.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


29 dicembre 2009

De Reditu Suo - Allegoria

Offro ai miei vencinque lettori la possibilità di leggere tutta l'Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

La fortuna ci consegna questo scritto ritrovato in una remota biblioteca, gli esperti lo attribuiscono al  sommo teurgo di Cerreto, il grande evocatore del fantasma del Doppio Meridione e uomo sommo per saggezza, dottrina e competenza nell’arte della divinazione politologica. Si tratta di una copia in cinque fogli della “Allegoria della Seconda Repubblica” certamente una delle copie più antiche, qualcuno ipotizza che possa essere perfino l’originale.

Primo foglio.

Accadde nel primo giorno della settimana. Si trattava di un grosso animale, più grande di quelli che si trovavano di norma nella zona; aveva addosso una qualche specie di bardatura che denunciava il fatto di essere una bestia che aveva avuto un ruolo nella società umana. Forse era stato un bue maestoso, o forse un grande cavallo montato da chissà quale gentiluomo per le feste civili o religiose. Adesso era un cadavere, una carcassa fredda abbandonata proprio nel mezzo della piazza del paese a metà fra la chiesa e il palazzo del podestà. Il corpo stava andando in decomposizione, il tempo era sfavorevole alla conservazione delle carni perché la primavera era finita e il vento caldo annunciava l’estate.

Non era chiaro chi dovesse prendersi cura di rimuovere quel corpo. La piazza era del potere civile proprio come di quello religioso e anche della gente del luogo e perfino dei mercanti e degli ambulanti che si recavano lì per il mercato, ma nessuno voleva far una cosa che non era ritenuta di sua competenza. I popolani, le guardie, il podestà e il monsignore semplicemente ignoravano la cosa e volgevano lo sguardo altrove. La piazza era pubblica, talmente pubblica che nessuno la riteneva propria, luogo di tutti e di nessuno e questo essere di nessuno la rendeva priva di cura. Alcuni fra gli abitanti ritenevano che la carcassa dovesse esser rimossa a spese del monsignore in quanto il giorno della fiera in onore del miracolo del Santo Patrono era prossima e la piazza doveva esser pulita e sgombra, altri ritenevano che il potere civile dovesse farsi carico della cosa, nacquero delle discussioni anche violente ma la carcassa restò lì a decomporsi.

Tra il quarto e il sesto giorno l’aria intorno alla carcassa cominciò a guastarsi, la cosa si stava sfasciando lentamente e affioravano le ossa e le viscere ormai preda delle larve.

Con indifferenza le genti del borgo assistevano al disfacimento del corpo, forse si trattava di un presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o forse era un simbolo di qualche fatto misterioso che era già avvenuto da anni e che nessuno aveva considerato o compreso. Il corpo lì rimase fino al settimo giorno.

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Secondo foglio

Erano in cammino fin dalla metà della notte, chi a piedi portando a spalla il fagotto con le poche cose da vendere e chi con qualche mezzo carico di casse e imballaggi, tante luci si muovevano nell’oscurità dirette alla piazza del paese. Il giorno di mercato si teneva in onore di un miracolo del Santo  Patrono, il venerabile al tempo della calata dei barbari aveva pregato e fatto penitenza e Dio aveva indirizzato il furore degli stranieri altrove risparmiando il miserabile borgo di allora dalla strage e dal saccheggio. Per questo dalle campagne vicine approfittando del giorno lieto di festa giungevano in tanti per fare i loro affari al mercato. Ma l’alba non era ancora sorta quando i primi commercianti arrivati per prender posto s’accorsero del tanfo e del corpo; non avevano previsto una cosa del genere e essendo litigiosi e discordi urlavano e bestemmiavano a voce alta ma non si mettevano d’accordo fra loro. Si presentò alla loro vista un piccolo essere seguito da una mezza dozzina di servitori brutti e deformi che quasi nascondevano i loro corpi con abiti, cappelli e con cappucci calati, gli infelici trascinavano un carretto con degli attrezzi. L’essere che li guidava era il più basso di tutti una veste da medico degli appestati lo copriva da capo a piedi, un paio di scarpe con dei vistosi tacchi rivelavano quanto fosse basso, il volto era coperto dalla maschera a forma d’uccello tipica di coloro che assistono i contagiati; qualcuno addirittura giurò di aver visto una coda da rettile uscir fuori da quel vestito altri affermarono che il rumore dei suoi passi aveva qualcosa di strano come se i suoi piedi fossero di pietra. Il nano salì su una cassa e parlò grossomodo così ai mercanti:”Amici sfortunati, mi conoscete di fama mi chiamano il nano del cielo perché vivo sul monte, lontano dagli uomini e vicino alle nuvole. Io vi osservo dall’alto e guardo questa piana stretta fra le colline e i monti e vedo i vostri affanni e i vostri desideri e le vostre iniquità con l’occhio del falco. Più volte avete chiamato me e i miei servi deformi per fare dei lavori che altri non volevano fare. Oggi posso aiutarvi e togliere l’ingombro ma voi mi darete una triplice ricompensa. Nel giorno del miracolo è costume che la decima parte del guadagno vada alla chiesa in segno di etera riconoscenza ma voi oggi la verserete a me perché vi ha deluso con il suo silenzio.  Un altro decimo voi lo versate al podestà che è il braccio armato della legge e dell’ordine ma voi mi donerete anche la sua parte perché non ha fatto il suo dovere.  Infine mi verserete quella decima parte che è quella che spetta a Dio per l’elemosina e le pie opere di carità poiché egli si è ritirato dal vostro mondo e in questa ultima parte della notte non è qui con voi. Per i tre decimi del vostro guadagno vi darò la vostra piazza e toglierò il corpo morto che ostacola il guadagno del giorno.” I mercanti e gli ambulanti si guardarono negli occhi nessuno si fidava l’uno dell’altro. Il nano stravagante prometteva di far fare ciò che loro non potevano neanche iniziare. L’inimicizia che regnava fra loro era troppo grande per trovare un’intesa su una cosa che comportava lo sporcarsi le mani e rischiare un’infezione quindi accettarono le condizioni del nano. Uno per uno giurarono sulle sue mani che avrebbe avuto la parte di Dio, della chiesa e del podestà.

 

 

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da medico  degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti; perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono con cura perché volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti, altri lo fissavano con misto di repulsione e di attrazione perché turbati dalla sua opera.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva spezzato, i servi deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe create in origine per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte sopra dei teli dopo averle spostare con dei ganci e le infagottarono. A suon di pugni e calci il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici, tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete guadagnato il vostro tempo e vostro è questo giorno di luce sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Oggi tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro e di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che si presentavano in piazza per vendere e per comprare. Questa concentrazione in un solo luogo di diversa e varia umanità creava un piccolo mondo ora ridicolo, ora pittoresco. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie e al suo fianco un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico, quest’ultimo attraverso la scienza del suo occulto e truffaldino sapere. A pochi passi da loro un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato. Il fanatico era di fatto ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, aveva raccolto una piccola folla. Dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava il rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio vendeva vecchi vestiti e scarpe usate cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino.  L’uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice e fra costoro il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti. Tutti e tre erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari per il paese grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi. Era l’ora e di far i conti del guadagno del giorno e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno rimasto e fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò disprezzo e divertimento, da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere composto di pietra, ossa, carne e nero sangue. Cosa credete di aver fatto! Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare. Voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte e dal cielo per mostrare a tutti i viventi le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e a costui oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti fino al punto di sprofondare nel vostro egoismo scellerato e sparire con esso nel profondo della nera terra. Possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra e dove essa vi porterà.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.

 




27 dicembre 2009

Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che frequentavano il mercato. Tutti avevano bisogno di quel che si trovava in vendita nel mercato. Gli esempi di varia umanità erano talvolta pittoreschi, talvolta ridicoli. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie, un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico con la scienza del loro occulto e truffaldino sapere, un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini stanchi esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato; era ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini e erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava un rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio truffatore vendeva vecchi vestiti e scarpe cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino, uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano che in molti erano arrivati, in molti spendevano e i soldi giravano; anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera  e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi e di far i conti e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno che gli era rimasto fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò ilarità e divertimento da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a  un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al Monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere maligno composto di pietra, ossa, carne e sangue. Cosa credete di aver fatto. Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare, voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte a mostrare a tutti le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e al suo potere oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti e possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.




26 dicembre 2009

Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da cerusico degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, e quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti e scarpe, perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie  e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva colpito, i deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte in dei teli dopo averle spostare con dei ganci e infine chiusero i teli. A suon di pugni il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici,  tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete davanti a voi tutto il giorno, avete guadagnato il vostro tempo sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano  e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Nel nostro mondo tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.




25 dicembre 2009

Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

La fortuna ci consegna questo scritto ritrovato in una remota biblioteca, gli esperti lo attribuiscono al  sommo teurgo di Cerreto, il grande evocatore del fantasma del Doppio Meridione, uomo sommo per saggezza, dottrina e competenza nell’arte della divinazione politologica. Si tratta di una copia in cinque fogli della “Allegoria della Seconda Repubblica” certamente una delle copie più antiche, qualcuno ipotizza che possa essere perfino l’originale.

Primo foglio.

Accadde nel primo giorno della settimana, si trattava di un grosso animale, più grande di quelli che si trovavano di norma nella zona; aveva addosso come una specie di bardatura che denunciava il fatto di essere una bestia che aveva avuto un ruolo nella società umana. Forse era una bestia da soma, o forse un grande cavallo montato da chissà quale gentiluomo per le feste civili o religiose. Adesso era un cadavere, una carcassa fredda abbandonata proprio nel mezzo della piazza del paese a metà fra la chiesa e il palazzo del podestà. Il corpo stava andando in decomposizione, il tempo era sfavorevole alla conservazione delle carni perché la primavera era finita e il vento caldo annunciava l’estate.

Non era chiaro chi dovesse prendersi cura di rimuovere quel corpo. La piazza era di tutti del potere civile, di quello religioso, della gente del luogo e anche dei mercanti e degli ambulanti che si recavano lì per il mercato, ma nessuno voleva far una cosa che non era ritenuta di sua competenza. I popolani, le guardie, il podestà e il monsignore semplicemente ignoravano la cosa e volgevano lo sguardo altrove. La piazza era pubblica talmente pubblica che nessuno la riteneva propria, erta di tutti e di nessuno e questo esse di nessuno la rendeva priva di valore. Alcuni fra gli abitanti ritenevano che la carcassa dovesse esser rimossa a spese del monsignore in quanto il giorno della fiera in onore del miracolo del Santo Patrono era prossima e la piazza doveva esser pulita e sgombra, altri ritenevano che il potere civile dovesse farsi carico della cosa, nacquero delle discussioni anche violente ma la carcassa restò lì a decomporsi.

L’aria intorno alla carcassa cominciò a guastarsi, la cosa si stava sfasciando lentamente e affioravano le ossa e le viscere ormai preda delle larve.

Con indifferenza le genti del borgo assistevano al disfacimento del corpo, forse si trattava di un presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o forse era un simbolo di qualche fatto misterioso che era già avvenuto da anni e che nessuno aveva considerato o compreso. Il corpo lì rimase fino al settimo giorno.

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

 

Secondo foglio

Erano in cammino da tutta la notte, chi a piedi portando a spalla il fagotto con le poche cose da vendere chi con qualche mezzo carico di casse e imballaggi, tante luci si muovevano nella notte dirette alla piazza del paese. Il giorno di mercato si teneva in onore di un miracolo del santo  patrono del paese, il venerabile al tempo della calata dei barbari aveva pregato e fatto penitenza e Dio aveva indirizzato il furore degli stranieri altrove risparmiando il miserabile borgo di allora dalla strage e dal saccheggio. Per questo dalle campagne vicine approfittando del giorno lieto di festa giungevano in tanti per fare i loro affari al mercato. Ma l’alba non era ancora sorta quando i primi commercianti arrivati per prender posto s’accorsero del tanfo e del corpo; non avevano previsto una cosa del genere e essendo litigiosi e discordi urlavano e bestemmiavano a voce alta ma non si mettevano d’accordo fra loro. Si presentò alla loro vista un piccolo essere seguito da una mezza dozzina di servitori brutti e deformi che quasi nascondevano i loro corpi con abiti che nascondevano le forme del loro corpo e con cappucci calati o cappelli, trascinavano un carretto con degli attrezzi. L’essere che li guidava era il più basso di tutti una veste da medico degli appestati lo copriva da capo a piedi, un paio di scarpe con dei vistosi tacchi rivelavano quanto fosse basso, il volto era coperto dalla maschera a forma d’uccello tipica di coloro che assistono gli ulcerati; qualcuno addirittura giurò di aver visto una coda da rettile uscir fuori da quel vestito altri affermarono che il rumore dei suoi passi aveva qualcosa di strano come se i suoi piedi fossero di pietra. Il nano salì su una cassa e parlò grossomodo così ai mercanti:”Amici sfortunati, mi conoscete di fama mi chiamano il nano del cielo perché vivo sul monte, lontano dagli uomini e vicino alle nuvole. Io vi osservo dall’alto e guardo questa pianura e i vostri affanni e i vostri desideri e le vostre iniquità con l’occhio del falco. Più volte avete chiamato me e i miei servi deformi per fare dei lavori che altri non volevano fare. Oggi posso aiutarvi e togliere l’ingombro ma voi mi darete una triplice ricompensa. Nel giorno del miracolo è costume che la decima parte del guadagno vada alla chiesa in segno di etera riconoscenza ma voi oggi la verserete a me perché vi ha deluso con il suo silenzio.  Un altro decimo voi lo versate al podestà che è il braccio armato della legge e dell’ordine ma voi mi donerete anche la sua parte perché non ha fatto il suo dovere.  Infine mi verserete quella decima parte che è quella che spetta a Dio per l’elemosina e le opere di carità poiché egli si è ritirato dal vostro mondo e in questa ultima parte della notte non è qui con voi. Per i tre decimi del vostro guadagno vi darò la vostra piazza e toglierò il corpo morto che ostacola il guadagno del giorno.” I mercanti e gli ambulanti si guardarono negli occhi nessuno si fidava l’uno del’altro, il nano stravagante prometteva di far fare ciò che loro non potevano neanche iniziare. L’inimicizia che regnava fra loro era troppo grande per trovare un’intesa su una cosa che comportava lo sporcarsi le mani e rischiare un’infezione quindi accettarono le condizioni del nano. Uno per uno giurarono sulle sue mani che avrebbe avuto la parte di Dio, della chiesa e del podestà.




20 dicembre 2009

Il male di vivere quotidiano


De Reditu Suo

Il male di vivere nel quotidiano

Il giorno 19 dicembre del 2009 il calo della temperatura in tutta Europa si è fatto sentire, Alle sette del mattino con un discreto freddo e un cielo coperto io e altri utenti dell’ATAF ci siamo accorti che nella direzione Sesto Fiorentino - Firenze non circolavano gli autobus se non quelli delle linee che collegano Prato-Sesto le quali non sono parte dell’ATAF. Per trovare un mezzo pubblico ci ho messo quasi tre ore dopo un vano tentativo fatto alla locale stazione ferroviaria di Sesto Fiorentino. Per una nevicata notturna un po’ abbondante era andato a pezzi il sistema di collegamento pubblico, e io son arrivato a occupare la mia cattedra con un ritardo riprovevole, tuttavia le classi erano semivuote e il danno è stato contenuto. Questa vicenda mi fa considerare il fatto che tutta la civiltà nostra è vulnerabile, basata un fenomeno straordinario e tutto si fa difficile se non impossibile. Uso comunemente l’autobus o vado a piedi per spostarmi quando sono a Firenze per motivi di lavoro, di studio o per questioni personali e il disagio straordinario mi ha mostrato la precarietà di certe mie convinzioni e abitudini. Son stato forzato a riconsiderare il male di vivere al tempo della maturità della Terza Rivoluzione Industriale nel Belpaese alla luce del senso di precarietà che ho incontrato il giorno 19 che mi è parso come la conferma di tante mie perplessità su questo modello di produzione, consumo e sviluppo. Questa condizione umana di sentirsi deboli e in mano ai rovesci della fortuna e del clima rimanda a un modello di civiltà industriale in crisi di prospettive e di decenza tale modello nello Stivale è aggravato da un senso diffuso di precarietà e dalle disparità sociali che ascese nella gerarchia sociale che emergono per affiliazioni a gruppi politici, per ragioni di famiglia, per amicizie più o meno nobilmente giustificate, per appartenenza a gruppi di privati con interessi comuni. Il merito, il valore del singolo non hanno un gran peso, la mobilità sociale di esprime per vie proprie  ed è poca o nulla  in un Belpaese dove il figlio del notaio fa il notaio, il figlio del medico fa il medico, il figlio del docente universitario fa prima l’assistente e poi il docente universitario magari nella stessa facoltà e nella medesima specializzazione. Quest’Italia immobile la metto nel calderone delle cose che danno il senso del male di vivere in questi anni di crisi della Seconda Repubblica, la persona onesta non può credere in un sistema che premia la viltà e il cinismo, l’idiozia e la raccomandazione che profuma di politica.    Questa passione per le vie parallele per far fare carriera ai protetti dei potenti di turno crea una distorsione spaventosa perché in Italia l’avversario politico si trasforma nel nemico sociale, ossia in colui che usurpa il  posto di lavoro, che passa avanti a tutti quando c’è l’assegnazione di qualche appalto pubblico, che ottiene quel favore, magari miserabile e ridicolo, che viene negato ad altri. Adesso però il delirio degli interessi privati rozzamente gabellato per questioni morali, religiose o ideologiche dovrebbe far i conti con una realtà in rapida trasformazione e con un sistema di produzione, sviluppo e consumo tutto da ripensare e rideterminare. Credo che il cupo desiderio di morte che è parte di questo Tempo empio riuscirà a prevalere su ogni cosa.

IANA per FuturoIeri




20 dicembre 2009

Negare la realtà che bel piacere!

De Reditu Suo

Negare la realtà che bel piacere!

Le genti del Belpaese amano negare la realtà, preferiscono illudersi e costruire un mondo parallelo a quello reale piuttosto che prendere atto di quel che li circonda. La mitezza del clima, l’indifferenza verso i propri simili, il disprezzo per la verità in quanto tale li aiuta in questa loro strana e pazza impresa. Non è una novità del resto fin dai tempi dell’Impero dei Cesari c’era l’abitudine nella Penisola di metter la testa sotto la sabbia come gli struzzi o di lasciarsi andare alle fantasie e alle idiozie. Si pensi al sacco di Roma del 410 che svelò a tutto il mondo di allora la debolezza dell’Impero d’Occidente e del suo imperatore che si era rifiutato di cedere al’evidenza dei fatti e scendere a patti con Alarico il re dei Goti. Adesso la negazione della realtà passa per l’intrattenimento televisivo, per la pubblicità commerciale che presenta un mondo idealizzato di gente giovane e ricca e di famiglie felici, per la quotidiana dose d’idiozie che per mille vie arriva addosso alla popolazione. La quotidiana esposizione a mondi virtuali, finti, pubblicitari espone in generale gli umani a trasferire ciò che è falso nella loro vita quasi inconsapevolmente, nel Belpaese c’è qualcosa in più: ciò che è finto diventa l’alibi per la propria condotta o per la propria viltà davanti al mondo e alla società. Piace a molti abitanti dello Stivale negare l’evidenza dei fatti, chiudersi entro piccoli gruppi di persone che la pensano allo stesso modo o vengono dagli stessi ceti sociali, delimitare una linea di confine fra gli amici e i nemici; si tratta di convincersi che il piccolo gruppo del quale si fa parte o si pensa di esserne parte detiene una serie di verità incontestabili e assolute che devono essere sottratte al libero esercizio della critica e al vaglio della ragione. Nei fatti l’atteggiamento del tifo calcistico di chiusura e di ottusa fede nella squadra del cuore è riproposto, in forme leggermente attenuate, in quasi tutti gli aspetti della vita sociale e politica del Belpaese, questo fa della società italiana una massa di singole realtà che comunicano fra loro per necessità o per una sorta di realistica analisi dei rapporti di forza. L’Italia della Seconda Repubblica è disgregata come non mai, la realtà è negata o letta secondo percezioni deformate o altamente politicizzate e in generale manca un sobrio rapporto fra i fatti chiari e distinti, l’analisi realistica e le eventuali attività umane conseguenti a una determinata visione della realtà e dei suoi problemi. Cosa resta quindi, sicuramente l’interesse di parte, il calcolo miope e fazioso, talvolta l’interesse del singolo spacciato rozzamente e malamente per interesse generale. Se le genti del Belpaese vivessero su un continente perduto e inesplorato o in un diverso sistema solare la cosa potrebbe avere un senso, per loro sfortuna convivono con vicini che più volte hanno invaso la penisola; del resto lo stesso popolamento italiano è il frutto di diverse ondate di migrazioni alcune armate e distruttive altre meno. Quindi una società disgregata come la nostrana si condanna a subire qualsiasi  cosa dai vicini e dagli alleati, la mancanza di valori comuni e perfino di una comune percezione della realtà comporta l’impossibilità in condizioni straordinarie di agire come Nazione e come corpo politico unitario e come civiltà. I prossimi anni proveranno che cosa sono  le genti nostre.

 

IANA per FuturoIeri




15 dicembre 2009

Come si trasformerà questo presente

De Reditu Suo

Come si trasformerà questo presente

Il Belpaese è senescente, squallido, deforme, malvissuto; la sua gente ha assorbito la prepotenza e la corruzione delle sue sedicenti classi dirigenti e se ne fa ancor oggi una ragione di vita, comunemente, e anche inconsapevolmente, il signor Mario Rossi ha due o tre morali a seconda delle circostanze. Per questo non è facile nel Belpaese comprendere l’enormità di certi processi auto-distruttivi in corso, capire quanto le disgrazie presenti siano il frutto di politiche neo-liberali belliciste e scellerate, di anni di cedimenti del potere politico nei confronti della grande finanza e delle grandi banche, di sviluppo industriale inquinante e antisindacale, di ideologie imperiali di potenza che hanno scaricato sui popoli più poveri e disperati del pianeta azzurro le loro folli avventure militari.  Questo presente è destinato a presentare alle disperse genti del Belpaese delle prove difficili, eppure il nostro piccolo mondo umano è debole e disperso al punto che perfino il gesto di uno squilibrato in un comizio milanese può mandare in tilt il sistema politico e il Presidente del Consiglio all’ospedale. Poche volte il sistema politico e sociale del Belpaese è stato così vulnerabile, e questo accade in un momento nel quale stanno arrivando le diverse crisi: quella democrazie rappresentative vessate da poteri finanziari che si comprano i partiti e i politici, quella ecologica con la degradazione dell’ambiente e lo spostamento di milioni di esseri umani, quella alimentare che vede certi paesi ricchi dell’Asia e del Medio-Oriente accaparrarsi centinaia di migliaia di ettari di terra coltivabile in Africa un continente che soffre la fame da quando è stato colonizzato e civilizzato. Questo presente se non arrivano miracoli tecnologici e politici sarà sempre più violento, disgregato e malvagio fin al punto che le crisi convergeranno in un punto che darà origine a qualche gravissima disgrazia militare o economica.  Questa non è una profezia ma il frutto di una mia personale riflessione alla luce di quanto ho studiato e cercato di capire nel corso di anni. Ora il mio dispiacere politico e morale è dato dal fatto che le disperse genti del Belpaese son ripiegate su se stesse, la loro politica tratta del Cavaliere Nero come se fosse un re di Antico Regime al centro della vita quotidiana del suo Regno; la realtà concreta di questi anni è sparita o si è persa in vuoti atti di retorica, questo presente si è inabissato in un mare di barzellette e di farneticazioni.

Il Belpaese di fatto non sta costruendo la sua  civiltà e non sta dando un contributo suo ad una ragionevole soluzione dei gravi problemi che affliggono l’umanità e il suo eco-sistema planetario. Le genti del Belpaese stanno mancando il loro appuntamento con la storia e con la vita. A questo punto mi va bene tutto anche un grande disastro forestiero che spinge le diverse genti d’Italia ad aprire gli occhi e a capire l’enormità delle loro omissioni.

Che dolore!

IANA per FuturoIeri




15 dicembre 2009

I nemici della libertà nel Belpaese

De Reditu Suo

I nemici della libertà nel Belpaese

I nemici della libertà nel Belpaese ad oggi sono fin troppi e il mio giudizio su di loro è semplice: non si tratta di estremisti politici rossi e neri in quanto fascisti o al contrario neri perché anarchici ma di esseri umani inclini alla malafede, alla doppiezza, la compromesso, alla frode e la furto. Scrivo questo in tempi nei quali si fanno inchieste contro l’eversione dei politicamente eccentrici, ora questi attivisti politici sono spesso infrequentabili e talvolta pericolosi ma anche se riuscissero per assurdo a far un fronte comune non potrebbero cambiare la realtà sociale e politica che è gestita dalle banche, dalle società per azioni e dai miliardari che controllano i mezzi di comunicazione di massa e indirizzano la grande politica. Per avere la loro possibilità i post fascisti, gli anarchici e i post-comunisti dovrebbero avere una società ridotta in condizioni da dopoguerra post-nucleare o dove gli Stati e le principali banche sono in bancarotta e il caos sociale e civile rende pericoloso perfino barricarsi in casa. Situazioni possibili ma anche estreme e improbabili, infatti dalla parte degli estremisti c’è quasi esclusivamente la capacità distruttiva e la vocazione suicida delle democrazie ”occidentali”, ovviamente anche in Italia.  Al contrario il ladro e il truffatore nelle diverse declinazioni della vita civile e politica quando diventano fenomeni di massa sono i primi nemici della libertà di tutti perché distruggono la credibilità dell’ordine costituito, la stima del derubato verso se stesso, mettono in crisi la democrazia perché dove il delinquere la fa da padrone il bisogno primario è quello della sicurezza e della difesa dal nemico e dal diverso. Una società sotto assedio, dove la paura è la regola della vita sociale, porta alla ricerca di capi forti e autoritari. Compagno della gran massa di ladri è il moralista italiano ossia quel soggetto spregevole che cerca i tappar la bocca a quanti scossi da questo delinquere e  dal legalizzare la violenza dell’uomo sull’uomo ostentano ai loro simili la comune crisi della libertà e della democrazia. Il moralista italiano esce dalla sua buca da suggeritore e scatena una tempesta di allusioni diffamatorie verso colui che presenta lo stato delle cose. Le accuse ricorrenti sono di esser anti-democratici, faziosi, interessati, e totalitari; la critica dei processi degenerativi delle democrazie è trasformata da questi bari della parola nella critica alla libertà e alla proprietà privata. L’italiano medio come essere umano è di per sé  poco o per niente sensibile, con l’eccezione di alcune minoranze,al problema della libertà ma è al contrario molto sensibile verso il sospetto che l’interlocutore sia contro la proprietà privata. Ovviamente il nostro Mario Rossi si scatena solo quando è in discussione la sua proprietà privata e reagisce sempre con un moto di sdegno, vien preso dalla paura che gli venga rinfacciata quella raccomandazione o quella mancanza e subito la persona perbene che denunzia fatti gravi e circostanziati passa da criminale, da impiccione, da delatore potenziale di questura e di condominio, in una parola si trasforma subito nel nemico sociale e in prospettiva nel rivale politico. Ecco quindi le due categorie di liberticidi: il delinquente in una società criminale e criminogena e il suo funesto compare moralista. Uno ruba e uccide e l’altro gli fa da palo perché in fondo all’animo il secondo fra i due è anche vile e maligno e con la sua ipocrisia difende i mascalzoni. Forse prima ancora di pensare a una valida difesa dai ladri occorre difendersi dai moralisti e da chi dà a costoro la possibilità di proseguire nelle loro imprese farisaiche.

IANA per FuturoIeri




13 dicembre 2009

La Sinistra Metfisica del Belpaese

De Reditu Suo

La sinistra Metafisica del Belpaese

Il concetto di “Sinistra” nel Belpaese a mio modesto avviso sconfina in qualcosa di mistico, per far prima e mettere in ordine le troppe idee e suggestioni che mi turbano passo a  considerarla trinitaria.  Il gentile lettore immagini tre linee parallele che scorrono su un piano bidimensionale sconfinato e nero, c’è la linea rossa che è apertamente la sinistra di chi ha una certa passione laica per i sofferenti e gli esseri umani infelici, anche perché talvolta ne è parte, una linea verde che è lo spirito dei tempi e la volontà di alcune minoranze di mutare qualcosa nell’ordine costituito e la linea bianca quella dei burocrati, dei passacarte, di chi fa mestiere e mercato della politica. La sinistra rossa, che talvolta è venata dal nero dell’anarchia, è tendenzialmente passionale e la maggior parte di coloro che ne fanno parte sono presi da una sorta di commozione e di sentimento altruistico alla vista dei mali del mondo, si tratta più che altro di una posizione morale, spesso di una questione privata che si fa politica e diventa posizione etica. Si tratta quindi di una posizione morale e personale che si traduce talvolta in atti concreti: attivismo politico, petizioni, marce per la pace, proteste, azioni di solidarietà talvolta in tempi lontani in lotta clandestina contro oppressori forestieri o domestici. Una sinistra questa condannata nel Belpaese ad essere derisa e tradita perché fatalmente espressione di minoranze di generosi o di sognatori, di “poeti con la pazzia della politica” come avrebbero detto i nostri bottegai strapaesani. Adesso i “bottegai” non possono dir più nulla o perché son morti o perché  nel frattempo i processi di globalizzazione li hanno spazzati via assieme alla loro boria da ignoranti e da cafoni rivestiti con panni nuovi. La sinistra verde non è verde perché ecologista ma perché intende esser quella parte che vede l’emergere del nuovo, la possibilità della mutazione e della presa del potere. Spesso è la sinistra dei professionisti, dei professori veri o presunti tali, talvolta perfino di chi è imprenditore o amministratore delegato e magari vota pure a destra.  Qualche volta la chiamo la sinistra inconsapevole. L’essere umano di questa sinistra crede di poter correttamente interpretare il corso storico o banalmente quello dei processi economici o delle sue vicende private e di  poter attuare strategie e tattiche politiche volte a ricostruire la realtà e a scavare dentro di essa la loro partecipazione alla Grande Storia o se va male a qualche fantozziana lottizzazione di poltrone e benefici.  Dopo le verdi speranze passiamo alla prosaica linea bianca. L’umano della sinistra bianca è solitamente un contaminato dal “centro”, ovviamente sto ragionando di un soggetto incline ai compromessi e a trovare il suo piccolo espediente attraverso la politica; solitamente è portato alla carriera di burocrate, di politico professionista o di raccomandato professionale. Questa natura può non coincidere con colui che vive di politica e attraverso la politica, si tratta di una sorta d’istinto che porta il nostro a farsi interprete e parte del politica politicante e a replicarne in piccolo i comportamenti farisaici, la misantropia e le fobie strane e pazze. Infine c’è la sinistra data da coloro che non hanno mai capito di essere degli autentici elettori di destra, ovvero di quelli che hanno proprio sbagliato collocazione politica e morale i quali è  bene che si trovino da soli la loro linea e il loro colore. Qui auspico che ritrovino al più presto la loro natura elettorale assieme alla loro strada politica al seguito del Cavaliere Nero e della sua destra, o male che vada al seguito di chi prenderà il suo posto. Altre cose ancora non le voglio scrivere, queste son già molte e io son disgustato dai tempi presenti e dagli  umani.  

IANA per FuturoIeri

 




13 dicembre 2009

Il centro del Belpaese

De Reditu Suo

Il centro del Belpaese

Fra le che mi disturbano profondamente c’è il “centro” del Belpaese inteso come luogo metafisico della politica nostrana. Dal momento che mi son messo a far considerazioni sulla destra irriducibile di oggi son forzato a trattar brevemente del centro. Personalmente con la fine dei grandi leader Democristiani come Moro e De Gasperi lo considero non una realtà politica ma un luogo di contrattazione, una specie di mercato al dettaglio di vite e carriere politiche che si risolvono all’ombra di quell’interesse o di quel potente o di quel gruppo di pressione. Fra le rare cose opportune dell’Onorevole Berlusconi, considerino i lettori che leggo abitualmente Travaglio e grazie ai suoi scritti mi son formato la mia idea personale sul Presidente del Consiglio, c’è quella di aver svelato assolutamente la vera natura del centro politico del Belpaese assumendolo quasi integralmente nella sua realtà politica. Del resto egli è parte del Partito Popolare Europeo. Il centro è quella cosa senza forma né vita propria che è al soldo di chi offre di più; genericamente è cattolico e difende la proprietà privata dei ricchi ma se nel Belpaese prendessero il potere degli invasori alieni, di quelli che si vedono nei cartoni animati i nostrani politicanti del centro non esiterebbero un solo istante ad offrire i loro servigi per un modesto compenso anche a costoro. La natura dell’uomo del centro è simile a quella dell’essere umano della destra irriducibile, solo che è vile. Mentre la destra irriducibile sa coltivare l’odio e il risentimento e trae forza da questi sentimenti l’uomo di centro cerca la mediazione, il piccolo guadagno, l’invenzione dell’espediente; l’Italia deforme è la biografia delle sue piccole malvagità e della sua ignavia. Per fortuna l’uomo di centro è dannoso ma raro, i milioni di italiani di centro altro non sono che italiani con culture sociali e politiche provenienti da destra e da sinistra che per questioni loro si son travestiti rozzamente. Sono dei finti centristi, talvolta anche finti cattolici e finti moderati; qualche artista si è improvvisato finto liberale. Come un liberale italiano possa essere anche cattolico praticante nel senso autentico del termine è qualcosa che non intendo. La carità cristiana conciliata con la durezza calvinista del capitalismo selvaggio e del libero mercato è qualcosa che mi sconvolge, mi appare un mostro deforme e osceno capace solo di degenerare qualsiasi cosa entri in contatto con esso. Il centro politico è quindi tutto e niente, e in questo suo essere un niente contagioso è in compagnia: è il nessuno che deforma e corrompe ma non ha una realtà propria. Personaggi illustri del remoto passato della Prima Repubblica hanno provato a dar un nome e un volto al mostro corruttore per riportarlo nella sua dimensione legittima di forza politica ma la sforzo è stato vano, sempre l’abominio è tornato alla sua deformità e ad essere colonia di ogni tentazione populistica e demagogica proveniente da ogni dove anche dagli Stati Uniti d’America. Questo è avvenuto quando l’Impero a stelle e strisce vinceva le guerre e difendeva i ricchi dal bolscevismo ateo, allora per il nostro centro era l’esempio. Arriverà la redenzione del “centro”? Non credo e comunque poco m’importa. Personalmente mi basta che si riformi una civiltà da parte e per le diverse genti d’Italia, sarebbe molto ora come ora. Se il centro in un lontano futuro contribuirà alla Resurrezione del Belpaese si tratterà senza alcun dubbio dell’ennesima follia della storia nostra.

IANA per FuturoIeri



sfoglia     novembre   <<  1 | 2  >>   gennaio
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email