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23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.




1 novembre 2014

Parentesi quadra: due recensioni su guerre lontane

Visti i tempi disgraziatissimi credo giusto pubblicare due recensioni rimaste, aimè, nel cassetto.
Rimando la pubblicazione del Maestro per questa causa che credo buona
Auguro buona lettura

 

David Albahari, Goetz e Meyer, Traduzione Alice Parmeggiani, Einaudi, 2006, Roma

Goetz e Meyer è un racconto che si cala nella storia della distruzione della comunità ebraica di Belgrado durante la Seconda Guerra mondiale e racconta l’ossessione di un narratore fittizio per un problema di dettaglio storico: capire chi erano i due esecutori materiali che hanno massacrato migliaia di esseri umani e fra essi alcuni suoi parenti.   I protagonisti di questa vicenda sono quattro un narratore che nella finzione è un professore di letteratura, due sottoufficiali delle SS e un carro Saurer modificato per diventare un veicolo che scaricava i  gas di scarico all’interno del mezzo. I veicoli di quel tipo erano stati modificati  in modo da  eliminare fisicamente i deportati che venivano trasportati avvelenandoli e asfissiandoli con i fumi del monossido di carbonio. L’autore  riporta che questi viaggi della morte, a mezzo di camion modificati e sigillati, siano stati intrapresi per eliminare circa 700.000 esseri umani nelle retrovie del fronte orientale.  Il tentativo di ritrovare e capire i fatti storici da parte del narratore diventa ossessione e si trasforma in una specie di malattia psichica che perseguita lo studioso. Un racconto che narra quindi il cortocircuito fra la storia in quanto tragedia collettiva e dato di fatto conservato in testi, documenti  e archivi e  la capacità umana di pensarla e di rappresentarla e di farla propria in qualche modo.  In particolare è l’incapacità del narratore-protagonista di visualizzare il volto dei due autisti-massacratori, di dare naso, occhi, bocca, orecchie, gesti quotidiani, espressione umana ai due soldati a torturare la sua mente. L’ossessione si snoda fra archivi, interrogazioni di sopravvissuti, letture di libri, studio del proprio albero genealogico, enciclopedie e diventa sempre più grave e di fatto una ragione di vita.  Nonostante questo soffrire e studiare  per il protagonista non è possibile entrare dentro il segreto di chi  erano Goetz e Meyer anche perché continua a immaginarseli nel loro quotidiano e nella banalità della loro esistenza  proprio mentre eliminavano fino a ottanta esseri per ogni  viaggio dal punto di raccolta fino alla fossa comune.  I due ripetevano il loro viaggio fino a due volte al giorno per sei giorni alla settimana fino allo svuotamento del campo.  Un libro quindi che entra nella difficoltà di rappresentare gli aspetti tremendi della storia del Novecento, di farli propri e di dare ad essi una forma compiuta nella memoria del singolo e probabilmente nell’immaginario collettivo.

Iacopo Nappini


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Svetlana Aleksievic, Ragazzi di zinco, Traduzione dal russo di Sergio Rapetti, Edizioni E/O, 2003, Roma

“Se è stato un errore , allora restituitemi le gambe …” questa frase di un veterano mutilato della guerra afgana, un afgancy, sintetizza molto bene  il senso di disperazione e di pietà che pervade di “Ragazzi di zinco” e il ruolo che ha giocato la guerra afgana nella perdita di potenza e di prestigio dell’Unione Sovietica. Non è facile collocare in un genere letterario questo libro, si tratta di un reportage narrativo che è allo stesso tempo cronaca di una tragedia umana, una fonte di testimonianze su un conflitto che è già parte dei libri di storia, la confessione dolorosa degli errori della società sovietica, una denuncia di carattere spirituale, umanitario e politico. Il libro uscì negli anni della dissoluzione dell’URSS e fu motivo di scandalo e costò all’autrice un processo per diffamazione in quanto presentava il conflitto afgano dal punto di vista dei reduci, delle madri che avevano perso i figli, delle mogli senza più marito, dei mutilati nel fisico e nella mente. Il testo è diviso in tre parti: una breve introduzione, il testo che raccoglie le testimonianze e le interviste, e infine una postfazione di Sergio Rapetti che inquadra il testo, presenta l’opera letteraria dell’autrice  e descrive i momenti salienti del processo per diffamazione intentato contro di lei proprio a causa dei contenuti di questo libro.

Il brutale conflitto afgano intrapreso dal potere sovietico dal 1979 al 1989  è descritto con crudo realismo attraverso le testimonianza dei militari e delle loro madri e padri. Gli uomini, le donne , i ragazzi la maggior parte dei quali poco più che diciottenni che furono inviati in Afganistan per sostenere “La Grande causa internazionalista” furono coinvolti in una brutale guerra mai dichiarata formalmente, quasi per nulla raccontata dal giornalismo sovietico e dalla televisione di Stato, e di conseguenza semisconosciuta alle popolazioni sovietiche. La popolazione dell’Unione sovietica cominciò a rendersi conto progressivamente della natura e dei costi umani di quel conflitto attraverso il passaparola, i racconti dei testimoni e delle famiglie coinvolte, le canzoni dei reduci, i funerali dei morti in guerra.  I morti spesso ridotti in pezzi venivano riportati con un aereo da trasporto,  era un carico speciale che atterrava di notte, l’intenzione era quello di  farlo passare inosservato per quanto possibile. L’omertà del potere sovietico e dei militari non resse alla continuazione della guerra non dichiarata, alla fine durante gli anni della presidenza di Gorbacëv  fu necessario riconoscere da parte delle autorità la gravità di quel conflitto e chiuderlo in qualche modo. Il libro dell’autrice arriva nelle librerie quando la tragedia collettiva è compiuta del tutto e la guerra finita. Per questo ha la forza persuasiva del coro della tragedia greca e della confessione collettiva, i numeri del resto sono di14.000 morti, 50.000 fra feriti e mutilati, circa un milione di russi e cittadini sovietici di entrambi i sessi inviati a vario titolo in Afganistan , mezzo milione di afgani deceduti, tutto l’Afganistan devastato e distrutto dal conflitto. L’insieme delle testimonianze che presenta l’autrice è estremamente composito: c’è l’ingegnere rimasto a casa che si sente colpevole per non aver mosso un dito durante gli anni del conflitto, il maggiore che ha perso un polmone in guerra e viene cacciato dal cimitero da una madre di un caduto che gli rinfaccia d’esser ancora vivo, le madri che cercano di dare una degna sepoltura ai corpi disfatti e macellati dei loro cari figlioli, infermiere e dottoresse disperate per le terribili condizioni di lavoro negli ospedali da campo, il soldato delle forze speciali esperto in agguati all’arma bianca che è rimasto cieco, giovani trasformati in macchine da guerra pronte a uccidere dalla brutalità  dell’addestramento e della guerra, ragazze impaurite quando su una spiaggia vedono i veterani amputati strisciano sulla sabbia per arrivare a toccare il mare anche perché il numero dei mutilati è superiore a quello delle gambe rimaste attaccate ai corpi. Fanno da contorno all’elenco di vite distrutte o devastate storie di droga, di massacri, di mercato nero, di alcolismo, di contrabbando di merci e di tutto ciò che di criminale  e criminogeno si porta dietro una guerra di guerriglia.

Infine sono citati nei ricordi dei testimoni anche  coloro che non parleranno mai più  e non hanno mai avuto la possibilità di raccontarsi  e si tratta dei soldati senza nome abbandonati nei sanatori con lesioni o amputazioni irrecuperabili che non rivedranno  chi per  scelta, chi per necessità le loro famiglie o quelli di cui è rimasto dopo l’esplosione di una mina solo un secchio di carne e la cui salma è stata rimpatriata nella solita bara di zinco con l’ipocrita dicitura: “morto in incidente stradale”.

Un libro duro insomma che assolve di riflesso al compito universale di monito contro i retori e i propagandisti  delle guerre giuste e buone.

L’autrice chiude il coro del pentimento e del dolore per la guerra persa riportando  le parole di una  madre il cui figlio è impazzito a causa del conflitto e una volta tornato è finito in galera per aver ucciso e fatto a pezzi una persona con la mannaia di cucina:” Quando tacciono le armi la guerra rincomincia da capo. Bisogna ripensarla, riviverla. E fa ancora più paura…”.

 

Iacopo Nappini

 

 




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