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29 giugno 2009

Ripensando ai miti perduti

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ripensando ai miti perduti

 

Penso spesso ultimamente al remoto passato, agli anni della mia infanzia a cavallo fra la seconda metà degli anni settanta e i primi anni ottanta.

Ripenso a quella società lì, ormai defunta e sepolta nelle sue ragioni e nella sua socialità e osservo una cosa fra le altre. Il mondo degli eroi del piccolo schermo era già segnato profondamente, e per fortuna, dai cartoni animati giapponesi. Si trattava di una massa informe di piccoli e grandi eroi sia che fossero piloti di formula, pirati spaziali come capitan Harlock, ladri impuniti come Lupin III, eroi come i piloti di Mazinga e Goldrake, Jeeg Robot, Daitarn. Quello che è diverso oggi è la dimensione pervasiva della macchina dell’intrattenimento, non si tratta più della vendita delle figurine Panini o di qualche giocattolo in plastica, magari allora fatto a Taiwan, oggi è entrata in gioco la macchina della realtà virtuale, per essere più precisi dei videogiochi. In breve alla serie televisiva oggi s’accompagna il gioco di carte collezionabili, il videogioco, l’oggetto costoso, il gadget, e talvolta il fumetto giapponese tradotto. Nella mia infanzia questo accompagnamento di una serie televisiva di successo non era così pervasivo e invadente,  qui c’è qualcosa che va oltre il giocare con degli oggetti in plastica che ricordano le cose viste nel piccolo schermo, il videogioco di oggi porta direttamente sul piano dell’azione, il rapporto è con la console e non con l’estro della fantasia. In altre parole avere la possibilità di combattere ad esempio con il personaggio della serie dei “Cavalieri dello Zodiaco” per mezzo di una console non comporta una rielaborazione personale del tipo: prendo i giochi che servono, li uso, prendo l’oggetto che rappresenta il  personaggio, m’invento la sua storia. Mi ricordo di aver ai miei tempi creato delle vere e proprie storie con i soldatini della Seconda Guerra Mondiale, delle specie di operazioni militari; di aver usato i pezzi del lego per fare le battaglie le più strane o di aver fatto interagire i Playmobil con il castello dei “Masters of the Universe”. Che non sono la stessa cosa. Questo ricorrere  al supporto del computer può non essere necessariamente un male in questi tempi di terza rivoluzione industriale, il rapporto fra essere umano e macchina e “intelligenza artificiale” finisce con essere un dato banale, quotidiano. Quello che è diverso è che l’eroe di una storia, più o meno moralmente pulito che sia, non è più un eroe di un racconto ma un prodotto commerciale, una cosa che serve a segnare i punti sul monitor della  Playstation, una roba protetta dal Copyright. I miei miti del tempo che fu erano “illusioni”della televisione di allora mentre questi attuali sono, tendenzialmente, prodotti commerciali accompagnati da un sapere del tutto nuovo di marketing per l’infanzia e l’adolescenza.

Gli eroi oggi non fanno più gli eroi, e forse non è un caso che sistematicamente certe vecchie serie di cartoni animati giapponesi, l’ultimo caso è quello della fortunata serie di Yattamen  nel marzo 2009, siano diventati dei film. 

Questa Italia è proprio lontana dagli Dei e dagli Eroi, non è la sola purtroppo.

 

IANA per FuturoIeri

 




28 giugno 2009

Chi pagherà questa crisi maledetta?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi pagherà questa crisi maledetta?

 

Forse è la mia solita visione, il mio percepire le cose da un punto di vista personale, ma la mia impressione è che questa non sia solo una crisi finanziaria. Questa crisi è una crisi di modello di sviluppo e politica, a un punto tale da essere così banale da non essere riconosciuta nella sua intimità. Lo sviluppo portato avanti dalla civiltà Anglo-Americana presupponeva una crescita infinita in presenza di limitate risorse planetarie, credo che sia capitata una cosa banalissima. Quando questo modello è diventato il modello globale le risorse naturali, alimentari, umane e anche i portenti della tecnica e della scienza si sono rivelate limitate e incapaci di alimentare una crescita infinita. Non ci vuole una gran mente, è una cosa banale che qualunque nonnina esperta di mercatini e acquisti arriva a capire.  Può essere riassunta la cosa in una facile analogia:spese illimitate e soldi contati non vanno d’accordo. Gli esiti di questo schifo sono povertà diffusa, precarizzazione del lavoro, delocalizzazione delle imprese in paesi del terzo mondo dove le libertà sono fantasie, siccità, cambiamenti climatici, ideologia dello scontro di civiltà, proliferazione del terrorismo e della criminalità, inquinamento materiale, sociale e morale, devastazione delle civiltà per piegarle a un modello unico di pensiero, di vita e consumo. Dalla parte positiva del piatto della bilancia c’è tuttavia qualcosa che non può essere ignorato ma che non compensa i danni. L’aver disgregato le precedenti civiltà e forme di vita ne ha rivelato la sostanziale debolezza e ha aperto le porte alla possibilità del nuovo anche se in forma traumatica, il pianeta è per sommi capi connesso da reti viarie, dalle linee aeree, da internet, l’inglese è una lingua franca che facilita la trasmissione dei dati e gli spostamenti di uomini e merci, l’altro non è più solo l’estraneo ma sempre più spesso è il vicino di casa. L’evoluzione tecnologica con l’introduzione nella quotidianità del Computer e di sistemi di telecomunicazione ha trasformato la cultura integrandola nei sistemi di produzione e consumo. Il prezzo pagato per tutto questo è abnorme e comunque questi effetti sono per così dire collaterali, dietro questa mutazione non c’è un progetto sociale o politico ma l’avidità di ristrettissime minoranze di miliardari, di politici al soldo, di super-esperti, di amministratori delegati strapagati. La crisi politica ha forse un bilancio peggiore perché l’Impero Anglo-Americano ha goduto della possibilità d’attingere alle principali risorse planetarie, ora queste sono contese da nuovi attori e il sistema si rivela per quello che è nel suo semplice darsi: un paradiso per pochissimi ricchi, l’inferno sulla terra per la maggior parte dei poveri. Questo modello è stato sostenuto dalla forza delle armi e da una propaganda della propria civiltà invadente e martellante, di fatto intere generazioni d’italiani hanno creduto al mito dell’eroe, o supereroe americano, che metteva a posto il mondo perché proveniente da una civiltà superiore. Il Belpaese in particolare ha subito moltissimo questo credere nella superiorità dell’uomo americano. Sul piano pratico le vecchie generazioni hanno ignorato il destino delle nuove si son mangiate le risorse o se ne sono fregate del futuro del Belpaese. Non è una cosa da superuomini questa ma una truffa da cialtroni, da gente che vive d’espedienti. Non basterà superare la crisi, per non pagarla due volte occorrerà una liberazione dalle antiche illusioni e il congedo dei troppi miti perduti e delle defunte ideologie ormai diventate alibi per fuggire dalla realtà.

 

IANA per FuturoIeri




28 giugno 2009

Fra noi in confidenza: che faremo dopo l'Impero USA...?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: che faremo dopo l’Impero USA…?

 

Sul quotidiano la Repubblica del 21/06/2009 si racconta della fantasia gastronomica dei forestieri che sono soliti improvvisare con loro ingredienti, o peggio far opera di  rozza contraffazione, alcuni piatti della cucina italiana. Si tratta di qualcosa che dovrebbe far riflettere. In fin dei conti nel Belpaese si guarda sempre agli stranieri, agli inglesi, e agli americani per cercare quelle ragioni e quei punti di forza che nel Belpaese sembrano inesistenti. Talvolta si è guardato per le questioni della riservatezza dei privati o del controllo dell’attività bancaria alla civiltà Anglo-Americana, sperando di essere illuminati dai loro comportamenti virtuosi.  Le cattive e pessime prove di quella gente viste in questa crisi non mi sembrano incoraggianti. Gran parte degli pseudo-miti sull’efficacia e d efficienza dei nostri vincitori, o liberatori che dir si voglia, di un tempo remotissimo si sono dissolti. Erano propaganda, finzioni, leggende metropolitane gonfiate ad arte da film o telefilm, i nostri giornalisti e opinionisti, a quanto pare, han semplicemente preso per buono lo spettacolo holliwodiano dei cattivi puniti dai tribunali inglesi e americani, dei consumatori che mettono al tappeto le multinazionali, dell’innocente uomo libero americano WASP che va nella stanza dei bottoni e mette le cose a posto. Si tratta del canovaccio logoro del signor Smith che lasciata la divisa dell’eroico marine o dell’onesto impiegato nel suo paese di provincia e con l’aiuto della legge sconfigge i malvagi che inquinano l’economia del mondo. Ad essere onesti una persona simile esiste negli USA ed esiste al di là della finzione filmica e si chiama Ralph Naeder; ma quanti nel Belpaese hanno avuto notizia dell’esistenza di questo paladino dei diritti civili e del consumatore? Chi scrive ha messo su con degli amici un sito che pubblica le lettere di costui tradotte in italiano, per dirla in due parole non è certo l’America dei telefilm quella che esce dalle sue parole. Anche l’infatuazione dei nostri politici per la civiltà Statunitense si sta rivelando una cosa effimera, se non una cinica declamazione dovuta al fatto che ospitiamo nel Belpaese un numero spropositato di basi NATO; sembra di vivere nella versione aggiornata al nuovo millennio del Seicento spagnolo in Italia. Una potenza imperiale in nome della sua ideologia politica domina questa penisola dopo averla strappata in guerra ai suoi nemici.  In quel  tempo remoto  era la creazione dell’impero spagnolo e cattolico a dar forza al dominio straniero oggi è una poltiglia di politicamente corretto e volontà di potenza USA nel mondo, allora si doveva esser grati al re di Spagna per aver liberato la Penisola dalla minaccia di nemici malvagi che erano i francesi e i turchi oggi la gratitudine è dovuta per la liberazione dai nazifascisti di Mussolini e Hitler. Io so cosa accadrà, è un sapere cretino, banale, rozzo. Quando l’Impero Anglo-Americano che oggi ci domina andrà a pezzi  e sarà sostituito da altri potentati ecco che le genti d’Italia, i nostri benpensanti, i nostri giornalisti, i nostri opinionisti, i politici riverseranno sugli ex dominatori sconfitti una massa informe di calunnie, maldicenze e maledizioni, e questo secondo un canovaccio antico tante volte visto e rivisto nel Belpaese;  una cosa noiosa, squallida. Ma fra noi in confidenza chiediamoci…che faremo dopo l’Impero USA?.

 

IANA per FuturoIeri




28 giugno 2009

Fra noi in confidenza: parliamo di Patria

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: parliamo di Patria

 

 

Un tempo era facile parlare di Patria, ovviamente mi riferisco a un tempo remoto, a un tempo trapassato e lontano nella memoria. Oggi è molto difficile. Guardiamo di sfuggita i tre elementi che costituivano il processo elementare di creazione dell’identità nazionale e del patriottismo: Scuola, Esercito di leva, Politica. La scuola si dibatte oggi in mezzo ad una difficile crisi da un lato avrebbe bisogno di riforme e finanziamenti e d’immettere in ruolo migliaia di docenti precari, dall’altro è poco considerata perché  nella società italiana l’ascesa sociale è legata a carriere che talvolta presuppongono un titolo di studio ma che poi, di fatto, si aprono e si sviluppano secondo logiche nepotistiche, clientelari, politiche, di frequentazione di determinati ambienti e personaggi. La scuola nonostante la sua crisi perdurante è  l’ente che ad oggi assolve da solo tutto il peso del mettere in relazione le migliaia di differenze dell’Italia di oggi con una debole prospettiva d’unità culturale e formativa . L’esercito è diventato professionale e la leva è abolita per far spazio ad armi sofisticate e alla riconversione, magari a scopo abitativo, di vecchie strutture e caserme in disuso. Quindi assolve a compiti che non hanno nulla a che vedere con la nazionalizzazione delle masse, e del resto non potrebbe visto che è impegnato in diversi teatri operativi  talvolta a contatto con forze ostili. La politica del fascismo voleva creare il popolo italiano attraverso lo Stato Fascista. Il disastro è stato totale. La Prima Repubblica ha visto le speranze riposte nella Costituzione naufragare in modo inverecondo davanti alle ruberie dei partiti e dei faccendieri al seguito dei grandi e piccoli leader. Le decine di scandali che hanno avuto luogo dal 1947 in poi e i  processi di “Mani Pulite”  hanno rivelato l’inadeguatezza della politica italiana davanti alla missione storica di creare una Patria per tutti gli italiani. Quindi la Patria è rimasta in questa Seconda Repubblica come l’incompiuta, la chimera da tanti decenni inseguita e mai finita. Eppure è evidente che in qualche misura esiste una civiltà italiana in cammino, qualcosa d’informe che si sforza di essere anche qui e ora. Una realtà civile e sociale che contenga tutte le differenze che il Belpaese produce, o importa dal mare e dai suoi  confini, ad oggi non esiste. Ne è una prova il fatto che la Lega Nord ha una sua idea di “piccola patria” la "Padania" alla quale guardare e ispirarsi. Ritengo che una possibile Patria italiana, ad oggi, possa prender forma solo come civiltà, come contenitore di differenze e come ordinatore e regolatore dotato di forza morale e civile delle medesime. In breve la Patria sarà una prospettiva futura, qualcosa che sarà solo se essa avrà a disposizione migliaia di contributi, di atti significativi, di volontà politiche unificanti. Ad oggi la politica in stato  evidentissimo  degrado sta solo moltiplicando sofferenze e alimentando divisioni e risentimenti.

Solo le differenti genti del Belpaese possono creare la loro “Patria”.

 

IANA per FuturoIeri




24 giugno 2009

Fra noi in confidenza: parliamo di scuola e del Dio-denaro

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: parliamo di scuola e del Dio-denaro

 

La scuola è forse il mio cruccio maggiore, forse perché è anche il mio lavoro e mi rendo conto che oggi è schiacciata fra una società italiana che ama il denaro sopra ogni altra cosa e i suoi limiti strutturali. Ritengo che la centralità del culto del denaro che gli italiani onorano, anche se inconsapevolmente, sia il centro della logica di tanta parte del decadimento della considerazione della scuola italiana e del rispetto che nel complesso la società italiana ha verso il corpo docente. Il giornalista Giovanni Floris nel suo recente “La fabbrica degli ignoranti, la disfatta della scuola italiana” pubblicato da Rizzoli scrive a pag.91: “…a ripitturare l’appartamento di un mio collega del TG, qualche mese fa si è presentata una squadra di albanesi e un italiano. Questo italiano era professore di lettere del liceo, tuttora in attività. A potare le piante del terrazzo di un mio amico l’altro giorno si è presentato un maestro di musica, diplomato in flauto al conservatorio.”  Questa citazione mi serve per far capire ai miei pochi lettori quanto la dimensione economica sia dominante, e come certe farneticazioni sulla professione docente come missione morale e civile si schiantino sul muro del dato reale e concreto. In Italia è amato il denaro e l’insegnante, la maestra, la professoressa, il docente sono figure sociali non più “borghesi” ma ancora troppo specializzate per essere  collocate nel numero dei nuovi poveri e dei ceti disagiati. L’insegnante è quindi sospeso in un vuoto sociale e i poteri dominanti che sono tutti di natura economica e finanziaria vorrebbero attuare attraverso il potere politico la grande semplificazione: privatizzare la scuola pubblica e spaccare con ancor più forza  la società in classi sociali segnate da enormi disparità economiche e culturali. L’amore per il denaro e per i suoi poteri è tale nel Belpaese da distruggere qualsiasi altro sentimento di natura privata e collettiva, credo che al fondo di questo ci sia una profondissima disillusione verso tutto ciò che è frutto di una qualche azione collettiva, o forse è una reazione di massa ad eccessi ideologici di un remoto passato nei quali chiesa, partiti politici, associazioni di parte si proponevano come modelli di vita civile e di condotta  etica. Di fatto con questo culto del denaro non è l’individuo con la sua dimensione “eroica” ad emergere, né la volontà del genio, né l’opera dell’artista, né l’esito dell’impresa dell’uomo d’azione, né il paziente lavoro dell’erudito, e neanche lo sforzo del singolo che conquista il suo spazio di mondo. Quello che prevale è il gregario, il raccomandato, il vile, l’opportunista, l’adulatore dei ricchi, il criminale col colletto bianco, il furbo, l’erede di patrimoni, il proprietario, il detentore di rendite, il privilegiato. Il distanziare dal successo dell’individuo l’elemento della cultura e del lavoro intelligente e meditato produce un popolamento italiano che aspira ai miracoli, alle vincite alla lotteria, alle fortune che derivano dall’essere gratificati da un potente, e in generale crea una vasta plebe di soggetti umani pronti a servire qualunque padrone prestando ad esso interessata e vigliacca devozione. In breve l’Italia di oggi non è che conosca di meno di meno rispetto al passato è che non vede possibilità nell’esercitare ed applicare le sue reali e sobrie capacità intellettuali. Un giorno lontano chi verrà dopo di noi, quando  cercherà di capire questo tempo si domanderà il perchè di tanto spreco di talento e di possibilità. Forse questo tempo e questo Belpaese apparirà nel remoto futuro come una gabbia di matti e d’illusi, di sciagurati che si son rovinati con le loro stesse mani. O forse no. Il fallimento del sistema potrebbe essere così pesante da costringere chi verrà dopo a censurare e a dimenticare questo tempo. Le illusioni dei molti potrebbero venir incenerite e vaporizzate come la spazzatura nei termovalorizzatori.

 

IANA per FuturoIeri




19 giugno 2009

Fra noi in confidenza:ma la scuola italiana...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi in confidenza: ma la scuola italiana…

 

Chi scrive insegna, insegnante di liceo e per la precisione è entrato dentro il sistema con la SSIS. La SSIS è quella scuola di specializzazione post-laurea che abilita all’insegnamento. Ora è in via di scioglimento ma ha fin dall’inizio avuto addosso una cattiva fama. Era impegnativa per tempo –circa due anni- e costosa  -circa 5.000 euro più il mancato lavoro di quei due anni- fu un percorso di studio e tirocinio dove uno doveva seguire le lezioni, fare il tirocinio, scrivere le tesine e sostenere gli esami prescritti. Insomma si trattava di preparare degli universitari a far i docenti, nel Belpaese l’abitudine e la prassi era di far fare il salto dall’università alla cattedra liceale o media senza alcuna preparazione. La questione del formare il corpo docente  prima della SSIS era una questione di “sanatorie” e “concorsoni abilitanti” e “affini”. E’ quasi certo che la SSIS cesserà d’essere, forse ha assolto al suo ruolo di formare qualche migliaio di precari nella scuola superiore e media e di generare impieghi temporanei per l’università di riferimento.

O forse no.

Forse è solo una riforma mancata. Tuttavia dal momento che i discorsi sulla scuola italiana si sprecano da professore sento la necessità di dire qualcosa di diverso.

Uno dei problemi è il fattore tempo, in realtà nei licei fra eventi, occupazioni, assemblee, interruzioni didattiche, viaggi d’istruzione e vacanze vola via più di un mese, qualche volta quasi due. I programmi, le interrogazioni e tutto il resto devono però andare avanti e quindi è quasi sempre una corsa per finire quel che si è pensato di fare o di far fare.

Un secondo problema di cui si parla poco è il numero notevole di anni di precariato che fanno i professori prima di ricevere una cattedra, o meglio:”un contratto a tempo indeterminato”. Questo passare di cattedra in cattedra, di scuola in scuola spesso per supplenze brevi o brevissime ha il pregio di mettere il docente davanti alle difficoltà del mestiere ma il difetto di far scendere la sua autostima e di rendere incerta la sua condizione economica dal  momento che i contratti per le supplenze hanno durata variabile e sono talvolta legati alle condizioni di salute del collega che viene sostituito.

Proprio al condizione economica per unanime ammissione in Italia è fra le peggiori in Europa, personalmente – ma non sono il solo- ritengo che i livelli salariali relativamente bassi provochino quel senso di sconforto che quasi si respira quando si ragiona  di corpo docente. In particolare in una “società” italiana dove l’unico metro per valutare l’essere umano è il reddito, i contanti, il conto corrente, le carte di credito l’insegnante di scuola media superiore o semplicemente media non ne esce bene, specie se è ai primi anni del servizio magari da  precario. Affido queste mie riflessioni ai miei venticinque lettori aggiungendo la considerazione che la scuola italiana nelle sue diverse articolazioni oggi più che mai sembra essere l’unica realtà in grado di entrare in rapporto con tutte le differenze del Belpaese, l’unica forza che può “pensare” il futuro di tutti.

 

IANA per FuturoIeri




16 giugno 2009

Un paese per vecchi e una civiltà tutta da creare

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Un paese per vecchi e una civiltà tutta da creare

Gli italiani non sono ad oggi una civiltà ma una massa informe di cose diverse che non è riuscita a darsi una forma. Queste molteplici entità subiscono un processo di formazione morale e spirituale non tanto dai vecchi enti ereditati dal passato come l’esercito, la scuola o la chiesa cattolica o i partiti politici –estinti nella loro antica natura- ma al contrario dalla pubblicità commerciale espressione di poteri finanziari e commerciali forestieri e nostrani. La natura intima delle culture del Belpaese è quindi data dalla somma delle centinaia di migliaia di messaggi pubblicitari che nelle forme più disparate s’impongono nella testa della gente comune; l’idea che il possesso di beni materiali e di grandi quantità di denaro sia la felicità e la vita è per così dire l’intima natura della spiritualità della stragrande maggioranza degli abitanti del Belpaese. Questo spiega i limiti della nostra cittadinanza, inconsapevolmente alla maggior parte degli italiani importa poco della libertà  propria o altrui, invece dei proprio beni e quattrini moltissimo perché essi sono la vita stessa e tutta l’esistenza, anche quella spirituale. Proprio la difformità del Belpaese fa sì che nel mezzo di un simile livellamento verso il basso si diano numerosi casi di conservazione o riproposizione o reinvenzione della tradizione. Ecco che fra mille difficoltà  permangono eventi, strutture, festival, gare tradizionali, grandi riti pubblici che in alcuni casi  hanno avuto la loro prima manifestazione nel Medioevo e nel Rinascimento. Il Belpaese ha la possibilità di trovare degli elementi altri in grado di smuovere le nostre genti dal torpore e dalla rassegnazione, ciò che è rimasto del passato e che è vivo può unirsi a quello che potrebbe aprire la strada al futuro. Mi riferisco alla possibilità di ripensare il modo di consumare e produrre che passa dalla riduzione degli sprechi energetici e di materiali, dalla produzione di merci i cui rifiuti possono essere riciclati, dallo sfruttamento di nuove tecnologie benefiche, dalla possibilità d’integrare cultura e tradizione in un sistema economico che non sia solo la creazione di simboli e marchi pubblicitari  o l’esportazione all’estero di produzioni tossiche e l’importazione di beni e servizi prodotti da lavoratori e operaie sfruttati e malpagati in paesi dove la libertà è una chimera e la repressione poliziesca un fatto ordinario e quotidiano. Uscire da questo presente meschino e creare di nuovo una civiltà italiana, che ad oggi non c’è, credo sia un atto dovuto, un gesto di dignità, un’affermazione di sé in un tempo dove il Belpaese sembra una colonia altrui abbandonata al suo destino.

L’Italia sarà quello che potrà essere, chi la popola dovrà decidere che cosa essere e come.

IANA per FuturoIeri




16 giugno 2009

Belpaese! Dove sono i tuoi eroi?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Belpaese! Dove sono i tuoi eroi?

Alle volte capita di confrontarsi con il passato degli altri, è utile per capire qualcosa di noi stessi. Così mi è capitato di rivedere un vecchio film degli anni settanta sul primo episodio di resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Si tratta del maggiore Henryk Dobrzanski “Hubal” che fu il primo comandante di forze di guerriglia anti-nazista nella Seconda Guerra Mondiale. La storia è semplice nella sua drammaticità: un nobile polacco famoso per i suoi primati sportivi ed eroe decorato con la “Virtuti Militari” durante il conflitto del 1919-1921 contro i bolscevichi rifiuta di arrendersi ai nazisti e ai loro complici sovietici, o di disperdere i suoi uomini, o di mettersi in salvo scappando in Romania o in Ungheria.  La situazione di costui era quasi impossibile: gli alleati francesi e inglesi si nascondevano dietro la linea Maginot e stavano sulla difensiva proprio mentre il grosso dell’esercito tedesco si era portato a est , i sovietici temporaneamente complici e alleati di Hitler avevano invaso l’altra metà della Polonia, la stessa Polonia si era arresa.  Il Maggiore decide di combattere ad oltranza i nemici della sua gente con il suo reparto di cavalleria, dal momento che si tratta di far combattere dei cavalieri contro nemici dotati di autoblindo, aerei e carri armati e adotta un tattica di guerriglia. La fortuna sorride al coraggioso e riesce a colpire più volte i suoi nemici e con grande efficacia, tuttavia gli alleati della Polonia non possono aiutarlo e in Francia non si pensa certo ad azioni offensive volte a liberare la Polonia, inoltre gli occupanti mettono in atto terribili rappresaglie contro la popolazione. Viene suggerito al maggiore di lasciar perdere; lui da buon nobile cavaliere d’altri tempi continua la sua lotta con il suo piccolo esercito. Nell’aprile del 1940 un reparto misto di nazisti e soldati Wermacht di circa mille effettivi dotato di mezzi corrazzati ucciderà l’eroe e disperderà gran parte dei suoi. Il suo corpo non sarà mai più ritrovato.

Mi viene da fare una considerazione, che vale quel che vale perché è una pura congettura: “a differenza del Belpaese credo che in Polonia  le persone che esprimo diffidenza nei confronti di simili figure straordinarie si contino sulla punta delle dita”. E’ un fatto che nel Belpaese una parte delle popolazione non accettò la Repubblica e votò monarchia, e in seguito mostrò una diffidenza, se non un enorme fastidio, nei confronti della Resistenza. Prova ne sia che in questo nuovo millennio i commenti di un senatore di destra sulle vicende del partigiano Fanciullacci, l’uccisore del filosofo fascista Gentile, sono finite in tribunale. Sul come e perché di questa vicenda non intendo discutere, mi preme sottolineare il fatto che le genti del Belpaese sono divise e per ragioni d’identità politica, non possono trovar alcun punto in comune. Il fatto che le identità politiche siano ad oggi  in contrasto è di gran lunga più importante della verità o della falsità delle posizioni prese. Il Belpaese è diviso sul suo passato e non può far ricorso a figure mitiche che idealmente possono assumere un valore collettivo di carattere univoco. Quando mi pongo la domanda di dove siano finiti gli eroi del Belpaese non penso a qualcosa di archeologico o antiquario ma ad un problema di comune sentire, di identità, d’appartenenza ad una realtà collettiva che può riconoscersi in valori condivisi almeno dalla stragrande maggioranza della popolazione. La mancanza degli eroi non è nel caso nostro l’evidenza di una maturità morale o politica ma una condizione dove le identità sono plurali e di conseguenza non riducibili a valori  comuni, non una civiltà quindi ma una massa informe di esseri umani e cose diverse che stanno assieme per sbaglio.

IANA per FuturoIeri




15 giugno 2009

La Morte di un Cavaliere Solitario della Cultura Italiana


  E' morto Ivan Della Mea, un bravo artista che ha donato la sua vita, la sua abilità canora e la sua capacità di scrivere e di pensare alla causa sociale e civile dei ceti operai e dei poveri d'Italia. Lo ha fatto da comunista atipico, da libero pensatore, da cavaliere errante d'altri tempi. Un pezzo d'Italia perbene lascia questa valle di lacrime e di fango. Riporterò, poichè ho avuto il piacere di conoscerlo,di ascoltarlo e di parlargli, pari pari il comunicato dell'Istituto De Martino sperando di far la cosa giusta.

IANA per FuturoIeri

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Ciao Ivan.

 

Questa notte intorno alle 1.30 è morto improvvisamente Ivan Della Mea,

all’Ospedale San Paolo di Milano dove era stato ricoverato d’urgenza

dopo un malore. Aveva 68 anni, era nato a Torre Alta di Lucca nel 1940.

Viveva a Milano con la sua compagna Clara Longhini e aveva due figli, Sara

e Pietro. Da tempo aveva problemi di salute. Impossibile dire nelle poche

righe di un comunicato la vita e la storia di Ivan Della Mea. Forse basta

solo ricordare quello che aveva fatto in questo ultimo scorcio di vita:

aveva ideato una ricerca con l’ARCI di Firenze sulla storia della case

del popolo; il 25 aprile aveva suonato per la Festa della Liberazione a

Fosdinovo (Carrara) dai compagni degli Archivi della Resistenza; era stato

a Sesto Fiorentino all’Istituto Ernesto de Martino, che aveva diretto per

13 anni, per la conferenza stampa della rassegna InCanto; il 12 maggio

aveva presentato l’ultimo numero della rivista “il de Martino”, ad

Acquanegra sul Chiese, paese natale di Gianni Bosio; il 28 maggio aveva

suonato a Brescia per ricordare la strage di Piazza della Loggia; sabato 30

maggio era stato con Paolo Pietrangeli e Paolo Ciarchi a Montevarchi a

cantare per il ’68; il 3 giugno aveva scritto un appello al voto per

Rifondazione comunista; venerdì 12 giugno il suo ultimo articolo su “il

Manifesto” dal titolo “Brucia compagno brucia”.

Pochi mesi fa Ala Bianca aveva distribuito una “Antologia” con molte

delle sue canzoni più belle ed è appena uscito per la Jaka Book

l’ultimo libro di Ivan Della Mea, la sua autobiografia: “Se la vita ti

dà uno schiaffo”, il racconto della sua infanzia e la storia della sua

famiglia, un testo di grande spessore narrativo e di forte impatto emotivo.

Una dura resa dei conti con la vita e con la morte che suona, purtroppo,

come l’epitaffio nella vita di un grande artista e di un grande compagno

comunista.

A Clara, Pietro e Sara e a tutti i familiari va l’abbraccio più forte di

tutti i compagni dell’Istituto Ernesto de Martino.

Saluteremo Ivan martedì 16 giugno alle ore 11 presso il Circolo ARCI

Corvetto in via Oglio, 21, a Milano.

 

Il Presidente

Stefano Arrighetti

 

 Istituto Ernesto de Martino

 Villa San Lorenzo al Prato

 Via degli Scardassieri, 47

 50019 Sesto Fiorentino (Firenze)

 Tel: 055-4211901

 Fax: 055-4211940

  Web: http://www.iedm.it

 Email: iedm@iedm.it




14 giugno 2009

Ripetizioni di civiltà dai cugini d'Oltralpe

I

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ripetizioni di civiltà dai cugini d’Oltralpe

Certo che è dura ammettere la superiorità manifesta in una singola cosa della civiltà francese, e ancor più pesante è l’aspro paragone fra lo Stato francese e questa poltiglia liquida nostrana, questo impasto fangoso e amaro di profittatori, questuanti, demagoghi, amici degli amici, plebei al potere che sembrano usciti dai bassifondi dell’impero  romano prima del saccheggio di Roma  per mano di Alarico il re dei Goti. E’ successo che il grande Josè Bovè con i suoi alleati ha conseguito un grande risultato politico alle europee, ha portato le insegne del pensiero ecologista alla seconda cifra decimale, anzi oltre il 16%.  Le idee altre, le forme di produzione e consumo sostenibile, il futuro possibile, la tutela della vita e dell’ambiente sono diventati i punti forti di una svolta politica.

Inoltre il leader dei contadini francesi e i suoi alleati hanno coinvolto tanta parte dell’elettorato giovanile fra i venti e i quarant’anni, e lo hanno fatto parlando di vita, di ecologia, di futuro, di un modo diverso di vivere e di produrre. Questa è politica! Altro che CentroSinistra con o senza trattino, con o senza distinguo su Gheddafi e le polemiche sulle vicende del divorzio di Berlusconi. Nel Belpaese c’è solo una vile recita a soggetto condotta da guitti maligni, vecchi e stanchi che si portano dietro gente che applaude a comando per evitare che il pubblico s’addormenti in sala annoiato dalla loro volgarità e dal basso profilo della cosa.

Le genti d’Italia, a differenza di quelle dell’Europa, non cercano soluzioni avanzate, non forzano il destino, non inseguono il futuro, non vogliono salvarsi da sé ma al contrario tentano di fuggire nel trapassato remoto, di escludere dalla loro vita la realtà. Ecco che riemergono croci democristiane e recentemente simboli para-fascisti per salvare da inesistenti comunisti un ceto medio impoverito terrorizzato da tutto e da tutti. A sinistra  i ceti politici si dividono in mezza dozzina di sinistre affermando di far così, senza rappresentanza politica e senza accesso ai mezzi di comunicazione di massa gestiti dai loro nemici politici, gli interessi delle masse di poveri puniti e sfruttati dalla globalizzazione fallita e dall’egoismo sociale di piccolissime minoranze di ricchissimi. Si tratta evidentemente nel caso italiano non della reazione di un popolo davanti al male che monta  ma di genti diverse che stanno assieme per sbaglio, di masse indottrinate dalla pubblicità commerciale della televisione, di grandi miserie morali spacciate per virtù.  Al centro-nord cresce pure la Lega Nord un partito che s’identifica con una patria virtuale che è la Padania e non sa che farsene di quella presente. 

La Francia ci ha dato la sua solita lezione, ci vorrà gente che umilmente raccolga l’evidenza dei fatti e la certezza delle presenti miserie e lentamente ma decisamente cominci a costruire il futuro. Sempre che non sia troppo tardi.

IANA per FuturoIeri



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