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28 aprile 2009

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Questa nuova mania del controllo, del vigilare intasando le città nostrane di telecamere, di poliziotti privati antitaccheggio, di ronde più o meno politicizzate rivela una paura di fondo del potere politico e dei ceti dominanti che legano le loro fortune materiali e patrimoniali al sistema di potere ad oggi vigente. Controllare, reprime, investigare, dominare su un territorio sempre meno controllato, in mutazione continua, in perenne stato d’alterazione. Tutto cambia, il potere economico e politico dovrebbe accettare il fatto di dover cambiare uomini, mezzi e riti.  Di dover costruire i suoi poteri e i suoi valori da contrapporre a quelli dominanti che sono pubblicitari e finanziari. Il potere politico ha esaurito da tempo la sua capacità di dominio sulle persone per mezzo delle suggestioni ideologiche, le grandi narrazioni sui massimi sistemi e i grandi destini si sono lentamente dissolte. Alla dissoluzione del suo futuro si è sostituito un generico senso di fedeltà ai modelli pubblicitari e di senso comune dominanti, I ceti sociali che vivono di politica hanno sostituito la grande filosofia e l’economia politica con i consigli per gli acquisti e con le campagne pubblicitarie organizzate e portate avanti da esperti al soldo. Non ci vuole molto per capire che i mezzi della pubblicità commerciale hanno finito per dominare l’immagine della politica, il mezzo è diventato il fine; della politica i molti vedono l’aspetto della propaganda commerciale, i manifesti, gli slogan, le frasi fatte, i discorsi fatti per i giornalisti della televisione che si risolvono fra i venti e i trenta secondi di trasmissione televisiva.  Se poi osserviamo l’aspetto critico verso la società e il sistema vigente di produzione e consumo si osserva che l’aspetto critico oggi ricade su soggetti eccentrici, comici, giornalisti atipici  e artisti; ossia la riflessione sul presente è affidata a soggetti marginali e non deputati a far questo. E’ un fatto che Caparezza ha recentemente fatto uno spettacolo di grande richiamo nel quale prende in giro ferocemente: le Grandi Opere, i VIP, la politica, la criminalità organizzata , e molto altro ancora. Caparezza è un cantautore di successo che mischia sonorità rap alla tradizione musicale pugliese e classica. In un paese normale personaggi come lui non dovrebbero essere centrali nella critica del sistema , eppure...

 La politica sta scappando dalle sue responsabilità, in pratica interi ceti sociali vivono di essa e sopra essa e non hanno idea della sua intima essenza. La politica degli ultimi quindici anni di Seconda Repubblica è una gestione a mezzadria con i poteri finanziari e criminali da parte di mediatori sociali, più o meno abili, che gestiscono, più o meno rozzamente, il consenso politico di quelle masse di cittadini che riescono a raggiungere. Il controllo del territorio che ritorno ossessivo nel discorso politico lo percepisco da una parte come volontà di cavalcare le paure del signor Mario Rossi, dall’altro nell’incapacità dei poteri politici di vedere la realtà del Belpaese con gli occhi e le prospettive dei cittadini che non sono parte di minoranze al potere. Inoltre nessuno mi ha spiegato come integrare, o convivere, con i milioni di nuovi “ italiani” che catapultati da noi da tutti e cinque i continenti qui vivono, mettono famiglia e, secondo logica, non vogliono più andarsene.

IANA per FuturoIeri




28 aprile 2009

Immobilismo politico e un paese in fuga

 Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

La grande follia: immobilismo politico e un Belpaese in fuga

Da tempo la politica italiana, il suo giornalismo, i suoi riti retorici e istituzionali si sono allontanati dalla vita quotidiana, dalla realtà del divenire di ogni giorno, dalle vicende del Mario Rossi di turno. La politica consuma i suoi riti e i suoi giochi di potere, sono troppo stanco e dolente per sforzarmi di capire che cosa c’è dietro il Berlusconi che apre al venticinque aprile. Temo che dietro questa  novità  ci sia qualcosa che riguarda il suo futuro politico. Quindi tutti gli italiani. Ma adesso non riesco a capire, forse è troppo banale, forse è troppo difficile. Intanto osservo che la grande politica e il grande giornalismo si rassicurano fra sé. Il potere politico  è in fuga, atterrito e affascinato dalle novità della crisi, sconvolto da un mondo umano diventato nel volgere di pochi anni multipolare e con le potenze emergenti che cercano di strappare al gigante americano pezzi del suo potere finanziario e politico. In un mondo umano in fuga dal suo passato e le genti d’Italia sono trascinate in questa rincorsa forsennata verso assetti politici post-Seconda Guerra Mondiale. Ma qui e ora nella grande politica della Nazione Italiana tutto sembra fermo, L’Italia della Seconda Repubblica è la copia logora della precedente, le classi dirigenti si adattano al cambiamento cercando di preservare le forme arcaiche con cui s’esprimeva il loro potere. L’Italia è immobile non perché si commemora questo e quello, ma perché c’è poca mobilità sociale, perché il figlio del notaio farà il notaio e il figlio del medico il medico, perché le licenze dei taxi sono investimenti e non un modo per regolare un servizio necessario, perché una causa per l’importo di 190 euro può trascinarsi in tribunale per cinque anni. Inoltre nessuno ha ancora pensato un vero modello d’accoglienza e integrazione per le nuove generazioni d’Italiani che nascono e che sono figli di gente di recente immigrazione; nelle scuole siamo alla seconda generazione. I figli degli immigrati nati qui ragionevolmente s’aspettano qualcosa dal Belpaese. Ma la grande politica dove è finita? Si deve forse aspettare uno scoppio di rabbia come in Francia, si deve lasciare a una società italiana frammentata e diversissima la soluzione caso per caso di questioni di questo tipo?

 Il Belpaese deve abbandonare la retorica, il diluvio di parole insensate e scomposte, qui un mondo umano è in sofferenza. Ma forse io sbaglio, mi son di nuovo confuso. Le genti diversissime del Belpaese hanno da tempo abbandonato tutto questo parlarsi addosso, recitano con disinvoltura la grande farsa in maschera che  piace al potere ma da tempo hanno capito i limiti e il senso di fine che circonda questa messa in scena collettiva. Forse il mio problema è personale. Non so recitare nel teatro della vita. Questioni di punti di vista, per me la vita è importante e trasformare l’aspetto della finzione e dell’illusione nella sua unica e assoluta dimensione è fare un grave torto a se stessi. Prima di tutto.

IANA per FuturoIeri




27 aprile 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Alle volte il passato gioca brutti scherzi. Così mi capita di ripensare alla prima puntata di un vecchio cartone animato dell’infanzia. Mi riferisco alla prima puntata di Capitan Harlock , anno di produzione 1978, trasmesso in Italia nel 1979; se ricordo bene. Forse erano anni dove il vento dell’utopia e della liberta ancora si sentiva, o forse semplicemente certi stereotipi wagneriani e nicciani erano giunti fin nel lontano Giappone e là aveva trovato buone possibilità. Del resto nel 1999, dopo vent’anni, è stata prodotta la serie Harlock e l’anello dei Nibelunghi, libera trasposizione fantascientifica della trilogia Wagneriana con non poche licenze poetiche, per non dir di peggio. L’eroe  Harlock si muove dentro una situazione estrema deve proteggersi dai nemici esterni, le terribili aliene mazoniane, e da quelli per così dire interni ossia il governo terrestre. Governo rappresentato da una democrazia imbelle e dissoluta, autoritaria e nello stesso tempo corrotta e indolente che non trova di meglio che rincretinire i suoi cittadini con le trasmissioni televisive che trasmettono messaggi ipnotici e che per quieto vivere rifiuta perfino di prendere in considerazione l’invasione aliena imminente. Il fumetto e la serie televisiva da subito ci presentano l’eroe ribelle, piratesco, solo contro tutto e tutti con la sua “corrazzata spaziale” Arcadia e  armi potentissime e un coraggio che va oltre la temerarietà. Un eroe che lascia il suo messaggio alla fine di due lunghi e tormentati anni di guerra a un pugno di fedelissimi disposti dopo tante terribili prove a ricostruire l’umanità e a vivere in un pianeta devastato dai bombardamenti.  Davanti a lui l’umanità imbelle e dissoluta per la quale tuttavia, ha anche  una figlia adottiva e una storia personale legata al pianeta Azzurro, è deciso a battersi con il suo pugno di fedelissimi. Mi fermo su un punto di questa serie: il governo terrestre. E’ evidente, chi confronta la serie televisiva con il manga lo capisce subito, che l’autore ha pensato una figura eroica contrapposta a un potere politico imbelle e corrotto e, per contrasto, tutto il peggio dell’umanità va nel governo imbelle e dissoluto e tutto il meglio nell’eroe solitario. Prova ne sia che le grandi prove eroiche fatte dai personaggi minori avvengono solo se essi  in qualche modo s’avvicinano agli ideali o alla lotta del capitano. L’eroe quindi che sfida l’ignoto e la morte in combattimento e che cerca con la sua lotta di creare un futuro possibile; futuro stritolato da un lato da nemici esterni potentissimi e malvagi e dall’altro dalla decadenza dei poteri pubblici e politici, il contesto è di decadimento che coinvolge anche la natura, una corruzione che dal potere politico si spande fino alla natura e alla vita. Il mare morente della prima puntata, ma nel fumetto su questo aspetto si calca ancor di più la "china", è la rappresentazione palese di questo spandersi della decomposizione. Contro questo senso di morte della vita e della speranza ecco che arriva l’eroe solitario, il singolo, “l’oltreuomo” che può cambiare tutto perché egli stesso è latore dei suoi valori e della sua forza interiore ed esteriore.

Quale riflessione da fare a distanza di così tanti anni. L’dea di fondo che è dietro questa grande favola, che si presenta come tale del resto fin dalla prima puntata, presenta per la nostra cultura europea  una dimensione politica. Se nella finzione del manga o del cartone animato si critica il sistema di produzione e consumo trasposto fra mille anni, la vicenda si svolge nel 2077, allora si finisce con svolgere una critica a tutti i poteri e ai comportamenti dominanti. L’eroe non diventa tanto un sogno o una fantasia ma la rappresentazione di una possibilità dell’essere umano, di una condizione straordinaria. Un condizione che prefigura il superamento del presente per affermare un futuro diverso e possibile. Eppure la figura eroica in questo caso è un prodotto dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Industria che, in questa fortunata serie, saltò oltre la propria ombra.

IANA per FuturoIeri




25 aprile 2009

Ma la politica?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma la politica?

Quelle grandi questioni, quelle domande fondamentali che agli inizi della Prima Repubblica erano parte della cultura politica e della vita sono di fatto un terreno affrontato da  chi vive di satira, d’arte, di musica. Mi riferisco alla critica della vita quotidiana, sociale e politica che traspare dalle opere di Caparezza, dall’impegno politico di Beppe Grillo, dalle vignette di Vauro, dalle imitazioni di Sabina Guzzanti. L’opposizione dura e graffiante, dissacrante e tenace sembra ormai il terreno di artisti a metà strada fra l’apparizione televisiva e l’impegno politico, ammirati e stimati da un pubblico loro di fedelissimi. Ma la politica, quella per la quale i cittadini di questa Repubblica pagano cifre enormi dove è finita? Non è forse compito del potere politico entrare in relazione con i problemi del quotidiano, osservare la montagna del potere dal basso e dall’alto per capire gli elementi di rottura, i pericoli, i percorsi difficili; comprendere quanto un sistema rischia di essere travolto dal discredito, dal disprezzo, dalla diffidenza, dai nemici che si moltiplicano e dalla diserzione di alleati e sodali. Eppure se si mettono assieme le sole opere recenti di questi artisti, e non ci sono solo loro, emerge un Belpaese che non è in grado di star in piedi sulle sue gambe, disgregato al punto da non poter essere più visto nella sua interezza tanto è diviso moralmente, politicamente ed economicamente.  Di che si occupa oggi la politica?

Certamente non della realtà e della banalità di un vissuto quotidiano delle diverse genti del Belpaese, non delle minute difficoltà del signor Mario Rossi, non delle molteplici inquietudini che prendono alla gola milioni d’italiani che in questi anni si sono impoveriti o che semplicemente vedono il loro piccolo mondo mutato oltre ogni più fantasiosa previsione. L’impressione generale è che la politica italiana ai grandi livelli parli di se stessa e ragioni delle sue questioni interne, sia lontana dai cittadini e dalla vita banale perché essa è collocata in un limbo di privilegio, in una condizione sociale straordinaria. Alla fine l’apparenza del potere politico crea i suoi riti e le sue ragioni e cerca di mascherare la realtà concretissima di un paese in sofferenza in qualcosa che somiglia al Belpaese, in una mascherata permanente, in una finzione che vorrebbe essere collettiva ma in realtà è solo la recita grottesca orchestrata da esperti di pubblicità, di giornalismo e di pubbliche relazioni perlopiù prestati alla politica ma in verità a libro paga dei veri poteri che sono finanziari. Come dimostrano gli ultimi anni della vita di Montanelli l’editore che paga conta più del direttore del suo giornale. La finzione, la grande recita ha un suo limite: l’impatto con questo mondo reale e concreto; prima o poi quella realtà volutamente ignorata o mascherata , edulcorata o colorata si riprende la sua dura rivincita e presenta il suo conto. Per tutti. A tutti!

 IANA per FuturoIeri




20 aprile 2009

Cieli grigi e notti nere


Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Cieli grigi e notti nere.

I poteri che dominano nel Belpaese sono estranei alle difficoltà delle diverse genti del Belpaese, ultimamente questa caratteristica di banchieri, finanzieri, ambasciatori di potenze straniere, grandi faccendieri che si muovono fra la politica e i poteri economici occulti o palesi che siano, si è accentuata.  Le vicende del terremoto aquilano e le censure la Santoro per la sua trasmissione rivelano quanto l’illusione di un paese irreale e virtuale cerchi di essere più forte di qualsiasi richiamo alla realtà. Anche quando esso parte dal sistema televisivo. L’irrealtà dell’Italia rappresentata travalica la dimensione del piccolo schermo. Negli ultimi due decenni le trasformazioni dovute al crollo delle grandi narrazioni ideologiche, l’infamia che è caduta sulle classi dirigenti e sulla politica al tempo di tangentopoli, le innumerevoli mutazioni che hanno trasformato la vita quotidiana, l’incapacità di riconoscere i luoghi della propria vita sottoposti ad un’incessante cambiamento hanno rotto la continuità fra l’italiano e la sua storia personale. Il Mario Rossi di turno vive in un paese che fa fatica a riconoscere, i cambiamenti sono arrivati come arrivano i ladri negli appartamenti quando i proprietari sono in vacanza. Un bel giorno si è accorto che ciò che conosceva, che credeva, che pensava è, ed era, falso, distorto, non più parte del suo vivere.  L’amarezza per una realtà italiana difficilissima da decifrare con i suoi processi di trasformazione subiti e imposti dagli eventi e dai cambiamenti tecnologici ha preso il posto della capacità di pensarsi come parte di una realtà unitaria e forse comunitaria. Per questo la rappresentazione di un Belpaese finto, non conflittuale, non dominato dall’odio fra ceti sociali, non fazioso e disfatto nella sua capacità di star assieme, è apprezzato. La finzione irreale è un rimedio contro il male di vivere, è la grande fuga da ciò che non può più essere compreso, il Belpaese è orami indecifrabile. Così al posto della nuda verità di un mondo umano in conflitto e di egoismi sociali violenti e potenzialmente dannosi si ha una specie d’immagine rassicurante, di finzione allegorica del mondo reale, di racconto edificante e moralistico sull’Italia felice e capace, solidale, forte, rispettata nel mondo. Confesso che questo modo di rappresentare il Belpaese me lo rende odioso, preferirei assistere al nudo dramma del conflitto economico, all’esposizione delle passioni di parte, alla durezza di visioni del mondo diverse. Invece vivo al tempo della grande finzione, del racconto virtuale televisivo di un mondo che  non mi appartiene, un modo che riesce ad uscire dal televisore per inquinare il vissuto quotidiano. La finzione televisiva viene amplificata e ripetuta dai giornali, dai politici e poi diventa luogo comune, discorso banale, frasi fatte. Da anni spero di veder cambiare qualcosa ma temo che solo un risveglio traumatico e doloroso come una grande catastrofe aprirà ai molti gli occhi sulla realtà.

IANA per FuturoIeri




15 aprile 2009

Chi non siamo più, chi non saremo..?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi non siamo più, chi non saremo…?

Il tempo maligno, cinico e baro regala alla gente come me l’evidenza di mutazioni che mi rendono alieno il mio stesso paese, il territorio, i luoghi dell’infanzia. Quasi trenta anni di tempo sono trascorsi dagli anni settanta, la grande politica dopo il crollo dell’URSS e la recente crisi del sistema economico statunitense è irriconoscibile. Se una macchina del tempo trascinasse un’assessore comunista di qualche comune toscano del 1979 nella realtà fiorentina di oggi dell’anno 2009 costui non capirebbe più nulla. Nell’apparente immobilismo italiano tutto è cambiato, radicalmente; e come al solito il Belpaese non ha avuto il buongusto di mettere nero su bianco la sua trasmutazione in un corpo informe ma del tutto nuovo. L’Italia del Belpaese di trenta lunghi anni fa non esiste più, anche i volti sono cambiati. Nel Parco delle Cascine osservo una notevole presenza delle comunità straniere presenti in città; mi ricordo che l’ultima volta che sono stato in quel parco mi sono soffermato a considerare che al principio del secolo appena passato su quel gran prato i primi gruppi di appassionati del calcio si adunavano proprio lì. Una targa apposta negli anni settanta ricorda quel periodo primo novecentesco. Oggi a far quella cosa ci sono soprattutto i nuovi arrivati, e forse è nella natura delle cose che l’immigrazione sia anche sostituzione fisica di qualcosa che prima c’era e oggi non c’è o si vede di meno. Questo piccolo dettaglio di colore è per me l’evidenza di un violento cambiamento anche nel quotidiano, se in prima elementare qualcuno mi avesse raccontato che fra trenta anni il computer, che si vedeva allora di solito solo nei cartoni animati giapponesi tipo Capitan Harlock, si sarebbe diffuso nelle case private, nei luoghi di lavoro e di studio e che messo in rete avrebbe collegato centinaia di milioni di esseri umani con internet l’avrei preso per un visionario o per uno che raccontava storie. O forse no. Già perché trent’anni fa c’erano molte speranze nel futuro e qua e là c’era qualche forma di proiezione verso il futuro, di speranza. Questo oggi manca ed è forse l’elemento più vistoso del Belpaese, noi come italiani non siamo un popolo che si proietta verso il futuro, i film di fantascienza, i cartoni animati  e i fumetti che hanno descritto orrori e meraviglie del lontano futuro alla mia generazione sono in massima parte di origine giapponese e statunitense. La mia generazione è stata, felicemente secondo me, colonizzata dall’immaginario dei manga giapponesi. La mancanza della percezione del futuro è il grande male del  popolo italiano, perché è più della semplice rappresentazione di un popolo che ha perso la capacità d’immaginare e di vivere nel lontano futuro; è l’evidenza palese di un deficit di capire e pensare il presente, di una condizione di minorità. Non ci vuole un Platone redivivo, basta il buonsenso di chi ha annusato le culture che pensano in termini di futuro per capire che il Belpaese non è più quello di prima per una sua mancanza di capacità di capire e di mettersi in rapporto con la storia e con la vita.  Non ci vuole un Cartesio per comprendere come il Belpaese si condanni all’incapacità di gestire il presente non avendo più un rapporto sano con il passato che ha dimenticato o peggio acriticamente abiurato; questo non credere più nei modelli del passato si è dato senza che ve ne fosse uno credibile diverso da quello del consumismo più becero e straccione possibile. L’Italia di oggi non sarà più quella del remoto passato, che a onor del vero non è remoto dal momento che è anche il tempo della mia infanzia, non sarà nemmeno quella pensata in questi ultimi anni o mesi perché la “grande politica” e i grandi interessi non riescono più a leggere e a capire le diverse genti d’Italia, l’Italia sarà l’incognita con cui dovremo vivere. Questi anni saranno una grande X, un qualcosa d’incalcolabile perché la capacità di pensare il futuro di tutti si è perduta. Rimane solo il futuro dei privati, talvolta neanche più quello delle famiglie ma solo dei singoli. In questo caso il futuro di tutti è il futuro di nessuno.

IANA per FuturoIeri




13 aprile 2009

A proposito del film Nazirock: qualcuno mi spieghi questo miracolo!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

A proposito del Film Nazirock: qualcuno mi spieghi questo miracolo

(Pericle espone i meriti e il valore della democrazia ateniese, il discorso dello statista ateniese ci è tramandato dallo storico Tucidide)

Abbiamo un sistema di governo che non emula le leggi dei vicini ; ma siamo noi stessi un modello piuttosto che imitatori degli altri. E quanto al nome per il fatto che non si amministra lo Stato nell’interesse dei pochi  ma di una maggioranza , si chiama democrazia…”

Alle volte mi capita di leggere notizie che mettono in crisi il mio buonsenso. Talvolta mi capita di riflettere su quanta pazzia si scatena dalle vicende umane. La politica è ormai qualcosa di estraneo alle grandi narrazioni ideologiche, ai miti che dovevano fondare un mondo umano del tutto nuovo, alle identità forti legate a un partito. Qui in Toscana c’era un tempo un forte partito comunista che era allo stesso tempo realtà  ideologica, identità collettiva, parte politica legittima e riconosciuta come tale anche dai suoi principali avversari. Questo mondo è finito e la politica, locale e nazionale che sia, nel Belpaese si concentra sulla difesa dell’esistente e su questioni che attengono all’amministrazione, talvolta con risultati grotteschi quando non oggetto dell’interesse della magistratura. Questa dimensione dell’appartenenza a dei valori e a qualche forma d’identità collettiva viene fatta propria da piccoli gruppi, spesso da piccoli partiti di estrema destra, mi chiedo a che punto è arrivata questa democrazia se una cosa del genere sembra depositarsi in realtà talvolta filo-fasciste o peggio para-naziste. Un documentario discutibile, edito da Feltrinelli in coppia con una raccolta di saggi sul tema niente male, per la sua impostazione dal titolo Nazirock mostra alcuni aspetti di queste identità politiche basate su fragili basi culturali e politiche ma su un forte senso d’appartenenza a un gruppo coeso. La mitologia fascistoide che incensa questi gruppi mi pare strettamente collegata al senso del gruppo, va da sé che il piano della storia è limitato al senso dell’essere eguali solo fra sè e alla sfida palese che portano alle democrazie e al buonsenso. Qualcuno deve però illustrarmi come si è potuto dare il miracolo odierno di una resurrezione sia pure in forme limitate e caricaturali di queste ideologie seppellite dallo sfacelo della Seconda Guerra Mondiale. L’evidenza mi porta a pensare che queste democrazie, perché il problema della minaccia comunista è cessato da due decenni e non può essere usato per giustificare quelle appartenenze, incentrate sul culto del Dio-denaro, sul darwinismo sociale, sulla prevalenza del ricco sul povero hanno lasciato sul terreno migliaia di infelici, di poveri, di gente che non è riuscita a strappare all’avidità del sistema sociale il suo piccolo “posto al sole”. Gli esclusi da questo finto benessere, da questo falso paese dell’abbondanza non aspettano che una bandiera sotto la quale sfogare il loro odio contro un modello economico che li penalizza e li opprime e li costringe alla marginalità economica, politica e sociale. Certamente le forme nuove di neo-fascismo hanno intercettato questo grande malessere e lo hanno fatto proprio e, per così dire, ci lavorano sopra per creare consenso trasformandolo in realtà politica.

La democrazia o è per tutti o è per nessuno, o è una cosa diversa dalla democrazia.

IANA per FuturoIeri




2 aprile 2009

A LONDRA VA IN SCENA LA FIERA DELLA PARRUCCA

Da oggi a Londra è riunito il cosiddetto “G20”, ovvero il summit dei capi di Stato dei 20 Paesi più industrializzati o potenzialmente tali.

Si tratta di una pantomima che criticare equivale un po' a sparare sulla Croce Rossa. E’ un rito malinconico e decrepito. Venti parrucconi accompagnati da auto-blu e codazzi di portaborse che dovrebbero risolvere le sorti di un pianeta in piena recessione economica, in emergenza ambientale e in crisi di identità.

Ma qual è il matto che, oggi, può credere che questi signori - per la maggior parte artefici del disastro che stiamo vivendo e che ricade sulle spalle delle loro cittadinanze - sia capace di non solo risolvere ma neppure comprendere l’essenza del problema?

Voi affidereste una forma di Parmigiano alla sorveglianza di un topo???

Tantissime persone sono affluite in questi giorni a Londra per manifestare lo sdegno verso questi pseudo monarchi e far sentire loro la disapprovazione delle comunità che dovrebbero governare con oculatezza e probità.
Noi, più semplicemente, pensiamo che su di essi debba scendere un velo di pietoso silenzio e indifferenza, in attesa di farli scendere (democraticamente) da un trono che non meritano...

 

Associazione FUTURO IERI – http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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