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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


30 gennaio 2013

Diario Precario 29/1

Data. Da 29/01/2013

Note..

Scrutinio.

Lavoro di pomeriggio.

Riunione sindacale alla camera del lavoro.

La notizia del ricorso è passata poco. Pare non interessare i media.

 

Considerazioni

Quale senso posso dare alla cosa?

La scuola è trattata con estrema superficialità da giornali e media in generale. I fatti del ricorso e le materie dell’esame di maturità, a mio avviso, non trovano uno spazio conveniente sui quotidiani, al contrario le notizie sull’ultimo grande scandalo bancario in quel di Siena hanno offuscato anche le notizie sulla nuova guerra in Africa. La Banca è più forte della guerra e delle questioni della cultura nell’agenda dei giornalisti e degli esperti di politica.  La banca, le assicurazioni, la finanza sono il centro che fa ruotare tutta la civiltà italiana presente. Mi sento fuori luogo. La centralità del denaro nella vita umana e del ricorso a tribunali e avvocati per questioni di carattere sociale e  politico rimanda a una forma di civiltà ben precisa: quella Anglo-Americana. L’Italia di oggi fa suo un modello straniero di civiltà e l’adatta malamente ai rapporti di forza interni a questa penisola, un modello imperfetto perché non trova i pesi e  i contrappesi che mitigano gli errori e i disastri del sistema stesso. Pesi e  contrappesi sono  presenti altrove ad esempio nel ruolo di leggi a tutela del consumatore, in un certo rigore della pubblica opinione in materia di legalità, al pensarsi parte di una Nazione, all’attivismo di movimenti per i diritti civili o per questioni politiche generali. Nel passato si sono verificati momenti nei quali le genti della penisola imitavano i dominatori stranieri, penso a quel che scrive Manzoni nel suo romanzo a proposito degli spagnoli in Lombardia che la facevano da padroni e imponevano la loro volontà con i decreti dei governatori, le famose grida di manzoniana memoria. Qui c’è qualcosa di diverso, questa accettazione di una civiltà altra da parte della maggior parte degli italiani e in particolare dei capi politici e  della classe dirigente mi appare come una grande fuga collettiva dalla propria realtà e dalla propria storia. Si fingono di essere un po’ inglesi e statunitensi quando rimangono sempre e comunque gente del Belpaese. Il problema è cosa può fare un singolo, un privato come me davanti a un mondo umano tutto italiano in frantumi,  smantellato e attraversato da ogni specie di fatto negativo e  inquietante. L’essere umano vive nel presente, nel qui e ora e l’immediato è questo scivolare del Belpaese dentro una senescenza e una corruzione con aspetti suicidi per il sistema stesso. Quindi un modo sensato per rispondere alla sfida dei tempi non è una fuga verso mondi immaginari o far finta di essere altro da ciò che si è ma affrontare questo presente nella sua intima e manifesta natura. L’Italia possibile è qui e ora. Un diverso modo di essere Belpaese può essere creato solo a partire dal qui e ora, e anche se si verificasse una trasformazione terribile, radicale e accelerata comunque l’azione e il pensiero che diventa fatto concreto dovrebbe collocarsi nell’immediato e nel quotidiano. Il problema è come agire nel qui e ora, in particolare come federare milioni di abitanti della penisola persi nei loro egoismi, nei loro problemi, nelle loro ambizioni private; i quali possono anche essere buoni e generosi ma hanno tempi  limitati e ancor meno risorse.  Inoltre è difficile capire nel Belpaese di chi fidarsi almeno quanto è difficile mettere ordine nelle proprie idee e nelle proprie ambizioni, il pensare è spesso frammentato, le passioni e i desideri accesi dalla pubblicità hanno troppo spesso rovinato il buonsenso di tanti. Per agire nel presente il primo luogo da liberare dagli elementi psicologicamente inquinanti è la propria testa e quella di chi ci sta attorno. Liberare è liberarsi ma non dal male metafisico ma dal disordine e dalle passioni accese nella testa dei molti, e anche la propria, da questa società dei consumi ormai marcita e dal suo sistema pubblicitario martellante. Occorre staccare l’immagine di se stessi dalle rappresentazioni pubblicitarie e dalla propaganda politica e militare, ricostruire una propria sagoma in questo mondo incentrata su di sé e non su ombre e illusioni.




28 gennaio 2013

Diario Precario dal 24/1 al 28/1

 Data. 24/01/2013

Note..

Fine del quadrimestre, necessità di mettere i voti via rete.

Interrogazioni nelle classi, sistemazione dei voti.

Notizia accoglimento  ricorso relativo alla prova preselettiva promosso da Anief

Grande costernazione personale per la novità.

 


Considerazioni

Come un fulmine mentre sono a ragionare di primo quadrimestre e registrazione voti sul tabellone arriva la notizia del ricorso accolto.

Sono confuso. Ma in che storia sono finito? Che tempo è mai questo dove la mia esistenza è sospesa da qualche  decisione del TAR e dove devo rimanere basito per cose che non ho fatto o per cause legali che non ho intentato. Ultimamente ho l’impressione che il mio mestiere di docente di liceo sia ormai materia agitata da avvocati esperti di cause del lavoro e da tribunali amministrativi. Dove inizia questa confusione, questo disordine? Ci sono poi altre domande strettamente legate a questa.

Quale classe dirigente?

Quale futuro possibile per il Belpaese?

Esiste una minoranza di umani retti e giusti in grado di far miracoli politici mai visti prima o deve essere questo difforme popolo del Belpaese a prendersi l’incarico trovare il modo di salvare se stesso dai suoi guai?

L’Italia sembra da due decenni ossessionata dalle prestazioni della minoranza che comanda. Forse i termini della cosa vanno pensati come: Chi arriverà in alto nella gerarchia del potere e nell’acquisizione di ricchi stipendi, sussidi, benefici, incarichi?

Ha un qualche rapporto la scuola e l’istruzione pubblica intorno alla questione delle future classi dirigenti? Da ciò che appare nel pubblico dibattito pare proprio di no. Quindi di che si tratta questo continuo ossessionare l’opinione pubblica con la ripetuta storia delle classi dirigenti, occorre da parte mia far un ragionamento.

Da due decenni si straparla  e si scrive di classe dirigente da rinnovare e segnatamente di chi comanda nelle gerarchie del potere politico. In realtà il potere politico è sotto tutela da due decenni da parte dei grandi poteri finanziari internazionali e delle più importanti banche d’affari. Un vecchio amico mi ha proposto ancor oggi la croce ideologica. Si tratta di pensare un mondo tutto italiano diviso fra destra e sinistra e fra nord e sud. Assumendo la croce ideologica il discorso sulla classe dirigente può restare nell’ambito del confronto elettorale e politico. Io non la penso così. La mia idea di croce ideologica è diversa, la mia visione è una linea verticale nel mondo umano in quanto mondo umano che divide i pochi ricchissimi e i moltissimi che non lo sono e in orizzontale la separazione fra potenti istruiti, preparati e armati fino ai denti e i molti deboli, impreparati, inconsapevoli  e disarmati. Una scissione dell’umanità la mia non ideologica ma di pura espressione del dominio e della potenza in quanto dominio e potenza fine a se stessa e autocentrata su fini e scopi propri. Una croce non di natura politica nostrana la mia ma di dominio imperiale e di civiltà industriale a livello globale. In fondo se una crisi finanziaria statunitense si propaga all’Europa e al mondo intero come si fa a pensare il discorso in termini di piccolo mondo antico della politica nazionale. Non esiste in Italia come in Europa un progetto per tutti, un senso ultimo dell’agire politico, una direzione per dare ordine alla distruzione creativa della civiltà industriale, esistono solo urti e contrasti fra poteri potenti e prepotenti tesi ognuno a conseguire scopi propri e limitati. Alla luce di questo fatto leggo l’atteggiamento generale del potere politico e della presunta società civile verso la scuola pubblica nel Belpaese. Non c’è un progetto generale, non ci sono idee condivise intorno alla società, alla forma della civiltà, al futuro. Ogni riforma o mezza riforma della scuola pubblica è sempre parziale, ogni atto è discusso e  discutibile, ogni intervento politico tendenzialmente  fazioso. La privatizzazione di ciò che prima era comune o cosa dello Stato rientra nell’ordine di cose nel quale è accettata e condivisa dalla società e dalla collettività solo la proprietà privata e il possesso in quanto possesso. Tutto il resto ossia religione, morale, doveri e diritti, forme di vita collettiva e privata, perfino la stessa natura della famiglia  sono discusse, discutibili e prive di un consenso generale. La mancanza di costumi e opinioni sull’esistenza condivise dal corpo sociale e politico qui in Europa determina la centralità del denaro nel determinare il senso della vita sociale e collettiva quale unica realtà accettata e condivisa. Quindi la discussione intorno alla questione del rinnovo  classe dirigente sempre perpetua  e sinceramente esasperante va a mio avviso collegata a concretissime questioni private di ascesa sociale attraverso l’ascensore del potere politico e delle elezioni, a una speranza del tutto generale di miglioramento dal cadere in disgrazia di questo o di quello. La scuola poco o nulla c’entra con tutto questo parlare e straparlare. Eppure è forse l’unica realtà collettiva che connette, con risultati diversi, sul piano della cultura e della formazione  le diverse genti che oggi abitano il Belpaese. Senza il collante della scuola pubblica o parificata rimane come elemento immateriale di unità delle diverse genti della Penisola il centro commerciale, la pubblicità, gli spettacoli televisivi e il gioco del calcio. Una classe dirigente nuova di zecca forse dovrebbe pensarci.

Intanto nel cielo freddo c'è stata una luna piena stupenda, averla vista stagliarsi sull'appennino di notte è stata una vera e propria esperienza estetica. Una nota felice, forse beneagurante, un pò troppo isolata però.

 

Siti che danno notizia del ricorso:

http://www.orizzontescuola.it/news/concorso-cattedra-accolto-ricorso-anief-contro-soglia-3550-della-preselettiva

http://it.ibtimes.com/articles/41946/20130128/scuola-concorso-2012-concorsone-tfa-profumo-miur-prova-scritta.htm




23 gennaio 2013

Diario Precario dal 21/1 al 23/1

Data. Dal 21/1/13 al 23/01/2013

Note..

Fine del quadrimestre vicina.

Interrogazioni, verifica del livello di allievi e  allieve.

Dimensione burocratica del giudizio in queste giornate di lavoro.

Passaggio alla sede del sindacato per informarsi sulle ultime novità.

 

Considerazioni

Ho scritto che trasformare il consumatore solitario, egoista, autocentrato su di sé è cosa da fedi secolari o mistiche, da una potenza che scalza l’individuo sul solo centro stabile che ha, ovvero se stesso. Fra l’altro capisco che il singolo che considera la realtà esterna a partire solo da se stesso e dal suo interesse assolutamente egoistico è l’atteggiamento che oggi nella presente civiltà industriale è quello che gode di maggior credito e stabilità. Infatti vale il principio filosofico che almeno della stabilità del proprio corpo e della propria mente si può far conto quando tutto ciò che viene percepito dall’individuo come ordinario e quotidiano pare liquefarsi e  imputridire. In questa condizione dove l’individuo è autocentrato su se stesso e la merce, quale che sia, diventa estensione del corpo e della mente del singolo è evidente che toccare  il sistema di produzione e vendita di beni e servizi diventa automaticamente colpire il corpo e la mente del privato, del singolo, del consumatore isolato in mezzo a una folla di suoi pari ugualmente colpiti. In questo contesto una folla di privati egoisti e individualisti può essere indotta a mutare modo e forma di vita solo se trova delle buone ragioni per alienare una parte di sé in una causa più grande e in costruendo sistema sociale diverso e  altro da quello che deriva dalla civiltà industriale. Non è affatto detto che basti la sopravvivenza della “specie” o dei singoli per mutare sistema. Non ha senso che il singolo consumatore egoista si sacrifichi o rinunci a un solo grammo del suo presunto benessere per un qualcosa di collettivo che non conosce, non distingue e non sa riconoscere. Nell’essere umano non c’è solo l’istanza della sopravvivenza del singolo come del gruppo; anzi proprio l’individualismo dominante porta alla conseguenza ragionevole di dover ammettere che in fondo la distruzione del singolo è la distruzione del suo mondo e quindi di tutto il mondo. Questo è aggravato dal fatto che non sempre l’essere umano opta per scelte di vita e di consumo che premiano la propria sopravvivenza o il proprio benessere, si pensi al consumo esagerato  di sigarette e alcolici presentissimo nella vita di milioni di consumatori. Tendenzialmente l’istanza di sopravvivenza è una delle tante possibili, proprio queste nuove guerre a bassa intensità con i loro terroristi, guerriglieri e insorti votati alla morte indicano, se ve ne fosse bisogno, che l’esigenza di restare in vita può essere cancellata dalla mente umana.  Un comune essere umano, quando si presentano alcune situazioni difficili, può scegliere per ragioni materiali o immateriali di vario tipo non solo di mettere in discussione la sua sopravvivenza ma anche di scegliere deliberatamente di farsi ammazzare. Non è la sopravvivenza del singolo o della “specie” o della civiltà l’elemento sul quale puntare con religiosa fiducia perché s’attivi nel futuro una forza che muterà il corso del sistema di produrre, consumare, lavorare, vivere o fare la guerra.     Del resto se si guarda alla storia con l’occhio di chi scruta i millenni si sono prodotti crolli di civiltà di dimensione catastrofica spesso senza che chi era inserito ai livelli di comando e controllo di quelle civiltà al collasso o prossime alla rovina sentisse il bisogno di trasformare i rapporti sociali, di vita, di consumi, di produzione di beni e servizi. Penso al crollo dell’Impero Romano d’Occidente quale possibile,  fra i tanti, elemento di paragone e di riflessione intorno al problema della dissoluzione della civiltà.  Allora mi viene il sospetto che il soggetto collettivo che può arrivare a determinare un cambiamento di mentalità, di vita, di produzione e di consumi deve per forza essere in grado di trasformare il soggetto individualista e singolo entro i termini di un soggetto integrato in una realtà collettiva. Da questo deriva che il singolo per uscire dalla sua condizione deve subire una ristrutturazione in senso catastrofico del suo modo di vedere e percepire la realtà che lo circonda e se stesso. Nel passato erano le grandi religioni o le ideologie forti che operavano questa trasformazione.  Non credo che le religioni presenti o i resti di ideologie logorate o morte siano in grado di superare e punire il culto del Dio-denaro e il suo devoto consumatore isolato nella massa.




21 gennaio 2013

Diario Precario dal 16/1 al 20/1

Data. Dal 16/1 al 20/1

Note.

Interrogazioni, lezioni.

Correzioni simulazione terza prova.

Piove, giornate nuvolose, umide, fredde.

Contratto firmato per le ore di lavoro riguardanti l’attività d’insegnamento alternativa all’ora di religione.

 

Considerazioni

Nell’ultimo scritto ho considerato come la struttura intima del sistema di produzione e consumo porti a una forma di vita incentrata sulla solitudine e sul seguire modi e costumi collettivi dettati o ispirati dalla pubblicità o dalle diverse forme di spettacolo e intrattenimento. Folle di consumatori, più o meno in grado di soddisfare i loro desideri del momento, intimamente soli sono il dato evidente del sistema. Ora la questione è come una massa di soggetti soli e in prospettiva amareggiati e disillusi possa dar luogo a qualche tipo di movimento politico o sociale. Il dato materiale non basta per smuovere la mente umana, occorre qualcosa che sostituisca nell’immaginario e  nelle speranze il posto delle promesse di potere e benessere che esprime il consumo di beni e la forza del denaro. Questo qualcosa mi par di delinearlo come una qualche forma di religione che si fa politica. Non necessariamente una religione con preti, libro sacro, alti sacerdoti, paramenti sacri e simboli e cerimonie; ma qualcosa di simile negli effetti. Si tratta di sostituire una visione del mondo e del destino dell’essere umano data dall’accettazione del presente così come appare con una forte promessa di una forma diversa e sostitutiva di civiltà e di vita. Questo può aver luogo solo con qualche forma di catastrofe materiale o di orientamento politico e culturale; troppi vivono bene come gregari, dirigenti e padroni all’interno del sistema di produzione e consumo e non è pensabile che costoro siano disposti a mettere in discussione posizioni di potere e di privilegio per qualche caso o per seguire qualche moda culturale.  Per scalzare un sistema di vita e consumo che è forma e visione del mondo per miliardi ormai di esseri umani ormai parte delle diverse tipologie di civiltà industriale occorre qualcosa di più di una filosofia politica. Ci vuole una duplice combinazione di scontro tra il sistema che pretende crescita e consumi infiniti con le risorse limitate del pianeta e una possibile alternativa psicologica e di vita in grado di trasformare il consumatore condizionato dalla pubblicità e dalle abitudini in qualcosa di diverso. La catastrofe materiale può portare la trasformazione radicale e  rapida del modo di vedere se stessi e il mondo naturale e umano, ma può anche non darsi questo caso. Semplicemente le diverse civiltà umane e le potenze imperiali incapaci di trovare ragionevoli alternative potrebbero implodere o dar luogo a guerre atroci e feroci senza venir a capo dei problemi e senza rimettere assieme progresso tecno-scientifico con la soluzione del problema del limite delle risorse. Comunque si tratta di 51 miliardi di ettari perchè tanti ne conta il pianeta azzurro, 2/3 di essi acqua perlopiù salata e del resto circa 12 usati per sostenere e collocare fisicamente nello spazio le civiltà industriali attuali.  Lo schianto probabile fra crescita infinita desiderata e perseguita da finanza, industria, grande distribuzione, oligarchie di miliardari al potere e ovvio limite delle risorse del pianeta può anche causare semplicemente una riduzione del numero di esseri umani sul pianeta e la formazione di regimi autoritari e dispotici o teocratici in seguito a guerre, proteste violentissime, carestie, pandemie…

Quindi le diverse forme di civiltà umana potrebbero subire un regresso nel numero dei viventi e nelle libertà individuali e nelle prospettive di benessere e felicità senza toccare i due nodi decisivi: la capacità di orientare la ricerca e lo sviluppo in direzioni che riducano i danni dell’impatto con i limiti del pianeta azzurro e la formazione di mentalità e di consumi compatibili con i problemi di acquisizione di risorse e di beni materiali che in questo contesto sono per forza di cose limitati. Quella condizione che può toccare questi due punti è per l’appunto la creazione di qualcosa che oggi ancora non esiste, ossia una forza di persuasione simile a una fede religiosa che trasformi la mentalità e ridefinisca senso della vita e prospettive esistenziali per questi milioni di singoli umani che vivono nelle folle anonime e un po’ tristi di consumatori.  




20 gennaio 2013

Diario Precario dal 11/1 al 15/1

Data. Dal 11/1 al 15/1

Note.

Di nuovo al lavoro.

Interrogazioni, lezioni, terza prova

Difficoltà tipiche del momento della scadenza del quadrimestre.

Inverno. Inverno di campagna elettorale, elezioni politiche invernali.

Il fatto elettorale spinge a pensare questo presente.

 

Considerazioni

Sono convinto che ci sia del vero, oggi in particolare, in quell’idea filosofica che vede il destino di una civiltà o di una collettività politica collegato a una dimensione biologica di nascita, sviluppo, decadenza, disgregazione, morte e decomposizione. Questo mi pare il caso dei miei tempi e va esteso non solo al Belpaese ma all’Europa che spaccata da opposti egoismi economici e finanziari rischia la disgregazione sotto la pressione di proteste popolari e risorta diffidenza fra i tanti popoli che la compongono. Solo la marginalità dei movimenti denominati dai media “populisti” ha finora impedito che nel Vecchio Mondo esplodesse una reazione di massa contro l’Unione Europea. Ma dove nasce questo male di vivere che sta disgregando dall’interno l’Unione Europea? Mi sono dato una risposta: dall’egoismo degli Stati più forti che mettono sul tavolo tutta la loro influenza e il loro potere. Questo egoismo è a sua volta giustificato da masse grandissime di popolazione votante per le quali il centro commerciale e la pubblicità rappresentano il centro della loro esistenza. L’egoismo dei molti è la somma dell’individualismo esasperato dei singoli per i quali il mondo di tutti esiste perché loro esistono. Alla fine della loro vita cessa il mondo perché essi non avranno più alcun interesse in esso e quindi per loro sarà inesistente. Di conseguenza essendo il singolo autocentrato su se stesso alla cessazione dell’esistenza propria corrisponde la fine del proprio mondo e quindi di tutto il mondo che può essere da esso concepito. A livello di luogo comune, di chiacchera da bar questo fatto è evidente quando si sentono delle frasi come: “Quando accadrà io non ci sarò più, la sciagura tocca a chi resta. Me ne frego. Io penso per me gli altri possono crepare tutti quanti ”. Non sono frasi leggere, sono dichiarazioni di condizioni della propria esistenza. Se esiste solo il singolo e il suo interesse, ossia i soldi e le proprietà, non può esistere il mondo di tutti e non può esistere rispetto se non per se stessi. La legge non può essere interiore e frutto di consapevolezza ma solo imposta con sanzioni e dure punizioni da specifiche agenzie o amministrazioni. Il mondo umano diventa un mondo in conflitto con tutto il mondo naturale e con tutti gli altri esseri umani, l’esistenza diventa sopportazione dell’aggressività altrui o esplosione della propria o peggio esorcismo rituale e spettacolare delle troppe pulsioni distruttive e auto-distruttive che animano milioni di esseri umani. Il conflitto per ragioni d’interesse e egoistiche  diventa il motore dell’esistenza. Regola generale è che la competizione fra esseri umani senza regole rispettate o patti sottoscritti che la limitano e la definiscono diventa guerra, scontro, atto di forza, violenza privata o di gruppo. Senza la finta abbondanza dei nostri tempi questo confliggere fra masse di milioni di singoli in competizione e in lite diventerebbe aspro e mortifero, la pubblicità commerciale e la grande distribuzione danno al conflitto interiore tipico delle civiltà industriali un freno, un calmante. L’acquisizione dei beni e la felicità del possesso della merce mitigano l’animo solitario e danno sollievo alle paure e alle pulsioni più amare e crudeli. La merce è il centro della salute mentale di milioni di esseri umani ormai integrati nel sistema di produzione-commercio-consumo. Del resto la stessa pubblicità non persuade il cliente attraverso una descrizione puntuale e precisa del prodotto che promuove ma associando il prodotto stesso al successo nella carriera, alla pace domestica, alla felicità coniugale, al riposo in villeggiatura, e spesso al corpo femminile di qualche top-model. Chi legge ripensi a dieci pubblicità televisive o in rete e certamente converrà con me che si tratta di una sovrapposizione. L’immagine o la scena della pubblicità s’appoggia alla merce e la rende desiderabile e portatrice di un valore immateriale che di per sé non ha ma che la fantasia umana opportunamente colpita le attribuisce. In fondo tutto parte da qui, il sistema si tiene perché la maggior parte degli esseri umani accetta un modello di vita e di consumi strettamente collegato al grande spettacolo e alla persuasione della pubblicità nelle sue diverse forme. Si può credere di vivere in un mondo saggio e di progresso se si fa proprio un solo decimo di quel che propone la pubblicità commerciale dove ciò che è rassicurante o piacevole è dominante e dove il prodotto risolve un fatto della vita o lo completa in modo ottimo. Mi rendo conto di una cosa che è anche un  fatto politico: il consumo è quasi sempre del singolo o parte dal singolo consumatore verso soggetti altri. Quindi è naturale che alla fine la solitudine sia la nota caratteristica di questa forma di civiltà industriale, la maggior parte delle rappresentazioni della realtà sono incentrate sull’individuo consumatore e compratore di merci e servizi.  Quindi per le grandi masse di singoli individui consumatori ciò che appare e diventa regola e misura della propria vita e delle proprie cose è come se fosse tutta la realtà.




12 gennaio 2013

Diario Precario dal 4/1 al 10/1

Data. Dal 4/1/13 al 10/01/2013

Note.

Nuovo anno, è il 2013.

Di nuovo al lavoro, a scuola.

Lavori in corso sulle scale dell’edificio, si eseguono riparazioni.

Fine del quadrimestre vicina. Scadenze, registrazioni, voti, interrogazioni.

 

Considerazioni

Certe questioni della scuola sono ignote ai più. Ad esempio il periodo delle scadenze per i voti del quadrimestre, o trimestre a seconda dei casi, è uno dei più intensi. C’è qualcosa di meccanico in questa esigenza di arrivare al numero esatto di votazioni, e la solita questione dei ricorsi vinti per vizio di forma che volteggia invisibile sopra testa dei docenti. La cosa è comprensibile, la società italiana non è quella di trenta o quaranta anni fa e il docente nell’immaginario collettivo è una figura la cui importanza si è ridimensionata, la scuola stessa di fatto si è ridimensionata. Le figure di successo, e di conseguenza ricche e felici, che la pubblicità commerciale e il sistema d’intrattenimento e spettacolo offre al vasto pubblico non sono i docenti, gli eruditi, i filosofi. Al contrario sono ostentati e incensati professionisti dello sport, attori e attrici famose, top model, VIP vari, ereditiere giovanissime.

Nei pressi dei muri della scuola c’è la tipica scritta pseudo-anarchica in nero fatta con lo spray. Essa recita: “Gli studenti non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”. La mia impressione è la seguente: chi scrive queste cose non ha idea di cosa sia la condizione delle scolaresche di oggi a livello di grandi numeri. La politica è quasi scomparsa dalle scuole a livello di organizzazione, creazione ideologica, studio politico della società e dei massimi sistemi. Certo che quando la politica si fa spettacolo, va in televisione, entra nella rete allora diventa fatto pubblico anche per i giovanissimi e adolescenti. Ma il fatto che si parli di argomenti più o meno politici non vuol dire che vi sia dietro esperienza, preparazione, studio dei fatti notevoli della civiltà industriale, capacità di far attivismo per questa o quella causa. Questo è avvenuto non per inesistenti repressioni del corpo docenti, presidi o chissà cosa. Semplicemente la comunicazione, lo spettacolo televisivo, i personaggi di successo proposti dai format televisivi o in generale i VIP non sono politici o non si pongono come soggetti politici portatori di speranze rivoluzionarie, riformiste, innovatrici dell’esistente. La politica di partiti e movimenti di una certa consistenza numerica entrando nel meccanismo dell’intrattenimento spettacolare e del palinsesto televisivo ha privilegiato non la formazione e la preparazione dell’attivista o dell’elettore ma il consenso dello spettatore più o meno orientato. Fa eccezione la rete, ma solo in alcuni ambiti e in alcuni casi; il più famoso è quello dei gruppi vicini a Beppe Grillo. La mia impressione è che la maggior parte della comunicazione e dell’intrattenimento che occupa tanta parte dell’immaginario collettivo degli adolescenti non sia riconducibile all’impegno politico, a istanze di trasformazione della società, a forme di auto-formazione in ambito di scienze politiche o umanistiche. Quello che viene imputato comunemente alla politicizzazione come scioperi, occupazioni, manifestazioni è spesso una reazione o un ovvio agire tipico dell’adolescenza quando emergono i contrasti con l’ordine delle cose esistente. Paradossalmente è proprio la scuola l’ambito nel quale è meno influente l’opera di omologazione culturale attuata dalla diverse forme di pubblicità commerciale e di spettacolo televisivo o peggio si spettacolo a sfondo giornalistico. La relativa autonomia da certi processi pervasivi del sistema di produzione e consumo ne fa una sorta di territorio di confine, un limite.  Credo quindi che si consumi volutamente una sorta di auto-inganno, di frode contro se stessi quando s’appiccicano sugli studenti adolescenti e sul mondo umano della scuola speranze rivoluzionarie, insurrezionali, sovversive. L’essere confine della scuola fra stagioni diverse della vita e fra generazioni crea la possibilità del fraintendere, dell’attribuire strumentalmente e ideologicamente a fatti iscritti dentro  l’ovvio andare delle cose un valore e un senso falso. La scuola in Italia resta confine fra mondi umani, linguaggi, materie, insegnamenti, generazioni. L’attivismo riformatore in materia scolastica manifestato dal potere politico, e non solo, negli ultimi due decenni dimostra quanto questo essere confine risulti indigesto, fastidioso, e cosa notevole non sempre riconducibile a questo o a quello. Chi vuole vedere il mondo con le lenti dell’ideologia o del proprio esercizio del potere su esseri umani, denari e beni è tendenzialmente infastidito dall’essere confine della scuola sia essa elementare, media o superiore. Leggo quindi l’accanimento ideologico sulla scuola, tanto di chi ha il potere e lo esercita quanto di chi non lo ha e lo vorrebbe, come il fastidio per la natura di limite e di confine interno allo stesso fare scuola.




4 gennaio 2013

Diario Precario dal 27/12/2012 al 3/01/2013

Data. Dal 27/12/12 al 3/01/2013

Note.

Solite cose, giornate che girano a vuoto.

Nuovo anno

Prima impressione delle folle festeggianti il passaggio: tanta voglia di dimenticare il 2012.

Seconda impressione: C’è disagio nella società e la festa collettiva in piazza ha mascherato per una notte, ma fino a un certo punto, il negativo di questo presente.

Terza impressione: il tempo che passa lascia dei ricordi materiali, una saracinesca chiusa da anni  la ritrovi e ti ricordi che era un negozio che frequentavi spesso. Si tratta di un fatto materiale, ma nello stesso tempo è anche un ricordo personale.

Considerazioni

A questo punto non penso al lavoro. Osservo. Qualche volta ascolto.

Mi sono chiesto dove sono finito. Che tempo è mai questo. La civiltà industriale sta trovando dei limiti evidenti di ogni tipo: risorse, irriducibilità di culture altre, conflitti interni, guerre, minacce all’ordine pubblico, crollo di valori e di credenze religiose o loro corruzione e perversione in forme aperte di fanatismo, incapacità del potere politico, inettitudine e avidità delle sedicenti classi dirigenti. Manca un pensiero politico realmente concreto e possibile per uscire da questa caduta e avvitamento verso il peggio. Non è che non sono state pensate forme altre di civiltà industriale, anzi. Il problema è che esse non hanno modo di diventare una probabile alternativa perché questo sistema in Europa e non solo  ha ancora la capacità di mantenere gerarchie burocratiche, plebi elettorali, forze armate e di polizia, ceti privilegiati, gruppi editoriali, interi sistemi radiotelevisivi e così via…

Il che denota una certa vitalità, ma non offre una soluzione al fatto che il pianeta azzurro è circa 51 miliardi di ettari, moltissimo. Tuttavia non è infinito e i 2/3 del pianeta sono mari, fiumi, oceani, laghi …

Questo fa sì, insieme ad altri fattori, che gli umani sviluppino le loro forme di civiltà  su poco più di 12 miliardi di ettari, prendo i dati dall’ultimo libro di Serge Latouche: “Limite”.

Pertanto il pianeta Azzurro non può sostenere una crescita illimitata di più civiltà industriali umane  in conflitto, contrasto, competizione. Questo fatto a mio avviso è il massimo sistema che sta dietro di quell’infelicità nel vivere così comune, il limite di questa civiltà c’è e viene toccato ogni giorno in molti settori. Questo è il punto da cui prende forma il disagio del vivere, un sistema che si è pensato infinito e superiore alla natura deve riconoscere di esistere entro limiti dati e ha difficoltà gigantesche a superarli, per ora cerca d’ignorarli e di tirare avanti.

I “grandi”  che esercitano il potere all’interno dei sistemi imperiali politici, finanziari, militari delle diverse forme di civiltà ad oggi sembrano intenzionati a portare avanti i loro interessi, a realizzare agende politiche, militari, economiche che sono in relazione con la situazione generale ma non sembrano prevedere risposte comuni, altruistiche, fondate sul rispetto e sull’amicizia fra i popoli. Del resto come potrebbero fidarsi di altri simili a loro, non c’è ad oggi un solo sistema di dominio e controllo di carattere imperiale che sia esente da critiche e spesso più è efficace nel perseguire i suoi scopi più si rivela poliziesco, militaresco e autoritario.

Sono quindi qui a livello di massimo sistema, ma nel mio piccolo esiste il quotidiano, il lavoro, il fatto di ogni giorno, l’orario da rispettare, le scadenze. Esiste una cascata di fatti, spesso spiacevoli, che si collegano a livello grandissimo con il quadro generale appena abbozzato. Mancano gli Dei e gli Eroi in grado di rimettere assieme la civiltà industriale con il dato materiale del pianeta, i limiti del possibile  con il pensiero illimitato, la volontà di esprimere potenza divina con la fisicità del corpo umano. La decadenza che vedo ovunque non è solo l’ordinario dato per così dire biologico interno alle leggi naturali di questo pianeta ma è anche il frutto della scoperta silenziosa ma crescente ed evidente dei limiti al progresso della civiltà industriale come è ordinariamente inteso. Questo mi pone ogni giorno la domanda intorno a quale possa essere il corretto atteggiamento davanti a questa situazione, anche ammesso che prenda corpo un generalizzato miglioramento economico questa questione dei limiti dello sviluppo e del pianeta è presente ed è il limite non riconosciuto della civiltà industriale, ossia la realtà nella quale vivo, lavoro, agisco, penso. In fondo proprio perché in quanto essere umano singolo devo pormi il problema del senso di questa totalità che è il mio mondo umano nel quale sono calato e in un certo senso parte. Di cui, per altro, conosco bene per esperienza diretta solo una piccola parte di questa totalità, ossia l’Europa.

Quanti doveri verso se stessi esistono nella vita di un precario della scuola?

 



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