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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


1 febbraio 2010

La guerra ieri, oggi, domani



De Reditu Suo - Secondo Libro

 La guerra ieri oggi e domani

Lo so che ragionare di guerra e conflitti non piace alla maggior parte degli italiani ma è un fatto che dal 1991 il Belpaese si è trovato coinvolto nelle nuove guerre, si è passati da una spedizione militare all’altra seguendo al bandiera del fu Impero britannico e le insegne degli Stati Uniti D’America. Nei fatti la famosa e strapazzata egida dell’ONU arriva di solito a cose fatte dopo che sono passate le milizie, i bombardamenti, i massacri e le truppe delle varie coalizioni atlantiche. Nel trapassato remoto quando l’unica fonte di legittimazione del fatto militare era lo Stato era quasi facile dare una parvenza di nobiltà e giusta causa a un conflitto. Perfino le avventure coloniali dello stramorto Regno d’Italia erano, almeno fino ai fatti della repressione mussoliniana in Libia, coperte da un velo di patriottismo e di necessità e perfino di utile politico. Di questi tempi è difficile pensare la Patria quando l’unico metro di giudizio è il Dio-quattrino  e quando i ricchissimi con la loro corte dei miracoli ostentano una vita beata e felice, talvolta ai confini della morale e delle leggi.

Del resto a conferma dello spirito dei tempi ricordo ai gentili lettori che Wikipedia l’enciclopedia multimediale riporta la seguente dichiarazione di una top Model icona degli anni novanta:“In tempi più recenti Linda Evangelista ha dichiarato "We don't wake up for less than $10,000 a day" (in italiano: "Noi non ci alziamo neppure dal letto, per meno di 10000 dollari al giorno").

Prendo questa frase attribuita la top model come indicativa di un certo universo mentale consumistico ed edonistico che dalla fine degli anni novanta è arrivato fino a questo 2010, solo che mi pare incompatibile con la crisi e le spese militari correnti nel fu Impero Inglese, negli USA, e nei paesi Europei sotto l’egida della NATO. Quale temerario oserebbe mettere in forse la sua vita o gettarsi nel pericolo che è presente nella guerra quando i valori dominanti sono di questa natura? Per far la guerra per bene occorre accettare l’idea di dover morire, di essere nel punto estremo della propria vita e di rischiare tutto. L’essere umano in guerra è davanti alla prospettiva di trasformarsi da un momento all’altro in un corpo in decomposizione talvolta smembrato o sfigurato. La morte livella ogni cosa e il corpo del ricco e quello del povero finiscono con il decomporsi nella fossa comune come nel sepolcro di marmo. Il ricco perde il suo paradiso in terra, il povero lascia la sua valle di lacrime, sangue e duro fango. Vivere per il Dio-denaro non aiuta a sacrificarsi per una causa che va oltre se stessi. Proprio in questi giorni l’amico Franco Allegri ha tradotto una lettera aperta al Presidente Obama di M. Moore il famoso scrittore e regista statunitense che ha per argomento le sofferenze delle famiglie statunitensi alle prese con la guerra afgana e la crisi economica. La lettera è pubblicata tradotta in italiano sul sito di Futuro Ieri nella rubrica Mondo Piccino e si tratta di uno scritto per certi versi commovente che getta una luce assolutamente positiva sul suo coraggioso autore e il seme del dubbio sulla presente amministrazione a stelle e strisce.

  

IANA per Futuroieri






26 gennaio 2010

Questo grande spettacolo scellerato

De Reditu Suo - Secondo Libro

Questo grande spettacolo scellerato

Certo che è difficile pensare a questi anni cercando indietro nel tempo per capire se era stato previsto tutto questo dominio nella vita di  ogni giorno della pubblicità e del mondo dello spettacolo. I segnali erano tanti ma ciò che sorprende  è la forza con cui questi fenomeni son venuti in essere: di fatto l’immagine del mondo e il vissuto quotidiano del singolo son condizionati dalla pressione enorme di questo modo di comunicare. Milioni d’immagini, di suoni, di scene animate e affini spingono a comprare qualcosa o a star sul  mercato vendendo capacità professionali e non solo, si tratta di un condizionamento incessante e continuo.  Dentro il condizionamento c’è tuttavia una novità e si tratta dell’assorbimento delle categorie che vivono di politica dentro le logiche della presente civiltà dello spettacolo.  Il potere politico deve rappresentare se stesso con mezzi e logiche non dissimili dai divi e dalle dive del piccolo e del grande schermo, deve esserci; ossia deve  esser presente la mattina, il pomeriggio e la sera nelle fasce orarie utili quando  il potenziale elettore ha il video acceso.  Talvolta esagerano e occupano anche le fasce orarie notturne , così  il potenziale elettore si trova circondato a meno che non accenda la scatola magica solo a notte fonda.   Forse Don Milani  e Pierpaolo Pasolini con certe loro prese di posizione allora da molti ritenute eccentriche, per non dir di peggio, avevano intuito la natura intima della televisione e della pubblicità commerciale e la sua capacità di essere rappresentazione di tutto  e di essere forza in grado di sedurre e condizionare. Purtroppo quei due personaggi paralleli e opposti sono un ricordo del remoto passato, ben poco è rimasto dell’antica spinta  all’impegno civile o religioso a favore della popolazione italiana.  Tuttavia oggi, a mio modesto avviso, c’è una novità: tutto ciò che fa spettacolo diventa anche atto politico in quanto diffonde con studiata scienza stili di vita, modelli di consumo, comportamenti, e talvolta modi di pensare e di agire. La politica arriva dopo e constatata la mutazione in atto nelle parole e nelle logiche dominanti si adegua di conseguenza; il momento politico è successivo al fatto spettacolare e commerciale. Mi permetto di aggiungere che la dimensione  dei grandi valori di origine laica e religiosa,  inclusi anche quelli più inquietanti, viene comunemente inserita entro i termini di logiche commerciali. Prova ne sia che perfino certe produzioni del regista statunitense M. Moore   sono state dei successi commerciali e come tali hanno prodotto ciò di cui il sistema attuale di produzione e consumo ha bisogno: profitto.  Tutto si può riportare all’essenza che permette al capitalismo senza regole che è venuto in essere di esistere.  Il Dio-Denaro è il sangue di questo modello di produzione e consumo dove  l’umano  crea la forza vitale del sistema. Ciò che permette all’umano di far bene il lavoro senza troppe domande è da una parte necessario e  dall’altra comodo per chi è nei livelli superiori della società. Lo spettacolare in politica è quindi parte di un tutto che non riesce a darsi limiti e tabù.

IANA per Futuroieri




9 gennaio 2010

Aspettando i nuovi miracoli





De Reditu Suo

Aspettando i nuovi miracoli

Quanto tempo ci vuole perché le sciagurate genti del Belpaese intendano che il secolo vecchio è finito, non è bastato nemmeno cambiar millennio per far intendere che ciò che è stato prima sta tramontando. Il Belpaese si nasconde dietro una cortina d’illusioni e di pietose finzioni, a giro c’è talmente tanta nostalgia del trapassato da dar spago a quanti ricordano il Craxi con nostalgia. Ciò che è morto non torna dai regni delle ombre e della notte. Quel che si decompone nelle tombe non è destinato a tornare in vita. Quest’affermazione, ovviamente, non vale per chi ha una fede così forte da prendere in considerazione la resurrezione dei corpi alla fine dei tempi. In quel caso la questione non è politica o morale ma di carattere religioso o filosofico.  Mentre le disperse genti d’Italia scrutano il futuro cercando le tracce di nuovi miracoli e atti straordinari io mi ritrovo da solo a considerare il passato per comprendere qualcosa del futuro e di questo indecoroso presente. Aspetto da anni l’ennesima abiura italiana, l’ennesima rimozione collettiva, l’ennesima maledizione. Tutto è finito piuttosto male nella penisola, non c’è stato un solo regime politico del passato recente o remoto che non sia stato in qualche misura aspramente criticato o maledetto. Non credo che questo quando arriverà la sua fine questa Seconda Repubblica farà eccezione. Mi vien fatto in questi giorni di portar avanti una considerazione non da poco: quanto ha spostato il fumetto e la satira italiana in Italia e quanto al contrario il fumetto e l’animazione giapponese in Italia negli ultimi trent’anni? Credo che fra i miracoli della prima e della seconda repubblica sia presente quello negativo di aver disperso le forze culturali e civili del Belpaese che potevano associare alcuni elementi della cultura popolare alla contemporanea civiltà industriale. La mia generazione che ha subito l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi si è vista passare davanti allo schermo un mondo fantastico “made in Japan” proiettato perlopiù verso il futuro con robot, capitani e piloti coraggiosi, alieni, aliene, astronavi spaziali, eroi in tute futuristiche e affini.  L’Italia, tranne qualche pugno di eroi fra i quali il grande Magnus, nella sua dimensione fumettistica e d’animazione era volta perlopiù verso il passato con eroi come Tex o Mister No o verso l’inserimento del fumetto nella vicenda politica attraverso la satira di parte; e satira di parte il che voleva dire allora comunista o in generale di sinistra. Il miracolo italiano che si è prodotto è stata la concessione dell’immaginario infantile e pre-adolescenziale orientato al futuro alla potenza culturale nipponica in strana intesa con le produzioni statunitensi; ancora una volta la distanza fra cultura alta elitaria italiana e la maggior parte della popolazione ha disarticolato le possibilità di leggere un possibile futuro o di sognarlo. Parto da questa constatazione che può sembrare poco sobria per considerare che in fin dei conti in questa materia del pensare il futuro anche in termini fantastici e artistici è opportuno che si verifichi un miracolo. Le disperse genti d’Italia devono ritrovare a capacità di pensare se stesse e di guardare oltre il dato immediato del qui e ora, altrimenti la prima innovazione asiatica o statunitense ci coglierà di sorpresa e l’immagine del nostro possibile futuro apparterrà ad altri e non sarà espressione del Belpaese e di un suo eventuale contributo originale.

IANA per FuturoIeri




24 novembre 2009

La Resurrezione

De Reditu Suo

La Resurrezione

L’Italia anche solo di venticinque anni fa è stramorta negli esiti, nelle speranze, nelle ragioni, nei costumi e nelle visioni del mondo e della società. Questo fatto, da anni non più tragico ma banale constatazione e comune ovvietà, merita una considerazione in positivo: dalla decomposizione del mondo umano precedente non può che formarsi un nuovo mondo umano con le sue regole e le sue ragioni. Questo non è necessariamente una cosa buona  e positiva per coloro che subiscono il cambiamento sulla loro pelle, oso scrivere che è quasi un fenomeno naturale come le alluvioni, i terremoti, le estinzioni di massa dovute ai cambiamenti climatici e le grandi catastrofi che talvolta avvengono in natura. Scrivo queste cose mentre nel Belpaese si consuma l’ennesima mini-crisi parlamentare dovuta al solito conflitto fra il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la magistratura. Questa cosa disgraziata di fatto produce leggi contestatissime e peraltro, a quel che mi consta, infelici. Ormai cerco d’ignorare il fatto che il Berlusconi il quale da anni è stato di fatto trasformato nel problema del Belpaese, è anche un trucco per nascondere dietro costui tutti i problemi e i torti che si porta dietro questa Repubblica. Quando la vicenda umana e terrena, del resto a quanto pare ne è consapevole dal momento che da anni si parla dell’opera che deve dargli la sua sepoltura monumentale, del Cavaliere avrà termine solo allora si potrà constatare cosa è davvero rimasto in Italia di ciò che era presente nella vita pubblica prima della sua “discesa” in politica.  Gli anni passano inesorabili per me come per tutti gli umani che vivono su questa nera terra. I protagonisti politici e culturali di questa Seconda Repubblica stanno invecchiando, i capelli diventano grigi, gli occhi spenti, la dialettica e la retorica di un tempo ha perso la sua forza. L’intera sedicente classe dirigente italiana tradisce i segni della vecchiaia e dell’appartenenza a un tempo morto, alle stagioni che sono parte di anni lontani e persi. Non è poi così grave: stagioni ben più tragiche, sanguinarie e nobili hanno preceduto questa qui della Seconda Repubblica. Un mondo umano sta lentamente finendo, si sta spegnendo nelle squallore della cronaca scandalistica e giudiziaria, nelle polemiche sterili e nei rancori; chi verrà dopo questi anni dovrà raccogliere i pezzi del vaso di coccio che, come al solito, è, è stato e sarà costretto o forzato a star assieme ai vasi di ferro nel suo lento scivolare attraverso il tempo che scorre su questo pianeta azzurro. Questo secondo tempo della Repubblica Italiana ha, ha avuto e avrà un sapore amaro e un vago e nauseabondo odore di marcio.    Forse, questa è la mia certezza, la fine di questo tempo può essere vicina e avverrà indipendentemente da fattori che oggi sembrano deboli o potenti a seconda dei casi o delle circostanze; semplicemente stanno finendo le condizioni che rendevano stabile questa Seconda Repubblica. Vanno ad esaurirsi gli esseri umani che hanno costruito questo sistema politico e sociale, la stessa popolazione italiana è diversa da quella di vent’anni fa è cambiata in profondità e ha al suo interno ormai una percentuale di comunità straniere che hanno assunto un peso economico e sociale rilevante e che presto si prenderanno un ruolo politico adeguato. Mi spiace che debba finire così senza eroismi, senza gesti nobili. Tutto si dissolve come una candela che lentamente si consuma: un fatto banale, semplice.

IANA per FuturoIeri




4 ottobre 2009

Le genti d'Italia fra Impero, Immobilità e rassegnazione

La valigia dei sogni e delle illusioni

Le genti d’Italia fra Impero, immobilità e rassegnazione

 

Il Belpaese assiste a un fatto curioso. Questo concretissimo mondo umano è entrato in crisi e non  è una crisi leggera; sembra una specie di nemesi, di vendetta primitiva o antica contro quella cosa strana e malvagia che i nostri per anni ci hanno venduto come “Civiltà Occidentale”. Per certo il concetto d’Occidente indica un concetto geografico relativo: a occidente di qualcosa. L’unica realtà politica degna di chiamarsi Occidente è stato nel mondo antico quella metà dell’Impero romano che corrisponde ad alcuni territori dell’Europa e del Nord - Africa.  Si trattò dell’Impero Romano d’Occidente. Una cosa finita da oltre quindici  secoli.

Ciò che oggi viene dai nostri imbonitori e ciarlatani denominato Occidente è una cosa strana e pazza, inesistente assolutamente nella realtà, e perfino a geografia variabile. A seconda dei casi è Europa con Giappone e Stati  Uniti, altre volte è solo Stati Uniti più ex Impero Inglese, o gli Stati Uniti punto e basta; infine talvolta questo concetto comprende anche Australia in quanto governata perlopiù dai discendenti dei coloni inglesi. Sarebbe più onesto parlare di Impero-Americano o degli USA più i loro alleati, per così dire, storici; non una civiltà quindi ma una serie di forze militari e di persuasione propagandistica legate alla volontà politica statunitense.

Ma l’Italia fugge dal reale, evita il contatto con qualsiasi tipo di riflessione che riguardi i suoi interessi legittimi; le genti del Belpaese si accontentano della televisiva retorica patriottica post-risorgimentale e post-resistenziale, fanno finta di crederci e tirano a campare.

Siamo molto lontani, nel bene e nel male, dalle asprezze nazionaliste di Statunitensi e  Inglesi, e in generale dal feroce egoismo propagandato dalla miscela del protestantesimo più sciovinismo, più dottrine sociali neo-liberali. Proprio la profonda estraneità dell’Italia e delle geni del Belpaese a simili culture deve far riflettere sul fatto che esse sono lontane da noi come dall’Europa. L’occidente si cui si favoleggia nelle televisioni del Belpaese è un miscuglio scomposto di pubblicità da centro commerciale  e propaganda di guerra: i miracoli del cinema americano e del fare acquisti nel centro di Londra convivono con le presunte vittorie degli eserciti di sua Maestà la Regina e degli invincibili marines statunitensi in Oriente e in Asia.  

Le genti del Belpaese devono creare la loro civiltà e non fare il tifo da stadio per quella altrui per ignavia, spirito servile, cialtroneria. Forse una disfatta dell’unico Occidente che esiste quello delle forze armate Anglo-Americane potrebbe svegliare le disperse genti nostre e far capire la necessità di costruire una propria civiltà.

IANA per FuturoIeri




26 maggio 2009

Amari presentimenti intorno al declino dell'impero statunitense

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Amari presentimenti intorno al declino dell’impero statunitense

E’ evidente che il fu impero statunitense nonostante le sue enormi risorse umane, materiali, militari è in gravissima sofferenza. Le sciagurate guerre afgane e irachene dopo otto e sei anni di lotta non si sono risolte con una vittoria chiara e distinta, quale che sia stato il progetto di colonizzazione della civiltà Anglo-Americana in quelle terre lontane esso ad oggi sembra fallito. Alla crisi economica s’accompagna l’insuccesso militare e il dubbio del declino, c’è da aspettarsi delle novità per il Belpaese vaso di coccio fra vasi di ferro. Aggiungo di sfuggita che di questi tempi la memoria va alla guerra del 1999 contro la Serbia nella quale la penisola si trasformò in piattaforma aerea e navale a discrezione della volontà dell’esercito degli Stati Uniti. Presagi amari mi disturbano, non è molto difficile intuire che con queste sue genti dissolute e plagiate dalla pubblicità politica e commerciale e con queste sedicenti classi dirigenti il Belpaese dovrà seguire la via crucis dell’impero Anglo-Americano e subire il peggio delle nuove disgrazie senza aver goduto di alcun beneficio; come capitò a tante parti della nostra penisola quando l’Impero Spagnolo andò declinando e trascinò una parte dell’Europa e dell’Italia nei disastri della prima metà del Seicento. Credo sia tempo di ragionare con franchezza sul senso dell’alleanza e della tanto sbandierata fedeltà all’invincibile potenza americana. Potenza che ora non appare più né come potenza né come invincibile. Credo che è giunto il tempo d’iniziare a pensare al futuro del Belpaese e a cosa voglia essere questa nostra realtà che ad oggi non è né uno Stato, né una civiltà, né un popolo ma la contrario una massa eterogenea di gente più o meno diversa che sta assieme quasi per sbaglio. E sia chiaro ritengo che occorre a buon diritto mettere ormai, anche se nessuno ci dice come, gli ex stranieri di seconda generazione nel numero degli italiani. Non ci sono più solo gli italiani nati e vissuti qui da generazioni, più o meno bianchi di pelle e più o meno cattolici. Ora la situazione è che in realtà non c’è una dimensione unitaria perché la scuola è poco considerata, la lingua parlata è quella della televisione-spazzatura aggraziata da modi di dire rozzamente tratti dalla lingua inglese e dalla pubblicità commerciale, e il passato è un cumulo di rovine dove s’aggirano i fantasmi dei troppi miti perduti, i nostri ex intellettuali o sedicenti tali s’arrangiano come capita e un comico di spessore come Beppe Grillo ascende al rango di nuovo Savonarola. Questa è stata una grande civiltà ed è ancora un grande Nazione perché adesso che è stritolata da forze ostili, da una crisi mondiale dirompente, dai ricatti incrociati della politica internazionale riesce a mantenere interi ceti sociali parassitari che vivono di politica e con la politica. E’ inoltre falsa l’idea che questa gente che fa politica sia un bene perché produce consenso per il sistema e svolge un lavoro di raccordo fra le parti sociali. Essi vivono sulle divisioni e sulle fazioni, sono forti quando il Belpaese è debole e i loro amici fedeli sono sempre poteri particolari quando non apertamente criminali o  forestieri. Se l’Italia, per assurdo, fosse un paese “normale” i problemi oggi accantonati e rimossi a causa della debolezza e della precarietà in cui siamo caduti esploderebbero e il Belpaese si rivelerebbe essere un serio problema per le altre nazioni abituate a pensare l’Italia come una pura espressione geografica.

Ma oggi come oggi l’Italia può essere solo ciò che è.

Il ricostruire la sua civiltà può essere solo iniziato.

IANA per FuturoIeri




16 maggio 2009

"Che cosa sono le nuvole?":la grande politica davanti alla sua crisi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

“Che cosa sono le nuvole?”: la grande politica davanti alla sua crisi

Se la situazione non fosse tragica sarebbe ridicola e a tratti grottesca.

I ceti sociali che vivono di politica in Italia sono sempre più succubi e dominati dalla dimensione pubblicitaria, l’ossessione del modello pubblicitario fa sì che ormai i messaggi politici siano ricalcati su stereotipi commerciali. In questo momento di campagna elettorale gli esempi si sprecano. E’ più facile e nobile cercare di vedere se a giro ci sono messaggi politici non di carattere commerciale e pubblicitario che fare un lungo patetico elenco di fotocopie politiche dei messaggi pensati per vendere beni e servizi. La politica finisce con il condividere lo stesso linguaggio e la stessa natura del momento della televisione commerciale, dello spot, della trasmissione dove e si parla del più e del meno e dove di volta in volta personaggi maschili e femminili fanno la loro comparsa per qualche settimana, mese, anno e poi spariscono. Questo può essere il finale della nostrana politica vittima e non dominatrice dei sistemi di comunicazione di massa. Il politico diventa inesorabilmente anche personaggio di un contesto televisivo, parte di uno spettacolo, attore e improvvisatore senza il mestiere e l’abilità di chi sa davvero star nella parte, di chi sa essere guitto, artista di strada, uomo o donna di teatro. Ai ceti sociali che vivono di politica consiglio di guardare con molta umiltà “Che cosa sono le nuvole?” di Pierpaolo Pasolini  oggi reperibile su Youtube con facilità. Si tratta di una parabola sul mestiere del teatro e della società contemporanea, e quindi della società dello spettacolo. La parabola è semplice: in un teatro di marionette viene costruito il pupazzo di Otello, dopo la creazione  il dramma della gelosia di Otello viene messo in scena, finito lo spettacolo i pupazzi di Otello e di Jago il traditore vengono scaraventati nella spazzatura dopo che sono serviti alla produzione. Jago è Totò -geniale-, Ninetto Davoli è Otello, Franco Franchi  e Ciccio Ingrassia sono Roderigo e Cassio, Laura Betti è Desdemona, un celebre cantante degli anni settanta Modugno si presta a far il “mondezzaro” che scarica in una discarica i pupazzi personaggi principali del dramma. I pupazzi rappresentati da Davoli e Totò concludono la loro esistenza contemplando le nuvole, le quali rappresentano la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.

Una politica che si sottomette alle logica della pubblicità e della televisione commerciale è destinata a seguire il destino dei personaggi e delle donnine del piccolo schermo, un momento di notorietà e poi sparire, dissolversi nell’anonimato, subire la vaporizzazione nella memoria di tutti e forse anche nella propria. La politica nostrana corre verso questo finale meschino non per una forza del destino ma perché da trent’anni non è più politica e non è più Italia. Una massa eterogenea e bizzosa di privati che vivono sulla decomposizione del nostro sistema ”democratico” si son trasformati in guitti, in comparse, in attori senza mestiere. Anche il peggiore degli spettacoli fatalmente arriva ad una conclusione, è quello il  momento in cui il sipario si chiude e passa l’omino con il camion della “monnezza”. Così è sul pianeta azzurro, quello dove ci sono le nuvole.

IANA per FuturoIeri




1 maggio 2009

Da dove iniziare e come...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Da dove iniziare e come…

Sembra quasi impossibile pensare a una via di fuga, a un piano B per il Belpaese in questi tempi sciagurati nei quali come ragionevole prospettiva passeremo da una crisi all’altra.

Eppure anno fatto così tante critiche ho il dovere di dire come la penso in positivo ai miei venticinque lettori, che forse saranno curiosi o piuttosto annoiati. Non posso neanche far appelli al buonsenso o alla morale, nel mio caso sarebbe ipocrita e strano.

La verità è che non ho una soluzione complessiva perché questo male di vivere è una somma di fallimenti economici, politici, morali, finanziari, di produzione e sviluppo. Non una crisi ma decine di crisi di livello globale che si sommano in una catastrofe annunciata che ha messo da decenni le sue basi e le sue premesse. Si ragiona da tempo sui giornali e sui mass media di nuove tecnologie, di cambiare i modelli di produzione e sviluppo, di riciclare, di passare ad alle altre tecnologie meno nefaste e inquinanti. C’è il tempo per passare al  modello virtuoso?  Chi scrive ne dubita. Quando s’accavalleranno le diverse crisi cosa potranno mai raccontare? Che i soliti illuminati della politica e della finanza stanno preparando il ritorno alla normalità? Che il gigante statunitense salverà il mondo con il settimo cavalleria del generale Custer? Che il grande sogno americano della ricchezza facile e dei consumi infiniti si spalmerà sui sei miliardi di esseri umani che popolano il pianeta? Che i nuovi imperi economici, politici e militari che si formano in questi anni ci porteranno fuori dal caos e dalla scelleratezza?

La finzione della politica e della comunicazione è la vera fantasia al potere, solo che ha un valore e un senso micidiale e insidioso: illude e inganna e sa solo distruggere.

Quella che è oggi chiamata condizione “normale” incrinata dalla crisi è solo un tempo passato, remoto, che si sta allontanando a grande velocità da questo presente e dal nostro futuro. Nulla tornerà come prima, solo dei politici irresponsabili e malvagi possono giocare la farsa tragica dell’illudere la gente semplice che tutto tornerà normale. La normalità non esiste, questo mondo umano ha trovato le ragioni di mutazioni profondissime e tanta gente comune verrà travolta dalle novità. Come un serpente maligno il nuovo striscia nel presente e si prepara ad avvelenare il passato per fondare il suo futuro. Non ci sono magie o grandi sogni, narrazioni mitiche che possono resuscitare tempi perduti e remotissimi, la realtà è qui e ora ed è crisi, ed è lotta di nuovi imperi emergenti contro il decadente impero americano. Il Belpaese, solito vaso di coccio fra vasi di ferro, dovrà fare l’impossibile per evitare d’essere stritolato dal conflitto fra le grandi potenze del pianeta azzurro.

L’unico consiglio che posso dare ai miei lettori è di essere forti, di conoscersi a fondo e di non perdere la capacità di distinguere il vero dal falso, di saper separare l’illusione dalla realtà.  I tempi nuovi metteranno alla prova i singoli uno per uno.

IANA per FuturoIeri




6 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 12

Questo Belpaese ha del meraviglioso, adesso che è certo che Obama è il nuovo presidente statunitense, entrambi gli schieramenti politici tirano dalla loro questo successo del partito democratico statunitense; quanto è vecchia e stanca questa mascherata del siamo tutti americani.

Invece lorsignori dovrebbero preoccuparsi, un presidente “color cioccolato” negli Stati Uniti, qui ripeto cose già scritte, pone il problema integralmente politico della mobilità sociale nel Belpaese. I figli degli extracomunitari, ormai di seconda generazione vorranno ascendere nellla scala sociale, e quel nepotismo, quel congelamento della mobilità sociale, sopportato a fatica dagli italiani e non senza sofferenze, risulterà non solo ingiustificato, ma anche scellerato e pazzo. Il mutamento statunitense non pone un problema di ricambio dei soliti vecchi attori economici e politici con altri guitti malamente invecchiati e da tre decenni presenti sulla scena della politica nazionale ma una ben più grave considerazione che riguarda la società italiana. Non può essa restare ferma a privilegi di quaranta o cinquant’anni fa, se le diverse genti d’Italia non saranno in grado di cambiare o di trovare un nuovo modello che metta assieme i nuovi arrivati con chi già c’è lo Stivale andrà incontro a qualche cambiamento imposto per forza. Queste necessarie mutazioni potrebbero essere irrilevanti per i vasi di ferro ma terribili e ingestibili per il solito, arcinoto, disgraziatissimo vaso di coccio. Qui c’è bisogno di “obamizzare” l’Italietta dei privilegi, dei favori, delle caste, per portare le nostre genti tapine e sconsigliate dentro questo nuovo millennio. Rinunzino subito lorsignori illustrissimi del governo ai tagli sulla scuola, in questa nuova situazione la tapina scuola pubblica è l’unico mezzo che c’è per mettere assieme così tante differenze e dare un minimo di omogeneità a un Belpaese tanto inconsapevole quanto ignorante, non pigliamoci in giro l’Italia sarà quello che risulterà dalla volontà di mettere assieme questo sfascio culturale, umano e morale di dimensioni inaudite nel contesto della nostra breve storia di Stato unitario. Si tratta di rimettere assieme una decente speranza di convivenza e di futuro, occorre ripartire da ciò che può unire. O questo Stato Democratico comincia ad essere quello che non è mai stato cioè una realtà capace di produrre civiltà e cultura in grado di tener assieme le vecchie e le nuove differenze, di mettere davanti al particolare interesse dei privati anche una dimensione più grande e collettiva oppure non avrà un futuro. Se viene meno il futuro prima o poi qualcuno o qualcosa interverrà a colmare il vuoto e inizierà a imporci la sua civiltà e il suo ordine. Non è questione di essere preoccupati, è la propria personale posizione morale davanti a un niente che può travolgere questo vaso di coccio che mi spinge a riflettere.

IANA per FuturoIeri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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