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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 settembre 2015

Pubblicazione di tre allegorie editate su queste pagine

Tempo fa su queste pagine furono pubblicate L’Allegoria della Seconda Repubblica, Bananìa e Bananìa alla corte dell’imperatrice di Atlantide.  Tre racconti che furono parte di una raccolta di scritti pubblicati su questo blog. Si tratta di tre allegorie di carattere fantastico e a tratti fantascientifico che intesero allora e intendono oggi delineare le inquietudini di questo presente segnato dalle nuove trasformazioni della terza rivoluzione industriale che portano a un futuro carico di poche speranze e di molte paure e denso di trasformazioni rilevantissime. Si è trattato di scrivere qualcosa di significativo lasciando libero il campo dei dati di cronaca e dell’analisi degli esperti e, al contrario, occupando quello dell’immaginario collettivo in materia di fantasy e di fantascienza e della provocazione favolistica. L’intento è quello di raccontare questo mondo contemporaneo inquieto, mutevole e pericolosissimo per mezzo di favole e parabole.
Oggi è possibile acquistarle nei vari formati: epub, cartaceo, pdf.
Quindi i 25 lettori oggi se vogliono possono contribuire anche con i denari alla fatica quotidiana di chi scrive.

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10 novembre 2009

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

De Reditu Suo

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

Un caso, è stato un caso e ho rivisto e udito nei montaggi che fa una trasmissione di Raitre la vecchia sigla di Lady Oscar. Il contesto era fuori luogo, ma comunque la mia memoria è andata ad anni molto lontani, a un mondo ormai morto e sepolto con le sue illusioni, le sue logiche, perfino con le sue virtù. Già perché quella serie animata, dalla quale mi sento lontano, è stata parte di un mondo dell’infanzia che era inserito in una vecchia Italia decadente che conservava dei valori e delle logiche un minimo decenti; quella sigla mi spediva a tradimento in un tempo diverso e altro, oggi morto. Per me la constatazione della morte di quel mondo è un fatto doloroso, eppure devo rendere omaggio a una vecchia Italia che non c’è più e forse anche a una sigla per quei tempi coraggiosa e decisamente fuoriclasse. Se avessi i soldi dovrei conservare in delle teche da museo o in una specie di cassettiera a metà strada fra quelle della sala professori e l’ossario i resti pietosi di quel tempo perduto. Penso ai dischi in vinile, alle pubblicazioni ERI dedicate agli eroi del piccolo schermo, ai trasferelli, agli album di figurine e ai primi robot di plastica, ai giocattoli dell’Atlantic, ai filmini che si vendevano allora e che venivano usati con dei proiettori casalinghi. Ricordi di un tempo morto, non tutti piacevoli. Meriterebbero queste cose una sepoltura simbolica, non per cattiveria o per feticismo da strapazzo ma per delineare un prima e un dopo, un esser qui e ora avendo alle spalle qualcosa che forse ha cercato di raccontare, in modo strambo e un po’ pazzo, anche le speranze l’inquietudine di un tempo lontano. Per me è doloroso, ma devo far i conti con un tempo che è ormai altro, dove le illusioni di natura sublime o le fantasie del periodo hanno lasciato il passo a un mondo umano ben più triste e meno portato a slanci eroici o generosi; è rimasto poco della natura problematica, altruistica e contestataria degli anni settanta che era, sia pur sottotraccia e da decifrare, presente in alcune serie animate giapponesi. Oggi tutto è stritolato dalla macchina dell’industria dell’intrattenimento e lo spazio per l’arte e la provocazione sembra essersi ristretto anche nelle serie animate dell’Arcipelago. Rimane quindi nel nostro ossario ideale anche il rispetto per un piccolo mondo antico e l’amarezza per questi anni così meschini. Quindi essendo vano il piangere a oltranza sul tempo perduto, anche se può avere una sua dignità, occorre pensare al qui e ora e al futuro. Evidentemente per descrivere le speranze e le paure concrete di questi anni sarà necessario non far affidamento sulla dimensione commerciale; occorre che nasca l’esigenza da parte della gente perbene di creare le condizioni per scrivere, disegnare, fare cose di carattere civile e culturale. Occorre che quasi con una spinta dal basso si formino quelle spinte a descrivere in forma fantastica o allegorica le passioni e le paure di questi anni. Credo che la potenza creativa dei nostri anni ancora non emerga in forma compiuta perché tarpata dalla difficoltà di attivare canali paralleli rispetto a quelli lucrativi, ma forse il rimedio già c’è la rete e i nuovi mezzi per moltiplicare messaggi, disegni e scritti potrebbero favorire la formazione di spinte culturali dal basso, forse questa è illusione, o forse è il futuro.

La libertà inizia da sé stessi.

IANA per FuturoIeri




5 ottobre 2009

L'Ombra del Maestro

 

 

 

L’Ombra del maestro

Sono morto.

Ora sono l’ombra del maestro d’uomini e donne

che fui in vita.

Ho preso presso di me ragazze timide,

giovanotti goffi,

bambini con problemi.

Gli ho donato me stesso.

Gli ho insegnato a lottare.

Con le regole, nelle regole.

Ero maestro d’arti marziali, di Judo.

Con la mia disciplina e il mio sapere

Ne ho fatto dei combattenti puliti, ora sono uomini e donne.

Gli ho dato come esempio

la mia vita dove lavoro, onestà, sport erano una sola cosa.

Ero un maestro d’arti marziali, di Judo

La mia utopia mi è costata amarezze.

La mia coerenza mi ha messo contro i costumi dei tempi.

Sono stato più forte di ogni avversità, di ogni critica.

Ero un maestro d’arti marziali.

Maestro di Judo.

Ho speso bene la giornata della mia vita.

La mia opera è l’incontaminato possesso

di coloro che mi hanno amato

 in vita.

Ivo.

Circa nove mesi fa, dopo il funerale di Ivo, presi con me stesso l'impegno di onorare il suo insegnamento con una poesia. La fortuna mi ha voluto bene e vinsi il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia Edita ed Inedita Racconta il tuo sport" indetto dall'ACSI. Oggi propongo ai miei venticinque lettori quanto ho scritto.




28 agosto 2009

L'impossibile apologia dell'utopia nel Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

                            L’impossibile apologia dell’utopia nel Belpaese

Ad oggi non c’è una civiltà per le genti diverse del Belpaese, anzi proprio l’enorme potere che ha preso negli ultimi vent’anni la Lega Nord fa pensare di essere davanti a una situazione nella quale i vecchi valori sono trapassati e i nuovi non trovano ancora la forma politica per esprimersi pienamente. L’assenza di una civiltà italiana, e quindi di un modello culturale di riferimento per tutte le diversissime popolazioni della penisola, comporta di dover  subire tutte le mode e tutti i riferimenti politici stranieri dominanti. Se in questa parte di mondo, in questa penisola  l’egemonia statunitense sarà sostituita da quella russa o cinese, il Belpaese mancando di propri punti di riferimento si piegherà ai nuovi dominatori, alla loro morale, alle loro parole e visioni del mondo. Come nel nostro seicento le sedicenti classi dirigenti del Belpaese finiranno col fare il lavoro sporco per i nuovi padroni, in generale si occuperanno di garantire la tutela dei loro interessi in cambio della protezione delle armi altrui e del godimento dei loro patrimoni. Nulla che non si sia già visto al tempo della Repubblica con gli ambasciatori made in USA che erano la versione aggiornata all’anno 1945 dei vicerè di Spagna. Se il Belpaese, nonostante tutto, fosse in grado di darsi una civiltà con punti di riferimento certi e non negoziabili se abiurasse la retorica roboante della politica nostrana, il perseguimento idiota di vane illusioni allora potrebbe in qualche modo far fronte alla malvagità e alla violenza del mondo umano. Potrebbe mettere dei punti fermi, darsi degli obiettivi ragionevoli in politica estera, costruire il proprio modello di vita civile e morale da mostrare al mondo, passare dall’essere uno strano problema per l’Europa ad una realtà che offre soluzioni e ha voce in capitolo. I fatti dovrebbero essere noti: Il Belpaese è popolato dall’1% della razza umana, le risorse sul territorio nazionale sono limitate, l’amministrazione della cosa pubblica è percepita come carente quando non pessima, parte della popolazione è di recente immigrazione e non si è abituata alla realtà culturale del Belpaese e tende a rinchiudersi in comunità, ereditiamo in quanto “alleati” con gli statunitensi e gli inglesi i loro nemici, inoltre non ci sono valori comuni riconosciuti da tutta la popolazione. Vi sono però dei valori dominanti, di solito quelli graditi a coloro che esercitano il potere e trasmessi dall’alto alla maggior parte della popolazione con risultati più o meno ridicoli. Oggi i valori dominanti della maggior parte del pubblico televisivo, l’unico popolo italiano di cui è facile dir qualcosa, sono legati al perseguimento di notorietà, ricchezza, influenza. Si tratta non di valori veri e propri ma di rozzi concetti derivati dall’aspetto visibile, materiale e aggressivo di coloro che esercitano un potere reale e ovviamente dalla martellante pubblicità commerciale che fa di ogni privilegiato il modello ideale. Sono concetti che derivano dalle immagini cristallizzate nella testa della maggioranza della popolazione che rimandano ai riti laici e religiosi delle minoranze di ricchissimi e alle cerimonie presiedute dalle autorità dello Stato, alla cronaca della vita mondana dei divi del cinema e del piccolo schermo, alle spese folli di presidenti, campioni sportivi, ereditiere, miliardari e affini.

Chi si ostina a credere in un Belpaese possibile va quasi sempre incontro a docce fredde o alla pubblica derisione, eppure la lucida follia dell’utopia è necessaria per non essere travolti da questa tenebra che dissolve tutto in un nero unico e sepolcrale.

 

IANA per FuturoIeri




3 marzo 2009

Questa mi mancava

 

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Questa mi mancava

Mi è capitato di leggere in questi giorni di febbraio l’elogio del defunto regista Pietrangeli morto nel lontano 1968, ossia tanto tempo fa. L’ articolo in questione era stato pubblicato dal Corriere della Sera il 25 febbraio 2009.

Fra coloro che lo ricordavano nell’articolo c’era il di lui figlio che altri non è che il celebre cantautore degli anni settanta Paolo Pietrangeli. Questo cantautore, e  regista, nelle sue canzoni raccontava, non senza una certa arte, le lotte della povera gente, le persecuzioni della polizia contro coloro che protestavano, l’attesa di tanti operai poveri per una vita migliore, l’arroganza criminale delle minoranze al potere. In gioventù avevo scoperto che il cantautore era il regista di quello che fu per molti anni il Maurizio Costanzo Show. Quello fu negli anni ottanta lo spettacolo di punta delle televisioni berlusconiane, allora avevo avuto qualche sospetto antropologico, adesso questa piccola scoperta di questo cantore della rabbia popolare proveniente dalle fila della buona borghesia, come Fabrizio De Andrè del resto, mi fa approfondire i limiti della sinistra nostrana. Io mi sono chiesto: ma questo era o non era il tale che ha inciso una canzone dal titolo ”Mio caro padrone domani ti sparo”. E da dove veniva: dalla borghesia italiana!

L’Italia non ha avuto il peggior partito Socialista D’Europa con buona pace di quel Giorgio Gaber che da buon artista italiano era limitato per le cose della politica, ma al contario ha avuto una sinistra, anche generosa di sentimenti e buoni propositi, che troppo spesso si è sempre divisa fra cinici amministratori e amorali politicanti che “si lavoravano” masse di creduloni trascinate da imbonitori, da sofisti e da visionari. Una sinistra capace di vedere nell’imbonitore alto borghese il profeta e il cantore del disagio dei molti, di allucinarsi con le canzoni di De Andrè. Socialità e solidarismo finto e pecoreccio per i molti, diritti di copyright e quattrini e carriere per i cantori della protesta e dell’esclusione sociale. Magari tutto questo far carriera era il progetto segreto da coltivare in altri tempi e con altre situazioni, e con la discrezione che è necessaria. Il craxismo è stato anche un male ed è, secondo giustizia, associato dai più al malaffare. La cosa non la discuto; dico però che esso si è concretizzato in questo modo perché le alternative erano: allucinate, impossibili, da cartoni animati, da favole per bambine, finte che più finte non si può. La mancanza di un mondo politico possibile e alternativo al decisionismo e alla corruttela ha favorito una degenerazione che qui ha preso forme più gravi che non altrove. Anche perché negli altri paesi Europei di solito o il giudice non può indagare, o non vuole. Altrove il conflitto fra i tre grandi poteri si ferma davanti alla possibilità di rompere il giocattolo bello dello Stato. Personalmente fra tutte le categorie di profeti politici preferisco i visionari, almeno cercano d’uscire a modo loro da una condizione di minorità e da un corpo sociale ora decomposto ora eccessivamente malvagio. L’Utopia ha una grandissima dignità politica, e anche l’essere visionari in tempi di culto del Dio-denaro. Allucinarsi e vedere nei venditori di belle parole ed emozioni, e perdipiù sedicenti di sinistra, qualcosa che va oltre il necesssario diritto/dovere dell’artista di cavar denaro dal suo pubblico non vuol dire rincretinirsi, vuol dire fuggire dalla realtà, anche quella sociale. Il virus della fuga da ciò che è reale è così forte nel Belpaese e le genti così ben disposte a prenderselo che c’è stato posto perfino per la carriera di Pietrangeli figlio. Forse è bene far il funerale a tutto ciò che è stato, un dì remoto, sinistra e, spartire fra i degni eredi quel poco di buono e di civile che ha lasciato in soffitta. E' bene far questo  prima che i venditori di cianfrusaglie svuotino soffitta e cantina e svendano il tutto un tanto al chilo sulla pubblica piazza.

IANA per FuturoIeri




21 ottobre 2008

LONTANI DAGLI DEI DAGLI EROI 9

Le grandi utopie provenienti dai remoti anni settanta che auspicavano un mondo umano più libero, creativo e giusto si sono disfatte, sono state travolte dalla loro calata nel mondo reale e concreto.

Con una simile disfatta alle spalle è chiaro che le speranze dei molti si sono per i trent’anni successivi schiacciate sul qui e ora, sui beni materiali, sul denaro, sui piccoli affari da condurre nel quotidiano e sempre più spesso sul cercare qualche raccomandazione o qualche sistemazione molto prosaica. La mancanza di utopie, di grandi ideali ha portato una carenza di progetti e mancanza di possibilità di pensare il futuro, di agire nel qui e ora del presente per trasformare la realtà attraverso una progettualità di ampio respiro. Alle vecchie utopie che camminavano sulle gambe di padri oggi invecchiati non se ne sono sostituite di più credibili, di più forti, di più elavate. Spesso, nel Belpaese ma non solo, nei momenti in cui scoppia la contestazione del sistema e dell’ordine costituito si sente l’eco flebile della sconfitta dei padri e per gli ultimi contestatori da poco sulla scena politica addirittura quella dei padri ormai nonni. Sembra una maledizione questa specie di legge del padre: “Tu ritornerai sui miei errori e sui miei fallimenti, perché anche questa è la mia eredità”. In mezzo a tanta disgrazia le nostre italiche e sedicenti classi dirigenti si sono rivelate per quel che eranno davvero: una stramba accozzaglia d’improvvisati tribuni della plebe, di delinquenti di bassa lega e di avventurieri senza Dio, senza famiglia e senza Patria. C’è bisogno di grandi utopie, perché il quotidiano è troppo squallido, troppo deforme, troppo dissoluto e irresponsabile. Le crisi economiche, ambientali, di civiltà che stanno arrivando minacciano troppo da vicino l’Europa e le sue genti. La fuga nel passato e nei ricordi può uccidere ogni speranza, chi non vuole subire la grande violenza che s’annuncia con questa teribile crisi deve trovare le sue ragioni e la sua piccola grande speranza d’utopia. So che può apparire stupido quel che scrivo ma ora deve venir fuori quel coraggio che è a risposta dell’intelligenza davanti al pericolo.  Occorre aiutarsi da soli per aiutare gli altri, occorre trovare dentro di sé la volontà di reagire e non la disperazione che viene in essere quando una grande disgrazia sembra far crollare tutte le speranze e tutti i progetti.

IANA per FuturoIeri
Sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




12 luglio 2008

GENTE MIA DOVE SIETE?

Mi capitò quando ero liceale di leggere un racconto nel quale Dio chiedeva a Caino conto dell’uccisione del fratello. Lo chiamava chiedendo dove fosse.

Il luogo ove era Caino non era solo fisico ma anche morale, era il nascondiglio del fratricida.

Io non so se davvero c’è un Caino ma mi sono convinto da tempo che non ritrovo più l’Italia della mia infanzia, l’Italia di trent’anni fa. Non so dove sia oggi ciò che pure ho visto, ho annusato, ho ascoltato. Quella di oggi è un qualcosa di strano, di deforme, che assomiglia solo per l’evidente sovrapposizione dei luoghi e del territorio a quel mondo umano e sociale che avevo conosciuto da bambino. L’Italia di oggi non riesco a capirla, non sembra neanche più un paese unitario ma un mettere una su l'altra  culture diverse, alcune di esse addirittura di recente immigrazione.

Non sono Dio ma mi verrebbe voglia di dire: Gente mia dove siete!

Forse sono solo ombre, parti della mia mente aggredita dalla nostalgia di un tempo lontano, o forse no. Davvero quel mondo umano si è perso, quella società si è trasformata al punto di diventare qualcosa di assolutamente irriconoscibile. Mi manca quell’essere noi stessi che coincideva con il sentirsi parte di una storia perlopiù maledetta ma comune, quel riferirsi in qualche modo a vicende se non condivise almeno comuni, che in qualche modo ti scusavano in un certo senso e giustificavano il tuo essere qui e ora in questo sciagurato mondo di viventi in conflitto. In particolare faccio riferimento a un certo qual senso comune che portava a pensare in termini di futuro, di mondo possibile, di una storia personale da costruire. Certo l’infanzia fa brutti scherzi specie nei ricordi, le cose cattive possono venir obliate, quelle buone ingigantite, ma pur considerando le molte cose che parlano a sfavore di quel tempo mi sento comunque libero di affermare che quel mondo umano aveva nel complesso una visione più rosea del futuro, questa mia affermazione non è una statistica è una mia percezione. Oggi non trovo più la mia gente. La cerco, ma intorno tutto è finito anche le tracce del passato sembrano dissolte, restano alcune cose tangibili che perdurano negli anni come la cattedrale, le piazze principali, i ponti, i parchi cittadini ma intorno è come se fossero passati non trenta ma cento e più anni, tanto è cambiata la società.

Ci sono giorni in cui mi sento in esilio, non è che non capisco questo mondo umano, è che non lo sento più come mio, come se nel corso della mia vita avessi già attraversato almeno due epoche diversissime e lontane.

Mi manca quel mondo trapassato perché oggi posso dire che, a ragione o a torto, esso era un pò anche mio.


IANA per Futuroieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/liber.htm




5 maggio 2008

UTOPIE ED EROI


Questi ultimi decenni sono stati avidi di eroi e di grandi esempi, almeno per quel che riguarda il Belpaese; solo lontani ricordi rimandano a  uomini e donne degni e aldilà del sospetto.  Nel passato remoto qualche figura esemplare, e un po’ troppi martiri della cosa pubblica come giudici e giornalisti eliminati dall’eversione terroristica e dalla criminalità organizzata, si è manifestata in carne ed ossa.  Giusto gli eroi del cinema, dei fumetti, e dei cartoni animati e del calcio si sono un poco salvati, ovvio a modo loro non erano reali ma fantasie di carta.  Un po’ come se tutti gli esempi grandi e nobili fossero frutto della propaganda politica o prodotti commerciali d’intrattenimento.  La difficoltà a trovare esempi nobili e alti non è solo un portato di una democrazia italiana che ha finito per livellare le differenze verso ciò che è basso e meschino ma della radicata incapacità del nostro popolo a credere in qualcosa di alto e nobile, di vero  e giusto che sia e si proietti oltre il proprio specialissimo interesse legato al qui e ora.  Un tempo era luogo comune ripetere quella specie di filastrocca:”Sfortunato quel paese che ha bisogno d’eroi” la frase era di Brecht e collocata negli anni in cui lavorò ossia durante e subito dopo le due guerre mondiali ha un suo senso dovuto alla collocazione storica entro le grandi tragedie dei conflitti ideologici e tecnologici del secolo appena trascorso.  Quello che voglio indicare al contrario è una cosa diversa la mancanza di figure esemplari è indice di una morte dei valori che hanno tenuto assieme questo sistema politico e sociale che è stato  in qualche misura amministrato attraverso la Repubblica Italiana.  Mi viene in mente il defunto Presidente della Repubblica Sandro Pertini che resse lo Stato nel mezzo di una serie di crisi sociali, culturali e di ordine pubblico dirompenti, in quel caso la tenuta delle Istituzioni fu anche dovuta alla capacità della sua persona di essere credibile e d’esempio per la nostra gente.  L’esempio conta e se coloro che si dicono comunemente essere la classe dirigente danno scandalo nei modi più strani, o peggio si mostrano apertamente arroganti, ladri e incapaci ne deriva che chiunque nel nostro popolo si convincerà che ci si può lasciar andare, fare di tutto, anche vivere nell’illegalità  sperando nell’impossibilità della pubblica sanzione; la caduta a precipizio della decenza e della differenza semplice-semplice fra legale e illegale in questo paese genera un paese debole e diviso esposto ad ogni ingerenza straniera e a ogni violenza interna.  Anche se non siamo un popolo da grandi utopie non è male ricordare che anche queste hanno un loro diritto di cittadinanza anche perché mostrano i limiti del presente e le distorsioni di un modello industriale e commerciale aggressivo e distruttivo.  C’è bisogno, un bisogno naturale e fisiologico di utopie ed eroi per mettere dei paletti ad un presente meschino attraversato da pulsioni suicide e criminali in materia di produzione e consumo e di sistema di valori o disvalori che dir si voglia.  Del resto la dissoluzione dei valori del passato la vedo anche nel mio settore la scuola secondaria superiore che è stata attraversata negli ultimi dieci anni da due elementi di critica radicale: uno è il solito argomento di “sinistra” della contestazione del potere e quindi anche dell’autorità del docente, il suo compare di “destra” è il concetto Anglo-americano dello “studente-cliente”.  Quest’ultimo che è stato fatto proprio anche da ambienti sedicenti progressisti rivela che lo studio e l’impegno scolastico sono da collocarsi in logiche di mercato e quindi sottratte alla possibilità di sviluppare uno statuto autonomo dell’educazione, del rapporto insegnante-studente e  dei saperi.  Questi due modi di messa in discussione del senso della scuola sono uniti nella critica al ruolo del docente inteso come figura dotata di una sua autonomia e autorità e come consapevolezza comune di un ruolo sociale riconosciuto come tale. Forse questa perdita di senso e di responsabilità collettiva non era necessaria, alle volte l'eccesso di pragmatismo rischia di trasformarsi in una utopia rovesciata dove tutto è nero perchè il buio è così fitto che nessuna luce l'attraversa.  Solo ritrovando il senso di una propria libertà di pensiero, premessa di ogni autentica libertà sarà possibile capire quanto eroismi e utopie siano figure e sogni a occhi aperti necessari per capire il presente e immaginare il futuro.

IANA per Futuroieri

digilander.libero.it/amici.futuroieri/



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