’intervistato sottolinea come questo sia dovuto anche alla populistica identificazione di tutto ciò che è negativo con il pubblico e del positivo con ciò che è privato.

Del resto secondo l’intervistato la competizione fra scuola pubblica e scuola privata è falsata dalla differenza di mezzi, normative e dal fatto che la scuola privata sceglie gli allievi; un problema che secondo il professore  i governi progressisti d’Europa dovranno affrontare con coraggio.

Il problema delle condizioni sociali emerge anche nell’intervista di Andrès Torres Queiruga, sacerdote e professore di filosofia della religione, il quale sottolinea come le disuguaglianze sociali determinano le possibilità degli studenti.   Il cattedratico Josep Bricall, docente di economia politica, riprende il tema allargandolo all’università, la quale a suo avviso è mutata a seguito dei cambiamenti del sistema produttivo dovuti all’introduzione di nuove tecnologie.   Il suo parere è che i governi Europei non hanno ancora deciso se adottare il modello anglo-americano o costruire un loro modello.  Alcune considerazioni di Bricall meritano attenzione egli afferma che: l’università spagnola non prepara come dovrebbe, e come auspica dovrà prima o poi fare, all’integrazione Europea e che a suo avviso, e usa per dirlo un modo di dire dell’America Latina, le Università dovrebbero armarsi contro la prospettiva di giungere a concepire la scuola come un bene di mercato e gli studenti come semplici clienti.

La tensione fra realtà economica discriminante e le istanze democratiche e di parità fra i sessi è l centro dell’intervista dell’attivista politica di sinistra, durame e dopo la dittatura, Cristina Almeida.

Essa sottolinea come la scuola pubblica da un lato si fa carico di istanze sociali: integrazione, immigrazione,emarginazione; e dall’altra parte si consolida la scuola privata e convenzionata con fondi pubblici.   La scuola pubblica come scuola è quindi per l’intervistata in declino e per la scuola privata si apre la possibilità di diventare scuola d’Elitè.   Per  Cristina Almeida la scuola non è un costo ma un beneficio per la Nazione e la società nel complesso e quindi non si può guardare ad essa con logiche liberiste.

Interessante a questo proposito è l’affermazione del professore di teoria e storia dell’educazione Herminio Barreiro che afferma:”…se un paese privatizza  la scuola, significa che quello Stato può permettersi il lusso di quella privatizzazione o comunque che ciò è nell’interesse delle classi dominanti.   Tuttavia, chi, se non lo Stato può occuparsi di costruire un sistema educativo razionali, popolare, laico e di massa?   Senza dubbio solo ed esclusivamente lo Stato.”

Nella sua lettura l’intervistato osserva come la crisi della scuola sia il riflesso dei cambiamenti sociali ed economici, la scuola dovrebbe avere un potere critico che al momento in cui egli parla non ha, ma che potrebbe essere in futuro recuperato.

I due testi sottoposti alla presente lettura parallela mostrano come due paesi così distanti si trovano ad affrontare lo spinoso problema della pubblica istruzione intesa come occasione affaristica da parte di grandi soggetti internazionali.

Entrambi i libri si chiudono alle soglie di quel 2002 che vide il governo conservatore spagnolo e il governo laburista inglese applicarsi per riformare la pubblica istruzione alla luce delle sollecitazioni del “mercato”, in particolare l’”Education Act” inglese venne pensato e trasformato in legge per fornire un quadro legislativo che incoraggiasse la creazione di un mercato dell’educazione in cui scuole e imprese vendono beni e servizi.   Attualmente questo indirizzo politico con il nuovo governo Blair è stata confermato e i neo-laburisti attualmente operano per realizzare una concezione di scuola interpretata come occasione per fare impresa.

Al contrario il nuovo governo Zapatero, sia pure entro i limiti di politiche fortemente contestate dall’opposizione cattolica, cerca di operare una diversa soluzione portando avanti con tormentata coerenza una politica di riforme che intende riscrivere i programmi nazionali assieme alle singole regioni, ridiscutere le modalità di finanziamento delle scuole private, ridisegnare l’equivalente italiano della  scuola media con il quarto anno orientato al Liceo o alla formazione professionale.

La nuova legge sulla scuola firmata da Josè Zapatero, il cui acronimo è LOE, sospende la legge voluta dallo schieramento di Centro-destra del governo Aznar, segno che una distinzione politica in materia di pubblica educazione è possibile.

I percorsi politici in materia d’istruzione, dei due paesi  potrebbero quindi differenziarsi, sia pure entro una cornice sfavorevole per una serie di circostanze alla scuola pubblica, presentando soluzioni diverse nell’affrontare un problema simile: la riduzione del sapere e dell’insegnare a merce.

In questa assimilazione della scuola entro confini ideologici del “primato del mercato” su ogni altra realtà  chi scrive non trova alcuna morale ma solo i privatissimi interessi di pochissimi miliardari e dei loro esperti.

 Interessi che si formano e si realizzano con danni, più o meno gravi a seconda delle situazioni, per la maggior parte delle popolazioni che coinvolgono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iacopo Nappini









20 luglio 2014

sintesi- ripubblico un pezzo delle tavole

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il terzo libro delle tavole

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese. Questo ripubblicazione  vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della  complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861-  Il Risorgimento

L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861- 1876   La destra Storica al potere

L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire  e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la stragrande maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876-1887  La Sinistra Storica

La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire  le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887-1896  L’età Crispina

L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia  forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

 

1898-1900  Sangue e fango sull’Italia.

L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove  spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango  cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901- 1913  L’Età di Giovanni Giolitti

L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, aperture alle forze sociali e operaie nel Centro-Nord. Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914  L’Italia del Dubbio.

L’Italia è l’unico paese  fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e  industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria-Ungheria, il parlamento è contrario  alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti.  Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e  di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. 

1915-1918 L’Italia della Grande Guerra.

L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza di nazionalisti politicizzata e organizzata e di estremisti politici di destra politicizzata e organizzata a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei debiti contrati e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

 

1919-1920  Il Biennio rosso

L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenza alla Patria. Emerge la reazione quadristica,  armata e terroristica  fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria  e di Stato.

 

1922-1924  Il Fascismo al potere

Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico.

1925-1935  Il  Regime fascista

Il fascismo cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica.  L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi  politici e sociali che  riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana.

1935-1939  Anni Ruggenti

Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista. Tuttavia le vittorie in Etiopia  e Spagna spengonotanta parte del dissenso. Intanto Hitler e il suo Terzo Reich iniziano la seconda guerra mondiale.

 

 

1940-1943  La guerra Fascista

Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE.  Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e  Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943-1945  La Resistenza

Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale.

1946-1947  Il Dopoguerra

L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a  Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto , Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana

L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e  comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

 1954-1963 Il Miracolo economico

L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e  di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e  monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica nel Mezzogiorno d’Italia.

1963-1968 Il primo Centro-Sinistra

L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori.

1969-1976 L’Italia della Strategia della tensione

L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976-1990 L’Italia di Craxi

Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e  potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento  dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991-1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico  riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994-2000 L’Italia della Globalizzazione

Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001-2011 L’Italia della crisi globale

Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina).  nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e  terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia  partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014

La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.

 

 




15 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Pane, vino e salame

Secondo atto

 

Vernio, notte.  Interno: ambiente popolare, riproduzioni di quadri francesi alle pareti, rumori da ristorante.

Franco apre la porta ed entra. Fa dei cenni, va verso un tavolo. Chiama i suoi convitati. I quattro si seggono

Franco: Dopo tanta strada buia, eccoci finalmente. Abbiam fatto tutta la lunghezza della Calvana per arrivare fin qui. Siamo proprio sulle montagne.

Paolo Fantuzzi: Ci hai fatto scollinare, ma per davvero. Comunque il posto sembra gradevole.

Clara Agazzi: Sì. Ricorda il passato, i tempi delle Case del Popolo in ogni quartiere, delle feste dell’Unità. Cose semplici, popolari. Cose di tempi ormai andati.

Stefano Bocconi: Ma è quello il tuo amico, e l’altro dove sta?

Franco: Infatti non vedo  il professore

Vincenzo Pisani: Grande Franco, amico mio che piacere! Anche voi qui. Avvicinatevi, facciamo un solo tavolo. Se volete. Si capisce.

Franco: Mi pare una cosa buona, va bene allora s’aggiunge un posto a tavola. Vieni con noi vecchia volpe. Racconta che cosa hai fatto. Ti vedo bene.

Vincenzo Pisani: Avvicinatevi. Mi è capitato di venir qui con il professore ma per combinazione oggi si ritrovano in questo posto certi vecchi allievi della sua palestra di arti marziali e così nell’occasione del primo lustro della morte del loro vecchio maestro han fatto un tavolo per loro laggiù per ricordare il passato e onorarne la memoria. Si è scusato e mi ha lasciato qui da solo.

Franco: Certo che aver avuto un maestro è una cosa importante, se ne ragionava  proprio oggi con gli amici. Anzi te li presento: Clara Agazzi, Stefano Bocconi, Paolo Fantuzzi. Rispettivamente insegnante, commerciante, operaio.

Vincenzo Pisani: Poi c’è Francone qui presente saggio, contadino e molte altre cose. Hai messo assieme su questo tavolo i tre settori: primario, secondario e terziario. Un tavolo che è specchio della piramide sociale almeno per quel che riguarda le categorie. Il sottoscritto può esser iscritto nel terziario alla voce servizi visto che messo su un piccolo ostello.

Franco:  Certo che è proprio vero. Alla fine si viene giudicati per il mestiere che si fa.

Vincenzo Pisani: Invece no caro Franco. Si viene giudicati oggi in questo tempo in misura del denaro. Del denaro che si guadagna. Ma è una cosa antica il professore mi diceva che queste cose già accadevano al tempo dei filosofi dell’Antichità Classica, anche allora il possesso delle ricchezze segnava la differenza fra gli schiavi, i poveri, e i padroni fossero essi aristocratici o volgari arricchiti. L’appartenenza a una gerarchia, a un gruppo di potenziali consumatori di certi beni e servizi determina l’immagine e quindi la forma con cui uno si manifesta ai suoi simili.

Franco:  Certo, ma questo riguarda il passato. Un passato lontano e antico che a fatica si può ricostruire e immaginare.

Vincenzo Pisani: Non lo credo. Il passato forse sarà per noi un mistero ma certi fenomeni sembrano proprio manifestazioni dell’essere umano. Con una differenza di non poco conto da stabilire fra questo presente e il passato. Nella civiltà industriale che esiste da solo tre secoli il denaro è l’unico metro. In antico l’onore, la discendenza, la patria, il sapere, la credenza religiosa o filosofica potevano segnare un distinguo. Oggi le uniche patrie che sembrano rimaste sono le multinazionali e le banche. Sono loro che decidono quali prodotti lanciare sul mercato, quali pubblicità mandare a giro, quali parole nuove far calare in testa alla gente comune, quali gusti e quali mode seguire, quali guerre fare, quali paci accettare magari di controvoglia. Gli Stati, e sottolineo gli Stati, oggi si dividono in quelli che riescono ad attirare investimenti e capitali e a far girare l’economia  e quelli che si ritrovano con limitate risorse domestiche, con enormi debiti pubblici o con problemi interni gravissimi. Dal momento che il successo o l’insuccesso di una comunità umana complessa come lo Stato oggi si misura sul metro del successo di mercato ne deriva che tutte le altre forme d’appartenenza diventano marginali o secondarie.

Franco: Poi c’è il singolo, uomo o donna che sia che deve trovare le sue ragioni di vita, i suoi scopi, i suoi sentimenti. Dall’alto dei grandi poteri e delle segrete stanze al basso tutto è un correre dietro ai soldi. In fondo il denaro virtuale è l’unica cosa che può crescere all’infinito in un pianeta azzurro limitato per dimensioni e risorse. Ma dimmi ora che siamo a tavola tu personalmente sei soddisfatto di quanto hai?

Vincenzo Pisani: Una domanda difficile. Intanto se permetti faccio un cenno alla cameriera che porti subito acqua e almeno un litro di vino e l’antipasto della casa, doppio ovviamente salumi e crostini della casa..

Vincenzo fa dei gesti e poi ordina il solito per cinque persone.

Allora, ti devo una risposta.

Franco: Se vuoi, non obbligo nessuno. In fondo ti ho chiesto una cosa personale e davanti a personale che conosci appena. Ma sono curioso. Su rivelati.

Vincenzo Pisani: Vedi nella maggior parte degli esseri umani c’è bisogno di un piccolo spazio di potere, proprio così. Questo bisogno non è uguale, ognuno ha il suo. C’è chi ha bisogno di questo potere nel senso di poter mutare qualcosa nella realtà che vive tutti i giorni e ognuno ha il suo. Ad esempio c’è  chi vuole esser al centro dell’attenzione, chi vuole riconoscimenti formali anche con certificati, chi vuole i soldi, chi vuole la pubblica ammirazione, chi vuole una famiglia numerosa, chi cerca l’amore. Questi sono esempi presi a caso fra tanti. Ma di sicuro un soggetto deve avere la volontà e qualche strumento anche minimo, anche solo la propria fisicità e corporeità per arrivare alla soddisfazione del suo desiderio. O almeno provare ad arrivare al punto, perché anche la volontà conta. Cosa è oggi il denaro per i molti. Bene, io dico che per i molti è esattamente questo: POTERE. Perché i soldi, anzi mi correggo i tanti soldi sono ciò con cui si misura tutto e con cui si compra tutto qui nel Belpaese. O almeno essi sono lo strumento che sembra deputato a far questo. Allora, venendo al mio caso, il mio spazio di potere lo giudico inadeguato, la qualità della mia persona per esprimersi avrebbe bisogno di ben altre condizioni di lavoro e di vita. Purtroppo qui non trovo le condizioni per afferrare la realtà e la fortuna e scuoterla fino a realizzare il successo personale nel mio ramo che è quello turistico.

Paolo Fantuzzi: Sei un tipo dalle concezioni chiare, se il successo non arriva è colpa del sistema. Se arriva invece è solo opera tua. Così è facile non ti pare.

Clara Agazzi: Aspetta, magari ha i suoi buoni motivi per dire queste cose. Comunque è vero nella vita si finisce con il fare delle scelte e scegliendo o si è o non si è. Quando si prende una direzione per fare un lavoro o per scegliere un percorso di vita ci si lascia alle spalle altri percorsi possibili. Quindi se lui ha scelto una carriera ha fatto quella scelta e ciò che poteva essere altrimenti sarà per sempre un mistero. C’è dà stupirsi se è così categorico. Io credo di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma. Ricordiamoci che questo Belpaese non è esattamente il Regno di Camelot e non ci governano i santi cavalieri di Re Artù o i paladini di Carlomagno. Difficoltà negli affari. Di questi tempi mi sembra normale, l’importante è non farne una malattia anche se riconosco che è difficile non identificarsi con il successo o con l’insuccesso sul lavoro. Se sei in proprio e rischi del tuo, come dire. Il lavoro spesso diventa il tuo sangue, lo senti che scorre dentro di te.

Franco: Siate certi che il nostro sa bene di cosa parla. Tante ne ha fatte e tante ne ha viste. Ma vi invito a pensare che non sempre nella vita si può scegliere e che talvolta lo scorrere degli anni o i casi della vita ci spingono in direzione magari non voluta o inattesa. Pensate per un momento a quanti non hanno coronato il loro sogno d’amore, a quelli che non hanno ereditato, a quelli che hanno dovuto scegliere un mestiere pressati dalle necessità e cose simili. Vogliamo forse far loro un torto e dire che era solo colpa loro, che era una debolezza di volontà o di fortuna. Prendiamo anche in considerazione la questione del denaro.

Clara Agazzi: Aspetta, il denaro è tanto. Ma non usiamolo per nasconderci e negare proprie responsabilità.

Stefano Bocconi: Vero. Ma se il metro è il denaro tutto viene passato da quella misura. Allora come misurare la propria debolezza, i propri limiti, la propria cattiva volontà?

Paolo Fantuzzi: Ma l’umano, il tipico umano. Voglio dire… saprà misurarsi. Magari non con parole alte e nobili ma riconoscere i suoi limiti, ammettere le mancanze, capire chi è. Poi va bene, il metro è il denaro. Con questo. Cosa ci si fa con questo. Cosa si misura con il denaro se non i beni, il successo, la capacità di comprare e di possedere. Questo è l’essere umano o c’è di più. Che ne so famiglia, affetti, sensibilità, perfino tenerezza. Queste cose non stanno nel foglio del dare e dell’avere del commerciante.

Vincenzo Pisani: Vedi io intendo che il denaro è il metro perché lo è per le cose che all’apparenza contano davvero in una società industriale e mercantile come questa. Quando comanda l’apparenza del possesso una non guarda i bicipiti o la cicatrice ma la catena d’oro, l’orologio di marca, le scarpe, gli abiti e per certissimo il cellulare. Molte delle mie relazioni nel mio settore sono totalmente o parzialmente mercantili, quindi è sicuro che sarò giudicato e pesato sulla base dell’apparenza di quanto possiedo. Poi si può esser più o meno sobri, più o meno cafoni in certe manifestazioni di sé ma questi sono i fatti. Come misuri la tua automobile, il tuo cellulare, il tuo orologio. Vuoi farmi credere che hai una dimensione affettiva e  di rispetto per tutto, suvvia non è possibile.

Paolo Fantuzzi: Ma ora parli d’oggetti di beni. Di cose materiali e concrete.

Vincenzo Pisani: Ma questo è il punto. La realtà oggi è dominata dal calcolo, si parla da anni d’investimenti affettivi. Voglio dire… ma ci rendiamo conto che nel vocabolario comune il metro è il denaro, i termini sono i termini del commercio e molte espressioni sono prese di peso dalla lingua commerciale per eccellenza, ovvero quella inglese. Non voglio esagerare la natura dei tempi ma io vedo qui nel Belpaese una gran parte della gente ripiegata su se stessa e che guarda il quotidiano alla luce del successo apparente  e del risultato economico. I molti  vedono e pesano quel che vogliono pesare e misurare.

Franco: Amici vi prego. Stanno portando il vino e gli affettati. Intanto distribuiamo questo e poi passiamo ad ordinare i primi. Comunque mentre verso voglio aggiungere una cosa in questo mondo tutto è sottoposto all’usura e alla scorrere del tempo e se non si hanno scopi fortificati dal conoscere bene se stessi e il proprio piccolo mondo si rischia di correre dietro al vento, di perdersi nel mutare delle cose e di restare dopo una vita d’affanni prostrati senza aver trovato il senso e lo scopo della propria vita. Quindi osserviamo che usare sempre lo stesso metro e la stessa misura per cose diverse può far precipitare nell’errore e nell’idiozia.

Stefano Bocconi: Intanto dividiamo il pane e versiamo il vino e poi sotto con il companatico. Siamo qui per star bene assieme. Allora iniziamo. E un brindisi alla salute, perché senza la salute della mente e del corpo nessuna impresa umana è possibile.

Clara Agazzi: Ben detto.




3 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - Invito a Cena

Clara Agazzi: Ricapitolo il senso del tuo ultimo ragionamento: siamo in presenza di una trasformazione della civiltà industriale. La maggior parte della popolazione non ha gli strumenti psicologici e culturali per affrontare questo mondo nuovo. Occorre una nuova consapevolezza, forse un nuovo senso della cittadinanza perché la carità o la liberalità del singolo non basta. Tutti discorsi interessanti, reggono alla prima confutazione. Ma dimmi da dove viene questo mutamento, da quale storia arriva questa emarginazione di milioni di umani rispetto a una società e a una civiltà di cui sono parte?

Franco: Un quesito simile esige un seminario universitario, ma proverò a dare una risposta. Dunque. Cercate di capire che taglierò con la mannaia i concetti e banalizzerò moltissimo, ma questa cosa è essenziale per dare il senso del corso storico. All’inizio di questa storia c’è la Grande Guerra che causò la lenta ma inesorabile disgregazione del dominio che i grandi imperi coloniali  dell’Europa avevano sul resto del mondo e che fece emergere da un lato la potenza della Russia Sovietica e degli Stati Uniti. Da quella prima grande tragedia del Novecento, di cui solo in tempi recenti si è compreso l’enormità e la gravità, scaturì un disagio enorme che portò tanta parte della piccola borghesia, o ceto medio, a simpatizzare per le diverse forme di fascismo. Del resto lo sviluppo del capitalismo e della tecnologia a livello internazionale creavano le condizioni per l’espansione dei ceti poveri e operai e dei ceti piccolo-borghesi dominati ovviamente da una minoranza ridotta di ricchissimi che detenevano i capitali e i mezzi di produzione.  Poi si scatenò una Seconda Guerra Mondiale che costò sicuramente più di cinquanta milioni di morti. I vincitori si spartirono una cosa da niente: il mondo e la razza umana che ci sta sopra. Dopo la Seconda guerra Mondiale qui e in Europa Occidentale ci fu la ricostruzione e uno stato sociale di cui entrambe le classi antagoniste beneficiarono; erano gli anni della socialdemocrazia in Europa e qui della Democrazia Cristiana. Nei fatti questi governi né rossi  e né neri, e tendenzialmente centristi o di centro-sinistra, erano una forma di contrasto al comunismo che prevedeva l’espansione del ceto di mezzo e l’avvicinamento di vasti strati della popolazione disagiata ai benefici dello  stato sociale e va da sé alla società dei consumi dominata dalla pubblicità commerciale di cui si è detto. Bene questo modello diventa spiacevole e indigesto per le minoranze di ricchissimi nel momento in cui cessa il pericolo del comunismo e il pericolo di una rivoluzione scatenata dai ceti poveri e dalla classe operaia. Fra l’altro con le multinazionali della finanza, della produzione e della distribuzione e commercializzazione e del mondo dello spettacolo i ricchissimi sono diventati fra la Seconda Guerra Mondiale e l’inizio del nuovo millennio i padroni delle vere potenze nazionali e  internazionali di oggi. Le corporation sono il nuovo potere con la P maiuscola. Quindi ecco la ragione di quanto accade: il grande potere finanziario di una ristretta minoranza di ricchissimi ha la capacità di condizionare e di imporre la politica alle grandi potenze quando non capita che i leader delle grandi potenze siano essi stessi espressione di questi poteri economici. Ora dal momento che i rapporti di forza sono cambiati questa minoranza si sta riprendendo quanto per decenni ha dovuto cedere ali ceti medi e in una certa misura ai poveri e ai lavoratori. Si tratta di una trasformazione interna alle stanze del potere. Al posto del generale, del leader politico conservatore, del tribuno del popolo  carismatico ci sono dei team di specialisti  delle pubbliche relazioni e di avvocati detti lobbisti che per conto delle loro corporation  condizionano il potere politico, l’attività legislativa  e la società in generale.

Paolo Fantuzzi: Ma tutto questo è forse la ragione per cui sento l’assenza di una mia condizione di potere nelle cose del quotidiano?

Stefano Bocconi: Forse è questa la ragione per la quale non trovo più conforto nel passato e nelle credenze ereditate dalla mia famiglia?

Paolo Fantuzzi: In effetti da anni mi sento privo della sicurezza che riguarda le mie faccende domestiche almeno quanto quelle che riguardano al società nel suo complesso. Mi spiace vedere tanta corruzione, disfacimento, perdita di senso delle cose. Ma se questo potere finanziario è così enorme  perché non assume lui stesso il potere, perché non fa da sé e si assume le sue responsabilità.

Clara Agazzi: Mi sembra chiaro. Se le multinazionali della finanza e della produzione dovessero assumersi le loro responsabilità dovrebbero destinare gran parte dei profitti a riparare i guasti che provocano. Ma se i loro danni vanno in carico alla collettività scaricano su tutti, cioè su ciò che è collettivo, il danno e il guasto causato dalla loro sete di profitto. Fare profitti privati e socializzare i danni e le perdite ecco di cosa si tratta. Di sicuro una roba del genere davanti a una reale minaccia di natura fascista o comunista avrebbe le sue difficoltà perché questo loro privatizzare i profitti e socializzare le perdite crea milioni di esseri umani risentiti, arrabatti e perfino violenti. Ma aldilà delle favole della politica questa minaccia non esiste, almeno non per ora. Quindi per molto tempo avranno la possibilità di contare su governi deboli o compiacenti o su politici che si comprano con il biblico piatto di lenticchie.

Franco: Il biblico piato di lenticchie. Era da un pezzo che non ne sentivo parlare. Davvero. Mi piace. Certo è curioso come il potere politico nella civiltà industriale sia sottoposto al condizionamento fortissimo di coloro che controllano il denaro, davvero questa forma di civiltà concede al potere finanziario un margine di comando e controllo che non ha mai avuto nell’antichità. In un certo senso non è solo cedere un diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie, è che strutturalmente la civiltà industriale tende a vincolare società, politica e vita quotidiana alle forme con le quali il capitale crea la produzione, il consumo, l’innovazione. La civiltà industriale è un tempo altro, è una scissione fra il mondo di prima e questo singolare spirito dei tempi dove tecnica e investimento dei capitali creano, distruggono e riaggregano la società umana e la sua identità. La potenza che è preposta a ridefinire e a determinare valori, consumi, aspettative e speranze della stragrande maggioranza degli esseri umani in questa società industriale è la pubblicità commerciale collegata all’enorme industria dello spettacolo. Il capitale investito in intrattenimento e comunicazione plasma la mentalità di milioni di umani, è la nuova forma di egemonia sulle coscienze. Per questo io stesso ho difficoltà a dare delle indicazioni più precise avendo come certezza il fatto che è difficile uscire da un sistema come questo. Il condizionamento è ormai educazione permanente al consumo, il consumo è divertimento e il divertimento consenso.

Per questo è umano ed è comune quel senso di sofferenza quando si ha la percezione di trovarsi davanti al dispiacere per l’assenza di una propria dimensione di potere sia sulle piccole cose sia su quelle grandi e notevoli. Questo senso di minorità e d’inferiorità è acuito e reso ancor più aspro dalla continua visione dei guasti che porta questa civiltà industriale e della corruzione e del danno che fa cadere sulla società, anche quella dei piccoli comuni o delle realtà nostre di provincia.

Paolo Fantuzzi: Ma ora voglio dire una cosa io. Se questo  potere fosse davvero minacciato o insidiato ai vertici della piramide sociale sotto cui stiamo ci sarebbero uomini e donne eccellenti e di talento.  Un po’ come accade nella vita umana, senza sfide o pericoli l’uomo si sdraia sulla poltrona a vedere la partita con la sua birra in mano. Se invece capita un guaio grosso, bè se non si muove è direttamente la donna che gli toglie la poltrona da sotto il culo e lo forza ad agire. Quindi se abbiamo questa spazzatura a giro e tale vergogna ci governa è perché chi sta sopra di loro sa che non ha veri sfidanti.

Stefano Bocconi: Oppure ha sotto il tavolo il famoso piano B e quindi una diversa forma di governo e di governanti. In fondo da gente che non prova sentimenti o compassione per i danni e i disastri che provoca perché dovrebbe farsi scrupolo a toglier di mezzo dei pupazzi facenti funzione… di leader democratici.

Clara Agazzi: Mi pare che siamo dentro dei problemi belli grossi eppure eravamo venuti qui per delle risposte semplici, lineari. Volevamo una cosa rapida, quasi si fosse al supermercato.

Franco: Ma non sempre è possibile trovare risposte semplici. Capita che dietro una risposta semplice ci siano decine di cose complicatissime e intricate. Certo il male di vivere è acuito spesso da aspettative gonfiate dalla pubblicità e dal mondo dello spettacolo. Ma da dove viene questo mondo della pubblicità e dello spettacolo? Come vedete una risposta semplice apre decine di domande difficili.

Clara Agazzi: Ma così non finiremo mai. Quanto detto finora rischia di perdersi, di finir dimenticato.

Franco: No, non accadrà. Comunque tutte le cose devono avere una conclusione in questo mondo. Almeno questa sembra esser la regola. Quel che nasce si sviluppa e poi degrada verso la sua fine. Il che fa pensare che prima o poi per ragioni interne alla fisica e alla logica della vita su questo pianeta azzurro anche questa civiltà nata dalla terza rivoluzione industriale cesserà d’essere. Comunque vi faccio questa proposta visto che l’ora è tarda. Stasera avevo intenzione di andar per colline fino a Vernio dove nel ristorante vicino al ponte della stazione so che troverò i miei amici Vincenzo Pisani e il Professore che là spesso si recano per mangiare i tortelli di patate. Vi propongo di andare tutti assieme stasera e di finire là i discorsi che qui abbiamo iniziato assieme a questi miei due  amici che di solito non si sottraggono al ragionare di massimi sistemi. Seguitemi quindi. Sono sicuro che sarà una felice occasione conviviale.




2 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - ripensare la civiltà e ripensare l'essere umano

Clara Agazzi: Aspetta, calma. Ma questi profeti, questi maestri come si collocano; che ruolo sociale hanno. Qui si ragiona di categorie umane che sembrano calare dalle nuvole o cadere dagli alberi come i frutti. Avranno un ruolo, un mestiere, un loro posto. I maestri sono insegnanti, sono istruttori, sono educatori, cosa sono?

 Franco: Forse. Mi resta difficile indicare il posto di lavoro di un maestro di vita, di un rivelatore di valori e di ragioni dello stare al mondo in un contesto come questo dove individuo, socialità, comunità d’origine, storia personale e collettiva sono realtà dissociate ma messe artificiosamente assieme quando serve dal discorso politico o dalla pubblicità. Sicuramente è un soggetto che riesce a proiettarsi oltre i limiti del proprio tempo e a comunicare delle verità, dei valori, un sapere autentico, talvolta un mestiere; perché il mestiere è anche sapere, saggezza, conoscenza accumulata nei secoli o nei decenni e  tecnica.

Stefano Bocconi: Ma qui c’è un problema, parli di società, di tradizione, di autentica comunicazione fra generazioni quando intorno a noi tutto sembra degenerare e spegnersi in un privato egoismo e in bisogni ora primari ora voluttuari. Forse è il mio mestiere che mi porta a vedere nelle tipologie di merci che popolano il tempo libero il passaggio da generazione a generazione. Fra i soldatini di plastica o di carta di quattro decenni fa e i videogiochi in 3d di oggi c’è l’abisso. Lo stesso posso dire dei dischi in vinile e dei giradischi o messi a confronto con i telefonini tuttofare che memorizzano interi  file musicali e persino uno o due film più centinaia d’immagini. Questo è un mondo nuovo che ha fatto fare un salto che in passato avveniva solo nello scorrere dei secoli.

Paolo Fantuzzi: Hai parlato bene, ma c’è anche il negativo. Mestieri che spariscono, saperi che si perdono, precariato nel mondo del lavoro, concorrenza di operai e disperati provenienti dai quattro angoli del pianeta, e poi la dispersione di risorse e di materie prime dovute al sistema di produzione e consumo. E il relativo danno all’ecosistema del pianeta. C’è da chiedersi cosa ne sia della civiltà.

Franco: Allora ecco il punto. La civiltà!, quale civiltà? Di solito si confonde lo sviluppo tipico della civiltà industriale con la civiltà propria, ossia con quella cosa che comunemente è detta nazione. Non è la stessa cosa. La civiltà è l’insieme delle forme dell’organizzazione politica, culturale e  sociale di una popolazione che ha raggiunto una stabilità, ha assunto una forma per quanto malleabile e mutevole possa essere. Ma la civiltà non è lo sviluppo industriale, non è questo o quel genere di prodotto o di merce e neanche questo o quel capo politico o fazione politica. La civiltà è un complesso, è un sistema all’interno del quale vivono esseri umani che sono una comunità organizzata, che provengono da una o più storie comuni, che discendono dai secoli e magari hanno perfino un rapporto con il territorio che abitano. Colui che appartiene alla civiltà propria sa di non essere casuale o fortuito ma di provenire dallo scorrere dei secoli, da una sedimentazione di fatti, storie, battaglie, eventi, fondazioni, dinastie familiari, alberi genealogici. Questo tipico soggetto è oggi messo in difficoltà da un modello di civiltà industriale che punta a una massificazione dei consumi, all’omologazione, all’inquadramento dell’essere umano e del suo vivere in una logica di produzione – vendita -consumo  di beni materiali che immancabilmente, in un modo o nell’altro, diventano spazzatura . Oggi qui nel Belpaese quando si parla di civiltà occidentale si parla del nulla. La civiltà occidentale nel Mediterraneo ci fu al tempo dei Cesari quando l’Impero Romano fu diviso in due l’Oriente e l’Occidente. Chi parla di civiltà Occidentale qui in Italia dovrebbe mettere il soggetto: Stati Uniti. Tuttavia proprio la vita degli esseri umani di oggi è attraversata ogni anno da decine di migliaia di messaggi pubblicitari diretti o indiretti che modificano la percezione della realtà e la percezione della società e il senso di ciò che è davvero importante. Questo processo di consumismo indotto e secolarizzazione dei costumi  ha nel corso di cinque decenni prodotto uno svuotamento di senso delle fedi laiche nello Stato, delle tradizioni religiose, delle culture popolari, operaie, perfino contadine. L’uomo della civiltà dei consumi, oggi in decadenza e scomposizione, doveva essere un consumatore e non un cittadino, un credente, un buon uomo, un soldato di chissà quale patria. Oggi nel tempo della decadenza di questa civiltà abbiamo uomini e donne spiazzati. Il passato è finito, il presente è debolissimo e precario e il futuro sembra lontano o altrove.

Clara Agazzi: In altre parole questo è un tempo funesto. Ci sarà pure qualcosa di buono: uomini e donne che s’impegnano nel sociale, gente che fa volontariato, qualche amministratore onesto, qualche politico che non sia un ladro. Non può esser un precipitare nel vuoto come tu affermi.

Franco: Questo è un discorso difficile da confutare, ma ci proverò. Ritorno indietro all’infanzia, al tempo nel quale davano Mazinga Z in televisione. Avete presente.  

Paolo Fantuzzi: Ovvio, chi non conosce i cartoni animati giapponesi di robot dei primi anni ottanta. Ma cosa c’entra. Questa è una vera e propria follia.

Stefano Bocconi: Lascialo dire. Forse sa qualcosa che non sappiamo. O forse vuole stupirci con una parabola, farci sognare con un discorso di fantasia.

Franco: Invece no. Molto meno. Avete presente la sigla italiana di Mazinga quella che fa “Quando udrai un fragor a 1.000 decibel/ veloce e distruttore come un lampo non dà scampo…”

Stefano Bocconi: Sì ricordo. Sono vaghi ricordi.

Paolo Fantuzzi: C’erano delle immagini, mostri, città in fiamme, aerei, carri armati, e Mazinga.

Franco: Appunto le immagini. Tornate indietro negli anni. Nelle immagini finali della sigla si vedeva lo schema delle parti meccaniche del Mazinga Z, giusto! E’ importante!

Clara Agazzi: Vagamente mi ricordo di qualcosa, non era il io preferito. Cosa c’entra lo schema tecnico del Mazinga superobot peraltro fatto  immaginario e prodotto dall’industria giapponese dell’animazione?

Franco: E dal maestro del genere  ovvero Go Nagai.  C’entra perché per fare barriera contro una forza ostile tremenda e le sue conseguenze non basta la volontà o la buona disposizione d’animo e meno che mai i buoni propositi. Ci vuole quello che si vedeva nel Cartone Animato in questione: organizzazione, un gruppo di tecnici e di specialisti, un team pronto a battersi composto di gente leale e coraggiosa, uomini e donne pronte allo scontro anche in situazioni di netta inferiorità e un simbolo che unisse tutti in quel caso Mazinga stesso. Oltre a questo gli eroi avevano  spirito di squadra, volontà di prevalere, capacità di sacrificarsi e, tornando all’immagine che ho evocato, i mezzi sofisticati. L’interno del Mazinga Z che si vede nella sigla è questo: ci vuole la potenza dei mezzi e i mezzi sono parti complesse di un corpo unitario. Invece cosa vedo in questa realtà. Tanta gente perbene, magari seria, ragionevole fa grandi proclami e poi davanti al male che arriva non fa gruppo, non fa squadra, non crea i mezzi, spesso rinuncia a combattere e cerca una via di fuga, magari studia per avere qualche espediente o qualche privilegio. Prendete Mazinga Z come metafora della difesa di una civiltà. Si può difendere una civiltà o affermarla senza le cose che ho detto? No. Questo è sicuro. Quelle buone azioni e buone prassi che esistono e di cui dici Clara sono di solito separate le une dalle altre. Come spesso capita non è uno più uno uguale due, ma uno e uno ossia due singolarità che non fanno coppia. L’individuo, il singolo staccato e dissociato da un corpo sociale di cui fa parte e dal quale in una pur minima misura è difeso e tutelato è azzerato davanti allo strapotere dei mezzi di oggi. Come può un singolo opporsi davanti a processi commerciali, industriali, economici che muovono miliardi e che ridefiniscono e scombinano la sua vita, le sue certezze, le sue possibilità economiche. Pensate alla crisi del 2008 e alle vite che ha travolto nel mondo. Basta il singolo, con il suo buonsenso, con i buoni propositi, con la sua carità aleatoria o perfino occasionale per fare barriera? Io dico di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma, ci sarà pure un modo, un sistema. Voglio dire. E’ proprio necessario che le forze positive siano frammentate in mille pezzi mentre quelle negative sono esercito, sono unità.

Franco: Positive, negative. Che vuol dire. No non ci sbagliamo qui  non c’è una lotta fra il bene e il male come la si può intendere comunemente. Qui ci sono egoismi e desideri alimentati o indotti che producono per prima cosa consenso e a seguire fatti politici, culturali, azioni militari. Si tratta di un sistema di terza civiltà industriale oggi governata da un sistema finanziario capitalista. Non c’è un mondo buono di cavalieri della Tavola Rotonda che deve arrivare qui, il mondo che vedo è già questo. Piuttosto invece di aspettare l’eroe con il robot o con la spada divina perché non pensare di assumere qualche caratteristica positiva dell’eroe; che ne so: lo spirito di squadra, la speranza nel futuro,  un sano altruismo, la volontà di battersi…

Paolo Fantuzzi: Ovviamente questo discorso è assurdo. Certo l’immagine è suggestiva ma assumere su di sé un qualcosa di eroico fra il bollo auto e la dichiarazione dei redditi è una cosa da scemi anche solo il pensare una cosa del genere. 

Franco: Ma io non parlo di andar a giro con robot alti quanto una casa di dieci piani o di nascondere armi incredibili e partire alla ricerca di non si sa che cosa. Questo è qualcosa di manicomiale, una roba da ricovero coatto. No dico che per affrontare questo momento di sfascio di valori e di forme della vita sociale sommerse e spaccate da una ridefinizione dell’economia capitalista che volge al dominio su tutta la realtà umana da parte  della finanza, delle multinazionali e  di poche famiglie di supermiliardari occorre che chi per motivi umanitari o politici si oppone faccia gruppo, si dia un coordinamento, si ponga degli scopi altruistici. In una parola faccia propria l’evidenza che per combattere forze ostili organizzate, specializzate, amorali, dotate di enormi mezzi tecnici  e finanziari occorre far gruppo, creare una rete, diventare quello che si chiama un soggetto politico e sociale. Mille iniziative benefiche  separate le une alle altre non sono gruppo, non sono movimento, non sono trasformazione. Sono dei singoli che fanno cose simpatiche, divertenti, suggestive, magari perfino faticose. Ma singoli. Non quindi Mazinga Z che è una cosa unitaria ma tanti bulloni e viti che schizzano via in libertà. Prendo un fatto immaginario. La multinazionale XYZ in accordo con politicanti corrotti ha deciso di trasferire gli stabilimenti dalla provincia X allo provincia K che sta in un paese povero e governato da una dittatura e fa questo per non mettere agli stabilimenti i depuratori e pagare poche tasse. Chi ferma una cosa del genere che risulta essere un danno economico e un potenziale disastro ecologico? Il singolo?

Clara Agazzi: Vuoi dire che occorre creare qualcosa di simile ai vecchi partiti, strutture organizzate.

Franco: Non proprio. Occorre un senso diverso della cittadinanza. Occorre una popolazione che sia essa stessa responsabile e che sia in grado di stabilire la differenza fra ciò che è importante e ciò che non lo è e che se presa in giro o danneggiata dai grandi colossi finanziari o commerciali imponga dei politici capaci di stroncare i processi degenerativi. Occorre una tipologia di cittadino, o se si vuole di essere umano, che non è il consumatore. Certamente  il consumatore è nel suo piccolo un lavoratore specializzato, un tecnico, un detentore di un qualche sapere ma per certo esso non è quel soggetto che si mobilita per reagire alle forme perverse, pericolose e degenerative di questo modello di civiltà industriale.

Paolo Fantuzzi: Ma questo presuppone un riciclaggio, anzi una riqualificazione di milioni di esseri umani. Da consumatori a cittadini responsabili, questa è metamorfosi. Ma allora è vero che sei un mago, questo è un grande incantesimo, tu pensi in termini tali da credere possibile il cambiamento della realtà.

Franco: Io penso che nella vita sia ragionevole a un certo punto darsi uno scopo. Uno scopo vero, un disegno personale, uno scegliere un percorso di vita  e non il seguire come una pulce ammaestrata i modelli adulterati che passano nei programmi televisivi dove si vedono e si sentono le cose più strane e folli.



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