.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


23 luglio 2009

Tutto è spettacolo e tutto è politica

La valigia dei sogni e delle illusioni

Tutto è spettacolo e tutto è politica

La politica tende ad uniformarsi e ad integrarsi con la dimensione dello spettacolo e più in generale dello spettacolare, in Italia come altrove. In questi giorni per me angoscianti di noia e di disgusto  ne ho avuto una  prova a proposito della cerimonia d’apertura dei mondiali di nuoto: una scenografia imponente, a tratti magica, messa al servizio delle diverse autorità presenti. Fa il paio con questa constatazione il fatto che la moglie del presidente francese Carla Bruni si sia messa a suonare e cantare in onore del compleanno, il 91°, del leader africano Nelson Mandela, rompendo così un prolungato periodo d’astensione dai palchi. Lo stesso leader statunitense Obama ha voluto sottolineare la dimensione straordinaria e quindi spettacolare dell’evento con un videomessaggio. Traggo questa notizia da Leggo del 20 luglio 2009, e il quotidiano gratuito precisa che la il concerto si è tenuto a New York con una sfilata di celebrità fra cui Zucchero. Il tutto era anche a favore della lotta contro l’AIDS. Altra piccola curiosità il leader africano ha festeggiato nella sua casa a Johannesburg.

Ora è evidente che questa che può essere una nota di colore in realtà rappresenta un processo presente che è una interazione continua e ossessiva fra le logiche dello spettacolo e della promozione pubblicitaria di grandi eventi e la dimensione della politica. Non è un fenomeno di costume ma una concretissima dimensione del reale che qui e ora è così strettamente legato al virtuale, alla finzione, a ciò che si vede e sente da essere oggetto di pubblicità, forma delle vanità umane delle caste al potere, espressione di un nuovo modello politico e sociale che si sta formando. Le minoranze che vivono di politica nel Belpaese son respinte e attratte nello stesso tempo  da questa dimensione dello spettacolare che ingoia tutta la politica: per un verso non possono rinunziare a queste forme con cui si ostenta il potere e dall’altro lo sentono come una massa di cose strane, remote, incontrollabili. Si passa quindi da forme di rappresentazione del potere politico nel quale si concede tutto alla dimensione dello spettacolare a forme nelle quali si cerca di fingere una dignità istituzionale e un senso delle distinzioni per dividere il potere politico, o quel che ne resta, dalle altre espressioni della vita al tempo della civiltà delle immagini. E’ evidente che il potere politico si sta trasformando in due direzioni parallele: una è la dimensione dello spettacolare, l’altra quella della specializzazione di carattere amministrativo o elettorale. Potenzialmente queste due vie sono destinate ad allontanarsi dalla virtuosa strada del rapporto fra eletti ed elettori, in un caso per la distanza che c’è fra il VIP della politica o il personaggio illustre del mondo dello spettacolo e la maggior parte dei suoi uditori o spettatori, dall’altro perché la specializzazione impone l’uso di linguaggi tecnici o di conoscenze specifiche che stanno dietro alle decisioni, condizioni che separano il semplice elettore dal suo amministratore d’alto livello e rappresentante politico. Il potere si allontana dalla vita democratica per queste due vie e forse non è casuale le tensione che c’è in questi giorni in Francia che si sta configurando come una riedizione del conflitto sociale e una nuova forma di lotta di classe. Le notizie che iniziano a filtrare in Italia parlano di lotte operaie che sembravano dimenticate, di proteste con tanto d’irruzione delle maestranze negli uffici dei dirigenti, in generale di un clima di forte tensione che annuncia un difficile autunno. Sarebbe una felice cosa se lo spettacolare e il tecnicismo della politica politicante fosse accantonato a favore di una lucida e comprensibile interpretazione e rappresentazione della concretissima realtà materiale di questa finta Europa di finti ricchi, ma forse è una vana speranza.

Intanto Carla Bruni ha cantato a New York.

IANA per FuturoIeri




13 luglio 2009

Fine dei quarantanove passi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fine dei quarantanove passi…

Questo mio congedo da questa serie di scritti esige una riflessione. Il Belpaese oggi presenta masse diverse di esseri umani perlopiù sofferenti. Nello specifico del loro rapporto con il potere assomigliano all’umanità imbelle, scellerata, dissoluta, rincretinita e  psicologicamente svuotata che si osserva nella serie classica di Capitan Harlock del 1978.

Nel cartone animato gli umani, come in tutte le favole del genere, vengono salvati da una temibile invasione aliena dall’eroe di turno e dal suo seguito di seguaci e amici e dalla sua corrazzata spaziale, la famosa Arcadia. Qui nella realtà di una quotidianità segnata da una crisi del sistema di produzione e consumo a livello globale l’eroe non c’è e in compenso i nuovi tempi stanno disintegrando tutto quello che è stato il mondo umano e sociale che c’era prima. Credo che il processo sia arrivato a un punto tale da poter affermare che ciò che era il Belpaese al tempo della mia infanzia non esiste più, tutto è diventato altro e per sempre. Voglio quindi rammentare, per chiarire ai miei pochi pazienti lettori e lettrici, quali sono le cose alle quali mi sento d’appartenere e che sembrano essere qui e ora nonostante tutto. Metto tutto in poesia, versi liberi per maggior comodità.

DOVE SONO

Mi sento d’appartenere

Al buio delle periferie silenziose e ai lampioni

solitari che l’illuminano di notte

Ai profili scuri delle colline la cui forma  incornicia

il firmamento nel freddo inverno

Alle nuvole bianche spiaccicate nel cielo azzurro d’agosto

Alle pinete di pomeriggi lontani, muro verde dove

il mare incontra la terra

All’umido della pioggia che cade fitta

nel bosco da tempo secco

Al mar Tirreno al tramonto, quando sembra immenso

Alle case vecchie e nuove, con il loro tabernacolo incassato

nel muro come nel tempo antico

Ai biondi campi di grano stretti fra le colline, ai boschi e

ai filari di cipressi messi in fila a dividere il tempo degli uomini

da quello delle stagioni

Ai parchi degli antichi sovrani e padroni, oggi

aperti al pubblico

Al fiume, alle sue acque scure, ai suoi argini

alle sue rumorose piene

Ai pomeriggi di sole della mia infanzia

con le serrande semichiuse per il caldo

Alle mura, alle rovine, ai palazzi della mia città

ai resti del tempo passato, di uomini e donne

che non esistono più da generazioni

Alla piccola grande gente della mia infanzia, ai suoi miti perduti,

ai suoi rumori, alle sue parole, alle sue illusioni, alle sue cose

Ora tutti ricordi.

IANA





13 luglio 2009

L'Italia che mette la testa sotto la sabbia quando si tratta di guerra

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

L’Italia che mette la testa sotto la sabbia quando si tratta di guerra

L’esercito italiano è schierato in Afganistan, come devo chiamare la cosa: missione di pace, vacanza in colonia, passeggiata militare, soccorso ai bisognosi? Non è forse il caso di usare la parola giusta e dire chiaro e tondo che siamo in guerra contro forze ostili militarmente preparate alla guerriglia? Agli inizi di luglio il presidente statunitense Obama finalmente dismessi i panni del buon padre e del politico amico di tutti ha vestito quelli del comandante in capo e ha dato il via libera per un’offensiva dei marines. Come vogliamo chiamare quella cosa? Turismo eccentrico?

Alle genti del Belpaese piace troppo mettere la testa sotto la sabbia, fingere e far finta che la realtà del mondo sia come loro l’immaginano. Da tempo ai miei venticinque lettori avevo segnalato la rivista atlantista e bellicista Raids, pur non condividendo il tono entusiasta e propagandistico ho più volte fatto riferimento alle immagini e agli articoli colà contenuti. Quella è guerra e va chiamata col suo nome, fuggire dalla realtà non è una medicina ma un viatico per la follia e per attirare su di sé nuove disgrazie. Del resto da tempo il Belpaese si è addormentato, vive il suo incubo con l’incoscienza e l’inattività di un tale che è imbottito di sedativi e calmanti. Ormai tutti i problemi sono questioni private, o nella migliore delle ipotesi questioni amministrative di corretto uso della cassa pubblica; la politica è ormai il privilegio di chi vive di essa e la sedicente società civile è tagliata fuori, e forse nemmeno ci prova, dalla possibilità di comunicare e di cambiare  qualcosa nella presente situazione. Tutto quello che è spettacolo, divertimento, festa, idiozia, tifo calcistico occupa le menti dei molti; la politica non può essere scissa facilmente dalle forme nelle quali si confeziona per il vasto pubblico la notizia o lo spettacolo, o il facile scandalo da dar in pasto alla pubblica riprovazione. Non c’è una vera capacità di pensare o di assumersi delle responsabilità collettive, non c’è quasi una dimensione di comune identità se non in vuote parole, in esercizi di retorica, nei gesti quotidiani, nel ricordo di tempi lontani.  Le genti del Belpaese pensano a sé stesse e alle loro limitate risorse, ai problemi quotidiani, alla crisi e al proprio male di vivere, e ai loro piccoli piaceri quotidiani.  Cosa potrebbe aggiungere la parola guerra se venisse usata tutti i giorni: fastidio, serietà, comprensione, odio per il diverso? Non lo so, ma una cosa grossa come questa non può essere lasciata alla dimensione di quello spettacolo integrato che è il miscuglio di calcio, tifo, vicende giudiziarie, sentimentali ed erotiche di VIP veri o presunti tali, immagini dal mondo, balle in libertà ed esercizi di retorica. Prima o poi andrà a finire come nella serie classica di Capitan Harlock: l’umanità rincretinita, corrotta, dissoluta e mal governata si ritrova con un’invasione aliena vecchio stile, da cinema degli anni settanta. A quel punto entra in azione l’eroe con i suoi mezzi e il suo seguito…Ma il Belpaese non è un cartone animato.

IANA per Futuro Ieri




11 luglio 2009

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Italia precaria, Italia di tutti e di nessuno…

 

Fra noi in confidenza: parliamo del precariato e di quanto esso sta distruggendo la Nazione Italiana. Passeggiando la sera per Sesto Fiorentino mi è capitato un fatto curioso, ho trovato un cartello su ex ufficio che procurava lavoro interinale. L’ufficio era stato svuotato dai mobili e il cartello recitava che il locale era da affittare. Un “affittasi Fondo” messo sopra il vetro che recitava”agenzia per il lavoro”. Questo mi ha portato a considerare quanto fosse profonda questa crisi. C’è quasi una legge dantesca del contrappasso nel pensare che quei  colletti bianchi, immagino precari anche loro per massima parte, si siano trovati senza lavoro o nelle condizioni dei tanti che erano venuti a chiedere da loro. I procuratori di lavoro a termine che ora devono cercarselo, una roba da film di Totò. Solo che i tempi sono diversi, quel sottinteso di ottimismo e di fiducia che aveva l’Italia di ieri è un ricordo del remoto passato, questo Belpaese è di gran lunga più tragico e meno felice, è a suo modo un tempo disperato perchè non ha dalla sua neanche il senso del tragico o del corso storico che viene in essere fra massacri, grandi realizzazioni dell’umanità e cose straordinarie. In altre zone le cose non vanno meglio, mi è capitato di vedere nel centro di Firenze presso la stazione un grande albergo, mi ricordo di aver letto più volte la carta del menù del ristorante di lusso esposta fuori dal palazzo. Quella notte era tutto spento e passando da quelle parti di notte ho visto una famigliola, credo di extracomunitari dell’America Latina ma non saprei dirlo con certezza, che dormiva avvolta fra cartoni e coperte sotto un lato dell’edificio. Questa miseria che avanza è diversa da quella del passato, è intrisa di una disperazione quasi pagana, di un vuoto che odora di lucida follia, di delirio, è la miseria dei tempi nostri, quella di una terza rivoluzione industriale che deve ancora compiersi fino in fondo. Robot, computer, lavoro interinale, disgregazione delle forme di vita sociale e politica, internet  tutto questo non basta ancora, manca lo sviluppo e la diffusione di nuove forme d’energia per mandar avanti il sistema di produzione e consumo in un contesto di piena realizzazione di questa nuova fase del capitalismo e della civiltà industriale. Il sistema di produzione e consumo si è infilato in un collo di bottiglia: la crescita infinita sta trovando risorse limitate, enormi ma limitate. Il pianeta azzurro è un corpo celeste quindi è grande ma è anche finito, quindi non può offrire idrocarburi, materie prime, risorse alimentari, aria e acqua in quantità illimitate. Nuove fonti d’energia rinnovabili potrebbero almeno in parte limitare questa corsa verso il disastro, forme avanzate di politica ambientale ed etica potrebbero circoscrivere gli effetti disastrosi del sistema, ma mente scrivo tutto questo un’intera generazione, e precisamente la mia, è abbandonata ai suoi problemi; i vecchissimi poteri del trapassato remoto si tengono ben stretti i loro privilegi, la famiglia d’origine –quando c’è- è il primo e spesso unico conforto morale e la  principale forma d’assistenza sociale del disoccupato e dello studente, i movimenti ecologisti sono marginali nel contesto politico.

L’Italia precaria è l’Italia di tutti e di nessuno, perché rappresenta bene le miserie di questo presente e l’assenza di pensiero e di futuro che segna questi anni sciagurati.

IANA per FuturoIeri




10 luglio 2009

Miti perduti per noi genti disperse della penisola

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Miti perduti per noi disperse genti della penisola

La fedeltà al proprio passato può essere un segno di nobiltà da parte di una realtà collettiva come una comunità, una tribù, un popolo, o una nazione. Quando è fedeltà ai miti altrui comincia qualche sospetto. Quindi scriverò delle mie perplessità. Mi è capitato con un caro amico di visitare due esposizioni di mobili,  in due magazzini di medie dimensioni in una delle nostre periferie dell’Italia Centro-settentrionale, nello specifico Calenzano. Arredavano alcuni soggiorni e camere da letto dei quadri con la famosa Marylin Monroe –peraltro un nome d’arte- e vedute di New York con tanto di Torri Gemelle ancora in piedi. Mi sono fermato a guardare. Se non è fuga nel trapassato remoto questa qui proprio non so cosa possa essere. Gli USA della diva bionda erano gli anni cinquanta e sessanta prima del Viet-nam e della crisi petrolifera. L’Italia di oggi anno del signore 2009 onora gli USA degli anni cinquanta al tempo della guerra di Corea, combattuta fra l’altro anche contro l’armata rossa cinese. L’Italia è ancora legata psicologicamente al suo protettore di un tempo, il quale è troppo occupato a proteggere se stesso dalla crisi e dalla sfida economica globale che gli portano cinesi, russi e indiani per pensare alle genti della penisola e ai loro traumi psico-politici.  Le difformi e disperse genti d’Italia si cullano ancora nei loro miti perduti e mentre questo accade già vediamo i segni della prossima abiura, del nostro prossimo voltafaccia, del nuovo cambiar divisa. Non è un caso che nel presente governo da tempo è evidente che  l’amicizia del premier con la Russia di Putin non è solo un fatto privato. L’Impero Americano ha eletto questo Obama perché è il sistema è in sofferenza e la conclusione dei conflitti afgani e iracheni sembra volgere al peggio, o quantomeno l’esito dei medesimi sarà ben diverso da quello pensato dai neo-conservatori:il trionfo del sistema statunitense nel presente XXI secolo. Già perché questo è un secolo nuovo e le genti dello stivale dovrebbero ammettere che la seconda metà del Novecento è finita da circa nove anni e che quel che rimane delle genti della prima Repubblica e dei leader e dei partiti politici sono tendenzialmente pessimi ricordi. La Prima Repubblica è stata, sia pure senza una piena sovranità e in forme limitate, la prima, grande, autentica possibilità che hanno avuto gli italiani di governarsi secondo la libertà e il reciproco rispetto. Il fallimento è così grave che non è neanche necessario constatarlo, semplicemente è qui e ora. La Seconda Repubblica dominata da altre forze politiche testimonia il discredito e il disprezzo nel quale sono caduti i partiti del trapassato presso la popolazione dello Stivale, prova ne sia che ad oggi il partito più anziano è la Lega Nord, tutti gli altri sono stati sciolti o rifondati. Coloro che “vivono di politica” si son presto acconciati a cambiar casacca, a reinventarsi un posto e un ruolo nelle nuove forme di potere politico ed economico, l’abiura delle classi dirigenti e di coloro che “vivono di politica” è, se possibile, più forte di quella delle disperse genti d’Italia. In questa decomposizione c’è spazio per i vecchi miti forestieri, così si parla d’altro.

IANA per FuturoIeri




7 luglio 2009

Il Belpaese che non vede, non sa, non capisce

Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Il Belpaese che non vede, non sa, non capisce…

Credo sia un dato di fatto che la crisi è in essere ed è mondiale.

Credo sia un dato di fatto che Cina ed India stanno emergendo come potenze mondiali.

Credo sia un dato di fatto che le guerre dell’alleato, ma davvero il Belpaese ha alleati?, Statunitense in Afganistan e Iraq stanno andando male.

Eppure nel Belpaese si vive e si fa politica come se tutto questo fosse il racconto stravagante che arriva dalla Luna o da qualche remotissima isola sperduta in mezzo all’oceano. Di fatto il mondo esterno sembra sparire nella dimensione ufficiale dei nostri, nelle dichiarazioni pre-congressuali, nei proclami di principio, nei discorsi ufficiali, nella polemiche perlopiù su scandali e fatti privati, e perfino sulle questioni del premier e delle sue vicende matrimoniali e scandalistiche. In realtà per le nostre sedicenti classi dirigenti da tempo non dirigono e non pensano, il loro è un mestiere ereditato dai padri o dai nonni o il frutto di qualche privilegio, di eredità o rendita o la conseguenza della benevolenza di un protettore quale che sia. Il merito non conta, conta la fedeltà, la parentela, la ricchezza propria o ereditata, la rete di relazioni. E’ chiaro che in simili condizioni è spiacevole per i nostri giornalisti ragionare, far inchieste, contribuire a creare l’indirizzo generale di un pensiero critico o di qualche aspirazione legittima della società civile. Il Belpaese vive in una condizione stranissima, in un tempo di sogno dove va in scena la finzione, l’irrealtà, lo scherzo;  tutto questo accade mentre tanti giovani non fanno famiglia e non possono accedere al bene-casa, molti anziani sono in difficoltà per il costo della vita e milioni di lavoratori onesti hanno perso potere d’acquisto con il passaggio dalla lira all’Euro. Chi è ricco e felice oggi? Chi ha speculato, chi ha alzato i prezzi nel suo negozio, chi può praticare le libere professioni e scaricare i costi sulla parcella che rimette ai clienti, chi vive di piccole truffe, il delinquente che sa che uscirà con l’indulto, il costruttore d’assalto che ha fatto i soldi con i piani regolatori e le zone agricole diventate dalla mattina alla sera edificabili, chi lavora per gli stranieri, i propagandisti di quello o di quell’altro partito, i banchieri e i promotori finanziari che vendevano prodotti finanziari truffaldini, come al solito perlopiù impuniti, anche davanti allo scatenamento della loro perfetta malvagità.     Se le genti diverse e disperse del Belpaese non inizieranno a tirarsi fuori da loro da questo tempo di sogno saranno gli altri e con le loro manine corrazzate a risvegliare a forza questo stivale dormiglione e allucinato. Non è così difficile svegliarsi, basta alzarsi una mattina, guardare fuor di finestra e capire che lì fuori c’è un mondo altro, altri umani diversi da te, un tempo nuovo e pericoloso.

Non è difficile, provare per credere.

IANA per FuturoIeri




3 luglio 2009

Un nome, una storia: "generazione perduta"...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Un nome, una storia: “generazione perduta"…

 

E’ facile per un acritico entusiasta delle cose giapponesi riconoscere a quella lontana civiltà dell’estremo oriente genialità, correttezza, lucidità. Colgo l’occasione per ripensare ad una cosa letta sulla rivista “Internazionale” che traduce articoli da tutto il mondo. Si tratta di un piccolo trafiletto tratto dalla rivista AERA, e nel breve pezzo trovo con piacere:”…Il settimanale AERA riflette sui disagi della cosiddetta generazione perduta. La definizione è comparsa sui giornali alla fine degli anni novanta e si riferisce ai giovani laureati giapponesi fra i 25 e i 35 anni che faticano a trovare un lavoro e non si sentono realizzati…”.  Credo che nel lontano arcipelago si sia colto l’essenza di un cambiamento epocale, una generazione di mezzo è stata stritolata fra due estremi, fra un Novecento ancora pieno di certezze morali e politiche e un nuovo millennio creatore di cose nuove e incertissime; la società e i modi di produzione e consumo si sono trasformati velocemente, nuove potenze emergono, i vecchi imperi vedono con orrore sorgere nuovi nemici e concorrenti portar via loro risorse umane, energetiche e naturali. Le generazioni precedenti si son cullate nell’illusione di essere al disopra di ogni possibile giudizio umano e divino, in generale se ne son fregate delle conseguenze di uno sviluppo che si voleva proiettato verso l’infinito in presenza di risorse limitate. Che il mondo di prima sia stramorto e strasepolto è certissimo. Prova ne sia che il partito più vecchio presente nel parlamento italiano è ad oggi la Lega Nord; il mondo di prima è solo un ricordo e chi si ostina a credere che esso sia vivo qui ed ora si ritrova in mezzo alle ombre di un mondo perduto. Il guasto della mia generazione nasce a mio avviso dall’avere ancora in testa i modelli del mondo di prima e di vivere nell’immediato presente con le sue asprezze, la sua durezza sociale e psicologica, con le sue paure e le sue nuove guerre. La perdita d’identità è aggravata per quelli che hanno fra i 25 e i 35 anni e nessun “protettore” degno di questo nome dal fatto che nella piccola realtà del quotidiano sono entrati dei mondi umani altri e diversi, l’incapacità italiana di essere civiltà fa sì che lo straniero e il migrante porti con sé e conservi tutta la sua identità e conviva come può con il Belpaese e le sue differenze. Quindi viene meno anche la certezza della propria identità nazionale  trasformata in una delle tante possibili in un contesto sociale dove conta solo il successo e il denaro. Non importa il tuo Dio, il colore della tua pelle, la tua storia o le tue ragioni: se hai i soldi sei, altrimenti non esisti per nessuno. La “generazione perduta” ha perso il mondo di prima in cui era nata senza creare il suo, più che una “generazione perduta”, la quale evidentemente c’è, sarebbe opportuno parlare della morte di ciò che è stato prima e di una terra di nessuno che è il nostro tempo. In questo “non tempo” e in questa “non civiltà” una generazione vive con la constatazione di trovarsi senza i punti di riferimento del passato e senza i suoi valori da contrapporre a ciò che è già finito per affermarli e costruire sopra la propria realtà. Eppure io so che c’è ancora bisogno in questo tempo funesto e iniquo del Belpaese e della sua capacità di darsi una civiltà.

 

IANA per FuturoIeri



sfoglia     giugno        agosto
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email