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29 dicembre 2013

Un ricordo lontano e sfocato

Un ricordo lontano e sfocato

 

Durante la mia infanzia mi capitò di vedere una cosa che mi colpì molto e mi rimase impressa, anche oggi a distanza di più di trent’anni ci ripenso. Mi capitò, credo con la scuola, di vedere un documentario naturalistico. Mi colpì molto vedere un povero pulcino di non so quale specie di pennuto, era giallo. Il disgraziato aveva avuto la sfortuna di veder evaporare per mezzo di non so quale siccità la pozza nella quale viveva. Pozza che era il suo mondo e la sua sussistenza. Ad un certo punto iniziò a girare in tondo su ciò che rimaneva dello specchio d’acqua, in modo ossessivo, disperato. Il piccolo pennuto stava morendo disidratato ma non riusciva a capire perché. Evidentemente sapeva che in quel punto c’era stata la pozza e girava  mentre il sole l’arrostiva implacabile. Poi il pennuto venne ripreso dalla telecamera morto stecchito. La natura aveva fatto il suo corso. Mi ricordo che ci rimasi male, bastava che il documentarista lo portasse via di lì, ed era fatta. Invece il pennuto  fu lasciato alla chimica della decomposizione naturale. In quella storia  di un piccolo affarino giallo, in una terra riarsa che lascia il solco del suo muoversi in cerchio fino a morire tante volte ho visto il destino di milioni di uomini dei nostri tempi. In questo tempo di crisi e di materialismo gretto e di culto del dio-denaro è facile perdere i propri punti di riferimento fino a girare a vuoto su se stessi e lentamente autodistruggersi. Anche per mancanza di alternative concepibili o semplicemente reali. In quell’episodio dell’infanzia avevo già quella mentalità tipicamente italiana dello sperare nell’intervento risolutivo di un miracolo, di un protettore. Il documentarista avrebbe dovuto salvare il pennuto che stava morendo, perché era il protagonista del suo racconto e da quando in qua si fa crepare il protagonista così, come uno qualunque. Ecco il punto: uno qualunque. Invece la realtà quotidiana è un po’ diversa, chiunque può esser quel “uno qualunque” che non avrà il suo miracolo. Confesso di aver per anni temuto la morale che in fondo comunicava questa mia memoria dell’infanzia. Identificarsi con il pennuto che gira a vuoto è facile di questi tempi. Chiunque può esser la prossima vittima della distruzione creativa della civiltà industriale, e quel chiunque può essere “l’uno qualunque” di cui ragionavo. In fondo il pennuto con l’esempio del tutto involontario della sua fine mi ha fatto riflettere su quanto fragile sia la vita e quanto sia facile l’evaporazione di ogni certezza e di ogni speranza.  




28 dicembre 2013

Sintesi: nebbia fitta nel Belpaese

Sintesi

Nebbia fitta nel Belpaese

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti, una nebbia fitta ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto quello dell'infanzia quanto quello dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse limitate del pianeta. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima. Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani, esattamente le popolazioni nostre che nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. C’è un contributo collettivo che parte da più direzioni  e spinge per cambiamenti nel mondo del lavoro, della vita sociale, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e ricoperto di una patina politica data da una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto  l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuto dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un “Bruttopaese” dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno.

Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, fra gruppo sociale e gruppo sociale, fra comunità e comunità, ossia prende forma la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano. Quest’Italia nuova resisterà, diverrà, farà finchè sarà per lei possibile contenere le forze disgregatrici che l’assenza di valori comuni crea. Questa non è una facile profezia ma una riflessione alla luce di anni passati nello studio della storia.  Civiltà intere sono crollate quando è venuto meno il collante morale e  ideologico che legava assieme le diverse parti sociali che la componevano. Penso ad esempio all’Impero Romano d’Occidente crollato sotto la pressione del disordine interno, del conflitto religioso e delle invasioni barbariche.

Sono impietrito dal dolore al pensiero di questa conclusione di un mondo di cose, abitudini, valori, concezioni del mondo al quale ero abituato e in mezzo alle quali vivevo. Ma c’è poco da fare perché dove stanno andando le difformi genti d’Italia è il binario che porta alla dissoluzione dei legami più profondi che tengono assieme una civiltà o una società. Forse arriveranno nuovi valori, ma questa è una cosa che non so.

Questa dissoluzione porta con sé una serie di conseguenze e fra esse: il relativismo morale ed etico, l’opportunismo, il cinismo nelle sue forme più aspre, lo scetticismo verso ogni innovazione o sentimento umanitario, la malafede nei rapporti personali, l’alienazione a tutti i livelli, lo sfruttamento, la perdita di punti di riferimento, il fanatismo ideologico e religioso, la ricerca di una salvezza provvidenziale, di un miracolo.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.

Poi come per magia c’è solo nebbia, oscurità e il binario 3. Ma su quell’unico binario non passa mai un solo treno, forse qualcuno può ancora scegliere la direzione.

 

IANA




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia finirà

Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani. Le genti nostrane nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. Si è formata in me l'evidenza che molti di coloro che volevano trasformare il Belpaese, cambiarlo, incidere profondamente tagliando questo o finanziando quello sono personaggi nati a nord dell'Appennino. La forza disgregatrice e trasformatrice del Belpaese tra gli anni novanta e questi primi anni del XXI secolo non ha preso forza dal Mezzogiorno, ma dal Nord. Non è la parte considerata Meridionale, dai molti pensata più arretrata e clientelare, del Belpaese a spingere per cambiamenti nel mondo del lavoro, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e orientati verso una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto fino a due anni fa il partito della Lega Nord in Italia o l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuta dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un Bruttopaese dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno. Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, ossia la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia confonde le forme

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti una nebbia ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto dell'infanzia quanto dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima.


 




19 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Ricapitolo i fatti per quel che sono: il Ministero e il ministro di centro-sinistra stanno organizzando una curiosa sperimentazione che è la presa delle misure per ridurre il liceo di un anno e tagliare altri 40.000 posti di lavoro nel settore.  Il fatto è noto al pubblico come agli esperti del settore. Al termine della mia riflessione presento una scelta dei molti scritti comparsi sulla rete sul ponderoso tema. Tuttavia a titolo strettamente personale descrivo quel che si chiama un leggerissimo sospetto con un proverbio chiaro e sintetico:” il filo si taglia dove è più corto”. Per fare tagli di cassa dei governi e dei gruppi dirigenti possono far diverse scelte. Una è la meno inquietante sul piano elettorale: “tagliare dove le forze sociali e lavorative  colpite possono mettere in campo minori ritorsioni politiche e rivendicazioni sindacali e atti che tolgono voti e consenso”.

Questo mi pare sia il caso della scuola in quanto essa è frammentata in tante realtà lavorative e sociali. Basti pensare che esistono scuole materne, elementari, medie e superiori con il loro personale, le loro esigenze, i loro problemi. A livello poi di personale che lavora nella scuola esso è diviso in ambiti di lavoro diversissimi. C’è il personale ATA  (i vecchi bidelli per capirsi) , il personale di segreteria, i docenti, i vicepresidi, il dirigente scolastico che un tempo era denominato preside,  il personale che si occupa di laboratori e aule computer, e altro ancora…

Per esempio in un liceo può far parte dello stesso consiglio di classe riunito per uno scrutinio un supplente con la prospettiva di una supplenza breve, un professore con incarico annuale magari precario da dieci o dodici anni, un docente che ha vinto un concorso nel millennio scorso (ossia nel 1999), un docente prossimo alla pensione.  Questa frammentazione aiuta a indebolire il momento della rivendicazione e della protesta sindacale e rende facile attuare tagli nel settore o intervenire sulla scuola. Aggiungo poi che i sindacati nella scuola sono più di uno e non è scontata la collaborazione fra essi. Non vedo un disegno diabolico nel trasformare e tagliare sulla scuola, o se c’è esso è il frutto di convergenze e d’opportunismo, piuttosto vedo la solita politica neoliberale tipica della destra statunitense che vede nello Stato che si occupa di sociale e di collettività il problema e nel privato la soluzione. Dal momento che sul sociale si deve tagliare ecco che la scuola appare come un terreno dove forze disperse si prestano ad esser colpite separatamente. Nulla di strano. In tempi come questi dove fra le forze politiche non c’è un terreno di valori di natura collettiva e comunitaria condivisi e stabili la politica tende a pensarla alla maniera della sofistica e ai colpi bassi e a considerare la volontà della maggioranza o del più forte la legge legittima. Usando un facile paragone mi permetto di scrivere che: “La corda della scuola è strappata in più punti. Si taglia facile. Basta recidere dove i fili sono più sottili”.

Riporto alcune fonti per provare le basi oggettive della mia riflessione:

http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/23/news/ministro_carrozza_d_il_via_al_liceo_di_4_anni_si_risparmierebbero_1_380_mln_di_euro-69238917/

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12706

http://www.flcgil.it/scuola/docenti/corsi-di-riconversione-su-sostegno-per-i-docenti-appartenente-ad-insegnamenti-in-esubero.flc

http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_01/riforma-cicli-liceo-quattro-anni-316bbfb2-5a6b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

http://www.partitodemocratico.it/doc/262587/liceo-di-4-anni-carrozza-e-puglisi-perch-no.htm




17 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: UNA TEMPESTA DI RICORSO!

Si fa presto a dire scuola: una  tempesta di ricorso!

Elenco i fatti per chi non sa.

 Risulta che il TAR del Lazio si sia pronunciato contro aspetti decisivi e qualificanti della riforma Gelmini.

Gli articoli pubblicati in queste ore sembrano concordi, questa è una vera e propria tempesta perché rimette in discussione tutto. Nei prossimi giorni e nelle prossime ore la situazione potrebbe chiarirsi per ora i lanci delle prime notizie indicano qualcosa di simile a una tempesta dovuta, ovviamente, a ricorso. Segno questo della diffoltà in cui versa da un decennio la scuola in Italia e della colpevole disattenzione e arrogante supponenza con cui la politica dei palazzi e dei partiti ha guardato al lavoro e all'insegnamento quotidiano di centinaia di migliaia di lavoratori nel settore scuola.

 

Le fonti:

http://giala.altervista.org/tar-lazio-boccia-riforma-istituti-tecnici-professionali/

http://www.repubblica.it/scuola/2013/12/16/news/riforma_tecnici_bocciata_da_tar-73783797/

http://www.ogginotizie.it/284348-mariastella-gelmini-tar-lazio-boccia-la-riforma/#.UrBlKuKPC70

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/16/scuola-il-tar-boccia-la-riforma-del-ministro-gelmini-sul-taglio-dei-bidelli/

http://www.fanpage.it/la-riforma-gelmini-bocciata-dal-tar-del-lazio/

http://www.fanpage.it/riforma-gelmini-la-corte-costituzionale-boccia-la-norma-sulle-graduatorie-scoppia-il-caos/


IANA




12 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: un anno in meno uguale più disoccupazione?

I fatti sono i seguenti: il Ministero e il ministro di centro-sinistra stanno organizzando una curiosa sperimentazione che è la presa delle misure per ridurre il liceo di un anno e tagliare altri 40.000 posti di lavoro nel settore. La cosa è talmente aperta che l’articolo della Repubblica,  che riporto a giustificazione del mio intervento, lo scrive senza giri di parole pur dando spazio a tanti punti di vista.

Devo fare alcune considerazioni. Cinque.

La prima è di carattere personale: sono nel numero di coloro che saranno certamente falciati dall’iniziativa e costretti a un periodo difficile di disoccupazione.

La seconda è la mia convinzione che questa sia la rappresentazione plastica di una politica di destra ultra-neoliberale, quindi  la dimostrazione dell’estraneità del presente centro-sinistra e delle sue forze a qualsiasi riferimento ai diritti sociali anche quelli presenti nella prima parte del Dettato Costituzionale. Del resto lo Stato Liberale Classico riconosce i diritti individuali e non quelli sociali. La presente sedicente “sinistra di governo” del Belpaese oggi con questa trovata si è seduta alla destra del Partito Repubblicano degli USA.

Terza considerazione: i cinque anni di liceo sono parte di un sistema scuola già colpito da tagli e riduzioni di ogni tipo negli ultimi dieci anni. Fra le funzioni non esattamente comprese della scuola c’è stato storicamente quello di nazionalizzare le genti del Belpaese di farne, per dirla in modo rozzo, qualcosa che assomigliasse a un Popolo Italiano, a una Nazione. Una scuola con altre riduzioni e tagli e più corta come potrà mai assolvere la funzione di dare una comune educazione a giovani e giovanissimi provenienti culturalmente ormai dai cinque continenti  e appartenenti a gruppi sociali diversi quando non addirittura rivali? Non lo farà! Punto.

Quarta considerazione: ho il sospetto che a rimetterci saranno le materie letterarie, umanistiche e i programmi già oggi son difficili da portar avanti. Inseguire, se questa fosse mai l’intenzione, il modello anglo-americano di scuola privata per i ricchi - e per tutti gli altri quel che resta- qui nel Belpaese porterà nell’immaginario collettivo a una svalutazione della considerazione della cultura e delle eredità culturali (a questo punto indegnamente consegnate dagli antenati a questi tempi tenebrosi).

Quinto: la scuola e i licei hanno già dato fin troppo. Io non posso parlare per i colleghi ma solo per me e ritengo che sia necessario invertire la tendenza. “Più scuole e meno aerei da guerra” per dirla con uno slogan facile e demagogico.

 

http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/23/news/ministro_carrozza_d_il_via_al_liceo_di_4_anni_si_risparmierebbero_1_380_mln_di_euro-69238917/

(…Un accorciamento del percorso liceale da 5 a 4 anni, nell'arco di un quinquennio, determinerebbe la perdita netta di quasi 40mila cattedre con un risparmio per le casse del ministero di oltre un miliardo e 300 milioni di euro all'anno. Un'ipotesi che allontanerebbe per diverso tempo anche le possibilità di essere immessi in ruolo per decine di migliaia di precari in attesa da decenni di una cattedra fissa. Per Marcello Pacifico questa "sperimentazione non riguarda una semplice decurtazione del percorso di un anno, ma anche l'avvio di una metodologia che punti ad una didattica per competenze, laboratoriale e integrata. Il tutto con lo scopo di accorciare i tempi di apprendimento e consentire di ammortizzare la mancanza del quinto anno".

Secondo il rappresentante dei lavoratori, "l'obiettivo cui punta il ministero è quindi più che evidente: creare un precedente, per il quale nella prossima estate non potranno che essere tessute le lodi, per puntare dritto alla soppressione di 40mila cattedre. Già il Governo Monti  -  continua Pacifico  -  aveva quantificato un risparmio nazionale, attraverso la sparizione di altrettanti docenti oggi impegnati nelle classi quinte di tutte le superiori d'Italia, pari a 1.380 milioni di euro". Un tentativo che "fu fatto proprio da quel governo, prima tentando un improbabile sondaggio sulla riduzione di un anno della scuola secondaria superiore e successivamente provando a portare a 24 ore l'orario di insegnamento settimanale di tutti i docenti"...)




8 dicembre 2013

Harlock: il virtuale più reale che mai...

Interrompo il ragionamento sulle questioni mie private  per ripubblicare, nell'occasione dell'uscita in sala del nuovo film su Harlock, il mio scritto sulla questione. Esso è stato formulato prima che il film animato fosse pronto. Aggiungo che auspico che l'invincibile eroe virtuale e dei fumetti compia l'impresa titanica oggetto di pensiero, chissà magari la vittoria dell'eroe virtuale potrebbe ispirare eroi in carne e ossa in questo tempo così triste e meschino. Ora è alla sua nuova prova del fuoco. Riuscirà a salvare l'animazione giapponese dalla concorrenza, forse sì. In fondo è Harlock l'eroe dalle imprese impossibili e con il suo occhio solitario ricorda vagamente il Dio Odino.
Non credo sia un caso, proprio no.
Ora è arrivato il tempo della prova. Riuscirà il capitano con la benda sull'occhio - di manifeste origini germaniche-  a sfondare il botteghino e a rilanciare l'animazione giappobnese e l'induistria dell'animazione e dei fumetti dell'Arcipelago?

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De Reditu Suo - Terzo Libro Il Giappone sarà salvato dall’invincibile Capitano? 28/04/2010 Del Prof. I. Nappini La notizia è rimbalzata con una certa rapidità sulla rete, sembra certo che la TOEI spenderà una cifra considerevole, si parla di un progetto da dieci milioni di euro, per fare una nuova opera su Capitan Harlock e la sua Astronave da guerra Arcadia. Per non sbagliare il colpo assieme al nuovo Harlock verrà prodotto anche una riedizione di una serie di robot giganti del maestro del genere: il famoso Go Nagai. Accoppiata di giganti quindi, INCARICATA DI DARE UNA SVOLTA TECNOLOGICA, l’uscita è prevista per il 2012, AL SISTEMA DELL’ANIMAZIONE GIAPPONESE. Farò in questo breve scritto della dietrologia presuntuosa, ma ho la certezza di aver capito qualcosa di questa novità. L’opera su Harlock sarà in 3D e si capisce perché: la crisi ha picchiato duro in Giappone che era già in recessione dalla metà degli anni novanta e l’invincibile capitano potenziato dagli effetti speciali e dalla nuova tecnologia tridimensionale potrebbe far il miracolo di dar ossigeno almeno all’industria dei DVD e dell’animazione giapponese. Inoltre le multinazionali dell’intrattenimento degli Stati Uniti con Avatar hanno puntato sulle nuove tecnologie e il Giappone non può correre il rischio trovarsi con una delle sue industrie di punta, ossia QUELLA DELL’INTRATTENIMENTO E DEI CARTONI ANIMATI, priva di queste novità. Il Giappone in questi ultimi quindici anni è entrato in una fase difficile dal punto di vista sociale ed economico, LA RECESSIONE E LA CRISI HANNO CAUSATO MOLTI SUICIDI al punto che le stesse autorità dell’Arcipelago si son preoccupate di quelle che nella nostra parte di mondo chiamiamo le condizioni psicologiche della popolazione. Riuscirà il capitano con il Jolly Roger disegnato sulla divisa a salvare almeno un pezzettino del Giappone di oggi, almeno un frammento del suo cinema d’animazione da questa rovinosa triplice crisi che SPEZZA E PIEGA L’ECONOMIA, LA DIGNITÀ DEGLI ESSERI UMANI E DISTRUGGE LA PACE. Se per una combinazione incredibile di eventi il personaggio irreale e finto immerso nel suo racconto fantascientifico sfonda al botteghino e fa il piccolo miracolo, che in tanti segretamente aspettano da lui, si dovrà ammettere che nella Terza Rivoluzione Industriale i confini fra il reale e l’irreale, fra materiale e immateriale si sono fusi in una sola linea dove è difficile distinguere. CIÒ CHE È IRREALE OGGI PUÒ CONDIZIONARE IL REALE SENZA ALCUN BISOGNO, COME AVVENIVA NEL REMOTO PASSATO, D’ESSERE UN MITO SACRO O L’OPERA PERFETTA DI UN MAESTRO DELLA PITTURA O DI UN GENIO DELLA LETTERATURA O DELLA POESIA. Questo modello di civiltà sta disgregando il remoto passato perché propone una civiltà diversa non priva di pericoli e di rischi enormi. Questa nuova civiltà è intollerante del passato che non può piegare o addomesticare, cerca di piegare o di annientare le forme di civiltà che fanno da ostacolo ai suoi propositi ambiziosi o contrastano i suoi eccessi: IN UNA PAROLA È LA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE. Contro i deliri distruttivi e i limiti di sostenibilità ecologica e sociale di questo modello di sviluppo potentissimo e aggressivo ci vorrebbero vere Arcadia e veri Capitani con un solo occhio pronti a giocarsi vita e fortuna in un solo colpo pur di fermare la follia produttiva,omicida e distruttiva delle risorse naturali di questi decenni. Ma questa è roba per Dei e per Eroi e il modo umano è da troppo tempo privo di costoro, quindi i molti che vivono sulla nera terra devono cercarli nel mito e nella fantasia e in mezzo agli eroi dei cartoni animati. In fin dei conti il finto mito di Harlock è venuto bene, son passati più di trent’anni e il suo essere eroe schierato contro governanti corrotti e dissoluti e cittadini scellerati, cretini e imbelli e il suo salvare l’umanità e il pianeta azzurro dai nemici interni (esseri umani) ed esterni (alieni) è oggi attualissimo. LA MORALE È QUESTA: L’EROE NON ESISTE, LA SUA OMBRA SÌ.



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