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24 dicembre 2010

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: L'Italia del lontano futuro II



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: L’Italia del lontano futuro II

I miei lettori attendono, temo infastiditi, il mio scritto sul viaggio immaginario nell’Italia del Futuro ormai liberata dal troppo male che abbiamo incolpevoli ereditato dal Novecento. Ero rimasto a metà con il discorso sulle forze armate e sullo spirito equo e marziale del popolo. Ebbene questo fatto è da collegarsi alla ordinaria e banale gestione della cosa pubblica. Che cosa c’entra? C’entra. Il disordine portato dal Novecento aveva creato una situazione tremenda e quel che era necessario come manutenzione e conservazione era trascurato, ciò che era straordinario era atteso e benvenuto specie se catastrofico. Questo era dovuto a una concezione criminale e criminogena che le minoranze al potere avevano della cosa pubblica, l’idea era di speculare sul bisogno e sulla necessità, sulla paura e sull’emergenza. Così alluvioni, attentati,terremoti creavano nuove occasioni di metter in piedi appalti truccati, distorsioni di fondi, leggi straordinarie, incarichi, stipendi e talvolta perfino di non tenere in nome dell’urgenza le gare d’appalto. Era una cultura politica sciagurata che creava occasioni per gruppi di delinquenti, faccendieri, malavitosi e perfino mafiosi. Questo disgregava l’unità della civiltà e distruggeva la concordia e quel minimo di civile esistenza trasformando la politica in una estensione della cultura criminale e le diverse genti d’Italia in complici del sistema affaristico e della cultura criminale. Per questo in questo presente per preservare l’identità delle genti del Belpaese si è giunti dopo molti scandali e disordini a un sistema trasparente  e retto di gestire le grandi spese come la manutenzione dei giardini pubblici in qualche comune o periferia.  Infatti si era osservato come la guerra mercenaria e l’uso di eserciti al soldo fosse parte di una logica che portava fuori dalle competenze dello Stato attività e prerogative che erano le sue e la cui sostituzione attraverso l’affidamento al mercato era catastrofica. La logica che spingeva certi Stati a vocazione imperiale ad usare compagnie di servizi, di trasporto, di creazione di eserciti chiavi in mano per risolvere i problemi logistici degli eserciti e le fasi di combattimento era la stessa che creava la grande corruzione nel sistema degli appalti pubblici: la delega dell’appalto senza un vero controllo.  In guerra non può esserci un controllo essendo che il disordine e l’area di ambiguità e di segretezza dei conflitti difficilmente potrà essere illuminata dalla pubblica opinione o da qualche inchiesta. Per questo in questo presente così lontano le genti del Belpaese hanno di nuovo caricato su di sé tutto il peso delle diverse fasi del conflitto. Si tratta di un principio:  ciò che rappresenta tutti è di tutti. Il fatto militare essendo decisione politica della Nazione e segno di una civiltà propria è cura comune di tutta la popolazione e per questo a rotazione le genti che lavorano in alcuni settori lasciano i comuni impieghi civili per farsi carico di quelli militari, questo crea una forza meno professionale ma che ha il vantaggio  di essere parte integrante della popolazione che l’esprime creando una coesione forte fra politica estera del governo e la totalità delle genti del Belpaese. Inoltre questa identità porta a un controllo forte della pubblica opinione sui fatti e le attività della politica estera, si evitano così gli scandali del trovar pubblicate sui giornali o sulla rete le notizie poco edificanti che riguardano attività diplomatiche spregiudicate o azioni di provocazione o di sostegno a regimi dispotici o criminali. La trasparenza e la libertà con cui si esprime il voto e il consenso hanno fatto sì che l’esterno e l’interno della politica si toccassero in una logica di mutuo sostegno nella quale la giustizia nella politica estera è il riflesso della trasparenza e dell’equità dei meccanismi di  funzionamento della macchina pubblica. Da qui deriva la magnificenza delle grandi opere e la funzionalità e l’eleganza di quanto appare minore come costruzione o manutenzione ma è parte del quotidiano di chi vive nella penisola. La volontà generale ormai ben supportata ha fatto sì che il Belpaese potesse esprimere un a sua immagine di civiltà aldilà degli stretti confini. Liberata dal peso opprimente delle mafie e delle consorterie affaristiche della morta politica la Civiltà italiana ha saputo trasformare le sue attività militari all’estero in espressioni di sé medesima; questo ha portato e porta molta simpatia  e stima universale e buoni profitti nel commercio. Infatti dal decoro e dalla giustizia applicata a se stessi la civiltà italiana trae la forza per affrontare ogni giorno i disordini del mondo umano e le catastrofi naturali mostrando ad altri popoli una visione dell’uomo liberata dalla pulsioni distruttive della civiltà industriale. Così forti di un sapere civile e politico risorto a nuova vita  e liberi dalla prepotenza straniera grazie a forze armate proprie le genti diverse del Belpaese sono integralmente responsabili verso se stesse e non devono più prender ad esempio di civiltà e moralità strani comportamenti forestieri o peggio l’oscurità concettuale e ipocrita di bizzarre credenze religiose venute da lontano.

IANA per futuroIeri




18 dicembre 2010

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: L'Italia del lontano futuro

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Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: L’Italia del lontano futuro

I miei lettori sanno quanto sia molesto nel mettere alla prova la loro pazienza con le mie considerazioni più o meno futuristiche, strane, profetiche, metafisiche. Quindi li esorto a sopportarmi anche stavolta. Scriverò infatti di un viaggio non fatto, ma possibile solo come esperimento di pensiero e fantasia; qualcuno direbbe fantasia malata. Viaggio nella mia Italia di un Remoto futuro, luogo utopico dove il male di questi anni si è dissolto e il Belpaese torna ad essere dopo due millenni una civiltà unitaria, reale, potente, in grado di esercitare un potere proprio sul mondo umano e naturale  per sua scienza, capacità, volontà. Quindi qualcosa che oggi è ben oltre la comune capacità di capire, di decifrare, d’interpretare. Per prima cosa inizio a scrivere che l’Italia che sarà vedrà sparire una delle cose più orrende di queste Repubbliche ovvero il calcio professionistico. Gli stadi cittadini sono demoliti o riconvertiti a miglior uso. Tale vizio coltivato dalle genti del Belpaese portò per anni i segni della volontà di degenerare il proprio pensiero ragionando di cose senza senso come i patroni delle squadre di serie A, i colori cittadini, i deliri per il calciomercato, lo sfogo isterico delle partite, le passioni per le finte vicende sentimentali dei calciatori illustri. Data la corruzione mentale generalizzata portata dal fenomeno esso fu lentamente ma inesorabilmente dismesso e abiurato con forza dalle genti del Belpaese le quali non avevano più bisogno di un distruttore culturale di massa così tossico e nocivo, le squadre furono così sciolte, le bancarotte delle medesime portarono a pesanti condanne detentive e al risarcimento dei danni morali e materiali che questa cosa strana e pazza aveva provocato nel Belpaese. Qualcuno si suicidò togliendo il disturbo e alleggerendo la civiltà dal suo inutile peso corruttore. Il posto degli Stadi è stato preso da grandi apparati museali  nati con l’intento di divulgare la conoscenza delle scienze umane e naturali e i padri di famiglia invece d’iniziare i figli al delirio campanilistico e irrazionale oggi portano la prole a formarsi una mentalità aperta alla curiosità, allo studio, alla conoscenza. Questa novità è un grande beneficio alle genti disperse del Belpaese che trovano così la forza per rigenerare quel primato culturale perso da secoli. La fede nel Dio Unico ormai dispersa fra sette di origine protestante e stranezze varie è stata rinnovata come Chiesa di Stato includendo fra la soddisfazione generale i vangeli apocrifi e la filosofia gnostica, questo ricollega le tradizioni antiche con le nuove forme di spiritualità che cominciavano ad emergere nel XXI secolo.  Il beneficio spirituale è stato evidentissimo al punto che grande è  il numero di quanti provenienti dall’estero si trasferiscono nel Belpaese per unirsi a un popolo così alto e nobile che perfino arrivava a sfiorare le cose divine nel suo quotidiano. Per questo gli edifici e gli oggetti di culto son così ben tenuti in quel lontano futuro e la religione è concreto strumento di liberazione individuale e collettiva dal male e onorata e stimata al punto tale che le confessioni forestiere han poca presa sulla popolazione e anzi  esse tendono a dissolversi nel corpo unitario della Nazione in comunione con il piano divino. Del resto dove si dissolve il legame fra Stato e fede, è lo Stato o il leader locale che assume su di sé la sacralità del potere; e non volendo le genti del Belpaese trasformare partiti e singoli in chiese di formato ridotto o i dirigenti politici in seminaristi e preti laici vollero creare una Chiesa di Stato creata a loro immagine e somiglianza come del resto già i loro antenati avevano fatto al tempo degli ultimi Cesari. La popolazione stessa dismessi i panni rissosi e scellerati e dissoluti dei loro antenati delle Repubbliche stabilì di cambiar vita e di adattarsi alla conservazione e formazione di una civiltà propria non inquinata dalla penetrazione culturale straniera volta a disgregare identità e  volontà politiche locali per fini imperiali estranei quando non ostili alla vita e  alla natura delle genti del Belpaese. Così ritrovata la propria identità culturale infangata dalla potenza straniera, purtroppo durata secoli, le genti del Belpaese riscoprono anche il senso della loro civiltà e della bellezza che è insita nel costruirla e nel farla prosperare. Per questo in quel remoto futuro compare un popolo non meschino, non maligno, non inferiore, non infelice. Il turista  come prima impressione può dire che quelle genti son in buona saluta perché in pace con se stesse e perché la malvagità della vita trovando dei blocchi nel vivere sereno non riesce a spezzare quella gioia di vivere che forse solo in quelle terre, da quando è ricomparsa, può essere pienamente apprezzata. La difformità stessa delle genti del Belpaese da quando l’ingerenza finanziaria, militare, politica straniera e aliena dalla civiltà umana si è dissolta si è risolta in unità sostanziale. Senza le persuasioni occulte della propaganda bianca, grigia e  nera delle potenze imperiali che usavano la penisola per i loro scopi  di conquista, di dominio e di controllo le genti della penisola hanno ritrovato se stesse e le loro intime ragioni di convivenza. Questa ritrovata dignità ha comportato la riduzione drastica della criminalità organizzata. L’economia della Penisola tolto di mezzo lo straniero e il criminale suo complice ha potuto risollevarsi e senza incentivi di Stato, che scaricano sui più poveri del Belpaese i costi dell’innovazione industriale, e si è formata una diversa forma di borghesia e un diverso modello di sviluppo economico e di produzione di beni e servizi. Da tempo il resto degli umanità sentiva il bisogno di mitigare il potere dei grandi imperi che si erano formati nel XXI secolo con un potere più mite, a misura d’essere umano, di antica tradizione umanistica e l’Italia è in quel tempo provvidenziale. Talvolta capita per le strade pulire e ordinate, sì perché da alcuni decenni gli appalti pubblici per nettezza urbana e rifacimento del manto stradale non danno più luogo a truffe e raggiri, di trovare uomini e donne con delle decorazioni. Questo è dovuto a un fatto straordinario che si è prodotto nel XXI secolo ossia integrazione di forze ausiliarie  nelle forze armate. A turno estratti da categorie sociali in grado di lasciare temporaneamente il lavoro civile un certo numero di abitanti del Belpaese supportano in divisa le forze armate per periodo limitati di tempo. Questo è dovuto alla pressione militare che gli imperi del XXI secolo per fini egoistici e particolari esercitano su tanta parte del mondo umano e di conseguenza le genti del Belpaese devono limitare i danni globali di queste potenze irresponsabili con autentici interventi umanitari e con la dissuasione armata. Del resto da secoli è comune da parte delle potenze imperiali l’uso di milizie locali, signori della guerra, terroristi e feccia indesiderabile per destabilizzare e rapinare paesi e popoli privi di governi e di forze armate in grado di difenderli. Così le genti del Belpaese non volendo affidare integralmente la loro difesa a professionisti e mercenari, come fanno abitualmente le potenze imperiali ormai rette da oligarchi e plutocrati, chiamano il loro stesso popolo attraverso una turnazione a difendere se stessi e gli altri dai popoli che vivono schiavi dei pochi o che sono posseduti da un desiderio insano di provocare il male. Questo è a detta di tutti gli uomini liberi dell’umanità il segno della liberalità e della giustizia del popolo italiano che solo fra i molti che tutela se stesso liberando gli altri dall’oppressione. Ma di questo fatto straordinario ed ad oggi incredibile altro dirò la prossima volta sempre a proposito di questo viaggio così singolare.

IANA per FuturoIeri





13 dicembre 2010

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: la Civiltà Francese

 


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani: La civiltà Francese

I miei venticinque lettori sono da tempo digiuni delle mie considerazioni sui viaggi che ho fatto. Così colgo l’occasione per tornare a ragionare intorno alla  banale evidenza che ho colto nel mio viaggio in quel di Parigi: La Civiltà Francese. Sì perché la Francia si è data una civiltà creata intorno a Parigi che è stata capitale di poteri monarchici, imperiali, repubblicani e porta i segni di questo essere capitale, civiltà e luogo del potere politico e del governo civile. Va detto che va sottratto subito a questo mio discorso il peso specifico della grande povertà che si nota un po’ in tutte le capitali d’Europa e il danno che in generale fanno le politiche neo-liberali ai popoli liberi del Vecchio Mondo che son volte a disgregare e danneggiare le culture e gli stili di vita originari delle diverse genti per sostituirli con le caricature delle medesime adattate alle logiche dei centri commerciali e dei rivenditori di servizi di lusso. Devo anche aggiungere a questi guai che la Francia e Parigi mi son sembrate vittime di questo impacchettare simboli e miti  del passato per farne oggetti o immagini rassicuranti da rivendere al turista o al curioso di passaggio. Tuttavia saldato il conto alle cose negative  del presente occorre ammettere che la Civiltà Francese riesce a imporsi, molte parti della capitale sono di fatto scenografie imperiali costruite in modo razionale e consapevole, grandi viali, archi di trionfo, palazzi regali, grandi opere sono il naturale scenario di una potenza non solo scientifica, militare e tecnologica ma anche culturale nel senso ampio del termine. Il segno palese di questo essere civiltà mi si è presentato in un particolare minore, lo definisco così, in una scritta murale che qualifica una scuola che recita: Liberté, Égalité, Fraternité. Può sembrare retorica vuota ma non lo è perché in quella scritta c’è il senso di una manifestazione di miti, simboli e parole chiave che qualificano quella civiltà; in particolare si coglie il nesso fra la forma del potere politico e la definizione dei valori da attribuire alle nuove generazioni, fra una Francia del Mito e una Francia concreta e vivente giorno dopo giorno. Questo senso alto della visione di se stessi manca nel Belpaese, la Repubblica Italiana al contrario di quella Francese non pare aver mai coltivato alcun tipo di civiltà del resto era cosa impossibile: tutto divide le nostre genti e niente le unisce. Per generazioni la Repubblica era perlopiù una fonte d’impieghi pubblici e di appalti, i valori universali e creatori di comunità sono stati appaltati alla chiesa cattolica e alle singole ideologie dei nostrani partiti politici, il senso del vivere nelle forme del passato e nella continuità delle generazioni è morto al primo avvicinarsi del benessere e davanti ai supermercati degli anni settanta, la televisione ha livellato verso il basso la cultura dei molti creando un popolo che ha come fonte di valori e di principi le immagini della pubblicità commerciale. Ecco che la Francia anche se vittima dello stesso processo di distruzione creativa si presenta come civiltà in grado di trasformare il privato duramente eccitato e indirizzato dalla pubblicità commerciale in un cittadino in un portatore sano di valori repubblicani, talvolta sciovinisti ma propri e non forestieri o addomesticati da qualche multinazionale che deve vendere le cose più strane prodotte in Cina o in Vietnam e magari organizzare la campagna promozionale in uno studio di  New York o di Berlino.

Tralascio altri particolari di cui scriverò in seguito per giungere alla sintesi di questo confronto fra una civiltà data e una inesistente. L’italiano a differenza del francese ha valori labili; anche i valori della fede dei padri si sono disgregati e i n fondo dopo anni di degenerazione criminale  e criminogena ha perso ogni tipo di fede nel sistema economico, in quello politico e perfino nei valori di fondo che regolano l’essere umano. La Repubblica ha demolito l’orizzonte morale delle genti della Penisola, era veramente difficile arrivare a tanto ma i nostri politici di professione quanto a demolizioni di speranze e di valori sono esperti al massimo grado. La misantropia politica dei padri-padroni dei partiti, i molteplici conflitti interesse, il disprezzo per la cosa pubblica, la demolizione di ogni valore condiviso per far emergere lo spirito servile e gregario dei fedeli a questo o a quel capo-partito, i cattivi esempi che danno i potenti e i loro satelliti, la natura criminale del sistema sociale hanno determinato una sfiducia che è oggi un nichilismo senza via d’uscita. Questo nulla può creare qualche  occasione per determinare una forma di civiltà una volta presa consapevolezza dell’assenza di un modello unico e condiviso di civiltà italiana. Il vuoto è destinato a trovare la sostanza che lo riempie, è un fatto fisico, è un dato politico. La Francia di questo inizio di millennio non ha bisogno di far di questi pensieri.

IANA per FuturoIeri




11 dicembre 2010

Il Belpaese e la scuola: l'assalto del presente a tutto il resto della scuola




                                 Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA: L’assalto del presente a tutto il resto della scuola

I miei venticinque lettori credo che siano ormai disturbati dal modo quasi ossessivo con il quale prendo in considerazione questa continua invadenza del fatto pubblicitario e commerciale in ambiti impropri. Oggi emerge nel generale disinteresse della stragrande maggioranza della popolazione italiana una lenta e strisciante forma di privatizzazione e invadenza del fatto commerciale nella realtà della scuola. Non si tratta più di merendine, astucci, cartelle e quaderni con eventuale logo commerciale o personaggi dei fumetti o dei cartoni animati ma di segni inequivocabili che a fronte del disimpegno dello Stato nel finanziamento della scuola pubblica indicano l’entrata di privati nel finanziamento della scuola. Oltre ai casi dei genitori che contribuiscono alle spese scolastiche in diversi  modi, alcuni fatti nelle scuole elementari hanno avuto una risonanza sui media nazionali, c’è da osservare il pericolo di forme manifeste o coperte di penetrazione del fatto pubblicitario nella scuola. L’idea di fondo del pensiero neo-liberale tipico dei poteri tecnocratici e finanziari che determinano la politica Europea e Statunitense è che solo la minoranza dei ricchi ha diritto pagando scuole e università private ad un livello d’istruzione alto e votato all’ascesa sociale. Dietro l’indebolimento del finanziamento pubblico c’è questo profondo desiderio di una piccola minoranza di ricchi di svuotare di contenuto le forme con cui si manifesta la democrazia rappresentativa per fondare un proprio potere ampio e discrezionale che si regge sul controllo delle risorse finanziarie, culturali, organizzative delle società del sedicente “Occidente”. Di fatto è l’annientamento di ogni logica meritocratica e la disgregazione dei diritti di quella tipologia di  cittadinanza che fa parte dei regimi che praticano la democrazia rappresentativa. Se l’ideologia neo-liberale contaminerà ancora  per un decennio la politica europea l’ascesa sociale risulterà essere nei fatti un privilegio di pochi che si trasmettono posizioni di potere e grandi ricchezze di padre in figlio. Avendo di fatto gli strumenti per condizionare la grande politica e l’economia c’è da scommettere che questa nuova classe sociale di alto rango cercherà di blindare la sua posizione di privilegio con leggi, provvedimenti, cattiva informazione, controllo della politica e di parte della pubblica opinione attraverso i media e la persuasione pubblicitaria.  Di fatto le sedicenti democrazie rappresentative devono convivere con minoranze di ricchissimi che forzano tutti i giorni le regole fondamentali della pace sociale e quel poco di tranquillità che può dare un regime politico rispettoso di tutte le sue parti sociali, ma l’opera funesta di questi pochissimi si è spinta troppo avanti condizionando la politica comunitaria  e la legislazione dei singoli stati, Italia inclusa anche aldilà delle responsabilità specifiche di chi oggi esercita nel Belpaese il potere esecutivo. Del resto i nostrani retori della politica come professione e come strumento per racimolare uno stipendio e anche i ceti sociali colpiti da questa trasformazione pilotata dall’alto risultano solitamente poco capaci di comprendere il fenomeno di una scissione di fatto delle minoranza dei miliardari e dei loro super-esperti dalla realtà degli altri ceti sociali. Così la democrazia rappresentativa si divide in chi ne è parte  e deve rotolare con essa anche se il percorso finisce in un burrone  e chi apolide del denaro e delle super-specializzazioni ben remunerate può trovare la sua patria ovunque sia presente per lui un buon contratto o parte delle proprie proprietà. Risulta evidente quindi che la privatizzazione strisciante della scuola del Belpaese non possa esser staccata da questa metamorfosi morale dei ceti socialmente superprivilegiati che ha preso forma intorno agli anni ottanta del secolo appena trascorso. Può questa politica professionale e professionistica italiana riportare le lancette dell’orologio indietro di decenni se non di mezzo secolo? Credo proprio di no! Chi ha a cuore dignità e vita della scuola pubblica qui nella terra del fu Impero Romano deve pensare nel silenzio, indagare con curiosità la realtà del mondo umano  e creare quelle forme del sapere che attiveranno in tempi migliori il Risorgimento di regole autenticamente democratiche di vita sociale e civile atte a rigenerare qualcosa dei grandi ideali del passato. Tuttavia essendo stati i grandi principi democratici e di eguaglianza di fatto abiurati da una minoranza di potentissimi e dimenticati dai molti non potranno mai più essere restaurati nella loro forma originaria, neanche attraverso rivoluzioni o miracoli della politica. Solo una spinta verso il futuro, solo la visione che si slancia oltre il meschino calcolo politico del qui e ora potrà ricondurre le decadenti democrazie del vecchio mondo a forme di vita sociale e civile rispettose della dignità, della vita e dei diritti della cittadinanza tutta, fra i diritti quello alla pubblica istruzione fondamento di una decente libertà di pensiero e di parola.

IANA per FuturoIeri





7 dicembre 2010

Il Fascista Immaginario: dialogo sulla morte



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario: Dialogo sulla morte

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Sergio: Non conosco questa canzone e questi accordi, forse è qualcosa che viene da un tempo lontano, molto; ma ciò di cui parla è la solita storia del potere che manda a farsi ammazzare dei giovani in cerca d’avventura e  di gloria e spesso di un salario

-          La notte entra dalla finestra e la musica e le parole sono quasi un sussurro. Si ode il ritornello della “Canzone d’Algeria” di Fausto Amodei degli anni sessanta. Le parole parlano della guerra della quarta Repubblica Francese contro le popolazioni algerine colonizzate e la degenerazione psicologica e morale dei soldati francesi costretti a combattere una guerra contro i principi del 1789.  I due si avvicinano alla finestra cercano di vedere chi canta.

-          Lazzaro: Non riesco a ricordare nulla di simile.  Non è De Andrè, non è Guccini. Proprio non so che cosa sia. Quello che canta sembra il fotografo, quel tipo strano che bazzica la facoltà di filosofia mi par di riconoscerla sua persona. Ecco è lui: “ ha i capelli bianchi”. Ho sempre pensato di volta in volta che fosse un anarchico, un tipo strano, un provocatore  o un tipo originale o forse è in verità tutte queste  cose. Non capisco è qui con quella gente e sta cantando con una chitarra scassata.

-          Sergio: Non conosco questa canzone, sembra uscita da un tempo remoto, lontanissimo.

-          Lazzaro: Sì è proprio il fotografo, sta suonando per quei tre o quattro extracomunitari per quei due tre compagni che sono qui a fare la lotta dura, ma… Finchè stanno nel cortile e non entrano nel fabbricato non c’è problema. Certo che è proprio funereo ricordarle guerre del remoto passato  oggi che il sedicente Occidente va a fare una nuova guerra nella terra dell’Antica Babilonia. La guerra presso  gli esseri umani sembra essere una costante, l’unica certezza in un mondo umano che muta e si altera. Questa canzone mi pare parli della decolonizzazione, di una parte della storia che precede la guerra del Viet-Nam. Direi che è pacifista parla di un soldato francese mandato dalla Repubblica  a morire in una terra non sua per qualcosa che non sa e che non capisce, di cui non sa nulla, decisa da altri che lo usano.

-          Sergio: Si fa presto qui in Italia a ragionare di cose che non si conoscono affatto, qui tutti hanno opinioni e nessuno studio vero e nessuna esperienza vera e nessuna voglia di capire, di rendersi conto. Nel Belpaese si parla di guerra come se fosse una partita di calcio o il commento del lunedì nella pagina dello sport sulla squadra del cuore  e solo quando ha vinto. Che ne sa la nostra gente o quei beduini là sotto di cosa è successo a quanti in queste nuove guerre hanno perso un amico, un figlio, un padre, uno zio. Nulla! Solo qui abbiamo un pacifismo imbelle e dissoluto pronto a cavalcare tutte le cause perse per pavoneggiarsi allo specchio,  come se la viltà mascherata da saggezza fosse una cosa buona e giusta di cui vantarsi.

-          Lazzaro: Che ne sai te delle guerre nuove e dei pacifisti, sei come quelli che disprezzi non sai e commenti, non sai e critichi. Poi chissà, magari qualcuno di quelli di sotto dall’Algeria e sa bene che cosa la guerra e il terrorismo.

-          Sergio: Non è così, non per me, io so. So qualcosa più degli altri. Vedi, non è facile…ma avevo un amico, un grande amico uno di quelli con cui dividi di tutto e di più; una specie di fratello maggiore. Uno di quelli con cui dividi un pezzo di vita. Un giorno firma per restare nell’esercito, va a farsi le guerre nei Balcani a seguito degli eserciti della Nato. Stipendio, indennità, un paio di mostrine e poi la promozione. Poi si ammala, una cosa rapida e inspiegabile per uno che era forte e robusto. Mi ricordo che aveva un nome scientifico incomprensibile, io queste cose non le conosco pare si chiamasse ”linfonoda” o qualcosa di simile. Comunque sono convinto che  era una cosa sicuramente presa laggiù che lentamente ha iniziato a distruggerlo, a spezzarlo a fargli pagare ogni errore della vita con espiazione lenta e dolorosa. Viene congedato, il corpo e la mente vanno a pezzi e mi tocca salutare il cadavere con la madre sua in lacrime, chiese di farsi seppellire con il berretto messo di fianco nella bara; soldato fino in fondo. No mio caro sovversivo della domenica mattina; so bene come funziona e nessuno può dire che non conosco i fatti. Solo una cosa non accetto:”che si muoia per gli altri che sono estranei alla nostra cultura e alla storia e alla vita delle genti nostre”. Non può avere senso il subire gli oltraggi della morte e del dolore per una causa non propria, non ha senso chiedere la vita di ragazzi e uomini buoni e giusti per interessi e scopi di genti lontane, per il tornaconto di minoranze di apolidi, di finanzieri, di banchieri, di speculatori. Noi come popolo dobbiamo morire in guerra solo per noi stessi.

-          Lazzaro: Ora ragioni e dici cose giuste e vere, queste son le parole buone e non quel maschilismo militaristico cialtrone e cazzaro che rintrona da destra e per mille vie si ferma  a sinistra causando danni infiniti.  Tremenda è stata la disgrazia e la sciagura che si è scagliata su quelli dai buoni sentimenti e dal cuore a sinistra in quelle abiette guerre balcaniche. La guerra del Kossovo del 1999 ha rovinato quelli che volevano restare a sinistra e restar puliti dalle guerre a Stelle e Strisce e dagli interessi diabolici e sacrileghi che son dietro le nuove guerre dove comandanti politici improvvisati mettono mine potenti sul futuro di tutta l’umanità chiamando Dio quale garante dei loro conflitti e giudice implacabile dei loro nemici del momento. Quella guerra scellerata ha aperto il vaso di Pandora e ha dato via a una serie di guerre ora arrivate nella terra dell’antica Babilonia. La solita storia  di sempre che si ripete dal tempo dei faraoni egiziani: i ricchi e i re del mondo si fanno la guerra mandando i disgraziati e i poveri a morire in massa nelle loro campagne militari, nei loro assedi, nelle loro razzie di guerra, nelle battaglie campali e nei massacri. La guerra è decisa dai pochi ma sono i molti a soffrire e  a morire, e così è per le ricchezze che si conquistano con le guerre o le frodi della politica che l’accompagnano. Solo un pugno d’individui trae dalle guerre il grande profitto e diventa ricca e felice e onorata dalla stragrande maggioranza dell’umanità invidiosa del loro benessere e del loro fasto. I pochi che controllano la finanza, le strutture dirigenziali delle multinazionali, quote azionarie importanti, i rapporti fra politica e affari di fatto orientano il potere legittimo che è democratico  o repubblicano altro ancora. Così un potere reale e concreto indirizza e determina le scelte dei poteri legittimi, dei rappresentanti del popolo, di chi per legittimità, sacralità e diritto dovrebbe essere il garante delle libertà di tutti. Esiste un potere dentro il potere, e prima o poi verrà stanato, la verità dell’ingerenza dei grandi poteri finanziari e bancari emergerà.

-          Sergio: E secondo te il popolo, ammesso che esiste nei termini tuoi, si dovrebbe sollevare, alzare, cambiare natura per la propria libertà, quale poi? La libertà che interessa ai molti, di cui parli, è la carta di credito gonfia al momento di far acquisti ai grandi magazzini. Ma io so che lui non è morto per questo. Aveva qualcosa dentro. Un tempo si chiamava onore.

Lazzaro: Mi dispiace, davvero. Ma …Credimi per me sbagli e non riesci a vedere che dietro la cortina delle illusioni c’è una piramide di poteri che si nascondono, sotto di loro la politica e l’intrattenimento televisivo che contagia anche le trasmissioni dedicate alla politica, e quando serve la grande informazione parla di cose ridicole o strane così il popolo che vota alle elezioni si distrae e non pensa.

Sergio: Tu sbagli! Non vedi che la guerra è la prosecuzione della vita civile con altri mezzi. Nella guerra esistono le false notizie, le alterazioni della verità, la propaganda di guerra, il plagio delle coscienze, la censura, la banalizzazione dei fatti, la criminalizzazione del nemico. Io posso vedere tutto questo e pensare che sia normale e ordinario e trovare un senso a questo stato di cose. Tu no.

Lazzaro: Forse è così ma io sento di dovermi concedere una speranza e di far la mia piccola crociata personale contro un sistema accademico che giudico ingiusto, una politica da farabutti e gaglioffi,  e un sistema di produzione e consumo scellerato e forse senza futuro.

Sergio: Il futuro è nella forza.




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