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12 gennaio 2014

Sintesi: Immobilismo sociale e Belpaese

Una sintesi dei pensieri di questi giorni è necessaria. Il problema principale  e determinante del Belpaese sono le condizioni sociali e culturali nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. I ceti medio-bassi e bassi che formano la maggior parte delle popolazioni  della Penisola si sono sostanzialmente impoveriti  o vivono a diversi livelli e condizioni  situazioni di precarietà e disagio.  I fatti di cronaca criminale e  di cronaca politica di questi ultimi cinque anni se non fossero tragici sarebbero ridicoli, ma su questa materia c’è stata abbondanza di documentazione su quasi tutti i quotidiani del Belpaese e quindi non aggiungo altro.

Alle analisi e alle descrizioni lucide e chiare da parte di tanti che ragionano e cercano di capire questo presente e l’immediato futuro da molto tempo non corrispondono altrettanto lucide e chiare misure di correzione e di riforma. Il Belpaese gira su se stesso senza una direzione, in particolare quel che si può chiamare società italiana tende a riprodurre se stessa con le stesse gerarchie sociali, gli stessi ruoli e professioni che passano di padre in figlio. Questo è particolarmente vero per le professioni di maggior prestigio e guadagno. Il figlio del notaio che fa il notaio, il figlio del medico che fa il medico, il figlio del giornalista che fa il giornalista, il figlio dell'imprenditore che fa l'imprenditore, il figlio del proprietario terriero che fa il proprietario terriero, il figlio del cantante che fa il cantante sono figure ormai da barzelletta, da luogo comune. Tuttavia queste figure rappresentano una condizione reale ed esistente. Esiste, e non lo si vuol veder, un consenso trasversale a questo congelamento della mobilità sociale. Non ci sono solo le famiglie dei ceti medio-alti  direttamente interessate. A sostenere questo stato di cose  c'è una massa grigia di carattere elettorale, che pesa alle elezioni, che sa e approva. Per quel che mi riguarda è inutile cercare nelle rovine del passato e nei miti perduti  i segni di una resurrezione di non si sa bene qual regime politico, o peggio di qualche miracolo di natura riformistica. L’esistenza dell’essere umano nel qui e ora del proprio tempo  esige di pensare in questo tempo con i rapporti di forza reali e concreti in atto. Quello che manca è una forza politica, sociale, culturale realmente esistente  in grado di tradurre le troppe analisi impietose  in proposta, riforma, trasformazione. Al fondo della condizione presente c’è uno sprofondare che è una forza inconscia, una specie d’inerzia, di peso culturale che porta a ripetere gli stessi atti e a riprodurre le stesse condizioni di vita, le stesse concezioni del mondo e della vita sociale. Milioni d’italiani si sforzano di fingere che non sia cambiato nulla nel corso degli ultimi tre decenni, io vedo un gigantesco sforzo collettivo di sfuggire alla realtà  presente. Il grande sforzo di milioni di famiglie italiane è stato quello di adattarsi per quel che è possibile a qualche concetto pseudo-liberale e a due o tre parole inglesi alla moda che vengono ripetute in modo ossessivo da molti politici e dai mass-media. Questo sforzo si è però sfilacciato e disgregato: è un fatto che i partiti politici della Prima Repubblica si sono sciolti da decenni, nuovi partiti sono nati senza che la mentalità di fondo sia cambiata, spesso si tratta delle stesse persone con anni di carriera politica alle spalle. Grattando la crosta dei tanti liberali e riformisti del Belpaese di oggi a mio avviso riemerge di solito il democristiano, il conservatore, l’autoritario, l’opportunista e perfino il socialista e il comunista. Tutto cambia e tutto resta drammaticamente uguale, gelido, immobile; e tutto è drammaticamente inadeguato e senescente. Inadatto alla sfida  dei nuovi tempi del XXI secolo. Ancora una volta sono forzato alla descrizione di quel che osservo e noto, addirittura studio molti aspetti della realtà e di essi non scrivo quanto meditato e ragionato. In realtà mi sto autocensurando da tempo perché mi rendo conto che il disgusto che provo fa sbandare il mio pensiero e il mio scrivere e devo controllarmi per non offendere la sensibilità dei miei venticinque lettori.  

Alle analisi fondate, meditate, ragionate non corrisponde una risposta concreta, reale, efficace. Non corrisponde una visione del mondo, uno sforzo politico collettivo perché la realtà dei singoli italiani si è frantumata, spezzata in mille rivoli. Coalizioni politiche vigorose e leali e alleanze onorevoli  fra popolo e governanti sembrano fantasie; o peggio: roba da romanzi fantasy.  Molte soluzioni che vengono presentate in rete, e non solo, sono lucide utopie, illusioni collettive, desideri che prendono la forma di un programma politico, perfino pulsioni e passioni che prendono forme pseudo-ideologiche. Ma non trovo reali e concrete forze in grado di pensare un percorso per trasformare nel profondo la società italiana. Quello che osservo sia nei partiti politici più o meno tradizionali sia nelle proposte di quelli meno tradizionali è di fatto un necessario aggiustamento per salvare, per quel che è possibile, il presente così come è. Si tratta in fondo della continuazione e della conservazione di una società italiana a bassa se non nulla mobilità sociale verso le gerarchie che contano. I vertici del sistema, ovviamente, hanno a disposizione una capacità di acquisto di beni e servizi clamorosamente superiore alla massa che sta in fondo, quindi la questione della mobilità è un fatto sostanzialmente materiale e di calcolo economico. So che questo suona provocatorio. Ma si tratta di ciò che penso da anni. Io non vedo nell’Italia di oggi altro che calcoli di natura materiale e finanziaria, tutto si gioca qui e ora ed è concreto come la terra, l’acqua, l’aria, la casa, i figli, l’automobile, il carrello della spesa, e le scarpe nuove. Temo che la soluzione a questo immobilismo decadente non arriverà dalle forze interne del Belpaese ma da qualche disastro epocale, ossia  da qualche fatto drammatico di carattere planetario. Nei secoli passati è accaduto che eventi traumatici di dimensioni enormi hanno  forzato civiltà e popoli a rimettersi in discussione e a ricostruirsi.

IANA




3 gennaio 2014

Sintesi: L'invincibile capitano vince ma non convince

L’invincibile capitano vince ma non convince.

 

Alla fine ci sono arrivato. Ho visto il film su Harlock.

L’invincibile capitano, qui quasi semidio vendicatore, è il protagonista di una nuova edizione delle sue imprese.  I temi tipici delle sue storie sono rifatti  e riconfigurati per adeguarsi al gusto di generazioni di giocatori usi da anni a smanettare con la playstation e il PC. Un Harlock in 3D quindi, messo a nuovo. Molti personaggi delle sue imprese sono assenti e il cast, per così dire, dell’Arcadia è ridotto al minimo; giusto il suo seguito più stretto ha una parte in questo film. La trama mi ha lasciato molto freddo, e così i colpi di scena. Il  capitano oscilla fra il semidio e l’eroe romantico che si lascia andare al suo destino; si fa persino tradire e catturare in una scena. Molto bene invece la critica ferocissima alla dittatura morbida, ma anche no, della solita sediziosa banda di vecchi cinici, abietti,  strapotenti e  prepotenti che con illusioni, inganni della politica e manipolazioni di ogni genere tiene in suo potere la solita umanità rimbecillita e sottomessa. Contro una simile abissale feccia il nostro scatenerà l’arma della verità nuda e pura aldilà di ogni possibile menzogna o falsificazione tecnologica. Tuttavia questa che è la parte che manda il messaggio più forte non è il punto di svolta della narrazione.  Il punto forte della trama si aggroviglia fra i grandi misteri della vita e della morte e dell’infinito, dove è il senso della vita e della vita come esseri umani a costituire il concetto narrativo trainante. Infatti è osservabile nel film un difficile bilanciamento fra la profondità dei concetti e la necessità di fare un prodotto  per un vasto pubblico.

Harlock eroe gotico e romantico mantiene l’aspetto da quadro dell’Ottocento dove la forza della natura e del cosmo è meditata con sofferenza e intensità dall’essere umano, dove la libertà diventa assoluta e diventa la ragione d’’essere di una vita assunta a simbolo universale.  Un classico del capitano bendato, peraltro. Eppure questa volta il capitano mi è sembrato combattere bene una battaglia grande, ossia  essere di nuovo una bandiera dell’animazione giapponese, con un film animato in 3D però non adeguato all’impresa. Sinceramente avrei preferito una riduzione della serie classica, anche perché il capitano da quando non mettono più in scena la Regina Raflesia non ha contro l’antagonista. A mio avviso da anni gli sceneggiatori non trovano l’antagonista adatto per lui. Per far risaltare il capitano orbo come il Dio Odino, e la similitudine non credo sia un caso, ci vuole il classico antagonista che lo rovescia come un calzino, come era nella serie classica -1978- . In quella serie era ottimo il duello fra due concezioni diverse semplicemente dell’esistere fra la regina aliena e il capitano bendato simbolo in questo caso di una coscienza umana libera e forte nonostante tutto e tutti. Qui è sacrificato a far la guerra a un pur dignitoso leader militare ma anche  paralitico, pieno di problemi psicologici e perdipiù assoldato da una cricca di vecchi malvissuti e a far da maestro di vita al giovane di turno. Giovane che deve decidere chi è davvero e giocarsi la vita per riuscire a distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Forse l’aspetto del romanzo di formazione è quello che ha mantenuto uno stretto legame con le produzioni precedenti.

Ma del resto  come si può chiedere al capitano un’impresa al botteghino superiore alle potenzialità della trama?

Harlock vince anche stavolta perché è lui, e da solo può far il quasi- miracolo,  ma non convince qui in questa nuova impresa.

Degli effetti 3D non  dico nulla perché profano delle questioni e non so se esse siano in grado di sfidare la potenza degli effetti speciali  delle produzioni made in USA.

In conclusione un buon film d’animazione, ben confezionato, pieno di citazioni per quel che riguarda astronavi, divise, ambienti, situazioni. Le citazioni sono prese con grande eclettismo dall’immaginario del cinema, dei videogiochi e dei fumetti e abilmente confezionate per il pubblico dei nostri anni.  L’Harlock della serie classica capace di far il salto oltre la sua ombra e trasformare una serie televisiva in arte, come ritengo accadde nel 1978,  a mio avviso è lontano. Anche perché manca l’antagonista che gli fa fare il salto, che deve essere una figura opposta e  più grande di lui, proprio per ingigantire e rendere leggendaria l’impresa. Finora Raflesia rimane insuperata in questo ruolo.

Alla prossima capitano.

 

IaNa



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