.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


17 ottobre 2011

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

 

La lotta politica si fa anche con i simboli e l’opposizione proletaria e socialista comprese subito di dover contrapporre la propria simbologia e la propria lettura del conflitto a quella dei ceti dominati, una lotta fra Davide  e Golia, e vinse Golia. In fondo in Italia è comune che vinca il più forte a scapito del più debole. Il fascismo riuscì a controllare questo processo di creazione di mito e gestione della morte di massa ma di sicuro non lo inventò. In realtà in questa storia che il fondamento del fascismo stesso non c’è molto di più se non la creazione del fascismo di se stesso attraverso l’abilità politica e giornalistica di Mussolini. Tuttavia non era una cosa così scontata e non era facile prevedere l’oblio che colpì la resistenza spesso eroica di tanti che negli anni venti s’opposero al fascismo. Anche quella fu Resistenza antifascista, ma non gode della stessa fama e fortuna di quella della Seconda Guerra Mondiale. Credo che questa differenza di trattamento sia da riferirsi  a mio avviso al modo arbitrario con il quale i  partiti politici dell’Arco Costituzionale si son fatti strumentalmente forti della Resistenza  per costruire un discorso di apologia continua del loro sistema politico privo di reali alternative che solo Tangentopoli ha saputo chiudere aprendo la via a una Seconda Repubblica. Infatti da quando è arrivata una Seconda Repubblica priva dei partiti dell’Arco Costituzionale si sente poco rammentare come fondamento della democrazia le prime forme di resistenza al fascismo e per la verità  non sempre sono ricordate le seconde. Credo che questo sia dovuto al fatto che il potere politico di ogni colore non si occupa mai di storia ma di uso pubblico della storia o di propaganda politica che sono cose molto diverse dallo studio della storia fondato secondo dei criteri e sulla base di dnti e testimonianze. Sul fascismo voglio aggiungere una riflessione: non era sua invenzione il saluto romano, la camicia nera, il fascio littorio, il grido Eia Eia Allà, il mito della Roma dei Cesari, l’aquila come simbolo di potere, il martirio per la salvezza della Patria, e neppure gran parte dell’iconografia e dei simboli della  retorica guerrafondaia e perfino il concetto di sangue e di stirpe. Perfino le bande armate anticomuniste non erano così originali visto che già nel 1919 in Germania i Freikorps massacravano centinaia di cittadini della Repubblica di Weimar sospetti rivoluzionari. Il fascismo è stato un modo di gestire e di dare un senso a tutto questo attraverso il potere politico. Se così non fosse sarebbe inconcepibile la rete di complicità e di simpatizzanti che trovò quando s’impadronì dello Stato. L’opportunismo, la corruzione e la decadenza delle minoranze di ricchi liberali al potere e il re non spiegano come mai un movimento politico così singolare e inquietante sia riuscito nella presa del potere e nell’imporre la sua visione della realtà. Il linguaggio simbolico fascista e le dichiarazioni belliciste e nazionaliste risultavano familiari a tanta parte degli italiani dei ceti medi e medio-bassi, il perchè spero sia chiaro.

 

La simbologia della morte divisa fra destra, centro e sinistra

 

 

Ma ciò che colpisce è che la tendenza a tradurre in chiave di rito, di “culto”, di “religione”, intenzioni e progetti della politica con segno rovesciato era presente  anche tra le forze di sinistra, anche se con qualche eccezione.  I socialisti e le forze politiche di sinistra, spinte dal mito dell’esempio sovietico e dal prezzo pagato dalle classi lavoratrici alla guerra, costruirono nel dopoguerra lapidi e monumenti[1], analoghi e contrapposti a quelli espressi dalla memoria “ufficiale”. Tali ricordi enfatizzarono alcuni aspetti antimilitaristici e anticapitalistici della cultura anarchica e socialista.

Scrisse “La Difesa”, settimanale della Federazione Socialista fiorentina, subito dopo il grande evento del 4 novembre:

 L’ENTUSIASMO CITTADINO

E’ stato grande. Non contestiamo. Le notizie militari e quello della firma dell’armistizio sapientemente comunicata hanno fatto esultare la cittadinanza, la quale, più che di ogni altra cosa è stata lietissima della cessazione delle ostilità. Il censore non ci permetterebbe di esporre quello che noi pensiamo sugli ultimissimi avvenimenti perché il nostro sereno e calmo ragionamento potrebbe fare sui bollori dei giorni passati l’effetto di una doccia fredda e noi, per non guastare l’amicizia non vogliamo disturbarlo.

Però non possiamo lasciare passare sotto silenzio quello che nelle dimostrazioni è avvenuto.

Ci si dice  per esempio che  l’avvocato Meschiari[2] ed altri suoi degni compari non

si siano lasciati fuggire neppure questa occasione per lanciare le solite stupide invettive – tra le approvazioni degli imbecilli – contro il partito  socialista. I nostri informatori sono persone serie e degne di fede e non c’è quindi da porre in dubbio che questi signori oggi abbiano vomitato le loro insolenze contro di noi…”[3].

La tensione dovuta alle necessità di regolare i conti in sospeso fra le forze politiche e sociali, aperti con l’entrata in guerra e acuiti oltremisura dagli anni del conflitto era fortissima in città. Un primo segnale fu l’aggressione fatta a Giuseppe Pescetti ad opera di gruppi di studenti e soldati organizzati nel corso della commemorazione proletaria per i morti in guerra[4] avvenuta il 15 dicembre 1918. Furono i socialisti a dover affrontare una reazione violenta, secondo loro portata avanti da quelle minoranze di soggetti economici, ossia i “pescecani” di guerra, che trovarono i loro naturali alleati in questa azione nei gruppi politici nazionalisti. Scriveva “La Difesa”: “Numerosi ufficiali in congedo che si valgono della divisa militare e del grado per imporsi, spadroneggiare e compiere indisturbati e impuniti tutti gli atti teppistici che loro talenta”[5].

I socialisti fiorentini, seguendo una polemica presente anche a livello nazionale, evidenziarono la presenza fra questi avversari non solo dei pescecani ma anche degli imboscati.

I socialisti fiorentini risposero all’abuso che veniva fatto dei simboli militari da parte degli avversari politici attraverso il ribaltamento concettuale del valore attribuito alla divisa, alle medaglie ed alla bandiera. “La Difesa” lanciò, il 4 ottobre 1919, un appello AGLI EX COMBATTENTI in cui si affermava: “Non resta perciò ai proletari smobilitati che di ricorrere alla stessa arma dei nazionalisti, di scendere cioè in piazza in divisa militare coi distintivi di guerra indicanti le campagne fatte e le ferite riportate. Lanciamo l’appello che, verrà certamente raccolto dal proletariato. Si tratta di vita o di morte. E’ in gioco la stessa libertà di pensiero, di riunione e di organizzazione.

Siamo intesi! Al primo ordine del partito socialista migliaia di ex-combattenti sovversivi, dei quali non pochi sono ufficiali e graduati, devono partecipare alle nostre dimostrazioni, vestiti in divisa, al canto dell’inno dei lavoratori e dietro i vessilli rossi (…) Faremo vedere agli imboscatissimi eroi del marciapiede chi veramente ha fatto la guerra.”

I socialisti, anche a Firenze, usavano termini e parole dei loro avversari in contesti diversi e rovesciandone i sensi. Il mondo[6] dei simboli e valori socialisti, come tutta la società italiana, era stato costretto a confrontarsi con l’esperienza di guerra.

Esso si trovò a condividere con i suoi avversari espressioni e parole di stampo religioso, mistico o bellicistico che nel corso del conflitto avevano acquisito senso e popolarità. I due insiemi culturali disomogenei, quali erano in quel tempo il mondo socialista e quello cattolico-reazionario e fascista, avevano in comune delle parole in grado di rappresentare valori mitici e simboli come: “forza”, “bellezza”, e sopra ogni altra, “fede”, oltre ad affermazioni verbali come “consacrare”, “vincere”, “combattere”, “infrangere la resistenza”.

Se ne ha un esempio nell’inaugurazione fiorentina del vessillo della lega proletaria dei reduci di guerra. I socialisti descrissero e qualificarono l’evento[7] in questi termini: “un imponente corteo, un comizio vibrante di entusiasmo, la bandiera della lega consacrata alle battaglie per l’internazionale operaia in una cerimonia religiosa.” Tale modo di parlare e quindi di veicolare messaggi era adatto a portare avanti quella tensione e quella radicalità politica ereditata dal periodo bellico, e diventata parte del linguaggio politico del dopoguerra. Inoltre, le forze della sinistra attuavano lo smascheramento dei simboli e delle parole d’ordine nazionaliste e clericali accompagnando l’uso  dei  medesimi simboli e parole per affermare concetti e progetti opposti.  In  quest’attività   che   intendeva  sovvertire  le   categorie    della    “memoria

ufficiale” si distinse la rivista[8]  “l’Ordine Nuovo”. L’uso di tali strumenti simbolici e linguistici, mutuato dagli avversari, non fu solo negativo, la dissacrazione e la negazione dei valori fatti propri dalle forze di destra poteva avvenire contemporaneamente alla rivendicazione del proprio ruolo avuto nel conflitto e del sacrificio subito dal proletariato.

Gli esiti di questa lotta simbolica sembrano confermare l’analisi generale  dello storico George. L. Mosse a proposito dell’uso politico[9] dei culti laici e della loro articolata simbologia: “I nazisti sapevano quel che facevano quando posero il culto dei morti in guerra e il culto dei propri martiri al centro della loro liturgia politica. Il culto dei caduti aveva un’importanza diretta per la maggior parte della popolazione: maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un quasi tutte le famiglie avevano perso uno dei loro membri, e una maggioranza dei maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un amico. Ma fu la destra politica, e non la sinistra, che si dimostrò capace di annettersi il culto e metterlo a profitto. L’incapacità della sinistra di dimenticare la realtà della guerra e di far proprio il Mito dell’Esperienza di Guerra si risolse in un vantaggio per la destra che poté sfruttare ai propri fini politici le sofferenze di milioni di persone”.

Il far proprio il mito politico del rappresentare i caduti per la patria conferiva alla forza politica che ne assumeva, per così dire il monopolio, la possibilità di presentarsi come una forza erede del passato storico in grado di rigenerare la Nazione. L’appropriazione del mito da parte delle forze di destra, nel caso di Firenze, fu resa più facile grazie alla presenza di intellettuali reazionari e interventisti che erano schierati ed avevano operato in funzione antisocialista fin dal periodo dell’amministrazione del sindaco Orazio Bacci[10].

La giunta del sindaco Antonio Garbasso[11] ereditò la politica culturale incentrata sull’esaltazione della  vittoria, degli eroi e dei caduti; e adattò alle nuove circostanze gli strumenti culturali e propagandistici. Per le forze di sinistra era difficile affermare le proprie ragioni, poiché durante e subito dopo la guerra fu attuato un gioco pesante contro i socialisti fatto di offese e accuse di disfattismo e tradimento mentre la censura, che fu abolita solo a distanza di diversi mesi dalla fine del conflitto, colpiva la stampa socialista.  Difatti l’appello per la ricorrenza del 2 novembre 1919, pubblicato da “La Difesa” del 1 novembre 1919 uscì censurato; le autorità non ammettevano la presenza di una liturgia diversa e di memorie  alternative intorno alla straziante questione dei caduti in guerra. La parte non censurata del testo riporta: “ 2 NOVEMBRE. Giorno dei morti. Le vittime della guerra reclamano e attendono giustizia riparatrice. Ricordalo o popolo!  E nei fiori vermigli che – al pensiero dei tuoi dolori – butti al vento per ricoprire…CENSURA”.

                Il fiore, simbolo della continuità della vita e di una speranza nella morte, diveniva in questo appello un monito a non dimenticare le responsabilità di quelle morti e di quel conflitto. Tale omaggio simbolico era un gesto che era stato fatto proprio dalle giunte comunali che destinarono, per la ricorrenza del 2 novembre, fondi per adornare le tombe dei caduti in guerra[12]  al cimitero di  Trespiano.

Nel 1919, in occasione del giorno dei morti, il regio commissario[13] aveva predisposto una cerimonia per la deposizione di fiori sulle tombe dei caduti nel cimitero di Trespiano cooptando le rappresentanze delle scolaresche comunali, dei sodalizi patriottici e contando sull’appoggio de “La Nazione”.

Una vera e propria svolta verso una complessità simbolica e rituale più consona all’esigenza di far partecipare le masse ai riti pubblici si ebbe solo durante la giunta Garbasso. Una lettera del sindaco inviata nell’aprile del 1921, d’accordo col Consiglio comunale, al comitato di Treviso con l’offerta di fiori del vivaio comunale, da deporre sulle tombe dei caduti del Piave, rivela la volontà di superare i limiti della solita retorica. Il sindaco concluse la lettera di omaggio[14] inviata al comitato affermando: “Portino queste fronde e questi fiori il memore saluto di Firenze agli Eroi che attendono una Patria più grande, quale sognarono cadendo… ”.

In questa lettera emergono due aspetti, che evidenziano un cambiamento profondo rispetto alle esperienze precedenti: il primo è che i fiori assumevano un valore simbolico, oltre a quello ovvio di rinascita e di continuità della vita dopo la morte, in quanto consacrati al culto dei caduti; il secondo è la mitizzazione e le strumentalizzazione della morte in guerra per fini politici. Formalmente Garbasso affermava che i morti volevano un’Italia più grande e diversa e affermando che era compito dei vivi rendere piena soddisfazione a questa “attesa dei morti”. Non si trattava più di ricordare i morti in guerra come portato di una lotta intrapresa per salvare la Patria, ma, al contrario, di fare dei gloriosi caduti la ragione per cui era necessario mutarla a partire da quel  preciso momento storico.

“L’attesa dei morti” è il dato palese di un profondo cambiamento culturale e politico che non avrebbe mancato di inserirsi nelle forme dello stato totalitario; infatti, se in tutti i paesi usciti dalla Grande Guerra il culto dei morti divenne un nodo cruciale della vita pubblica fu, tuttavia, in Germania e in Italia che esso “assunse  un’importanza speciale. Ancora  negli anni  30, durante il regime fascista, l’Italia era impegnata a sviluppare e ricostruire i suoi cimiteri militari, mentre in Germania pellegrinaggi e cerimonie mantennero la memoria dei morti costantemente viva fino allo scoppio della seconda guerra mondiale”[15].  I riti dedicati ai caduti della Grande Guerra, che vennero utilizzati dal fascismo nel contesto del costruendo stato totalitario erano, infatti, stati elaborati e sperimentati già prima della presa del potere da parte di Mussolini. Il 4 novembre del 1921, mentre Garbasso nella veste di sindaco di Firenze si trovava a Roma per assistere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto nel Vittoriano, le principali autorità civili e militari fiorentine onorarono la vittoria del 4 novembre con una Messa in Santa Croce, celebrata su un altare da campo sopra cui fu stesa la bandiera tricolore[16]. La cerimonia riuscì imponente, la suggestione del passaggio fiorentino dell’Ignoto giocò certamente un ruolo e l’evento ebbe come ospite d’onore il cattolicissimo generale Luigi Cadorna.

            La commemorazione in onore dei caduti raggiunse una sintesi fra il culto della fede cattolica e quello della patria uscendo dai limiti della cerimonia elitaria e divenendo un evento pubblico coinvolgente per le masse. La sacralizzazione dei caduti della Grande Guerra in chiave di uso pubblico della storia e di manipolazione politica delle masse, fu fatta propria dal fascismo. Nel caso fiorentino il fatto che il sindaco si fosse “convertito” al fascismo facilitò la strumentalizzazione e l’uso di parte del mito dei caduti. L’anno successivo il generale Cadorna ed il sindaco furono i traghettatori verso il fascismo di questa cerimonia solenne del 4 novembre.  Il sindaco aveva del resto manifestato la sua passione politica il 31 ottobre 1922, quando assieme ai gerarchi fiorentini, aveva improvvisato un comizio a favore di Mussolini in piazza Vittorio Emanuele mentre i fascisti andavano a liberare i loro camerati rinchiusi in galera, alle Murate[17], per svariati delitti. Pochi giorni dopo il 4 novembre del 1922 la Messa solenne in Santa Croce e la cerimonia in Palazzo Vecchio videro ancora protagonisti i fascisti fiorentini, ormai “padroni” della città.  Kurt Suckert, ossia Curzio Malaparte, si ritagliò un suo spazio quando tenne un comizio fascista nel salone dei Cinquecento, inserendo la propaganda politica nel rito solenne.  La cerimonia proseguì poi con un corteo i cui partecipanti, dopo aver percorso il centro storico, ritornarono in piazza Signoria, dove Cadorna prese la parola per lodare la marcia su Roma avvenuta pochi giorni prima,  evento che, egli disse, avrebbe “salvato la Patria”. "Il Nuovo Giornale” e “La Nazione” diedero un grande rilievo a questi fatti mentre il genetliaco del Re[18], festeggiato anche a Firenze, ebbe poco spazio nella cronaca. “Il Nuovo Giornale” gli dedicò, il giorno dopo, solo un piccolo trafiletto. Quanto ai giornali non allineati con la giunta, essi non ebbero in quei giorni la possibilità di circolare, perché i fascisti li bruciarono prima che potessero arrivare nelle edicole.

 



[1] Cfr. Gianni Isola, Guerra al Regno della guerra, Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, 1990, Firenze, pp.166-181. In generale sulle memorie dedicate ai caduti  di orientamento socialista cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze,1993, pp.147-148

 

[2] L’Avvocato Gino Meschiari, (1883-1947) uomo politico repubblicano ed ufficiale dei bersaglieri,  in quel periodo era un antisocialista convinto. Successivamente avrebbe legato il suo nome alle associazioni combattentistiche; aderì al fascismo dopo il delitto Matteotti. Esponente di prestigio della corrente repubblicana divenne “l’ultimo federale” di Firenze durante la Repubblica Sociale. Il partito repubblicano lo espulse nel 1920 a causa della sua accesa difesa delle proprie posizioni politiche scioviniste. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 26 novembre 1920. Cfr. Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1969, pp. 49-50 e p 364.

 

[3]  “La Difesa”, Cronaca cittadina, 8 dicembre 1918. L’articolo che commentava la fine delle ostilità terminava con un minaccioso giudizio sugli avversari politici: “Ma il gioco non è terminato e non si sa come possa chiudersi la partita. Non sempre saremo disposti a tollerare. Ed allora sapremo servire a dovere questi repubblicani passati al servizio della monarchia, questi… socialisti che vanno puntellando la borghesia traballante. Il tempo è galantuomo.”. Sui motivi che scatenarono le tensioni che erano intercorse tra la giunta al potere e i socialisti fiorentini durante il conflitto cfr. Luigi Tomassini, Associazionismo operaio a Firenze fra 800 e 900, La società di Mutuo Soccorso di Rifredi (1883-1922)  Olschki Editore, Firenze, 1984, pp. 293 –299; e anche Giorgio Spini e Antonio Casali, Firenze, Editore Laterza, 1986, pp. 112 – 113.  In generale sulle tensioni sociali e politiche in Toscana nel 1919 cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001

 

[4] Cfr. “La Nazione”,  Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “La Difesa”, 14 dicembre 1918 e 28 dicembre 1918.

 

[5] Cfr.”La Difesa”, 4 ottobre 1919.

 

[6] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit., pp. 240 – 246 e pp. 322 – 329. In generale sulla storia del linguaggio politico in Italia nel 1919. Cfr. Roberto Bianchi, Pace, Pane, Terra il 1919 in Italia, Odraedek edizioni, Roma, 2006. Per quel che riguarda l’organizzazione  di ex combattenti che militavano politicamente a sinistra e il loro linguaggio Cfr: Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2008.

 

[7]  “La Difesa”, 1 novembre 1919. Tale tendenza non era un dato solo fiorentino, lo stesso “Ordine Nuovo” usò, il 1 maggio, questi termini per celebrare la data solenne: “Perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera di ricostruzione, è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate allo immane compito”.

 

[8] “L’Ordine Nuovo” ad esempio  pubblicò racconti strazianti che alla denuncia sociale accompagnavano la denuncia del conflitto e fra questi un articolato e concettualmente complesso racconto “il Congresso dei morti” che fu pubblicato a puntate.  Questo racconto immaginava che la grande strage avvenuta con la guerra avesse convocato agli inferi così tanta folla da scatenare un congresso fra i defunti.  A tale evento presero parte le grandi personalità della storia come Attila, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Garibaldi e tanti altri.  Il congresso viene chiuso direttamente da Gesù Cristo e da un Milite Ignoto; lo stesso Messia pronuncia una aperta condanna del capitalismo, della chiesa, e della guerra.   Cfr. “L’Ordine Nuovo ”, 24 maggio, 7, 14, 21 giugno; 17, 26 luglio, 9, 16 agosto 1919.

 

[9] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Roma – Bari, 1990,  pp. 117 –118. 

 

[10] Il “Gr. Uff. Prof. Dott”. Orazio Bacci morì la notte fra il 24 e il 25 dicembre 1917, mentre si trovava a Roma per motivi d’ufficio. Nato a Castelfiorentino il 17 ottobre 1864, intraprese a Firenze la carriera di insegnante fin dai più bassi gradini arrivando ad essere prima un professore di Liceo, poi un accademico della Crusca e infine un professore universitario. Nel 1910 ricoprì la carica di assessore alla Pubblica Istruzione.  Dal gennaio del 1915 fu  sindaco di Firenze, il suo mandato lasciò un segno a causa delle molte iniziative culturali e benefiche attuate durante il difficile periodo della guerra. Genero di Isidoro Del Lungo, ebbe una formazione culturale e politica che fu determinante nell’impostare momenti e riti di propaganda patriottica.

 

[11] Antonio Garbasso ultimo Sindaco di Firenze e primo Podestà fascista della città era nato a Vercelli nel 1871. Accademico dei Lincei, e docente di fisica – matematica a Pisa e a Firenze. A  Firenze si occupò specificamente di ottica e di magnetismo. Fu eletto Sindaco nel 1920, fu nominato senatore del Regno nel 1924, nominato podestà mantenne la carica fino al 1928.  La sua opera politica e culturale a Firenze fu notevole, tant’è che attualmente esiste una via Antonio Garbasso nella zona di San Gervasio che non ebbe una nuova denominazione dopo la guerra.  I frati francescani della Verna  gli diedero sepoltura nel cimitero del convento nel 1933.

 

[12] Tale consuetudine, che aveva assunto le vesti della ritualità pubblica fin dal 1916, proseguì nel decennio successivo e oltre. Cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 119.

 

[13] Cfr. “La Nazione”, 2 novembre  1919.  La crisi politica e morale della giunta Serragli impose la nomina di un commissario Regio nella persona di Vittorio Serra Caracciolo.  Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p. 75 e p.112

 

[14] Atti, CFi,, I,  19 aprile 1921, p.318

 

[15] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Bari, 1990, p.103

 

[16] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1921

 

[17] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 4 e 5 novembre 1922.  Su Firenze e la marcia su Roma cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, cit., pp. 316 – 319.

 

[18] Cfr. “La Nazione”, 11 novembre 1922 e “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1922. In particolare “Il Nuovo Giornale” con una punta di malizia scrisse che nella cerimonia solenne in Comune i presenti avevano gridato: “Viva il Duca d’Aosta, viva casa Savoia.”   Il duca D’Aosta era stato preso in considerazione da alcuni gruppi politici d’estrema destra come potenziale alternativa al sovrano legittimo Vittorio Emanuele III in caso d’abdicazione da parte di quest’ultimo, e come probabile candidato alla presidenza di un governo autoritario e antidemocratico.  Cfr. Denis Mack Smith, I Savoia  Re d’Italia, cit. p. 314, e p. 325.

 




13 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Gestire la Morte di massa

Gestire la Morte di massa

 

Gestire la morte di massa è una cosa difficile e non tutti possono esser d’accordo, ma chi ha il potere deve provare a gestire l’ingestibile o fatalmente perderà il potere con tutte le conseguenze del caso. Se ripenso ai miei studi osservo che questo era il problema delle minoranze al potere a Firenze nel biennio finale della Grande Guerra. Allora la “consorteria” al potere in quel di Firenze fra il 1917 e il 1918 cercò almeno di creare la sua immagine di morte in guerra e di trasformarla da massacro in scala industriale con le sue logiche di profitti industriali e di finanza legate alla guerra e al debito che produceva a qualcosa di comprensibile e accettabile: un sacrificio per la Patria e la collettività. In qualche misura riuscirono nel loro intento perché crearono riti, simboli ostentati, atti pubblici in collegamento fra loro, i quali pur avendo numerosi precedenti erano tuttavia frutto della Grande Guerra. Le  minoranze al potere riuscirono a far convivere per due decenni la memoria della morte di massa con i detentori del potere trasfigurandola, distorcendone il senso e mitizzandola, e riuscirono a farne qualcosa di quotidiano presente nella titolazione delle strade e delle piazze, nelle lapidi, nei monumenti, nei programmi scolastici, nell’immaginario collettivo. La popolazione subì questa immagine pubblica della morte di massa, dal momento che il linguaggio delle minoranze al potere  non riusciva a far adeguata opera di persuasione la creazione della pedagogia patriottica s’integrò con i riti religiosi e con iniziative benefiche volte a procacciare un facile e immediato consenso. Ma mancava ancora l’elemento politico in grado di blindare il culto della Patria entro i termini di un blocco sociale di partito, mancava l’anello di congiunzione fra una cultura nazionalista e conservatrice timorosa di ogni minimo cambiamento sociale e una prospettiva politica in grado di mobilitare le masse della popolazione che, dopo l’enorme bagno di sangue, chiedevano di contare e di essere parte della vita politica. Mancava alle minoranze al potere il fascismo inteso come un movimento politico di massa, antisocialista, controrivoluzionario, espressione del nazionalismo e dell’imperialismo italiano, disposto a propagandare una lettura politica della Grande Guerra distorta e retorica e nello stesso tempo in grado di mobilitare almeno in parte le  masse di sudditi del Regno d’Italia per dare consistenza e numero alla conservazione dell’esistente. Personalmente credo che l’idea delle minoranze al potere nel Belpaese fosse quella di usare il fascismo per stroncare i socialisti e lasciare le cose come erano. Il fascismo nel corso del ventennio si rivelò uno strumento della conservazione e della reazione con sue finalità ideologiche che uscivano dal piccolo recinto egoistico di una minoranza di ricchi e  privilegiati che l’aveva accompagnato al potere, si rivelò almeno in parte autonomo anche se rimase sempre incompiuto il suo disegno di creare un regime  totalitario autentico.

 

La morte di massa in guerra era penetrata in profondità nella sensibilità della cittadinanza e la sacralizzazione dei caduti e la loro dimensione “eroica” erano un fatto politico e sociale che pervadeva tutti i ceti sociali. Perfino le sedute del Consiglio comunale[1] per commemorare i concittadini caduti, per segnalare quanti erano stati decorati e gli ufficiali che si erano distinti per gesta eroiche assumevano un tono “sacro”, non privo di ammonimenti pedagogici che si concretizzarono in eventi quali la solenne cerimonia promossa dal Comune in cui furono consegnate le medaglie al valore alle famiglie dei caduti al fronte. Al rito parteciparono[2], oltre alle autorità militari e civili, le rappresentanze  delle scuole.

L’intento patriottico di giustificare la morte in guerra  si concretizzò nell’esaltazione di figure[3] assunte a simbolo di “sacrificio della vita” per la Patria come Nazario Sauro e Cesare Battisti, due veri e propri “idoli laici” oggetto di numerose attenzioni e strumentalizzazioni in funzione antiaustriaca e, nel caso di Sauro, apertamente ostili al nuovo regno di Jugoslavia.  La compattezza militare dell’alleanza fu celebrata dalla Croce Rossa, il 25 marzo 1918 nel salone dei Cinquecento con la donazione  di cinquemila pacchi di generi di  conforto  alle famiglie dei morti e dei richiamati. Tutti i protagonisti dell’evento furono fotografati presso una parete stipata di pacchi che avevano impressi tre simboli: lo scudo sabaudo, la croce rossa americana ed il giglio di Firenze.

Fra gli ospiti intervenuti era presente anche Isidoro Del Lungo[4], uno dei massimi rappresentanti del mondo politico-culturale fiorentino, e due ufficiali americani per sottolineare la stretta collaborazione fra le potenze dell’alleanza[5] nella comune battaglia annonaria.

A questa iniziativa se ne aggiunse un'altra che consisteva in una fiera, svoltasi dal 31 marzo al 13 aprile, durante la quale, nella centralissima via Tornabuoni, furono vendute merci di vario genere dalle autorità alleate, con un intreccio fra beneficenza e commercio che ritornerà spesso nel dopoguerra nelle iniziative volte a finanziare una cassa scolastica o un monumento ai caduti. La grande manifestazione ginnico militare, tenutasi ai primi di  maggio alle Cascine vide la partecipazione di rappresentanze alleate. Fra le specialità in cui si cimentarono gli atleti fu presente il lancio della bomba a mano. Questa gara collocava la competizione sportiva all’interno di una rappresentazione simbolica della guerra e alludeva alla mobilitazione di tutte le risorse e di tutte le energie.

Del resto quest’evento sportivo era l‘occasione per l’elite al potere per prendersi un po’ di visibilità pubblica come risulta anche dall’elenco meticoloso degli intervenuti e dei premi offerti dai privati pubblicato sulle pagine de “La Nazione”[6]. Il  momento solenne  di questo sforzo propagandistico si ebbe il 4 luglio 1918, giorno in cui Firenze celebrò la festa nazionale americana; in quell’occasione,  fu conferita a Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, la cittadinanza onoraria.  Il Comune finanziò un film di propaganda che documentò l’evento: una scelta abbastanza inusuale e di indubbio rilievo e modernità rispetto a quanto era stato fatto fino ad allora. Il problema della creazione di una partecipazione di massa davvero rappresentativa della popolazione poteva essere, in parte, risolto attraverso la collaborazione fra il clero e le istituzioni. La propaganda patriottica fiorentina, per creare il proprio linguaggio e superare i dislivelli culturali e di alfabetizzazione, rielaborò le pratiche linguistiche e rituali della tradizione religiosa cattolica, senza mettere in discussione l’ordinamento sociale e il suo autoritarismo. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da padre Ermenegildo Pistelli[7] che, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, il 18 novembre 1918, proclamò la superiorità del popolo italiano rispetto a quello germanico, in quell’occasione il sacerdote citava un professore tedesco,  perché riusciva ad essere civile anche se lasciato nell’analfabetismo, mentre il popolo germanico, che analfabeta non era, per essere civile aveva bisogno d’istruirsi. Tale atteggiamento era sintomatico della predisposizione di una certa cerchia d’intellettuali fiorentini politicamente vicini alla “consorteria” di considerare opportuno l’uso dei diversi livelli d’istruzione come strumenti di segregazione culturale e sociale.

La sacralità del rito religioso associata alle necessità e alle logiche del patriottismo poteva far partecipare emotivamente la maggior parte della popolazione nonostante le differenze di classe sociale d’appartenenza, tuttavia il legame fra chiesa ed autorità cittadine a Firenze giunse ad una sintesi solo in occasione della Messa solenne celebrata nel Duomo di Firenze nel febbraio 1919 per commemorare i caduti in guerra. Le autorità e le classi sociali al potere, infatti, avevano bisogno di fare un fronte comune contro i socialisti.

            La Messa solenne in  memoria dei caduti che si celebrò nel Duomo[8]  di Firenze

il 9 febbraio 1919 vide le autorità civili e religiose dare prova di grande compattezza, lo svolgimento del rito rivelava l’influenza dell’esperienza di guerra.

Il quotidiano “La Nazione” riportò la cronaca del rito osservando che “gran folla” era accorsa e che la cerimonia risultò essere “solenne e grandiosa”, per l’occasione il tempio era stato addobbato con “grande austera semplicità”: “Trofei composti da fasci di fucili, da cannoni e da proiettili, alcuni dei quali da 305 erano stati collocati all’interno del catafalco sulla sommità di esso sovrastava la bandiera nazionale.”.

Lo strumento bellico era  divenuto ornamento del luogo sacro e vale la pena notare che era il fucile a rappresentare il caduto, a “prendere il posto” dell’essere umano. Questa forma di rappresentazione[9]  Nella cronaca de “La Nazione” si può osservare una mutazione profonda nella percezione dello spazio sacro. L’inizio del periodo per rappresentare un moto spontaneo verso un avvenimento pubblico si apre con gran folla è accorsa….. La  descrizione stessa rivela che l’evento era stato studiato e preparato per suggestionare la folla dei partecipanti. La cronaca continuava poi rivelando che: “Otto soldati della 167° batteria bombardieri, con l’elmetto e completamente armati prestavano servizio d’onore ai lati. sarebbe poi stata fatta propria da alcuni monumenti dedicati ai caduti dove l’arma rappresentata con maggior frequenza fu proprio il proiettile d’artiglieria.

Altri reparti di bombardieri agli ordini del tenente Giordano si trovavano schierati lungo la navata maggiore. Dirigevano questo servizio il commissario Cav. Dalla Giovanna, i commissari di polizia comunale mag. Ronchetti e Andreotti, e i delegati di P.S. Bellesi e Blotta. All’esterno al disopra della porta maggiore era l’epigrafe dettata dall’illustre scolopio padre Manni[10]: NELLA PACE ETERNA – O VOI QUI IMPLORANTI– CON TANTO AMORE – O SOLDATI NOSTRI – GLORIOSAMENTE CADUTI PER LA GIUSTIZIA – RICORDATEVI FRATELLI – ASPETTANTI INTERO SOLLECITO IL FRUTTO DEL VOSTRO SANGUE. L’ingresso in Duomo era regolato da agenti e carabinieri. La musica presidiaria ed un battaglione di fanteria, schierato di fronte al tempio, ha reso gli onori alle autorità man mano che giungevano…”. La cronaca informa che, indossati i sacri paramenti, prima della Messa il cardinale pronunziò un discorso “improntato ad alti sensi di italianità” e ringraziò il Signore per la vittoria alleata e italiana. Il momento più solenne fu quello in cui, alla benedizione, il reparto d’artiglieri presentò le armi: la cerimonia religiosa e quella militare si fondevano armonicamente per sottolineare una piena convergenza di ideali e di identità. Nel corso della guerra avevano avuto una certa accelerazione sia le dinamiche di secolarizzazione e cristianizzazione da tempo in atto, sia la reazione tendente ad affermare una “restaurazione cattolica” della società e dello Stato. Tutto questo avveniva proprio mentre l’integrazione delle forze cattoliche nei gruppi dirigenti dei paesi liberali assumeva un nuovo e rilevante spessore in funzione sostanzialmente conservatrice e antisocialista: “Il dolore, la distruzione, la morte, che in tante parti dell’Europa la guerra aveva seminato, erano in ogni caso elementi su cui la chiesa poteva far leva per orientare nuovamente verso i valori religiosi e trascendenti. Le inquietudini e i turbamenti sociali scaturiti dalla guerra potevano portare inoltre parte dell’opinione pubblica a guardare di nuovo alla chiesa come elemento di conservazione sociale”[11].

Del resto, durante il conflitto, in virtù dell’istituzione dei cappellani militari e alle leve degli ecclesiastici, la Chiesa aveva avuto la possibilità di essere presente in modo organico nell’apparato militare. Questa convergenza di carattere politico aveva come suo corrispettivo retorico il poter sommare il martirio cristiano con la morte per la patria nella creazione di modelli di riferimento per la sacralizzazione dei morti nella Grande Guerra.    



[1] Il Comune di Firenze fu prodigo di queste iniziative. La celebrazione dei fiorentini caduti consisteva in un discorso solenne tenuto dal sindaco che, si apriva con l’encomio di una medaglia d’oro,  proseguiva con i nomi delle medaglie d’argento, di bronzo e con l’elencazione degli altri nominativi. Cfr.  Atti, CFi, II, 11 gennaio 1917, pp. 6 - 7. e, II, 25 novembre 1918, p. 359.

 

[2] Cfr. “La Nazione, Cronaca di Firenze, 21 aprile 1918.

 

[3] La figura di Nazario Sauro, eroe della marina, impiccato dagli austriaci,  fu usata in funzione antijugoslava anche sulle pagine della “Nazione”; ad esempio si scriveva che l’eroe era morto per rivendicare all’Italia territori attribuiti al nuovo Stato Jugoslavo. L’articolo di prima pagina del 19 novembre 1918, titolava a caratteri cubitali: “L’ombra di Nazario Sauro vigila sulla bandiera d’Italia nel porto di Pola”. “L’eroe caduto è già spirito protettore della Nazione, è già mito di un’Italia più grande che deve compiersi.” L’articolo insisteva sul fatto che la presenza nella memoria collettiva (e dove altrimenti?) di un simile martire rafforzava la convinzione di considerare la città come parte dell’Italia. “La Nazione” stessa si attribuì un eroe. Nell’agosto del 1919 offrì una targa d’argento per una gara nazionale di nuoto. Questa la dedica: “Questa targa offerta dalla “Nazione” si intitola al nome eroico del suo redattore Cesare Borghi sportman e giornalista che l’XI novembre 1915 assaltando Oslavia per l’Italia moriva”.

 

[4] Nato da nobile famiglia il 20 dicembre 1841, Isidoro Del Lungo fu uno dei massimi protagonisti della vita culturale e politica fiorentina dagli ultimi decenni dell’800 agli anni venti. Uomo di studi e di cultura, commentò La Divina Commedia, e curò i testi critici della Cronica di Dino Compagni. Morì a Firenze nel 1927. Cfr. DBI, XXVIII, pp. 96 - 101.

 

[5] Sul criminoso disinteresse della politica italiana rispetto ai propri prigionieri di guerra si rimanda a: Giovanna Procacci, I prigionieri di guerra, in La Prima Guerra Mondiale, a cura di Stephane Audouin-Rouzeau e Jean-Jacques Beker, Ed.it a cura di Antonio Gibelli, Vol.I, Einaudi, Torino, 2007. L’interesse nel ricercare l’aiuto degli alleati è certamente indice della difficoltà del momento e deve essere letto alla luce dell’affermazione di Denis Mack Smith nel saggio  I Savoia re d’Italia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990, p. 283.  “Ma il re teneva celate le sue vere intenzioni: lui e i suoi ministri (Salandra e Sonnino) avevano deciso di condurre una guerra separata, con obiettivi diversi da quelli dei suoi nuovi alleati e con una diversa strategia, una guerra parallelacontro la sola Austria per garantire all’Italia la supremazia nell’Adriatico.”   Nel suo testo l’autore inglese pone l’accento sulla difficoltà alleata a costruire una strategia comune con l’Italia per vincere la guerra. L’intenzione italiana di condurre di fatto una guerra parallela si rivelò fallimentare;dopo il disastro di Caporetto il peso del contributo militare e l’influenza degli alleati aumentò. Sia “La Nazione” sia “Il Nuovo Giornale” rispecchiarono il cambiamento politico e militare sottolineando nei loro articoli le cerimonie e le battaglie fatte in comune con gli alleati. Rivelatore tuttavia dell’improvvisazione di questa svolta nel contesto fiorentino è l’aneddoto della banda musicale interalleata. “La Nazione” l’8 marzo 1918 rivelò che i musicanti furono trasportati coi carri della nettezza pubblica sotto gli occhi allibiti del pubblico che era  alle finestre.  Ne seguì una rovente polemica in Consiglio Comunale.

 

[6] “La Nazione”: 23 giugno, 3 luglio, 5 luglio 1918, e “Il Nuovo Giornale”, 23 giugno, 3 luglio, 5 giugno 1918. Un’eco significativa del “filo americanismo” emerso in queste manifestazioni si ha nel discorso inaugurale del 18 novembre 1918 di Ermenegildo Pistelli, ordinario di lettere greche e latine, che contiene un esplicito riferimento elogiativo al presidente americano Wilson quale difensore della civiltà e degli studi classici. Cfr. ASCFi, Belle Arti, A.1918, AF. 960-332, sul finanziamento del Comune di un film di propaganda.

 

[7] Il discorso di Padre Ermenegildo Pistelli è trascritto nell’Annuario dell’Istituto Regio di Studi Superiori di Firenze, 1918 – 1919, tip. Galletti, Firenze, 1919. Padre Ermenegildo Pistelli, scolopio e uomo politico, nacque a Camaiore nel 1862 e morì a Firenze nel 1927.  Figura di primo piano nella cultura e nella politica fiorentina, politicamente fu  nazionalista e fascista. Costui percorse tutta la gerarchia dell’insegnamento da maestro elementare a docente universitario di lingua greca e latina. Sulla concezione classista del pensiero pedagogico di padre Pistelli cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi D’Italia,  cit. pp.196 - 201. Sui problemi concernenti la funzione sociale e gerarchica dell’istruzione italiana cfr. Simonetta Soldani, La nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani, Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Simonetta Soldani, Gabriele Turi (a cura di), il Mulino, Bologna, 1993, p. 101 e p. 129. Cfr. Marino Raicich, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile, Nistri Lischi, Pisa,  1982,  pp. 357 - 363. Il concetto della cultura italiana come diversa e superiore da quella germanica è ribadito con forza in quello che è uno dei suoi ultimi scritti: Ermanegildo Pistelli, Lettere a un ragazzo italiano, Salani, Firenze, 1927, pag.42

 

[8] Cfr.“La Nazione”, 10 febbraio 1919. “La Nazione”, come è noto era un quotidiano legato agli interessi degli agrari e dei proprietari terrieri che si autodefinivano “moderati”. Fin dall’inizio del 1919, in considerazione della ripresa della attività e della propaganda socialista, questo giornale considerò la sua linea editoriale e politica un punto di riferimento per la reazione antioperaia e antisocialista.  Particolarmente intensa fu l’attività giornalistica rivolta a sostenere e ribadire il pensiero politico delle forze borghesi e il loro stile di vita. Cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, La Nazione nei suoi cento anni 18591959, Tipografia de Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, p. 124.

 

[9] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit,  pp. 76 – 79, e pp. 343 – 345.

 

[10] Padre  Giuseppe Manni, scolopio e rettore della Badia Fiesolana, nacque a Firenze nel 1844 e vi morì nel 1920. Studioso insigne, epigrafista e poeta. Fu proprio lui ad accogliere nell’ordine degli Scolopi l’allora giovane Ermenegildo Pistelli. Cfr. Ermenegildo Pistelli, Il padre Manni, Arte della Stampa, Firenze, 1923.

 

[11] Guido Verucci, La chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 1988, pp. 9-10.

 




12 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Creare il proprio Mito Bellico


CREARE IL PROPRIO MITO BELLICO



La storia si ripete? Forse no e di sicuro identica mai, almeno il colore dei calzini di qualcuno cambia ogni tanto. Ma il vizio di creare la memoria pubblica di un popolo o di una comunità è cosa comune e praticata da quanti si trovano in mano il potere politico in congiunzione con la repressione poliziesca e il controllo di gran parte dei mezzi d’informazione.

Ho passato più di dieci anni della mia vita a studiare il caso della Firenze del primo dopoguerra e ho potuto individuare qualche meccanismo di creazione di mito politico e di costruzione della memoria pubblica e di rimozione e disgregazione delle altrui ragioni o dei ricordi scomodi. Ritengo che oggi i meccanismi di costruzione del discorso pubblico sulla guerra e sull’identità collettiva siano più blandi e più scomposti di quelli usati da nazionalisti e fascisti  ma non per questo scomparsi. Al posto di una retorica patriottica  pesante, schiacciante la coscienza e incentrata su eroi sanguinolenti e martiri della Patria oggi si usano i trucchi spesso sporchi delle società di pubbliche relazioni che costruiscono in collaborazione con i servizi segreti del caso l’immagine tremenda del nemico di turno e di riflesso la propria. Gli esempi si sprecano, in questi ultimi vent’anni il sedicente occidente è stato tempestato da notizie e informazioni su orribili mostri politici e militari tanto armati quanto  aggressivi, che si sono rivelati alla prova dei campi di battaglia e dei bombardamenti NATO dei despoti e tiranni male armati e isolati militarmente. E’ tuttavia interessante osservare come gli strumenti di propaganda solitamente impiegati per colpire il nemico esterno si rivelino efficaci anche contro quello interno. Offro quindi qualche scritto del mio duro lavoro a beneficio del lettore sperando non che ne tragga auspici ma che meditando sul passato possa circoscrivere certi fatti del presente che solo in apparenza sembrano normali o frutto del caso ma che in realtà corrispondono a calcoli e a meccanismi precisi della politica e della comunicazione fra le caste al potere e le masse di elettori o di credenti in fedi politiche o religiose. Oggi non mi sento d’invocare Dio, non è proprio il caso ma per certo è bene  augurarsi buona fortuna perché in questi anni le tenebre dell’adorazione del Dio-denaro che spezzano pietà umana e ragione sembrano farsi marea e tutta la terra appare allagata da una forza incontenibile che disgrega, corrompe e apre le porte a qualsiasi avventura. Allora è questo il tempo per non perdere la ragione, per meditare, riflettere, ascoltare perché potrebbe arrivare il momento in cui ciò che è comunemente chiamato male si presenterà e dovrà esser riconosciuto per ciò che è. Ma per vedere l’abisso che si apre quando le tenebre del Dio-denaro sommergono il mondo umano occorre conoscere qualcosa del passato, capire almeno in parte da dove si viene. Se non si sa da dove si arriva e la natura della strada da percorrere  con difficoltà si potrà sperare di arrivare alla propria destinazione.

 

 

 

La costruzione politica della memoria pubblica.

 

Le bande militari, la Martinella, la campana del Bargello e le campane di tutte le chiese di Firenze suonarono assieme il 4 novembre 1918: era  l’annuncio della fine della Grande Guerra per gli italiani.

 “Alle 18 dalla torre di Palazzo Vecchio la storica Martinella con lunghi rintocchi dà segnale alle altre campane, ed a essa risponde quasi subito la campana del Bargello e tutte le altre numerose chiese della città. Le musiche militari che sono giunte sulla piazza trascinandosi dietro una vera fiumana di popolo suonano gli inni della Patria mentre la folla applaude entusiasticamente gridando: Evviva l’Italia! Evviva l’Intesa! Evviva Trieste. W Trento

E’ un momento di vera intesa d’irresistibile commozione.”

 “Il Nuovo Giornale”, quotidiano fiorentino nazionalista e interventista, usò queste parole[1] per sottolineare l’intreccio formatosi fra rito civile e rito religioso e la gioia cittadina per la fine vittoriosa della guerra.  La conclusione del conflitto mondiale avrebbe di lì a breve costretto i fiorentini e tutti gli italiani a confrontarsi con il senso  di quel conflitto[2], con i cambiamenti  che  aveva operato nella società e nella percezione della propria identità nazionale.

A partire da quella giornata gli strumenti[3] della propaganda bellica, costruiti durante il conflitto, sarebbero stati utilizzati per creare un mito e una memoria pubblica  da parte degli appartenenti alle  forze politiche conservatrici fiorentine; essi  si erano mobilitati  per attuare numerose iniziative di carattere filantropico,  politico e culturale[4] a sostegno dello sforzo bellico. I loro interessi politici e il loro nazionalismo s’integravano nella realizzazione di manifestazioni di propaganda patriottica nelle quali il concetto del sacrificio della vita in guerra era ricorrente perché idealmente santificava la patria e attribuiva, di riflesso, alle classi dirigenti una legittimazione alta e nobile in quanto la Nazione era resa sacra dal sangue versato. Il discorso politico in Italia fin dal periodo Risorgimentale[5] trovava nei morti in battaglia per la Patria l’espressione più alta della sacralità, infatti il sacrificio e la morte in guerra erano elementi fondamentali del Nationbuilding ottocentesco. Questo senso del sacrificio era la base tradizionale sulla quale era possibile costruire una pedagogia patriottica e politica rivolta alle masse popolari.

Durante il conflitto l’Italia aveva conosciuto forme di propaganda rivolte alla totalità della popolazione, in un contesto di diffidenza e contrasto fra “paese reale” e “paese legale”. L’immane conflitto –  soprattutto per effetto della disfatta di Caporetto – aveva insegnato che la costruzione del consenso di massa era indispensabile per fare la guerra. L’esperienza avrebbe presto insegnato che era indispensabile anche per governare la pace.

Porsi il problema del cercare il consenso significava fare i conti con due pesanti condizionamenti: uno riguardava il fatto che lo Stato era stato costruito in opposizione alla Chiesa, e sotto la spinta di minoranze divise anche sul progetto generale[6], che aveva lasciato irrisolto il problema dell’identità nazionale delle masse popolari; l’altro, più grave, era il profondo divario fra le diverse classi sociali e fra città e campagna. Un divario accentuato dalla diversa velocità dei tassi di alfabetizzazione e di conoscenza della lingua nazionale.  La costruzione di una memoria pubblica della Grande Guerra a Firenze iniziò con la prima deliberazione del Comune[7] favore dei futuri decorati in guerra assunta nel novembre del 1915. Essa si concretizzò con la deliberazione di apporre di una targa commemorativa nel loggiato degli Uffizi in modo da legare i nomi dei decorati al luogo ove erano poste le statue degli uomini illustri. Con l’avanzata del conflitto e dell’ecatombe di uomini che esso produsse emersero i limiti dei riti e delle cerimonie allestite dalle classi dirigenti cittadine soprannominate anche la “consorteria”. La “consorteria” con la sua cultura e con il richiamo alle glorie Risorgimentali non riusciva a trovare gli strumenti propagandistici e politici per governare la società di massa che si era formata negli anni del conflitto nonostante si fosse impegnata in una catena d’iniziative volte a trovare un consenso popolare.

Fin dal novembre del 1915 la giunta del sindaco Orazio Bacci[8] organizzò la mobilitazione cittadina e l’attività di propaganda bellica. Le prime iniziative come la celebrazione per Battisti nel 1916 con la prima targa posta in suo ricordo, la deposizione di fiori freschi a spese del comune nel cimitero di Trespiano o le letture rituali dei nomi dei caduti in Consiglio comunale, appaiono ancora prive di un indirizzo politico capace di trasformarle in una pedagogia politica di massa. Toni nuovi, comunque, emersero con chiarezza nel novembre 1916 nel modo in cui fu progettato l’evento della riconsacrazione dell’arco dello Jadot in Piazza della Libertà. La solenne festa del compleanno del Re fu l’occasione nella quale il Comune fece partecipare alla cerimonia le scolaresche e le associazioni patriottiche con l’intenzione di creare un disciplinato seguito[9] di massa.  Questo sforzo continuò anche nel 1917 ma la mancanza di un rapporto di carattere continuativo e non occasionale con le masse pesava sulla qualità degli eventi; il problema certo non poteva essere “superato” e risolto continuando nella politica delle targhe dedicate a singoli personaggi o agganciando le vicende di quel conflitto agli eroi risorgimentali o ad una lettura della guerra in corso in chiave di “Quarta Guerra d’Indipendenza”. Nell’ultimo anno di guerra a Firenze lo sforzo propagandistico si intensificò e diede i massimi risultati, grazie anche all’impegno del Comune. Esso ebbe due denominatori comuni: l’uso delle forme della ritualità mutuata dai riti cattolici anche attraverso l’appoggio e la mobilitazione del clero[10] e la volontà, e forse la necessità, di far apparire salda l’alleanza e l’integrazione con le altre potenze dell’Intesa attraverso la presenza di loro rappresentanze nelle iniziative più importanti. Nel corso del conflitto nella vita sociale italiana e cittadina la pietà per i morti con il necrologio funebre prese  forme che rispecchiavano la società di massa e la serialità della produzione industriale con foto di volti e storie congelate in poche righe così simili le une alle altre da sembrare sempre uguali. La loro ossessiva presenza[11]  si sarebbe protratta, del resto, anche dopo la  fine della guerra.

Come i  resti di  un  naufragio che arrivano  dopo  giorni sulle spiagge, alcuni di questi necrologi continuarono, infatti, ad essere pubblicati, ben oltre l’armistizio, via via che i corpi dei caduti al fronte venivano riconosciuti e ritrovati.



[1]Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1918. Ai reparti in linea la notizia della fine del conflitto  fu comunicata alle tre di notte del 4 novembre 1918, mentre, fu di pubblica ragione a Firenze nella mattinata. Cfr. “La Nazione”, 5 novembre 1918. 

 

[2] Sul nesso Grande Guerra e identità italiana cfr: Oliver Janz e Oliver Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, La celebrazioni dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008 e Mario Isnenghi (a cura di) , I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1997.

 

[3] Sulla propaganda bellica in Italia durante la Grande Guerra. Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 240 – 246.

 

[4] Sul valore dato dalle classi dirigenti cittadine alla cultura attraverso le diverse espressioni con cui si manifestava e al particolare accento nazionalistico che esse assunsero nel periodo della guerra e in quello del decennio precedente: cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia, Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento, Angeli, Milano, 2000,. pp. 206 - 224.

 

[5] Cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, pp.IX-XI.

 

[6] Antonio Gibelli, La Guerra degli Italiani 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 92-93

 

[7] ASCFi, f. 4445,  doc. 114

 

[8] Uno degli elementi che distinsero la politica della giunta Bacci fin dall’inizio fu l’attività del Comune indirizzata ad onorare ufficialmente i caduti in guerra. Per ciò che concerne le onoranze funebri: cfr. ASCFi, f. 4445, doc. 119; sul l’impegno della municipalità in occasione scopertura della targa a Battisti: cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 112

 

[9] Questa cerimonia in particolare è studiata nel secondo capitolo. Essa fu articolata e complessa e segnò uno dei massimi risultati propagandistici della giunta Bacci. Cfr. Bargellini, III, p. 145. ASCFi, f. 4445, doc. 114; Bullettino, CFi, Novembre 1916; “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1916.  Per quello che riguarda la mentalità e la sensibilità comune una simile messa inscena deve esser sembrata abbastanza ragionevole in quanto:” La pedagogia patriottica del periodo dell’Italia liberale ha usato il concetto di sacrificio per la Patria. Si ritrova l’idea di ,morte per la Patria anche nel libro Cuore e in generale nella letteratura scolastica…” cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, Pag.XIV.

 

[10] Cfr. Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Toscana, Giorgio Mori (a cura di), Einaudi, Torino, 1986,  pp. 414 – 415, dove l’autrice osserva come tale atteggiamento patriottico nel clero si generi durante la guerra e verso la fine subisca una svolta; in particolare: “nella primavera del 1918 (…) si sarebbe giunti a chiedere esplicitamente al clero di farsi carico in prima persona e in modo diretto della propaganda in favore della continuazione della guerra fino alla vittoria delle armi italiane, in un crescendo che avrebbe fatto la gioia dei moderati toscani della cerchia di Lambruschini, e che era la più evidente riprova dell’inettitudine dello Stato e dei suoi terminali periferici a gestire una politica che si caratterizzava per una inusitata intensità e minuziosità prescrittiva in campo sociale, e che poneva con urgenza problemi di coinvolgimento e di consenso di grandi masse popolari”.

 

[11] Cfr. “La Nazione”, 10 – 15 marzo 1918, 30 luglio, 19 novembre 1918. Cfr. “Il Nuovo Giornale” 14 - 17 settembre 1918,  7 - 16 novembre 1918.

 


IANA




5 ottobre 2011

DDL INTERCETTAZIONI: UNA PERNACCHIA LI SEPPELLIRA'

NO AI BAVAGLI
Contro ogni bavaglio, le censure e il "Ddl intercettazioni" che si appresta a tornare al voto della Camera, Mercoledì 5 ottobre dalle 17 alle 19 al Pantheon (Roma) conferenza stampa e sit-in promosso dal Comitato per la libertà di informazione, dello spettacolo e della cultura. Tutti coloro che hanno a cuore la Costituzione sono invitati a partecipare e a promuovere iniziative in tutte le piazze reali e virtuali, in Italia e all'estero. Tutti insieme per un nuovo "NO" al bavaglio http://articolo21.org - http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011 !
 
Amici dell'Associazione FUTURO IERI ( http://digilander.libero.it/amici.futuroieri )



sfoglia     settembre        novembre
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email