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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


1 marzo 2015

Riedizione di un ricordo

Oggi ripresento ai lettori un pezzo di alcuni anni fa. Esso nonostante il tempo non  ha perduto la sua ragion d'essere, anzi. Va da sè quanto più volte ho scritto. La serie classica di Harlock è un prodotto commerciale che ha fatto per qualche ignoto miracolo un salto oltre la sua ombra e si è trasformato in opera d'arte; la censura appare quindi scontata in questo caso. Non so spiegarmi perchè è successo questo, e se dovessi trovare delle spiegazioni porterei ai miei lettori le mie considerazioni, forse banali. Tuttavia c'è un elemento tipico dell'arte ed è il fatto che il fruitore di essa trova sempre nuove valenze, nuove suggestioni. Ho rivisto la scena del Daiba che spara sulla bandiera a distanza di quasi cinque anni e mi sono accorto che essa è attuale. Oggi che qui nel Belpaese i punti di riferimento si dissolvono e in tanti si considerano traditi e svenduti  dall'Europa, dalla politica, dal centro, dalla destra, dalla sinistra la scena del Daiba e del suo secco NO a bandiere di  fedeltà morte e folli o criminali e corrutrici diventa una sorta di specchio deforme di un elementare  e infantile desiderio di chiudere i conti e ripartire da zero, forse di fuga dalla realtà ormai divenuta irrespirabile. Nel gesto elementare e radicale del personaggio inventato dal maestro del fumetto giapponese  Leiji Matsumoto scorgo un luogo comune, un desiderio represso, una volontà inconscia di dire ORA BASTA che emerge come un sogno ricorrente nella testa di tanti. Ne sono convinto. Perchè altrimenti così tanti talenti e persone di merito che cercano di andar a vivere altrove, perchè questa forte attrazione che molti sentono per epoche morte o passioni politiche di un diverso secolo, perchè al contrario molti cercano di nascondersi la realtà con suggestioni ideologiche. Il Daiba di ieri appartiene con forza all'oggi.   


Nota sulla libertà sostanziale e sull’eroe virtuale

 

La nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una grande impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era allora nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere vista integralmente a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema tale da consigliare  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

Su Harlock e la sua recezione in Italia cfr. Elena Romanello, Capitan Harlock , Avventure ai confini dell'Universo..., Iacobelli Edizioni, Roma, 2009




12 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Sogni e bisogni di una società inquinata

Stefano Bocconi: Parli bene: controllo, denaro, esistenza, vita interiore, prigionieri di se stessi. Tuttavia a fronte di tante cose belle dette e meditate credo che ti sfugga il quotidiano più prosaico e volgare. Chi pensa al mondo futuro o al bene possibile lo fa perché ha lui dei problemi. La maggior parte di quelli che cercano soluzioni di crescita spirituale  o culturale è gente che sta guardandosi intorno per trovare un pezzo di sughero a cui aggrapparsi per galleggiare in questa vita invece di andare a fondo.  Chi si propone oggi elargitore di verità sane, di ricette per la felicità o la fortuna si troverà ben presto circondato da gente che ha bisogno e chiede e può dare molto poco. Lo so che non è un bel discorso, ma le cose oggi stanno così. Coloro che a tuo avviso potrebbero trovare una via nell’autocoscienza, nella consapevolezza, nel riscoprire un mondo migliore è spesso gente che bisogno d’aiuto. Quindi avendo bisogno d’aiuto non può aiutare gli altri, perché non ce la fa da sé e non ha risorse in più da dare.

Paolo Fantuzzi: Mi spiace dover dar ragione a Stefano su questo punto ma chi ha bisogno ha in testa il suo problema e come lo risolse o sta un po’ meglio si ferma lì. Tu caro Franco pensi che si possa elevare il singolo e questo di per sé dovrebbe portare a una crescita di tutta la società. Ogni singolo reso migliore dovrebbero diventare un piccolo esercito del bene composto da una sola persona. Questo è impossibile. I singoli che cercano l’elevazione e la cultura per migliorarsi sono persone appunto bisognose in senso morale  e materiale, quando avranno pensato a se stessi non ne avranno per gli altri. Anzi direi che proprio il fatto di sentire in modo aspro un mancato riconoscimento economico, l’aver perso una posizione nella società, l’aver rovinato una buona occasione, l’aver subito una calunnia o un torto grave è la molla che porta a cercare una qualche forma d’elevazione, di miglioramento. Chi è ricco e si diverte spendendo l’equivalente di mesi o anni di stipendio di un dipendente pubblico o privato in una vacanza o in lussi non ha il bisogno spirituale o culturale di elevarsi sopra la propria condizione umana. Il sistema offre questo: puoi esser tutto ciò che puoi comprare. Se uno ha i soldi non ha bisogno dello spirito o della magia, della religione, di nulla. Chi è oppresso, triste, risentito lui ha bisogno di cultura, spiritualità, elevazione che spesso si risolve in un modo per star un po’ meglio, per avere una compensazione immateriale di dubbia forza al posto di un concreto potere che apre le porte di negozi, supermercati, autosaloni e cose del genere.

Franco:  Sarà, ma a me non risulta che gli uomini siano Dei. Mi risulta che gli umani dei due sessi siano, cosa di cui erano convinti anche gli antichi, per l’appunto mortali. Quindi in quanto mortali essi devono sapere che la realtà nella quale sono chiamati a vivere è una realtà in mutazione e trasformazione e che alcuni oggetti e beni che sono in loro possesso resteranno interi anche quando non ci saranno più e,magari diventeranno eredità di qualcuno che viene dopo di loro. Quindi c’è un limite nel potere del denaro che qui ora si nota male perché siamo mentalmente aggrediti da continui messaggi pubblicitari e corrisponde al fatto che la vita inizia con la nascita e finisce con la morte. C’è un limite che è quello della naturale cessazione dello stare in vita e per quanto per secoli alchimisti, sapienti, stregoni e recentemente scienziati cerchino una via per evitare ciò che conduce naturalmente alla morte essa si manifesta lo stesso. Il discorso del godersi il privilegio della ricchezza vale nella misura in cui il limite dell’uomo che è il fatto di esser nella sua essenza un dato naturale è rimosso, anzi mistificato. Chi crede che il denaro sia l’unico lo fa di solito in forza dell’inganno tipico della società dei consumi per il quale all’umano naturale con il suo ciclo vitale si sostituisce un umano di fantasia, un consumatore ideale, un figurino che esiste e vive solo nella pubblicità, in televisione e al cinema. Accetto però della vostra critica la verità di fondo che spesso chi cerca lo fa perché sente un bisogno o una condizione di minorità. Credo sia vero. Del resto chi è sazio, ricco,  felice, perché dovrebbe metter in discussione se stesso e magari rifar di nuovo la sua esistenza? Chi sente che ciò che è non basta a se stesso cerca, interroga, studia.

Vincenzo Pisani: Scusate ma mi pare che ci siamo. Arriva prima la specialità della casa.

Il padrone porta dei vassoi con la prima portata fagioli e un abbondante razione di cinghiale in umido, fa cenno che sta per arrivare il resto. Vincenzo prende il vassoio e fa le parti.

Clara Agazzi: Questo dovrebbe farvi star zitti e metter in moto le mandibole. Comunque aggiungo che esiste un cercare che è oltre il bisogno. Esiste nell’essere umano una spinta alla curiosità, alle domande esistenziali, alla ricerca di una verità che non sia l’apparenza del momento. Inoltre gli umani sono uomini e donne e i due sessi s’interrogano sul futuro, si chiedono cosa sarà di loro e dei loro affetti domani e dopodomani. Nella persona c’è una dimensione interiore che è diversa da quella animale, c’è progetto, ambizione, curiosità, voglia di manifestarsi nel mondo per mezzo dell’azione e della creatività. Che questo oggi sia piegato all’interesse economico è un dato di fatto. I poteri dominati sono economici e finanziari e impongono il loro punto di vista e la loro logica a tutti quanti. Ma in altri tempi dove non c’era questo potere o era ridimensionato da re e principi o da sacerdoti e vescovi. Allora esistevano altre concezioni della società e della condizione umana.

Paolo Fantuzzi: Questo è vero. Ma io vivo nel qui e ora e con questo tempo devo far i conti. Ora scusate che voglio finire questo pezzo di cinghiale che mi sta provocando dal piatto.

Stefano Bocconi: Non avere scrupoli, butta dentro. Roba sana. Comunque questo non risolve il problema di fondo, ovvero che oggi i molti hanno bisogno d’aiuto e con difficoltà possono darlo, si chiama individualismo e mercato selvaggio, due cose che combinante assieme creano grossi problemi e spaccano la naturale inclinazione alla solidarietà e alla collaborazione fra uomini. Questa combinazione crea le condizioni per un mercato senza una socialità e con poteri politici deboli e debitori verso i ricchissimi.

Franco: E allora proprio tu vedi il problema e lo proponi. In una società disgregata, violenta, competitiva, come è il caso nostro, per forza di cose produce coloro che cercano una via d’uscita da un modello di vita e di produzione  che è pericoloso e inquinante. Una società di singoli tenuti assieme dall’interesse materiale e dalla paura di punizioni e leggi è una società umana debole, dissoluta, cinica  e ovviamente brutta.




1 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Denaro e illuminazione interiore

Clara Agazzi: Questo ragionamento del qui e ora è corretto fino a un certo punto.  Occorre pensare anche al futuro, specie chi ha figli, o affetti, o cose che ama. Come pensare che tutto il pensiero di una persona perbene e con la testa a posto abbia lo spazio di autonomia di pochi giorni, settimane, mesi.  Inoltre l’idea di dover affidare il proprio futuro sia pur esso lontano, anzi remoto, a esperti di qualsiasi natura lo trovo un pensiero insidioso. In fondo credo che  potrebbero le migliaia di differenti comunità siano esse forestiere o domestiche che si trovano nella penisola acconciarsi a seguire a qualche forma di seria mediazione politica per governare il futuro di tutti quanti. Come si fa ad escludere la possibilità che tante differenze non possono unirsi.

Vincenzo Pisani: Perché, e qui rispondo io, tante differenze spesso si portano dietro richieste e necessità inconciliabili fra loro e la mediazione è impossibile o minata dal reciproco sospetto, da ricatti incrociati, da compromessi umilianti o meschini e da speranze di rivalsa. Propongo un esempio dove questo è impossibile. Si consideri un territorio dove vive una comunità italiana di ceto medio ma impoverito che è la maggioranza, una minoranza di stranieri e immigrati poveri che ne formano il sottoproletariato, una minoranza d’immigrati ricchi che formano il ceto per così dire dei lavoratori specializzati e del ceto medio che si sta arricchendo, una minoranza di italiani ricchissimi che non vuole condividere nulla delle loro grandi ricchezze con i connazionali e i forestieri di ceto più basso. Pongo che in questo territorio che chiamerò X arrivi un evento funesto che chiamerò Y e che può essere in questo caso un grave incendio estivo che minaccia tutte queste categorie. Chi può pensare che da sé questi gruppi umani che pure condividono linguaggio comune e territorio s’accordino fra loro? Pensate per un attimo alle conseguenze della minoranza di ricchissimi che per salvarsi dovrebbe mettersi d’accordo  con i ceti poveri stranieri e con i ceti medi degli italiani impoveriti, in un attimo verrebbero spogliati dei loro beni in nome della salvezza comune e della pace sociale davanti al pericolo.  Senza il rigore della legge applicata dalla polizia e le punizioni severe della magistratura i poveri e i ceti medi impoveriti  scatenerebbero subito una violenta aggressione contro i ricchi e i ricchissimi; a costo di bruciare assieme in un falò gigante le componenti sociali contrapposte non s’aiuteranno. Inoltre che vantaggio hanno quelli che sono poveri o sono impoveriti a favorire il perdurare di una situazione che li vede materialmente oppressi; un grande fuoco purificatore e inceneritore li vedrebbe alla fine premiati perché dalla ricostruzione potrebbe nascere qualche occasione di far soldi  o comunque sia di mettere in discussione le gerarchie di potere che hanno subito. Per questo proprio nel bisogno e  nella difficoltà una società priva di valori, disgregata, complessa, piena di rabbia  e risentimento ha bisogno di un soggetto esterno che salva la situazione. A seconda delle emergenze si può chiamare polizia, protezione civile, esercito, ufficio tecnico di qualche istituzione, agenzia governativa. Una società umana segnata dalla precarietà, dall’odio e dall’invidia sociale, da ogni sorta di tensioni religiose e politiche non può fare autogoverno. Una struttura burocratica esterna deve intervenire come il Leviatano di Hobbes per mettere ordine e imporre una società umana dove l’uomo è diventato lupo per il suo simile e dove ormai vige la legge della giungla dove tutti hanno diritto a tutto e si combattono ferocemente fra loro.

Franco: Il Pisani mi ha rubato la risposta. Infatti da tempo mi sono convinto che il primo effetto della precarietà e dei desideri indotti dalla pubblicità commerciale sia la frammentazione del corpo sociale. L’ingresso di milioni di forestieri nella penisola lo pongo dentro il concetto di precarietà perché l’emigrazione causata da povertà o necessità di trovare lavoro da immigrato è funzionale alle forme di produzione capitalistica che preferisce avere della forza-lavoro di riserva che non s’integra con le tradizionali forme di sindacato e di rivendicazione. Queste due cose combinate hanno ridotto ai minimi termini se non addirittura distrutto le antiche forme della solidarietà  e del buon vicinato tipiche del Belpaese. Il mio come sapete è un ragionare che per forza del dialogo s’allarga per cerchi. Come dei sassi lanciati in uno specchio d’acqua il mio discorso s’allarga e diventa più ampio e complesso.  Quindi ora aggiungo qualcosa e vi dico che dovete guardare la precarietà nel senso più ampio del termine, i desideri indotti dalla pubblicità commerciale, la civiltà dello spettacolo e della comunicazione come una cosa unica. Questi tre elementi sono i termini con i quali convive ogni giorno  la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola e dell’Europa. Chi si libera anche temporaneamente dai condizionamenti indotti da queste ombre che penetrano nella mente trova quell’istante di serenità che gli consente di capire cosa è diventato e cosa è questo mondo umano così infelice. Quello è l’istante in cui per il singolo finisce l’opera in nero di questi anni e può costruire un suo percorso di purificazione e di chiarimento. Prima però deve arrivare a vedere la complessità se non razionalmente almeno come impressione, come momento d’illuminazione.

Stefano Bocconi: Ma quando uno come me arriva al punto di vedere l’insieme del mondo in cui vive dall’esterno, anzi a vedersi in modo distaccato, analitico, quasi da scienziato cosa può fare? Rimane come è con un poco di consapevolezza in più, potrebbe perfino diventar ancor più infelice.

Paolo Fantuzzi: Magari può cercare gente che la pensa come lui, trovare sostegno per le sue idee, venire a sapere che altri approvano quel che dice e pensa. Certo il tipo che diventa consapevole deve però divulgare ciò di cui ragiona, esprimersi, discutere.  Fare qualcosa che si chiama politica.

Franco: Intanto sul momento deve prendere coscienza. Svegliarsi per così dire dalla grande illusione di vivere nell’unica realtà possibile ossia quella dell’immediato presente così come ci viene narrato dal mondo dello spettacolo e della comunicazione e della pubblicità. Da quel momento si può liberare dai condizionamenti indotti e dai persuasori più o meno occulti. A quel punto inizia la sorpresa quasi infantile di esplorare con stupore il proprio mondo con intenti e animo diversi, anzi personali e quindi autentici.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ora faccio cenno per ordinare il secondo. Chiamo il capo e ci facciamo mostrare la bistecca, qui la cucinano in modo semplice ma vi assicuro che è buonissima.

Il padrone chiama il personale della cucina e ripete l’ordinazione presa al tavolo. Si presenta al tavolo e fa bella mostra di una bistecca di gran qualità,  Vincenzo Pisani comincia a scherzare con lui dimenticandosi della conversazione comune.

Franco: Mentre Vincenzo Pisani ragiona con il caposala per i secondi  voglio concludere il mio discorso. Senza una identità propria, forte, precisa il singolo non può trovare la sua strada e le sue ragioni di vita in un mondo di folle di soggetti individuali che si muovono fra centri commerciali, periferie più o meno brutte, posti di lavoro più o meno alienanti e da alienati. Non può. Se egli non ha fatto un lavoro su di sé e creato una forte coscienza sarà attratto di qua e di là dove lo spingono gli spettacoli più accattivanti e la comunicazione del momento. Quindi il rendersi conto di aver da trovare una propria strada e un proprio percorso di vita è un lampo. Esattamente un lampo di tempo, ossia l’istante nel quale diventa ovvio che c’è una mappa concettuale del mondo da riscrivere e disegnare di nuovo. Quando viene in essere questo diventa possibile che nel singolo si formino le forze per rimettere in discussione concetti, pregiudizi, consuetudini, logiche comportamentali. Da questa tensione interiore può nascere qualcosa di nuovo e di positivo e si possono organizzare con altri che sono sullo stesso cammino associazioni o gruppi di carattere benefico, di studio, di ricerca, di attività critica e riformatrice. Si può formare una rete di persone che si aiutano e si migliorano.

Clara Agazzi: Questo è un santo proposito. Ma dopo cosa accadrà. Non si può pensare che della gente perbene e saggia solo perché perbene e saggia assuma su di sé il potere d’innalzare i molti che non sono né buoni, né saggi, né sapienti ma forse proprio l’esatto contrario. Ancor meno non è chiaro come questa buona gente dovrebbe mettersi al servizio della collettività. Devono forse diventare loro stessi dei ricchi imprenditori?

Paolo Fantuzzi: Questo sarebbe coerente, nell’impossibilità di competere con forze così compatte e irresistibili uno le imita. Per la serie se non puoi batterli, unisciti a loro.

Stefano Bocconi: Non credo che voglia dir questo. Credo che Franco pensi a una sorta di conquista della consapevolezza che da piccoli numeri sale verso grandi numeri, una sorta di auto-educazione  collettiva che diventa poi associazione di liberi e consapevoli. Mi sembra però un percorso lungo, difficile, fragile in un Belpaese quale è il nostro dove per i molti il denaro è tutto e Dio è denaro.

Franco: Ma il denaro oggi cosa è mai? Anzi. Rovescio i termini e faccio un’affermazione: “oggi la felicità e la ricchezza di un singolo devono esser quantificate in termini di denaro perché è un termine numerico e quindi facilmente controllabile  e gestibile da coloro che hanno il potere di creare il denaro.”  Il denaro è anche controllo e gestione dello spazio politico e di vita sociale; il denaro non è solo la merce che acquista tutte le merci è anche una forma contemporanea del dominio dei pochi sui molti. Da qui la mia convinzione che per trovare una via d’uscita da una condizione di minorità e di sottomissione sociale occorre capire molto bene in cosa consiste questa minorità e in cosa consiste questa sottomissione lavorando su se stessi. Se si rimane ignoranti di queste cose e del senso della propria esistenza  si resta prigionieri di se stessi e l’umanità del singolo diventa una prigione.




30 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - La casta del fututo

Clara Agazzi: Qui si stanno portando via i piatti dei primi. Ora è il momento dei secondi. Allora avete le idee chiare su cosa volete?

Vincenzo Pisani: Certo, quello che ho proposto. Credetemi questo metter assieme più cose è la cosa migliore, così se a qualcuno non piace qualcosa  si può rimediare. Ma credo che tutto quanto sarà di vostro gusto. Ho capito che siete un po’ come il mio amico professore. Gente di cultura e di gusti sani e schietti. Due condizioni queste che stanno bene assieme.

Franco: Tu poco fa hai richiamato un problema. Scusa se parlo di questo mentre c’è da ragionare sul secondo. Anzi hai proposto una constatazione. L’illusione di diventare ricchi, e quindi parte di quella minoranza che sta bene, tiene in vita milioni di umani. Intendi forse dire che questo è il senso della vita oggi?

Vincenzo Pisani: Certo che non è in assoluto il senso della vita. Tuttavia, oggi, milioni di umani senza la speranza un giorno di rifarsi al gioco della vita cadrebbero preda di droga, alcolismo, violenza, delinquenza, depressione fino al suicidio o tutte queste cosa assieme. Oggi per milioni di esseri umani il denaro è Dio e quindi è tutta l’esistenza e tutta la realtà. La speranza di averne tanto in futuro, magari con un miracolo li tiene in vita, li fa lavorare, produce in loro volontà, attività, ambizione. Senza questa speranza sarebbero spenti, morti, distrutti dentro.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci che c’è un mondo umano che non è solo l’attaccamento al quattrino. Certo per me è difficile dire che ci sono i fiori, il sole, la luna, i gattini e cose del genere. Eppure mi resta difficile accettare l’idea che il denaro è tutto, è DIO.

Paolo Fantuzzi: Questo discorso è già stato fatto mi pare. Occorre ammettere che non abbiamo fra tutti quanti un modello di società e di volontà di vivere diverso da quello della pubblicità commerciale. In breve le nostre aspettative, le nostre categorie mentali, la nostra mappa del territorio in cui ci muoviamo non è la classica isola in mezzo al mare ma una terraferma piuttosto trafficata. Piuttosto! Qualcuno fra noi ha una qualche idea di come dovrebbe essere la categoria sociale in grado di ricostruire un discorso sul mondo e sull’essere umano diverso da quello dominate?

Franco: Più che di categoria sociale oggi si dovrebbe pensare a una vera e propria casta, perché le caratteristiche che dovrebbero avere i dirigenti chiamati a recuperare una società dal disastro di un sistema economico  globale che implode o collassa dovrebbero esser simili ai re-sacerdoti e ai re-semidivini dei poemi epici degli antichi. Dovrebbero esser un gruppo compatto e omogeneo in grado di rispondere solo alle gravi necessità del momento, avere una cultura e un sapere fuori dal comune, e capacità fisiche e psichiche straordinarie e il carisma e il coraggio che sono indispensabili in tempi drammatici. In poche parole vi dico, pensate un po’, che solo quando si aprirà l’abisso del disastro più aspro e pericoloso si  avrà il momento nel quale questa cosa, che chiamo casta perché non ho altri termini, costruirà una diversa forma di vita e di civiltà. Guardate che di questo si tratta perché cambiare le forme  dell’uso e della produzione di beni ed  energia e di regolare le controversie internazionali esige il disastro delle precedenti e la sconfessione, eliminazione o la riduzione di ruolo delle precedenti minoranze al potere. Ora essendo il potere reale e concreto dei nostri giorni elitario e concentrato in un numero limitato di soggetti umani che  hanno i loro fastosi modi di vivere, i loro consumi e beni esclusivi, i loro ritmi e cose del genere è impensabile che intedano perdere la loro condizione di privilegio. richirdiamoci che questi pochi  controllano una quantità di capitali e di ricchezze semplicemente enorme e difficile da concepire per gente come noi. Immaginiamo ora che questa minoranza perda il potere. Anche rapidamente. Per colpa di una catastrofe ecologica, di uno sfacelo economico, di una nuova  guerra mondiale, di un meteorite, quello che vi pare. Chi li può sostituire se non una minoranza con diversa natura e scopo, ovviamente una  minoranza molto piccola e compatta. Quindi cari amici e amiche di fatto sto ragionando di una casta. O credete forse che quelle masse indistinte e pulsanti di desideri e passioni indotte o sollecitate dal mondo dei consumi e dello spettacolo possa saltare oltre la propria ombra e diventare esse stesse il Potere? Io lo credo impossibile. Queste masse di singoli bramosi di piaceri immediati e di piccole soddisfazioni  hanno bisogno di delegare la propria briciola di potere o peggio di farsi schiave di nuove minoranze al potere che gestiscono e comandano una società umana che fatalmente senza direzione e comando cadrebbe nella violenza e nel banditismo fino al punto di disgregarsi e di non formare più un corpo sociale articolato e complesso. Chi manda o sostiene le minoranze al potere è una massa informe di umani che non hanno autentici punti di contatto o miti in comune, una società composta da tante comunità diverse come stanno diventando le nostre qui in Europa non può far appello a miti condivisi, a valori comuni, a nobili antenati, alla storia patria. Quindi l’esercizio del potere oggi passa per l’economia e la burocrazia, il dominio  dell’uomo sull’uomo deve per forza di cose esser impersonale, meccanico  e matematico perché una massa eterogenea e  difforme senza autentici valori immateriali in comune può esser tenuta solo con uno spirito meccanicistico che fa pari tutte le differenze.  Questo  fatto avviene con il denaro che diventa unica misura e unica ragione di vita. Se non puoi pagarti il motoscafo, scusate l’esempio cretino, non è per difetto di cultura o differenza di pelle o di sangue. Si tratta della tua carta di credito. Una cosa prosaica, semplice e precisa, tutti la capiscono e universalmente è accettata. A una minoranza padrona del denaro, questo è il caso di oggi, si sostituirà una minoranza che avrà in mano il potere di effettuare e gestire la transizione a una diversa società. Quale sia questo potere e quale sia la minoranza per la verità non so. Il mio pensiero deriva dall’evidenza che se permangono così tante differenze solo con una casta nuovissima sarà possibile gestire la transizione, perché le mille origini e le mille nature della società così come è non potrebbero mai gestire il cambiamento da un modello di società fondato sul denaro a uno fondato su altri valori e principi.

Vincenzo Pisani: Mi dai ragione sulla centralità del denaro. Ma ancora non rinunci al pensiero che sia da cambiare questa società determinata e organizzata dai poteri finanziari. In te rimane l’idea che sia possibile trovare dei soggetti umani fra la massa ossessionata dai problemi quotidiani e dal disordine di questo sistema. Sul concetto generale che un sistema finito non può supportare una crescita infinita senza collassare o scatenare conflitti e sfaceli sono certissimo. Anzi i fatti economici degli ultimi anni stanno dando ragione assolutamente a quanti la pensano come me e come te e come il nostro amico professore. Il sistema della globalizzazione incontra i suoi limiti ed entra in sofferenza e provoca disoccupazione, povertà, suicidi, delinquenza, disordine morale e a questo punto credo perfino spirituale. Proprio nel senso di religioso. La casta di cui parli che caratteristiche dovrebbe avere? Sono curioso.

Franco: Dato il caso del crollo dell’ordine delle cose come lo conosciamo, e tenendo fermo il concetto della molteplicità di culture e soggetti presenti nella penisola e in Europa solo una minoranza può gestire il caos primordiale che si scatenerà. Questa minoranza o casta può esser  elettiva o selezionata su criteri di merito o imposta per semplice efficacia nell’esercizio di una funzione amministrativa o militare. Non è importante questo se non ai fini dell’efficacia dell’azione politica e amministrativa. Faccio un esempio: c’è da razionare i combustibili e i carburanti. Davvero è credibile che una società multi-confessionale  e multirazziale  dove è crollata l’impalcatura del sistema del denaro e dei suoi banchieri possa farlo senza passare da una struttura di carattere burocratico e poliziesco? Davvero è credibile pensare che milioni d’esclusi dalle grandi ricchezze e milioni di arrabbiati e risentiti accetteranno di mettere in discussione l’accesso alle risorse vitali senza rivolte, sommosse, violenze? Ma se in certe metropoli del sedicente mondo ricco e occidentale basta un incidente più grave di altri e si scatenano atti vandalici e saccheggi. Suvvia! Occorre una casta diversa da quelle oggi dominanti. Una casta con la cultura della filosofia. Nel senso che abbia il possesso di quella capacità culturale che permette di vedere la totalità.  La totalità del pianeta e del mondo umano che vi risiede sopra e la verità. La verità nel senso autentico del termine, non di una qualche opinione o credo religioso.  Questa minoranza avendo in sé consapevolezza, chiara visione, senso del limite proprio perché minoranza sciolta da interessi personali e da interessi di gruppi di pressione o altro potrà indirizzare un corpo sociale altrimenti ingestibile perchè troppo articolato, violento e complesso.

Clara Agazzi: Questo è un discorso vecchissimo. Qui stai copiando Platone  e forse Comte. L’idea di un governo degli esperti, dei filosofi, dei tecnici è cosa nota da secoli.

Franco: Nella mia ingenuità penso a una casta che superi la sua stessa condizione e diventi per così dire mondo e umanità. Un governo illuminato e giusto, ma in nome d’interessi ecologici e umanistici. Mi sforzo di pensare a una minoranza dirigente e amministrativa che possa superare i limiti egoistici e clientelari quando non addirittura criminali e criminogeni osservati nei governi del passato e determinare se stessa secondo verità e giustizia.

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero non vedo come possa trovare qui e ora uomini e donne per realizzarsi. Tu parli di un mondo che sarà, di un futuro remoto e fantastico. Ma è qui e ora che viviamo e dobbiamo far i conti, tutto si perde nelle tenebre quando pensiamo a un futuro che non si realizzi fra un mese o tre.




2 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - ripensare la civiltà e ripensare l'essere umano

Clara Agazzi: Aspetta, calma. Ma questi profeti, questi maestri come si collocano; che ruolo sociale hanno. Qui si ragiona di categorie umane che sembrano calare dalle nuvole o cadere dagli alberi come i frutti. Avranno un ruolo, un mestiere, un loro posto. I maestri sono insegnanti, sono istruttori, sono educatori, cosa sono?

 Franco: Forse. Mi resta difficile indicare il posto di lavoro di un maestro di vita, di un rivelatore di valori e di ragioni dello stare al mondo in un contesto come questo dove individuo, socialità, comunità d’origine, storia personale e collettiva sono realtà dissociate ma messe artificiosamente assieme quando serve dal discorso politico o dalla pubblicità. Sicuramente è un soggetto che riesce a proiettarsi oltre i limiti del proprio tempo e a comunicare delle verità, dei valori, un sapere autentico, talvolta un mestiere; perché il mestiere è anche sapere, saggezza, conoscenza accumulata nei secoli o nei decenni e  tecnica.

Stefano Bocconi: Ma qui c’è un problema, parli di società, di tradizione, di autentica comunicazione fra generazioni quando intorno a noi tutto sembra degenerare e spegnersi in un privato egoismo e in bisogni ora primari ora voluttuari. Forse è il mio mestiere che mi porta a vedere nelle tipologie di merci che popolano il tempo libero il passaggio da generazione a generazione. Fra i soldatini di plastica o di carta di quattro decenni fa e i videogiochi in 3d di oggi c’è l’abisso. Lo stesso posso dire dei dischi in vinile e dei giradischi o messi a confronto con i telefonini tuttofare che memorizzano interi  file musicali e persino uno o due film più centinaia d’immagini. Questo è un mondo nuovo che ha fatto fare un salto che in passato avveniva solo nello scorrere dei secoli.

Paolo Fantuzzi: Hai parlato bene, ma c’è anche il negativo. Mestieri che spariscono, saperi che si perdono, precariato nel mondo del lavoro, concorrenza di operai e disperati provenienti dai quattro angoli del pianeta, e poi la dispersione di risorse e di materie prime dovute al sistema di produzione e consumo. E il relativo danno all’ecosistema del pianeta. C’è da chiedersi cosa ne sia della civiltà.

Franco: Allora ecco il punto. La civiltà!, quale civiltà? Di solito si confonde lo sviluppo tipico della civiltà industriale con la civiltà propria, ossia con quella cosa che comunemente è detta nazione. Non è la stessa cosa. La civiltà è l’insieme delle forme dell’organizzazione politica, culturale e  sociale di una popolazione che ha raggiunto una stabilità, ha assunto una forma per quanto malleabile e mutevole possa essere. Ma la civiltà non è lo sviluppo industriale, non è questo o quel genere di prodotto o di merce e neanche questo o quel capo politico o fazione politica. La civiltà è un complesso, è un sistema all’interno del quale vivono esseri umani che sono una comunità organizzata, che provengono da una o più storie comuni, che discendono dai secoli e magari hanno perfino un rapporto con il territorio che abitano. Colui che appartiene alla civiltà propria sa di non essere casuale o fortuito ma di provenire dallo scorrere dei secoli, da una sedimentazione di fatti, storie, battaglie, eventi, fondazioni, dinastie familiari, alberi genealogici. Questo tipico soggetto è oggi messo in difficoltà da un modello di civiltà industriale che punta a una massificazione dei consumi, all’omologazione, all’inquadramento dell’essere umano e del suo vivere in una logica di produzione – vendita -consumo  di beni materiali che immancabilmente, in un modo o nell’altro, diventano spazzatura . Oggi qui nel Belpaese quando si parla di civiltà occidentale si parla del nulla. La civiltà occidentale nel Mediterraneo ci fu al tempo dei Cesari quando l’Impero Romano fu diviso in due l’Oriente e l’Occidente. Chi parla di civiltà Occidentale qui in Italia dovrebbe mettere il soggetto: Stati Uniti. Tuttavia proprio la vita degli esseri umani di oggi è attraversata ogni anno da decine di migliaia di messaggi pubblicitari diretti o indiretti che modificano la percezione della realtà e la percezione della società e il senso di ciò che è davvero importante. Questo processo di consumismo indotto e secolarizzazione dei costumi  ha nel corso di cinque decenni prodotto uno svuotamento di senso delle fedi laiche nello Stato, delle tradizioni religiose, delle culture popolari, operaie, perfino contadine. L’uomo della civiltà dei consumi, oggi in decadenza e scomposizione, doveva essere un consumatore e non un cittadino, un credente, un buon uomo, un soldato di chissà quale patria. Oggi nel tempo della decadenza di questa civiltà abbiamo uomini e donne spiazzati. Il passato è finito, il presente è debolissimo e precario e il futuro sembra lontano o altrove.

Clara Agazzi: In altre parole questo è un tempo funesto. Ci sarà pure qualcosa di buono: uomini e donne che s’impegnano nel sociale, gente che fa volontariato, qualche amministratore onesto, qualche politico che non sia un ladro. Non può esser un precipitare nel vuoto come tu affermi.

Franco: Questo è un discorso difficile da confutare, ma ci proverò. Ritorno indietro all’infanzia, al tempo nel quale davano Mazinga Z in televisione. Avete presente.  

Paolo Fantuzzi: Ovvio, chi non conosce i cartoni animati giapponesi di robot dei primi anni ottanta. Ma cosa c’entra. Questa è una vera e propria follia.

Stefano Bocconi: Lascialo dire. Forse sa qualcosa che non sappiamo. O forse vuole stupirci con una parabola, farci sognare con un discorso di fantasia.

Franco: Invece no. Molto meno. Avete presente la sigla italiana di Mazinga quella che fa “Quando udrai un fragor a 1.000 decibel/ veloce e distruttore come un lampo non dà scampo…”

Stefano Bocconi: Sì ricordo. Sono vaghi ricordi.

Paolo Fantuzzi: C’erano delle immagini, mostri, città in fiamme, aerei, carri armati, e Mazinga.

Franco: Appunto le immagini. Tornate indietro negli anni. Nelle immagini finali della sigla si vedeva lo schema delle parti meccaniche del Mazinga Z, giusto! E’ importante!

Clara Agazzi: Vagamente mi ricordo di qualcosa, non era il io preferito. Cosa c’entra lo schema tecnico del Mazinga superobot peraltro fatto  immaginario e prodotto dall’industria giapponese dell’animazione?

Franco: E dal maestro del genere  ovvero Go Nagai.  C’entra perché per fare barriera contro una forza ostile tremenda e le sue conseguenze non basta la volontà o la buona disposizione d’animo e meno che mai i buoni propositi. Ci vuole quello che si vedeva nel Cartone Animato in questione: organizzazione, un gruppo di tecnici e di specialisti, un team pronto a battersi composto di gente leale e coraggiosa, uomini e donne pronte allo scontro anche in situazioni di netta inferiorità e un simbolo che unisse tutti in quel caso Mazinga stesso. Oltre a questo gli eroi avevano  spirito di squadra, volontà di prevalere, capacità di sacrificarsi e, tornando all’immagine che ho evocato, i mezzi sofisticati. L’interno del Mazinga Z che si vede nella sigla è questo: ci vuole la potenza dei mezzi e i mezzi sono parti complesse di un corpo unitario. Invece cosa vedo in questa realtà. Tanta gente perbene, magari seria, ragionevole fa grandi proclami e poi davanti al male che arriva non fa gruppo, non fa squadra, non crea i mezzi, spesso rinuncia a combattere e cerca una via di fuga, magari studia per avere qualche espediente o qualche privilegio. Prendete Mazinga Z come metafora della difesa di una civiltà. Si può difendere una civiltà o affermarla senza le cose che ho detto? No. Questo è sicuro. Quelle buone azioni e buone prassi che esistono e di cui dici Clara sono di solito separate le une dalle altre. Come spesso capita non è uno più uno uguale due, ma uno e uno ossia due singolarità che non fanno coppia. L’individuo, il singolo staccato e dissociato da un corpo sociale di cui fa parte e dal quale in una pur minima misura è difeso e tutelato è azzerato davanti allo strapotere dei mezzi di oggi. Come può un singolo opporsi davanti a processi commerciali, industriali, economici che muovono miliardi e che ridefiniscono e scombinano la sua vita, le sue certezze, le sue possibilità economiche. Pensate alla crisi del 2008 e alle vite che ha travolto nel mondo. Basta il singolo, con il suo buonsenso, con i buoni propositi, con la sua carità aleatoria o perfino occasionale per fare barriera? Io dico di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma, ci sarà pure un modo, un sistema. Voglio dire. E’ proprio necessario che le forze positive siano frammentate in mille pezzi mentre quelle negative sono esercito, sono unità.

Franco: Positive, negative. Che vuol dire. No non ci sbagliamo qui  non c’è una lotta fra il bene e il male come la si può intendere comunemente. Qui ci sono egoismi e desideri alimentati o indotti che producono per prima cosa consenso e a seguire fatti politici, culturali, azioni militari. Si tratta di un sistema di terza civiltà industriale oggi governata da un sistema finanziario capitalista. Non c’è un mondo buono di cavalieri della Tavola Rotonda che deve arrivare qui, il mondo che vedo è già questo. Piuttosto invece di aspettare l’eroe con il robot o con la spada divina perché non pensare di assumere qualche caratteristica positiva dell’eroe; che ne so: lo spirito di squadra, la speranza nel futuro,  un sano altruismo, la volontà di battersi…

Paolo Fantuzzi: Ovviamente questo discorso è assurdo. Certo l’immagine è suggestiva ma assumere su di sé un qualcosa di eroico fra il bollo auto e la dichiarazione dei redditi è una cosa da scemi anche solo il pensare una cosa del genere. 

Franco: Ma io non parlo di andar a giro con robot alti quanto una casa di dieci piani o di nascondere armi incredibili e partire alla ricerca di non si sa che cosa. Questo è qualcosa di manicomiale, una roba da ricovero coatto. No dico che per affrontare questo momento di sfascio di valori e di forme della vita sociale sommerse e spaccate da una ridefinizione dell’economia capitalista che volge al dominio su tutta la realtà umana da parte  della finanza, delle multinazionali e  di poche famiglie di supermiliardari occorre che chi per motivi umanitari o politici si oppone faccia gruppo, si dia un coordinamento, si ponga degli scopi altruistici. In una parola faccia propria l’evidenza che per combattere forze ostili organizzate, specializzate, amorali, dotate di enormi mezzi tecnici  e finanziari occorre far gruppo, creare una rete, diventare quello che si chiama un soggetto politico e sociale. Mille iniziative benefiche  separate le une alle altre non sono gruppo, non sono movimento, non sono trasformazione. Sono dei singoli che fanno cose simpatiche, divertenti, suggestive, magari perfino faticose. Ma singoli. Non quindi Mazinga Z che è una cosa unitaria ma tanti bulloni e viti che schizzano via in libertà. Prendo un fatto immaginario. La multinazionale XYZ in accordo con politicanti corrotti ha deciso di trasferire gli stabilimenti dalla provincia X allo provincia K che sta in un paese povero e governato da una dittatura e fa questo per non mettere agli stabilimenti i depuratori e pagare poche tasse. Chi ferma una cosa del genere che risulta essere un danno economico e un potenziale disastro ecologico? Il singolo?

Clara Agazzi: Vuoi dire che occorre creare qualcosa di simile ai vecchi partiti, strutture organizzate.

Franco: Non proprio. Occorre un senso diverso della cittadinanza. Occorre una popolazione che sia essa stessa responsabile e che sia in grado di stabilire la differenza fra ciò che è importante e ciò che non lo è e che se presa in giro o danneggiata dai grandi colossi finanziari o commerciali imponga dei politici capaci di stroncare i processi degenerativi. Occorre una tipologia di cittadino, o se si vuole di essere umano, che non è il consumatore. Certamente  il consumatore è nel suo piccolo un lavoratore specializzato, un tecnico, un detentore di un qualche sapere ma per certo esso non è quel soggetto che si mobilita per reagire alle forme perverse, pericolose e degenerative di questo modello di civiltà industriale.

Paolo Fantuzzi: Ma questo presuppone un riciclaggio, anzi una riqualificazione di milioni di esseri umani. Da consumatori a cittadini responsabili, questa è metamorfosi. Ma allora è vero che sei un mago, questo è un grande incantesimo, tu pensi in termini tali da credere possibile il cambiamento della realtà.

Franco: Io penso che nella vita sia ragionevole a un certo punto darsi uno scopo. Uno scopo vero, un disegno personale, uno scegliere un percorso di vita  e non il seguire come una pulce ammaestrata i modelli adulterati che passano nei programmi televisivi dove si vedono e si sentono le cose più strane e folli.




18 febbraio 2009

Anche il passato fugge dal Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Anche il passato fugge dal Belpaese

Alle volte preferirei scrivere recensioni o commenti sui cartoni animati e i manga giapponesi piuttosto che ritornare di continuo su questa penisola e sulle sue genti. Si fa un gran discutere di Seconda Guerra Mondiale, foibe, Mussolini, scontro di civiltà, si confondono le date e i discorsi. Il grosso dell’uso pubblico della storia e dell’appropriazione della memoria da parte di coloro che fanno discorsi di parte è poco più di un rozzo parlare da ubriachi o da invasati. Si vuol usare la storia e segnatamente la tragica e remota storia del secolo appena passato per un rozzo discorso di stampo elettorale che non convince nessuno, ma serve a far polveroni, a non annoiare un pubblico elettorale di vecchi e di giovinastri. I quali non amando essere richiamati alle gravi responsabilità che chiamano le difformi genti d’Italia davanti alla triplice crisi sociale, economica e militare si trastullano con cose che restano dove sono: nel trapassato remoto . La riflessione sul passato, l’assunzione di responsabilità, la riflessione sulla storia divengono quindi per i molti un comodissimo trucco regalato dalla politica nostrana ai più per non riflettere, per non pensare, per non capire il presente. E’ l’ennesima tragica fuga dalla realtà, è il rimandare i gravissimi drammi che le diverse genti d’Italia devono affrontare. Il discorso sulla storia del Novecento diventa un diversivo, un divertimento nel senso peggiore del termine. Eppure proprio da quel passato remoto potrebbero arrivare strumenti per riflettere, materia per capire meglio questo presente e le troppe debolezze delle genti della penisola che rischiano di nuovo di essere schiacciate da qualche novella calata dei Lanzi. In verità anche il passato ci sfugge e quasi fugge dal Belpaese di oggi, ormai propenso nella stragrande maggioranza dei suoi cittadini/sudditi a disfarsi di ogni morale e di ogni responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Il passato stesso nella sua complessità e nel suo essere storia sembra sfuggire il Belpaese e il suo posto viene preso dalla chiacchera dal discorso fazioso, dalla predica dell’ubriaco e dell’invasato. L’Italia di oggi ha perso il contatto con se stessa e con la realtà, adesso la crisi, lentamente ma fatalmente pone le genti discordi a un bivio: cambiare in fretta o accettare che emerga un qualche nuovo padrone straniero che imporrà la sua volontà a tutti quanti.

Dove sia l’Italia che ho conosciuto nel pasato non lo so, questa è così diversa che a pensarci bene sembra una nazione straniera, tanto per dirna una si compone di decine di comunità straniere che l’emigrazione selvaggia di questi ultimi due decenni ha portato sulle nostre spiagge. Mi chiedo che cosa pensano questi stranieri che da decenni vivono in Italia delle nostre questioni di storia patria, stranieri che da anni si candidano a diventare cittadini e a pesare molto con il voto a tutti i livelli. Sono latori di una storia loro molto diversa dalla nostra, in queste condizioni non credo che prenderanno ripetizioni di storia dagli italiani.

IANA per FuturoIeri




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (4)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 4

D-. Cosa aggiunge o cosa ha aggiunto nel passato, secondo te, il Judo nella cultura sportiva degli italiani?

R-. La cultura?

D-. Sì, alla cultura sportiva

R-. Non c’è cultura sportiva, mi dispiace sono italiano, ma non c’è cultura sportiva.

D-. Neanche…

R-. Uno che ha avuto una cultura sportiva ha fatto successo con una canzone; Conte con Bartali: descriveva pari pari quello che era lo sport popolare. E’ piaciuta perfino ai francesi: ti rendi conto!

Da quanto era bella. Ma aveva una cultura. La cultura si nota dalle piccole cose. Pensa alla canzone “Genova per Noi”. La differenza fra Asti e un posto di mare provala! Te lo dice in faccia. Pensa adesso alla canzone “Azzurro” che è un ritorno della memoria alla solitudine e al ripensare all’oratorio. La cultura ci si fa con l’osservare le cose e ripensarle. Nello sport è uguale. Io la cultura me la faccio fra voi. Fra me e te c’è un ottimo rapporto. Guarda Ho avuto il caso di un mio studente di arti marziali. Pensa vent’anni con me, fin da bambino, non lo volevano neanche in casa. Perché un giorno gli ho detto:”no, la ginnastica non la devi fare così, la devono fare tutti”. E’ andato via. Ha rotto un’amicizia che durava vent’anni. La chiami cultura quella. Non ha sensibilità. Se io dovessi rompere un’amicizia con te prima chiederei spiegazioni.

D-. Vorrei conoscere qualcosa di più sul tuo rapporto con la musica, dal momento che sembra avere un ruolo tutto suo nel tuo essere maestro di arti marziali.

R-. La musica alle volte supera e implica le parole. A volte tu puoi descrivere una situazione con la musica. La musica è l’arte del suono, e i suoni danno alle volte la sensazione di una tragedia o di un fatto felice, che le parole non raggiungono nella sua complessità.

D-. La musica per te si proietta oltre il linguaggio.

R-. Sì! Ti faccio un esempio perché si può parlare di queste cose per esempi: Beethoven è stato l’autore dell’”Eroica” e della “Pastorale”, però la “Pastorale” ha in sé quello che sentiva lui, c’era il carattere della persona.

D-. Che può essere descritto con la musica adatta

R-. Se tu senti Sibelius, e la parola ti dice che era un compositore del Nord-Europa. La mattina lui alle cinque, all’alba, andava su una roccia, si sedeva con la pelliccia e poi scriveva. Lui ha scritto un’opera molto bella un Valzer triste dove la morte entra e fa una danza macabra attorno a un morente. La descrizione triste di quest’opera non è stata trovata perché era nel carattere del compositore. Se tu senti Mozart, senti il genio viziato. A sedici anni aveva la moglie e lo sfruttavano. Il patimento e la sofferenza nella sua musica si trovano solo alla fine della sua vita nel famoso requiem, quello reso famoso dal film. Lui poi era un massone.

D-. Molti erano tali nel Settecento, era anche un modo per respingere le rigidità di una società strutturata per ordini sociali.

R-. Ti faccio un altro esempio per farti capire cosa voglio dire. Io mi ricordo quando Dubcek fu lasciato libero dopo i fatti di Praga, era vecchio e l’avevano rovinato, era morente. Pensa quando si affaccia alla finestra si sente la musica di Smetana, la famosa Moldava, il brano “La mia Patria”. Quando si affacciò alla finestra si vide nel volto il dispiacere del passato per quello che aveva provato e l’orgoglio rappresentato da questa musica. Ecco perché ho detto che la musica supera le parole e anche l’orgoglio stesso.

D-. Questo rapporto con la musica può essere utile per elevare il carattere delle persone.

R-. Certo.

D-. Allora si ritorna la discorso iniziale di una cattiva cultura che c’è in Italia nello Sport che porta avanti interessi materiali.

R-. Esatto, è uguale

D-. Mentre al contrario c’è nello sport un problema di formazione complessiva dell’essere umano.

R-. Quando tu senti la musica americana, il Reggae-time è nato nell’Ottocento quando i musicisti negri facevano il piano-bar e non avevano una melodia sofisticata, ma un suono cadenzato, bellissimo, che esprimeva la loro vita; era la loro vita nei campi di cotone. Quando suonavano al piano-bar davano vita a quegli americani che erano appiattiti.

D-. Capisco.

R-. C’è una storia dietro tutto questo. La musica andrebbe insegnata nelle scuole non solo facendola solfeggiare ma facendola ascoltare e apprezzare, anche usando le opere di Walt Disney. Pensa a “Fantasia” quando viene rappresentata la toccata e fuga di Bach in re minore. Dal momento che quello studio musicale non voleva rappresentare niente ma il cambiare il ritmo per fare la melodia. Allora il cartoon fa vedere le note che saltano sugli spartiti. Non è necessario altro. Una notte su Montecalvo, sappiamo tutti di cosa parlo…

D-. Certo, è il monte legato alla leggenda del sabba delle streghe. Leggenda che è stata trasportata in musica da un famoso musicista russo e sullo schermo da Walt Disney.

R-. A un certo momento si vede i cadaveri che passano chi da un cappio, chi dalla ghigliottina, chi dalla mannaia, tutti condannati a morte che ritornano tutti quanti a ballare sulle mani di una montagna bellissima che si apre. E’ Lucifero. Quando c’è il sacro e il profano ecco in scena il contrasto col profano con un suono di campana. Lucifero guarda arrabbiato, richiama e richiude dentro il suo corpo le anime dei dannati e lontano si sente la gente povera e ignorante che canta l’Ave Maria di Schubert. Questo quando tu lo spieghi ai ragazzi, quando lo si fa scrivere in Italiano, li migliori, sono migliori; hanno la possibilità di aprirsi.

D-. Parli di questo come di un’elevazione culturale attraverso la musica.

R-. Mia madre diceva: la musica va ascoltata per capire chi la scrive. Per esempio Gerschwin io a 14-15 anni lo ascoltavo molto spesso ilo “concerto in fa” è bellissimo come “Un’Americano a Parigi”. Io ho capito dopo perchè il maestro italiano Toscanini l’ha diretto. Perché ha delle composizioni e delle strutture per le quali è classico.

D-. Quindi un linguaggio che sa attraversare lo spazio e il tempo.

R-. Se a un ragazzo fai sentire la “Saga della Primavera” di Stravinsky e poi gli dici che nasce il mondo così e parte dal dinosauro fino ad oggi. E’ un’esplosione di un cosmo che nasce fino ai fiori, l’amore, la gente, la civiltà e poi un’altra esplosione l’annienta. Ma con la musica lo senti. La musica è l’arte del suono, ma è anche l’arte di vivere. Quando tu parli di una persona gradita è musica, quando tu parli d’amore con una ragazza o con gli amici d’amicizia è musica. Se tu non senti questa musica sei insensibile. Questo lo diceva anche la Fallaci. La Fallaci mi diceva: guarda Ivo io dormivo nelle trincee i Viet-nam e gli americani con la chitarra alle volte suonavano brani country che derivavano dalla sinfonia “Il nuovo Mondo” di…

D-. Dvorack

R-. Si lui, la suonavano perché era bella ed esprimeva il loro animo. Faccio un salto logico: è così anche per i cori di montagna, dove senti la gente che canta col cuore. Del resto si può fare un capolavoro anche con una tarantella come ha fatto Rossini, pensa usando la mandola uno strumento medioevale, antichissimo. La musica è l’arte di vivere, come la poesia; il saper dire il saper parlare.

D-. Saper vivere in che senso?

R-. Di poter gustare.

D-. Si, cosa?

R-. L’ambiente e la situazione

D-. Affinamento quindi…

R-. Pensa all’Aida a come vengono rappresentate le situazioni, nel trionfo c’è prima c’è una musica e poi una diversa solenne.

D-. Quella del trionfo, del principe che torna.

R-. E’ il trionfo. C’è anche la parte nostalgica col padre di Aida con “rivedrai le foreste imbalsamate”.

D-. Quella è la parte che mi piace di meno mi chiedo cosa sia passato nella testa del librettista al soldo di Verdi.

R-. Di questo dovremo riparlare un giorno

D-. Forse occorre ritrovare la propria cultura se si è persa

R-. Bisogna cambiarci se no non viviamo, se noi non ci facciamo una cultura, vincerà il più forte. Vincerà l’N’drangheta, la camorra, il capo-settore in una contrada, quello più forte dentro il bar, hai capito. Io ero a fare una coda per una raccomandata. Arriva uno dal fondo e dice: me la fai per favore ho furia. C’erano venuti pensionati a prendere la pensione e io: Guardi quel biglietto lo mette da parte e lo fa quando siamo arrivati tutti in fondo.

Quello:”Come sarebbe a dire?”

Lo presi per il collo e lo buttai fuori.

Dissi: “questi sistemi neanche col tuo babbo devi farli. Perché son convinto che al tuo babbo tu gli devi rispetto. Non lo fare più sai, sennò t’ammazzo di botte”.

Fece una faccia.

Bisognava arrivare a questo.

Ma che sei propenso a fare questo per tutta la vita?

No.

Bisogna mettercelo in testa Iacopo.

D-. Alle volte è difficile essere coerenti con se stessi

R-. Ma tu sei costretto. I napoletani dicono: Storto a Valle, Dritto a bene. Capisci si sta al caso, poi col caso si fanno delle cose che vengono fasulle. He! Io ti volevo far un suggerimento. Vorrei un altro dialogo fra me e te. Tu ascolti e scrivi degli appunti e poi si rifanno.

D-. Si, D’accordo




4 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (3)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 3

D-. Si è vero, adesso vorrei passare ad un altro argomento.

Qualche anno fa in occasione del passaggio del tedoforo con la fiamma olimpica a Firenze Il Maggio Fiorentino Formazione ha festeggiato l’evento con un concerto dal titolo “Canti di Olimpia note e versi”. In quella occasione il regista della serata Gabriele Duma ha riportato in scena gli Epinici, ossia quei componimenti poetici che nell’Antica Grecia celebravano l’atleta e in un certo senso consacravano la sua vittoria e la tramandavano ai posteri e alla storia.

Vorrei conoscere la tua opinione sul contemporaneo rapporto fra sport e arte e di conseguenza fra sport e storia: se esso a tuo avvio è un residuato del passato e può presentarsi solo citandolo o mistificandolo o se è al contrario un rapporto ben vivo, o se ancora nel passato vi sono stati momenti di congiunzione fra sport e arte che hai avuto occasione di constatare.

R.-Il teatro greco aveva una recitazione di sfondo che aveva una sacralità

D-. Sì, alla luce proprio di questo passato nobile vorrei chiederti sul rapporto fra sport e arte e fra sport e storia.

R-. Ci deve essere. Questo tu l’innesti se la gente ha una cultura. Per esempio, un maratoneta a Londra ebbe una coppa dalla Regina, negli ultimi tre metri era stato squalificato. Era italiano. Pensa a un doppio senso, per la regola ha perso la medaglia, però la regina gliela dette extra. Fu nel primo novecento. Queste cose noi non abbiamo l’abitudine d’abbinarle alla dolcezza del ricordo. Io ti racconto una cosa che dovrebbe essere tutto. Comprai una macchina scassata. Ero a Livorno, al mare. Ero solo. Non sapevo dove andare. A Livorno. Da Bolgheri vado verso San Guido. Io stavo passando fra questi cipressi, soffermai quasi, io sentivo qualche dicitore, qualcosa d’immaginario che mi diceva: I cipressi che a Bolgheri che mi ripetevano:”Ben lo sappiamo che anche un pover uomo tu sé/ Ben lo sappiamo il vento ce lo disse/ che rapisce degli uomini i sospir”. Queste sfumature, mi capisci devono far parte dell’uomo, se tu passi di lì e non hai conosciuto Carducci che era un Nobel, che lo si voglia o meno è un Nobel, e descriveva così bene una zona così bella come la maremma; bene se a uno non gli fa proprio niente e guarda “L’isola dei Famosi” c’è il baratro. Non gli puoi parlare così. “L’isola dei Famosi” intrattiene per tre ore gente: dove uno dice io mi son leticato con quello, io mi son leticato con l’altro.

Tutte stupide banalità. Vorrei vedere loro quindici o venti giorni su un’isola senza mangiare e bere. He!, He!.

Ti rendi conto Iacopo, ma ci hai mai pensato? Si scade nella banalità. Noi bisognerebbe essere un pochino più profondi capisci e invece non lo siamo.

Noi quando si premia questo sport; ora qualcuno, te in particolare, Campostrini, e Leandro cominciano a capire la bellezza del fare tappeto, l’indifferenza nel momento del fare agonismo; ci deve essere un’indifferenza. Capisci. Se io vinco una gara perché in quel momento ho trovato uno che era inferiore, ma nello sport siam tutti uguali un giorno va quello un giorno quell’altro. I grandi campioni di automobilismo vincono diversi mondiali perché hanno il privilegio di avere la macchina diversa da quelle dei loro compagni, quando hanno avuto la macchina uguale a quella dei compagni di scuderia non c’è stato niente da fare perdevano. A certi livelli nello sport c’è la facilitazione. Guarda gli scandali delle partite. Anche nel judo si possono verificare simili incidenti. Il concetto della competizione non deve essere fra me e te sul tappeto, ma fra noi due e lo sport. Riusciranno a fare questo con facilità, a renderlo bello, a renderlo affascinante? Si! Ecco la competizione! Io la vedo così! Certamente se un campione è più bravo di un altro gli dò la pacca:”sei bravo”. Se tu a scuola fai un componimento e uno mi fa una cosa scialba, dico è una competizione. Tu sei stato affascinante rispetto a lui, questo va riconosciuto nello sport. Ma già il pensiero che quello si stringe le meningi per dire quel poco che sa va preso in considerazione un giorno può scrivere delle cose belle. Così come nello sport, si può fare cose belle. Lo sport fra l’altro è una cosa che tiene l’amicizia: il rapporto fra noi. Sennò siamo tutti soli. Io vedo gente che non ho più visto, sono soli; è una solitudine che diventa deprimente.

D-. Non pensi che questo sia connaturato a questo particolare tipo di società?

R-. Si ma c’è un fatto. Ritorno sui genitori.

Una donna di cui non farò il nome per motivi di discrezione ha portato in palestra un bambino di origine nord-africana. Qui è andato bene e in quell’anno tutti gli hanno fatto un encomio in palestra. Torna a casa e i suoi amici volevano andare a fare nuoto. la madre a quel punto mi dice:”non lo riscrivo”. Io gli rispondo:”Guardi, che qui andava bene a scuola”. Sai era un ragazzo preso in giro qui amato. Questo è l’aiuto che serve. Se ti avessero messo al bando, qui in palestra te, o qualcun altro, e ti avessero lasciato solo, in che stato saresti?

D-. Sarebbe stato un problema in più.

R-. Ma forse quello determinante. Perché c’è della gente che quando è depressa è isolata va al suicidio.

D-. Questo è vero

R-. E’ il vivere insieme. Chi ha fatto il servizio militare sa che tutti volevano congedarsi. Una volta congedati ogni tanto si hanno dei rimpianti.

D-. Forse perché è un periodo della vita

R-. No, perché ti fai tanti di quegli amici che se sono antipatici, li puoi scansare perché ne hai altrettanti simpatici. Ma vivi in una comunità. Vai a letto la sera, e su in venticinque persone e al buio la sera si parla di quello e di quell’altro. E’ tutta una vita di massa, l’essere umano è come il branco. Prova a prendere un cane randagio o un lupo e a levarlo dal branco.

Spariscono.

Il leone se vive fuori dal branco resiste un mese, un mese e mezzo poi muore.

D-. Probabilmente perché è il tipo di animale che è connaturato a quel tipo di vita sociale.

R-. Ma noi tutti siamo connaturati alla vita sociale. C’è l’eremita e l’asceta che fanno eccezione. Ma tutti. Io penso tanto, ma quando voglio uscire e vedere gente è per riabilitarmi un po’. Iacopo.

D-. Certo, l’ascesi…L’eremita, se ci si pensa bene, è una figura che di per sé cerca di entrare in comunione con Dio, non si può dire che è solo.

R-. Fa una scelta. Attenzione! Ricordati una cosa, l’eremita si può anche appartare dalle persone perché ha scelto una vita diversa. Basta leggere Siddartha di Hermann Hesse. Ma non è solo Siddartha. Attenzione! Nel male oscuro di Giuseppe Berto il finale è una meditazione, ma però è stanco del vivere insieme con i grandi problemi, esce Siddartha in questo fiume di meditazione e diventa la pace in se stessa. Ma hai detto bene te, perché già crede fermamente in qualcosa d’altro. E uno non crede.

D-. Per uno che non crede in niente c’è la caduta nel nichilismo.

R-. L’ammazzarsi!

Vedi Pratolini diceva nella vita difficile a un fratello che stava morendo:”tu credi in Dio- vedi io non ti so rispondere se un giorno starò morendo e l’uomo non potrà fare più niente e chiederò aiuto in Dio, vuol dire ci credo”. Bisogna vedere cosa succede quando si arriva a questo punto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (2)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 2

-D-. Certo, è vero.

R.- Questo, Iacopo vuol dire che la mente umana, il cervello, è in grado di fare queste cose; alcuni lo coltivano, alcuni se ne fregano. Noi in Italia abbiamo il vizio di fare grandi conferenze. Lo sai perché? Perché dopo le conferenze ci sono le grandi cene o le grandi mangiate. Io ho fatto due conferenze sportive qui al polo di Sesto Fiorentino. La cosa più bella, quando vedevi tutti era quando c’era il buffet. Tutti lì con queste tartine, anche personaggi importanti. Quando parlano di sport, ad esempio potrebbero pensare di agevolare le palestre dove lo pratichi invece di tassarle. Questa ragazza, di cui ti ho detto prima, che fa ginnastica che ha portato tre medaglie ai mondiali deve andare a Trieste, ha cambiato città per continuare ad allenarsi. Purtroppo i politici locali e nazionali non hanno sensibilità nei confronti dell’attività sportiva e delle difficoltà che incontrano gli sport minori e le palestre. Prestano troppa attenzione a quelle attività sportive di massa che coinvolgono centinaia di migliaia di persone e generano grandi flussi di quattrini in entrata e in uscita. In breve sono sensibili al potere del denaro e alle possibili ricadute elettorali delle loro scelte politiche. Gli sport minori anche quando riportano dei successi olimpici o internazionali vengono trascurati, questo è anche il caso del judo.

D-. Certo,Quel successo italiano.

R.- Quei signori che lavoravano al CONI prendono lauti stipendi potrebbero fare un bilancio un po’ diverso, e quando un ragazzo, o una ragazza, prende le medaglie olimpiche dargli la possibilità di fare sport. Noi questo non lo facciamo.

Allora cosa succede?

Succede che facciamo queste conferenze, alla fine risulta che è venuto bene tutto. E’ stata fatta anche una conferenza sull’antidoping, a noi ci hanno chiesto l’antidoping e l’abbiamo fatto e poi non si è visto più nessuno. Tu capisci! Il signor De Magistris, che ha dieci o quindici anni di nazionale, ed è stato per dieci anni il miglior pallanuotista del mondo, se dico del mondo è così perché ce l’invidiavano tutti, s’incavolò quando montò in cattedra. Disse quello in modo più brutto, quello che dico io:”Voi parlate di sport, solo quando c’è da mangiare e da far delle chiacchere. Ma voi avete parenti, cugini, figli, mogli, parenti e nessuno di questi fa sport, ma come mai?”.

E’ questo il problema che bisognerebbe cambiare completamente, è una cultura diversa. Guarda! La cultura non la fai solo a scuola. Per esempio un americano che ha fatto judo con me si chiamava Piccinelli -dimmi che americano era- era del Texas di San Antonio e mi diceva: in America si comincia in età giovane e se uno non ha voglia di fare sport viene incluso come materia affiliata, se non fa niente bisogna che sia ottimo nelle altre materie se no non chiudono neanche un occhio.

Allora vanno nei college, vanno nelle palestre e nelle piscine e fanno lo sport che gli piace. Quelle due ore di movimento le fanno, perché se io ho sette in matematica ma non faccio niente, niente di sport, quando si arriva a fare una valutazione, si dice questo in matematica va bene ma come uomo che cosa è? Non sale le scale. E’ questa la filosofia, non posso dire neanche se sia giusto o sbagliato; però è diritto e obbligo di genitore e di giovane di prepararsi a un domani.

E’ vero o non è vero.

-D-. Perché qui siamo così carenti?

R.- Perché siamo ignoranti, non abbiamo il pallino di esser curiosi, di imparare…

D-. E’ una questione di umiltà

R.- No, è una questione d’ignoranza. Nel senso buono.

D-. Ivo volevi aggiungere altro a questo pensiero.

R.- Sì, volevo dire, quando si giudica questo sport, quando lo si osserva o lo si alimenta assieme è uno sport che trascina dietro una matassa, nel senso buono del termine, una matassa di tratti culturali che noi non conosciamo.

D-. Forse non conosciamo fino in fondo.

R.- Il giapponese che dipinge, non ha lo stile del francese, del fiammingo, dell’italiano, dello spagnolo; esprime un’arte tutta sua. Anche nella sua musica è così diverso da noi quando deve esprimere dei sentimenti.

D-. Quando non fa riferimento agli strumenti o alla tradizione “occidentale”.

R.- Loro esprimono il loro d’animo, la musica dovrebbe essere universale per tutti.

D-. Esprimono il loro stato d’animo in maniera diversa, è qusto quello che vuoi dire?

R.- Quando si pratica uno sport, bisogna insegnare e far capire anche questa questione della cultura

D-. Questo ci rimanda al problema dell’essere maestro in questo sport, che è centrale nei nostri discorsi.

R.- Una cosa collaterale al judo sta entrando nel rugby, non in Europa dove c’è già, ma in Italia. Il rugby è nato per una dimostrazione di cavalleria e gentilezza proprio per la virilità che ha; però c’è il rispetto delle regole.

D-. Certo, anch’io l’ho fatto, è così

R.- Tu sai cosa voglio dire

D-. Nel rugby, sì

R.- Però ci sono delle persone che fanno a cazzotti, si picchiano, fanno a botte, perché non entrano nello spirito del rugby. I neozelandesi è difficile che facciano a botte, più facile lo facciano i francesi. Perché è nato lì, nel mondo anglosassone. In questo sport qui il judo, devono imparare la storia, la cultura.

Poi c’è una cosa, non bisogna mai pensare che questa competizione, anche se è uno sport olimpionico e vi sia uno scontro da cui esce un vincitore e un vinto. E’ una cultura del proprio corpo e della propria mente. Quando uno fa due ore di tappeto con una o più persone mette alla prova il proprio corpo, la propria mente e … come si dice?

D-. Indole?

R.- No; le proprie reazioni, la velocità delle reazioni, la fantasia, il buonsenso. Per tirare, per imbastire un colpo, per battere l’avversario ci vuole creatività che nasce in pochi secondi. Ecco la bellezza di questo sport, in più nel fare questo non si può usare solo un arto, una mano, un piede come fa il pugilato o il calcio, qui va usato tutto il corpo. Se non funziona tutto il corpo non c’è tecnica, non si proietta, non c’è atterramento. Tu su questo devi far una riflessione. Io in palestra oggi ho rammentato, l’hai visto, il muoversi come fanno certi balletti russi o il teatro NO giapponese. L’ha fatto “Dio Bono” Luca Ronconi con” l‘Orlando Furioso” del 1968.

D-. Il movimento elegante, è questo che vuoi dire?

R.- Questa cosa me l’ha detta un direttore del Comunale, il sistema del teatro NO, e quello di certi balletti russi dove le immagini degli attori passano senza vedere le articolazioni delle gambe, sono le forme dei pensieri che uno immagina nel dormiveglia. Lì vedi il volto che recita.

Non si vede tutta l’azione, è questo il concetto.




3 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (1)

Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Dialogo con un maestro di judo

Sezione 1

D.-Credo sia opportuno per iniziare questa conversazione a partire da una citazione che potrebbe essere l’occasione per ascoltare la tua opinione intorno al rapporto fra sport e italiani così come lo hai potuto osservare nel corso degli anni.

Inizierei con una citazione dal famoso testo “Lettera ad una professoressa”:”Agli esami di ginnastica il professore ci buttò un pallone e ci disse:”giocate a pallacanestro”. Noi non si sapeva. Il professore ci guardò con disprezzo:”Ragazzi infelici”. Anche lui come voi. L’abilità in un rito convenzionale gli pareva importante. Disse al preside che non avevamo “educazione fisica” e voleva rimandarci a settembre. Ognuno di noi era capace di arrampicarsi su una quercia. Lassù lasciare andare le mani e a colpi d’accetta buttar giù il ramo di un quintale. Poi trascinarlo sulla neve fin sulla soglia di casa ai piedi della mamma.

M’hanno raccontato d’un signore a Firenze che sale in casa sua con l’ascensore. Poi s’è comprato un altro aggeggio costoso e fa finta di remare. Voi in educazione fisica gli dareste dieci.”

R.-Ecco vedi su questo, occorre star attenti. Quando si fa una disciplina sportiva la passione deve esserci se no non la si fa perché la passione ti dà incitamento, voglia di migliorare, di riflesso ti fa migliorare il fisico, la mente e tutto. Se non c’è la passione, se tu vai in palestra e la passione la devi fare solo perché l’ha detto uno fuori che devi fare sport dopo venti giorni smetti. Io ho fatto judo perché l’ho amato e lo amo tutt’ora. Uno che fa il lancio del martello, o il lancio del peso, sembra più banale di un altro sport più complicato ma nelle sue piccolezze, nella perfezione è passione. Questo professore probabilmente è uno di quelli che crede che lo sport sia quella dicitura dei genitori e dei familiari di quando uno arriva ad una certa età e butta la pancetta. Ecco lo sbaglio. Lo sport bisogna farlo perché la vita oggi non ti mette in condizioni di avere il fisico ben preparato per camminare e muoversi. Oggi ci sono tante facilitazioni, capisci?

D.-Mi permetto di aggiungere che si punta anche a un modello di vita essenzialmente basato sul piacere e sul rilassamento.

R.-Certo, ma tu guarda: gente in motorino, gente in moto, in macchina. La bicicletta la prendono perché è un vezzo. Vanno in Mountain Bike, perché son quelli che hanno già passato l’età delle palestre, una disciplina non possono impararla allora vanno in Mountain Bike, hai capito, e dicono: io faccio sport. Lo fanno già fuori tempo e non hanno un metabolismo e un fisico preparato, e corrono dei rischi, come quelli che vanno a correre, è lo stesso tipo di problema. Il concetto dello sport dovrebbe essere recepito nella testa dei genitori. Come dire: come io mando a scuola il figlio e voglio che ha vent’anni conosca questo e quest’altro e sappia fare i calcoli e come si fanno. Così deve anche dire: voglio che salga bene le scale, se cammini, che sia in grado di fare ottanta chilometri a piedi, se casca in mare da una barca deve avere già il fisico preparato per il nuoto e per affrontare il pericolo.

Questo non c’è.

Noi si manda i bambini in piscina. Lo sai perché? Perchè i bambini ci vanno volentieri. E lo sai perché?

Perché la piscina a livello bambini è l’unico Sport a livello bambini dove non c’è una disciplina. Fanno confusione, urlano tutti, giocano, si tirano l’acqua. Se tu li metti in una palestra a fare ginnastica come quella ragazza che ha preso in silenzio, preparazione e meditazione tre medaglie; ma chi lo fa. Non lo fa più nessuno Iacopo! Noi abbiamo un concetto sbagliato.

Scendo, faccio un salto concettuale.

Cesare Barioli non sbaglia quando parla del concetto di Judo di Gigoro Kano. Perché Gigoro Kano vedeva il judo come la perfezione di se stesso. Montare su un tatami e migliorare se stessi, anche se non tira uno ma tira l’altro ma fai una proiezione è una vittoria verso te stesso. Non a caso Gigoro Kano disse che s’era fatto male, la competizione rovina il judo, perché esce dai parametri della tecnica, vai d’impulso, vai di spinta. Penso a un pilota che va a 400 KM/H se non avesse la tecnica dei cambi e delle correzioni, e andasse d’impulso e di spinta, sarebbe sempre fuoristrada. Alcuni corridori che correvano così sono morti giovani, perché gli mancava quel che mancava ad altri. Sono sempre dell’opinione che lo Sport dovrebbe essere una cultura per vivere.

Mi spiego meglio.

Tu la mattina ti alzi. Ti lavi perché lo sporco è una cosa sgradevole verso te stesso e verso l’altro, ti pulisci, per ti senti meglio. Se tu fai dei movimenti in palestra e vai a giocare a carte sarebbe meglio dovresti fare altrettanto, solo che lo sport è una fatica immensa rispetto a farsi la barba. Il fatto di dire: il ragazzo non può perché ha da studiare è una scusa. Prima di tutto perché quelli che hanno da studiare son tutti fuori e la sera li vedi. Io ho visto ragazzi qui in palestra, e tu sei un esempio, dedicarsi completamente a questo sport così difficile e passare bene gli esami, laurearsi. E’ vero o non è vero.


 



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