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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 giugno 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - Profeti delle rocce e Maestri

Paolo Fantuzzi: Forse lo sa lui cosa manca per esser maestro, per arrivare al livello superiore d’insegnamento e formazione.

Franco: Allora. Voglio distinguere; distinguere fra due categorie ossia: gli intellettuali che svolgono la funzione d’intellettuali e i profeti delle rocce che predicano ai sassi. C’è una differenza fra le due categorie che è questa. L’intellettuale ha davanti a sé almeno un sentiero, talvolta una strada e ha quindi delle condizioni date dalla sua società e dei percorsi. Il profeta delle rocce è la categoria di chi non ha la strada e deve percorre la strada del sapere e del retto insegnare senza nessun conforto. Nel Belpaese non ci sono più strade o sentieri per i presunti intellettuali, perché sono state abbandonate e lasciate morire quattro o cinque decenni fa quando i mondi operai, contadini, popolari si sono dissolti per lasciar spazio all’immaginario della pubblicità e della televisione e alla socialità del centro commerciale. Dell’intellettuale comunque non mi va di parlare adesso anche perché scindo questa categoria in mercenari e assoldati; ossia fra coloro che cavano del denaro dal seguire una causa o una fazione e coloro che per denaro passano da una bandiera all’altra. Questo mi porta fuori dal ragionamento. Preferisco invece concentrarmi su quanto serve a rispondere al problema del maestro. Il profeta delle rocce è una categoria che io scindo in due: coloro che sono consapevoli di predicare alle pietre e coloro che sono illusi. Questa categoria è utile perché ci porta al cuore del problema. Per prima la categoria degli illusi. Gli illusi sono sostenuti dalla fede che il loro predicare verrà raccolto, che prima della fine della vita ci sarà per loro un premio, un riconoscimento, l’omaggio magari postumo. Questi profeti credono che a dispetto di quanto urla l’evidenza qualcuno ascolti, pensa, ragioni sui loro atti o parole. Spesso sono gente perbene che si è dedicata a una causa benefica, a un principio santo, alla filantropia e non può concepire data la bontà della loro causa che la loro azione finisca persa come il sibilare del vento o il moto delle onde. Da questo rifiuto nasce quell’illusione che è l’incapacità d’accettare il fatto che predicare il bene a gente indifferente a tutto o davvero malvagia è una grottesca idiozia. Il secondo che appartiene alla categoria dei consapevoli si fa carico del fatto che non c’è una civiltà, un punto fermo, una divinità garante del successo del loro predicare e del loro dire. Quindi non c’è né la strada, né il sentiero dell’intellettuale. Solo le rocce e la terra scassata e una massa di genti diverse e come minimo ignoranti e malconsigliate a cui rivolgersi.

Clara Agazzi: In altre parole manca il linguaggio comune fra il profeta e i suoi uditori, di fatto affermi che manca una civiltà d’appartenenza, una comunità.

Franco: Questo è un discorso che segue il ragionamento presente. Riepilogo: fra la categoria dei profeti delle rocce occorre distinguere fra gli illusi e i consapevoli. Lascio stare gli illusi e osservo i consapevoli. Introduco una nuova scissione fra   i consapevoli: occorre distinguere fra i reattivi e gli inerti. I profeti delle rocce consapevoli ma inerti sono quelli che constatano l’impossibilità o l’estrema difficoltà di farsi capire e assumono comportamenti risentiti come parlare da soli, scrivere diari, guardare sdegnati la gente che va a spasso, mettersi da una parte e solo di rado dare qualche insegnamento o dire cosa pensano.  Diversi sono i profeti delle rocce consapevoli reattivi. Questa categoria deve per forza di cose esprimersi e reagire e non subire l’indifferenza e l’asprezza delle condizioni di dialogo. Quindi si agita, discute, parla e spesso scrive e ragiona, si fa ascoltare .

Stefano Bocconi: Sono sicuro che non ci capirò nulla, insomma è finita questa cosa delle categorie.

Franco: In verità per niente. Salto i preamboli e arrivo: I profeti delle rocce consapevoli reattivi si distinguono a loro volta in quelli organizzati e quelli disorganizzati.

Clara Agazzi: Oddio, che razza di discorso. Mi ricorda Il Sofista di Platone.

 Franco: Forse ricapitando ci siamo. Fra le categorie umane che ragionano e discutono sui valori morali e sociali fondamentali per un autentico maestro ci sono gli intellettuali e i profeti delle rocce, gli intellettuali divisi in mercenari e assoldati qui ora non interessano. I profeti delle rocce, sì. Fra i profeti delle rocce abbiamo distinto i consapevoli  e gli illusi, fra i consapevoli abbiamo distinto gli inerti e i reattivi. Quindi i profeti delle rocce consapevoli reattivi si dividono a loro volta in organizzati e disorganizzati. I disorganizzati sono quelli che s’affidano al momento, al colpo di teatro, al gesto spontaneo per far colpo sui loro uditori e fra passare il loro messaggio. Di solito fanno un bel gesto e poi passano sotto silenzio per anni. Gli organizzati invece osservando che la strada è inesistente e che le genti disperse sono preda di truffatori, allucinati, bugiardi patentati mitomani  si provvedono di strumenti. Strumenti minimi di solito. Un blog, una rivista che una o due volte l’anno pubblica una recensione o un saggio, dei video su youtube, un lavoro che permette loro di star dietro a un discorso religioso, culturale o politico che interessa, una rete di contatti con gente che può aiutarli, una piccola strategia domestica per gestire tempi e possibilità e entrando in relazione con ambienti, universitari, scolastici, turistici, sportivi. Bene questa è la categoria che può arrivare al nostro punto su cui tutto il discorso ruota: il disfacimento di una civiltà. Perché per ragionare di tutto questo con un minimo di onestà intellettuale occorre: non essere mercenari o assoldati come gli intellettuali, occorre essere profeti delle rocce, ma non illusi, non persi in romanticismi, e meno che mai desiderosi di compiacere il proprio narcisismo con un bel gesto, con qualcosa d’estemporaneo e privo di continuità. Occorre quindi uno che è profeta delle rocce ma anche consapevole, reattivo, e organizzato può aiutarci nel discorso. Ha le caratteristiche per poter raccontare come si sfascia una civiltà, come si dissolve in altro, come si potrà ricomporre. Attenzione raccontare e fare  qualcosa di più implica già il maestro, ossia colui che può insegnare, formare, indirizzare lo viluppo della persona morale e del carattere.

Stefano Bocconi: Ma questa roba è così incasinata. Insomma.

Franco: Ma che volevi: un discorso da quattro soldi, due proverbi da osteria  e una frase presa da qualche spettacolo televisivo sul gioco del calcio. Siete venuti da me per chiedere di cose difficili. Dunque La sistematicità di questo profeta fa sì che insistendo e penetrando in diversi ambienti riesca a far arrivare qualcosa. Spesso quanto egli dice è preda di sciagurati che ne rubano alcune frasi o alcune parti, ma nel complesso riesce a comunicare e a far capire l’evidenza quotidiana: la mancanza di una propria collettività, di valori comuni condivisi, di leggi morali fatte proprie, la disparità di provenienza e d’origine delle genti del Belpaese deve far ritenere che sia assente quella che comunemente è detta civiltà. Fate caso si parla sempre più spesso d’Occidente nei nostri media come determinazione e definizione della civiltà comune, eppure ad oggi mi risulta ci sia una bandiera, un inno, una fiscalità, perfino dei confini. 

Clara Agazzi: Ma cosa c’entra questo? Si ragiona di che cosa adesso? Si ragionava del carisma del maestro, del trovare delle risposte. Ora te ne esci con l’analisi dei luoghi comuni della politica e dei telegiornali.

Franco si scuote un po’.

Franco: Interviene la centralità del maestro quando c’è nel singolo il bisogno di trovare una propria via nel mondo umano, ma spesso la via non c’è, e l’atto del far capire che la via non c’è perché non è più o non è stata costruita è proprio di quei profeti delle rocce di cui si ragionava. La mancanza della via è proprio necessaria perché oggi chiunque è portato a coltivare illusioni e follie più o meno indotte dalla pubblicità commerciale. Ci vuole prima qualcuno che ti scuote che ti mostra l’assenza di una via e di una strada sicura  e poi, forse, arriva l’insegnamento autentico, quello del maestro che aiuta lo studente a costruire se stesso, a conoscersi. Certo, attraverso lo studio di una disciplina scientifica, umanistica, marziale, sportiva, di un lavoro, di una qualche attività importante; ma è quel qualcosa in più che distingue il maestro dall’insegnate, dal preparatore, dall’allenatore. Oggi che la crisi di ciò che è comune, collettivo, tradizionale è manifesta e clamorosa proprio la figura del maestro diventa importante, anzi per qualcuno diventa fondamentale.

Clara Agazzi: Bene. Questo è chiarito caso, importanza e natura del maestro e del profeta delle rocce. Ma concretamente dove li troviamo noi i maestri e i profeti delle rocce? Come possiamo riconoscerli in mezzo a un turbine di bugiardi disgraziati e cialtroni conclamati. Non è facile raccapezzarsi.

Franco: Quando qualcuno vi presenta il mondo di tutti come privo di una logica sana, quando mette a nudo aspre contraddizioni, amare verità non è forse un profeta delle rocce? Non li avete forse uditi o visti? Ma certamente! Magari appartenevano ai profeti delle rocce consapevoli ma inerti o erano illusi e parlavano solo a se stessi. Comunque passati i trenta di solito tre o quattro umani che rientrano nella tipologia si sono incontrati. Diverso è il caso del maestro. Il maestro va seguito, va capito, talvolta va perfino imitato. Li trovate nella vita di tutti i giorni basta cominciare a leggere la realtà avendo il desiderio di trovare delle risposte sane, autentiche e non una mezza risposta o una frase dogmatica o peggio uno slogan da pubblicità dei cioccolatini. Cercate dentro la vostra memoria. Scoprirete che qualche maestro e qualche profeta nel senso che dico io c’è stato e forse c’è. Ma non voglio sapere. Ognuno si tenga i suoi segreti.

Paolo Fantuzzi: Hai parlato bene, adesso ho capito il tuo ragionamento. Ci sai fare davvero.




13 giugno 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - Definire il maestro

Clara Agazzi: Questo discorso ti offende messo così. D’accordo. Cambio punto di vista: cosa sono per te i molti con cui non vuoi confrontarti o non puoi confrontarti

Franco: Allora pure io risponderò con una domanda: ognuno di voi usi un termine solo per qualificare l’uomo comune che è la particella elementare che costituisce il corpo di questi molti.

Clara Agazzi: Adolescente. Sì!  Ha la natura idiota e credulona di un’adolescente che crede ai cattivi maestri e alle cattive compagnie, alle false promesse, alle favole a lieto fine.

Paolo Fantuzzi: Vero. Ma per me la parola è ingranaggio. Egli è parte di una macchina sociale, produttiva, economica. È il bullone felice di un grande meccanismo, sa di esser bullone vuol restare in quella condizione perché così c’è chi pensa per lui e comanda per lui.

Stefano Bocconi: Giusto. Ma io dico conformista. Egli è come gli storni quei volatili che cacano sulle carrozzerie delle macchine e volano in grandi mucchi, e formano come un corpo solo. Egli è felice di esser uno dei molti, di seguire il gruppo, di esser parte dello lo sciame.

Franco: Ma questo è il ritratto del consumatore, e dirò di più del consumatore frustrato e risentito perché vorrebbe appartenere alla minoranza che può permettersi beni e servizi per gran signori e grandi dame ma non può. Ponetevi dunque il problema questo  tipo quali qualità ha?  Io posso tirare a indovinare. Intanto inizio con il dire che egli è uno specialista, magari di basso profilo ma sa un mestiere, esercita una professione e forse nella sua nicchia lavorativa egli è competente. Poi proseguo che egli è un risentito ma integrato nel sistema che alimenta e da cui è alimentato, inoltre egli anche se non lo sa fa riferimento a una gerarchia concretissima che dal capoufficio risale fino al banchiere  e al grande finanziere. Queste ultime due figure sono i nuovi re e principi di questo nuovo secolo. Sotto di loro una gerarchia intermedia di esperti, direttori, delegati, consulenti, amministratori, incaricati e così via. Una roba della civiltà industriale che ha sostituito le gerarchie medioevali dei principi, dei duchi, dei vescovi, degli abati, dei cardinali, dei podestà. Ora un tipo del genere potrebbe perfino  esser istruito perfino sull’Apocalisse, ma fra sei mesi c’è il mondiale di calcio. Fra sei mesi i quattro quinti di questi  umani, di cui si è detto finora, perderanno ogni cognizione di bene e di male presi dalla televisione che farà vedere il  gioco brasiliano del pallone sul maxischermo del bar o dei finti pub che presidiano le nostre periferie, o addirittura nel salottino di casa.

Stefano Bocconi: Non si può ed è bene che tu non lo faccia. Se la gente vuole perdersi, che faccia. Sono adulti, sono lavoratori, sanno di vivere, sanno perdersi. Punto e basta. Ma questo non sposta di un metro il problema tuo. Quindi dovresti dirci cosa vuoi essere per questo squallido e indecente mondo umano.

Paolo Fantuzzi: Vero. Una risposta la devi. Se non a noi a te stesso

Clara Agazzi: Non vuoi forse esser maestro ai molti?

Franco: Maestro è una parola enorme. Maestro è certamente di più più di un professore o di un docente delle medie o elementari. Maestro è quasi un secondo padre, una seconda famiglia. Pensate dunque che io possa esser maestro?

Stefano Bocconi: Solo se lo vuoi davvero. Se lo desideri e ti butti sul serio. Penso che puoi farcela.

Paolo Fantuzzi: Maestro è tanta roba. Dicci piuttosto cosa è per te esser maestro.

Franco: Ma questa è una domanda davvero difficile. Davvero.

Franco si concentra. Pausa

Clara Agazzi: Forse è un correttore di errori o piuttosto  è colui che indica una strada possibile?

Franco: Il maestro è la riposta che cerchi attraverso l’apprendere, egli è la personificazione della tua retta esperienza. Magari dolorosa. Ma è la forma umana di quella risposta che cerchi perché lui ti ha creato le condizioni per capire. Il maestro non è un venditore di nozioni, una badante, la spalla su cui piangere. Il maestro è la via che cerchi per te. Non sono i maestri che vanno dagli allievi ma gli allievi che cercano i maestri.  Il maestro è tradizione e innovazione, è dentro e fuori, sei te e non sei te. Maestro è una combinazione difficile e spesso impossibile. A oggi chi può esser maestro? Al massimo posso farvi conoscere un professore, posso istruirvi io stesso in qualcosa che so.

Stefano Bocconi: Sono sicuro che puoi dirci molto di più. Inoltre non sei forse tu un maestro?

Franco: In verità non so, perché avrei dovuto far mia in senso proprio una dottrina, un sapere. Proprio nel senso formale e materiale da voi ben esposto. Io sono uno che dialoga, ascolta e risponde, parla, aiuta a capire, scrive, ricorda e fa ricordare, sono di sostegno morale e sono un creativo. Ma basta questo per esser maestro?

Clara Agazzi: Cosa ti manca? Tu sai cosa manca?

 Franco: Forse due cose: una dottrina completamente mia anche in senso formale e il carisma. Il carisma più del resto. Quella dote unica, e non comunicabile, che distingue chi fa professione dell’insegnare dal maestro che è il livello superiore  e se vogliamo è il livello metafisico del docente. Dove non si parla più alle rocce perché il maestro è roccia, è vento, è terra, è acqua, è cielo, è fuoco. Il carisma è più del sapere, è sapere che influenza, che plasma, che modifica l’essere umano con la sua aura. Ma il carisma, quando non è qualcosa di raro e magico, deve derivare da una personalità straordinaria associata a una volontà di ferro e a un sapere solidissimo. Ammetto che per vanità sempre ho sperato di aver queste doti, ma per possedere le qualità del maestro occorre superare le vanità ed esser se stessi fino in fondo. Ci provo. Ma non è facile.

Stefano Bocconi: Sembri però esser vicino a tutto questo. Forse non manca molto.




11 giugno 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - Lo spettacolo dell'informazione

Clara Agazzi: Bene hai trovato il tuo equilibrio, il tuo intimo sapere. Ottimo. Tanti non ci arrivano neanche in punto di morte, neanche cercando per tutta la vita. Ma non c’è qualcosa di esagerato, di fuoriposto?  Andiamo una persona della tua cultura. Con un titolo. Perché esporti al pericolo di esser scambiato per uno dei tanti, per uno che parla al vento. Non credi sia un doveroso atto di rispetto verso te stesso almeno accondiscendere a qualche compromesso. Vorrai avere un po’ di considerazione dai molti, di ascolto.

Paolo Fantuzzi: Vero. Perché questo tuo ritirarti e poi nello stesso tempo esser attivo, partecipare a eventi, a pubblici dibattiti, talvolta ti metti scrivere, a raccontare ma sempre senza una qualifica, senza quel qualcosa che ti segnala come giornalista, politico, pubblicista, professore…

Franco:Questo accondiscendere che vuol dire? Forse far finta di esser d’accordo con i molti? Ma se faccio finta non sarò credibile neanche a me stesso. No amici. Qui non si tratta di ribellismo o disobbedienza infantile, proprio perché i molti non sono più una civiltà o un popolo con una sua cultura antica e ancestrale io devo cercare da me il mio non uscire di squadra. Se davanti a me avessi un popolo che è una civiltà compiuta, forte, seriamente impegnata verso un fine universale o sacro allora potrei dire: “davvero io devo seguirli per quanto è possibile”. Ma così non è. Non si può chiedere a uno studioso, a una persona che ha passato anni a pensare e a parlare di far finta che ci sia ordine dove c’è solo disordine o che ci sia uno scopo collettivo dove c’è solo il funesto vorticare di mille egoismi individuali. Ma guadate ora proprio da qui.

Franco fa segno con la mano, indica un punto verso la valle

Guardate le periferie fatte in fretta e furia quattro decenni fa costruite per valorizzare i terreni agricoli, per creare super profitti e prima ancora di posare il primo mattone o di far arrivare la prima betoniera con la pura decuplicazione del valore dei terreni. Sembrano senza forma se confrontate con le mura medioevali o con le ville del rinascimento o del settecento che sono in zona. E sono senza forma perché sono il segno della dissoluzione delle civiltà precedenti senza che vi sia stata alcuna continuità genuina.

Franco si rilassa. Abbassa la mano, in lui una luce di consapevolezza.

Come può il mondo umano del qui e ora che ha tolto di mezzo il suo passato, che ha liquidato il bene e il male di mondi culturali operai, borghesi, contadini, popolari di cui era discendente venire da me e dirmi: “davvero noi secondo verità e giustizia abbiamo dei fini, vogliamo elevarci come civiltà, vogliamo essere noi stessi in questa vita concreta; ascoltaci e sarai ascoltato”.

Stefano Bocconi: Tutto vero. Ma ci sono i molti e c’è il singolo e nello specifico tu. Se il mondo muore ma io sto mangiando un succulento gelato al limone e fragola allora proprio io sono felice, viceversa se il mondo è felice ma mi sono tirato una martellata sui piedi, io soffro. Magari il mondo è felicissimo per chissà quale motivo ma io no. Nel mio godere del gelato o soffrire della martellata, io sono il mio centro del mio mondo, e in fondo del mondo che non ha un rapporto con me di qualche utilità me ne frego. Quindi dico: perché non fai contenti un po’ di cretini e di ottusi e prendi una qualche qualifica che ti giustifica ai loro occhi, in fondo che sarà mai. Fallo per noi, così sarebbe più semplice…  

Franco: Più semplice cosa, ascoltarmi? Ma se vi dà fastidio posso venire di notte da voi, magari di nascosto. No non è quello, quando una collettività cessa d’essere tale e lo è solo per finta, allora è lecito che chiunque si riprenda tutta la sua libertà di pensiero. Quello che io faccio, e proprio in nome di questa libertà, che capisco può portarmi a credere cose grossolane e perfino errori,  che mi permetto di prendere la parola, di scrivere e di dialogare, per amicizia, per stare assieme, per capire. Non esiste per me un pensiero positivo per cui devo fingere di vedere cose positive per evitare di dover dispiacere ad altri o far male al mio fegato con i cattivi pensieri. L’appartenere a una categoria semplifica, chiarisce. Questo lo capisco. Chi sei? Sei un giornalista, sei un professore, sei un politico, sei un divo del cinema o del piccolo schermo. Allora hai dei titoli per parlare. Si noti che questo comunemente non è associato al sapere, a un vero conoscere. Prendiamo il caso di una velina, così si chiamano comunemente le belle donne che fanno da spalla ai conduttori. Bene. Queste persone spesso sono intervistate su questioni sportive, magari solo perchè hanno il fidanzato calciatore o cose del genere,  sono chiamate a ragionare di questioni sul calcio. Cose per le quali per dare una risposta sensata occorre esser giornalisti sportivi o dirigenti o allenatori. Eppure il loro parere è richiesto. Allora di che si tratta? Di professione. No di ruoli. Ruoli! A una certa categoria è attribuita la facoltà di dire e di salire in cattedra su determinati argomenti o temi, ad altre no. Conta ciò che uno sa davvero? No. A meno che in qualche trasmissione per convenzione con regista e conduttore un tipo che la sa lunga possa in due o tre minuti dire la sua seduto in mezzo al pubblico, magari un pubblico di figuranti, di comparse. Questo è il punto nel quale la persona che ha studiato è collocata, e non mi si dica che c’è internet. I molti non si collegano a  internet ma accendono il televisore per vedere le trasmissioni televisive e più sono dozzinali più hanno ascolti e più sono rilevanti anche per la politica.

Clara Agazzi: Questa è la quotidiana illusione di uno spettacolo che si chiama informazione. Dove l’esperto non è uno che sa ma uno che è famoso o che piace e questo basta, dove il  pubblico è fatto spesso di comparse, dove la sceneggiatura è già scritta, dove il politico conosce le domande che verranno fatte, dove il regista dello spettacolo gestisce l’immagine degli intervenuti al dibattito con un click spostando l’immagine da una parte all’altra… cose che si sanno. O meglio che si dovrebbero sapere.

Franco: Dovrebbero? Ma proprio i molti di cui si parla non sanno. Ignorano perfino come funziona la comunicazione pubblicitaria, come funzionano gli spettacoli televisivi, come si costruisce uno spettacolo che prende il nome d’informazione ma è solo intrattenimento. Allora la domanda vostra va rovesciata, quei molti di cui parlate vogliono davvero mettere in discussione anche un solo frammento del loro linguaggio quotidiano, i loro pensieri banali, la loro visione della realtà mutuata dalla televisione, dalla cronaca rosa, dalla cronaca scandalistica e dalla pagina dello sport del lunedì ? Evidentemente no. Allora io che cosa posso comunicare se non  le mie opinioni sulle condizioni metereologiche della giornata?




9 giugno 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - l'essere umano e la coscienza di sè

Paolo Fantuzzi: Franco, questa tua abilità di leggere fra le parole è proverbiale. Da un termine riesci a leggere un mondo interiore. Hai capito al volo  le mie preoccupazioni di soldi e roba simile. Sei bravo. Ma dimmi da dove viene questa tua abilità così singolare.

Clara Agazzi: Quello che ti sembra singolare si chiama studio della filosofia e della psicologia, ma fatto bene con professori seri, gente capace. Non tutti sono in grado d’ascoltare e pochi sono capaci di capire. Per questo tanta gente di cultura e di sapere pensa di parlare alle rocce, al vento, ai muri delle case coloniche in rovina, al silenzio delle periferie nel profondo della notte. Perfino certi professori e maestri hanno quest’impressione di affidare al vento i loro pensieri più alti, il loro sapere più saldo.

Stefano Bocconi: Ora però caro Franco devi aiutarci a capire come possiamo trovare dentro di noi un po’ di consapevolezza, di retto sapere. Siamo giunti qui da te e ora siamo tuoi ospiti in questo luogo di pace e tranquillità. Parla dunque, in modo che questo tempo non sia stato sprecato.

Franco: Pensi davvero che il tempo della persona avveduta, saggia, capace finisca sprecato? Ora ascolta. Anzi… Guarda quel tronco. Era un albero malato. Mio fratello lo ha tagliato e ne ha anche fatto delle rondelle per certi lavori suoi. Vedi. Osserva i cerchi che s’inscrivono nel legno. Ecco così è per me. La mia vita interiore è una serie di cerchi che s’espandono, ogni cosa e ogni evento è raggiunta da un cerchio, anno dopo anno. Mentre la materia della pianta è solida, quella della mente umana è simile a una sorta d’energia o a una distesa d’acqua. Un fatto avviene e lascia cause ed effetti, e diventa un cerchio che s’espande e poi ne arriva uno diverso e poi altri. La mente si rafforza. La consapevolezza di sé e del proprio tempo  appare come l’espansione progressiva di moti circolari d’acqua dentro uno stagno. Così è per me la mia vita è cerchi di sapere, esperienza e consapevolezza che s’espandono con moto forte e progressivo. Ogni cosa è raggiunta da un cerchio e viene infine superata e compresa nel bene e nel male. Perché non basta subire o vivere i fatti e gli eventi della vita, occorre ripensarli, ripercorrerli , assorbirli, farne un pezzo del proprio esistere e vivere qui e ora. Per questo il mio giudizio sul mondo e su ciò che è reale è mutevole, perché la realtà stessa è in divenire. Questo vale per la natura e per il mondo umano. Quando la persona guarda e pensa il mondo guarda e pensa il mondo che può percepire, quel che può raggiungere con i suoi sensi e le sue capacità, la conoscenza della realtà e del suo divenire e trasformarsi è prima di tutto una condizione interiore, l’esito di un lungo vivere e ragionare. Talvolta devo staccare la testa e occuparmi di lavori o di questioni domestiche o fare piccole attività ludiche. Va da sé che l’esperienza meditata, resa conoscenza interiore  è anche sofferenza, messa in discussione di se stessi, processo talvolta traumatico.

Stefano Bocconi: Quindi dovrei ripercorrere quel che ho fatto, rivederlo di continuo alla luce delle mie esperienze e dei miei valori. Questo di continuo pensando di volta in volta a passar oltre quel che ho fatto e vissuto. Accidenti. C’è il rischio di dover far i conti con i passivi della propria vita, di dover mettere fra parentesi vittorie e sicurezze fittizie, illusioni piacevoli.

Clara Agazzi: Occorre che uno abbia dei valori e dei principi, delle regole di vita tratte dalle esperienze altrimenti non c’è lo strumento per visualizzare i contenuti e il senso del proprio vivere. Se non sai chi sei non avrai lo strumento per capire quel che ti è successo in questa vita e cosa stai diventando.

Franco: Davvero è così. Occorre ritrovare se stessi e capirsi. Di solito ciò che uno fa è ciò che uno è, e da questa banale evidenza si viene giudicati in modo superficiale dalla stragrande maggioranza delle persone con cui si viene in contatto o che si frequentano.

Paolo Fantuzzi: Vero. Uno crede di esser chissà chi e invece per il padrone o l’imprenditore è solo una matricola, un numero, un segno più o meno sul programma che gestisce i conti, sul foglio dove si segna il dare e l’avere. Si viene usati e giudicati sulla base del guadagno o dell’interesse che possiamo rappresentare per gli altri. I rapporti far gli esseri umani  oggi nella civiltà industriale, di solito, seguono le leggi del mercato, le regole del dare e dell’avere. Così è messo il nostro tempo.

Franco:Questo è vero. Ma c’è anche una dimensione personale, intima. Si viene giudicati e siamo giudicati.  Si finisce con giudicare se stessi spesso sulla base dei guadagni e dei beni posseduti perché quello è il metro comune. Ma esiste anche quella parte nella quale uno è se stesso e integra dentro di sé tutta l’esperienza della sua vita terrena. Il problema è il fine, lo scopo di una vita intera. Questo è qualcosa di difficile a dirsi perché rimanda al senso della vita di ogni singolo, e di solito è una scelta unica e categorica.

Clara Agazzi: Andiamo però ora al fatto che in paese tanti non capiscono cosa fai davvero. Un contadino che studia, che scrive e non è politico, non è pubblicista, non è professore o maestro. Devi deciderti a renderti più limpido per gli altri. Cosa vuoi davvero insegnare o cosa vuoi comunicare con questo tuo modo di porti?  Il modo di presentarsi incide non poco sulle forme del comunicare e sul come il messaggio viene recepito. Noi qui tuoi amici comprendiamo questo tuo parlare al vento e agli alberi, ma gli altri? Non dovresti a mio avviso sprecare l’occasione di aprire il tuo pensiero ai molti anche se ti sembrano superficiali o inetti. Parli di consapevolezza che si espande nel corso dello scorrere della vita come i segni delle stagioni negli anelli degli alberi, ma chi se non pochi possono ascoltarti quando sono presi da mille guai e mille affari della vita.

Franco: Quelli che cercano di andar oltre il titolo, il segno, il ruolo sociale e si accostano a me con sincera curiosità e simpatia trovano, di solito, delle risposte. Ma dici il vero: in me c’è una sottile misantropia, chiedo agli altri di accettare il mio sapere e il mio parlare alle mie condizioni e non alle loro. Come se volessi sottintendere che io sono un gradino sopra. Ma non sono, in verità, né sopra e nemmeno sotto. Sono oltre. Sono al momento in cui mi vedo dentro il flusso del mio tempo e della storia che ho vissuto e posso parlare con distacco di quel che ho capito di questi anni e delle lezioni di vita che ho ricevuto e ho fatto mie. Per questo mi sono liberato da quell’ignoranza che è il non ritrovare più le proprie intime  ragioni in un mondo umano aggredito dai troppi inganni della politica e dei media, da suggestioni  e messaggi del mondo dello spettacolo fuorvianti, diseducativi e ingannevoli, dallo squallore del quotidiano.



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