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14 luglio 2015

Ripubblicata la favola di Bananìa

La Favola di Bananìa

 

 

Dove in poche righe si parla di Bananìa

 

Il popolo di Bananìa era uscito a pezzi da una serie di grandi macelli di natura militare che sono soliti dare un senso e un cammino alla razza umana, nonostante il difetto di ridurre il numero di facenti parte della stessa.    Del resto a tale specie di bipedi, senza troppe pretese, i Bananiani appartenevano, e per così dire, non si erano sottratti alla generale spinta suicida.    Di solito quando quei vasti insiemi di umani associati, comunemente detti stati, imperi o anche regni, sono travolti da grandi stragi e devastazioni essi traggono dal meglio della loro gente i capi e regolano le cose della politica verso quel bene supremo che è la mera sopravvivenza.  Bananìa a onor del vero seguì proprio il consiglio opposto, anche per  il consiglio dei vincitori della Seconda grande spartizione del mondo ebbe in sorte la cleptocrazia più nota e biasimata in cielo e terra per incapacità, idiotismo, ignoranza, spirito ebete, malafede, e destino tapino. 

Quindi, fino all’inverosimile e nel più grave momento,  i capi di Bananìa seguirono il consiglio e l’indirizzo di fare il bene degli approfittatori, dei ladri, dei mascalzoni, e della peggior gente del consorzio umano.   La Cleptocrazia è dopotutto il governo dei poteri criminali organizzati e in ciò le genti di Bananìa ebbbero una sorta di coerenza politica.    La classe politica e imprenditoriale, che senza adeguato senso del ridicolo si definiva Classe Dirigente, fu una sorta di poesia al contrario: politici arrivisti e cialtroni, imprenditori pronti alla fuga con la cassa, banchieri dediti alla fuga con l’argenteria, intellettuali mercenari un tanto al chilo, signorine e signore della più alta società che parevano uscite dal braccio femminile di qualche carcere di massima sicurezza.    Questo troiaio moltiplicato per migliaia di soggetti con masse di nullafacenti parassiti adulatori, servi sciocchi sporchi e laidi e seguagi pazzoidi e psicolabili andò avanti per tre generazioni protetti da equilibri geopolitici pericolosissimi e dalle bombe degli eserciti stranieri che bivaccavano nella terra dei Bananiani.

Questo era un frutto amaro della precedente spartizione del mondo di cui si è già detto.   La presuntuosa e impunita ladrezza dei capi e la loro meschinità al rovescio produsse nei molti uno spirito di emulazione  che fece del popolo di banania uno dei più ignoranti e ladri del pianeta, ma poiché non si può esser ladri se non c’è niente da rubare la volontà di trafficare e di barare al gioco triste e malvagio del commercio varcò i confini e produsse la prima industria del paese quella del crimine organizzato.

Il denaro dei malavitosi doveva però anche esser ripulito e da qui si generò una grande attività industriale e commerciale che fece la fortuna del suddetto paese di criminali organizzati e di mascalzoni impuniti e che permise alle sue anime belle di vivere senza sporcarsi le mani impegnandosi in tante e diverse attività più o meno oneste.  Coloro che erano onesti mostrarono dunque ai forestieri fino a che punto il vivere onestamente fosse una  suprema e artistica forma d’ipocrisia  sapendo che tutto il denaro del sistema era il frutto di numerose attività indegne e questo enorme capitale veniva lavato e lustrato a nuovo attraverso il sistema bancario.

La ripulitura del denaro sporco ebbe conseguenze surreali in quanto per mascherare la natura della ricchezza i ricchissimi si diedero a manifestazioni di mecenatismo e di filantropia di conseguenza: con il traffico dei rifiuti tossici in paesi sfortunati vennero indirettamente finanziate attività editoriali e culturali,  con i traffici di armi e droga fu creato un sistema finanziario articolato che finì per avere come ricadute il finanziamento di gallerie d’arte, musei, industrie avanzate, depuratori, infrastrutture.

 Una piccola parte di questa massa monetaria si trasformò in prestiti allo Stato per pagare l’esercito e le scuole con il meccanismo del debito pubblico.  Fu tuttavia il fantasioso e multiforme commercio dato dalla tratta delle bianche, dallo sfruttamento della prostituzione e dal traffico di umani detti immigrati clandestini, questo in verità possibile solo grazie ad estese complicità, che arrivò dove il resto non era arrivato.   Questo grande mare in movimento  di denaro venne riciclato in uno straordinario fervore edilizio che avrebbe fatto impallidire e umiliato i costruttori delle piramidi o delle cattedrali medioevali; sull’intera penisola si rovesciò una massa oscena e informe di periferie squallide, di capannoni nati male, di centri commerciali senza senso e brutti, ma così brutti che sembravano uscire da un incubo frutto di menti drogate con sostanze pericolose e molto pesanti da reggere, e poi stadi, galere, e case popolari e ville per siuri.    Miracolosamente neanche un solo edificio era umanamente passabile.

Questo regno del brutto e del deforme creò milioni di posti di lavoro fra edilizia e indotto,  e come esito la popolazione vivendo in tali luoghi divenne cattiva, ladra e stupida, e per gradire ignorantissima di ogni cosa.

In tanta rovina le passate culture di Bananìa, che pure avevano avuto nel remoto passato una loro discutibile dignità, sembravano dei fantasmi che vagavano sulle rovine e dentro i castelli medioevali, quelli di cui si favoleggia ma dei quali mai si trova la prova della loro esistenza.

Il crimine organizzato e un ceto politico di scellerati e di miserabili dementi con queste premesse organizzò un paese talmente corrotto, osceno e inaffidabile che nessuna specie, nemmeno del regno vegetale e minerale, dava a questi bananiani il minimo credito o la minima stima.

La bestialità della vita e la rozza ignoranza della maggior parte della popolazione facevano di questo paese una terra di diavoli senza ritegno e dignità; ma anche senza inferno, cosa che avrebbe almeno concesso loro la grandezza del male.

La mancanza di dignità era un dato originale, in quanto a causa delle sciagure di questo popolo, la popolazione aveva preso a chiamare padrone chiunque potesse elargire un pasto o una mancia o l’occasione per portare ad effetto qualche espediente per guadagnare del denaro.   Tale era il vivere dei potenti e dei loro satelliti e ugualmente tale era quello di coloro che vivevano nel bisogno  o del proprio lavoro.

 

 

 

Come la degenerazione fu fonte di salvezza

 

Il risultato fu un popolo talmente privo di quelle caratteristiche di decenza, onestà e forza di coesione che quando le grandi potenze uscite vincitrici dalla Seconda Grande Spartizione del Mondo, presero la risoluzione, dopo uno stillicidio di piccole guerre, stragi, azioni indegne e vendette di porre in essere una Terza Grande Spartizione del Mondo nessuno prese sul serio i bananiani che furono lasciati sul limite del grande macello di popoli.

I Grandi della terra non presero in considerazione un popolo così miserabile, l’onore di far parte degli eletti che sparivano nel regno delle ombre fu quindi lasciato a gente più degna; i quali stavano annientando un patrimonio unico di beni, umani utili, animali, piante.

Solo le grandi banche nei paradisi fiscali gioirono degli straordinari profitti che la guerra generava, anche se non era certo se sarebbe sopravvissuto qualche bancario o finanziere per contare il malloppo. Ma come è noto per banchieri e finanzieri la sopravvivenza della specie umana e dei viventi in generale non ha spazio nei loro calcoli e nei loro progetti; la morte di tutto e di tutti è irrilevante, il capitale è un Dio che può vivere in astratto anche all’interno di un pianeta morto.

Il popolo bananiano fu felice di non venir massacrato per gli imperi altrui e con indifferenza videro partire gli occupanti dediti a rischierarsi, così si espressero, in punti strategici e quindi ad unirsi a quelle masse di armi e armati che le città del mondo stavano vomitando sul pianeta azzurro.    I politici screditati di Banania rigettarono sulla malevola loro gente tutte le  scemenze che la loro fertile mente partoriva, mentre le città del mondo sprofondavano, colpite a morte dalle armi chimiche e nucleari di nuova concezione, e venivano avvolte  nelle nubi tossiche.

Fu con la fine delle grandi masse che venne meno il monoteismo, forma di adorazione del divino costruita apposta per gruppi di fedeli numerosi da riportare a una regola di vita e a una legge unitaria. Come conseguenza di tanta strage, resuscitarono dagli inferi gli Antichi e subito essi presero a scrutare quella strana umanità che li aveva abbandonati.

In verità non fu tutta gloria, i rappresentanti del Dio unico avevano da tempo intrapreso forme di proselitismo e adorazione che puntavano su personaggi carismatici, introducendo nel monolite dei culti del  Dio Unico forme di adorazione pagana e idolatria.

Gli Dei della guerra molto si rallegrarono del massacro e di vedere tutte le arti degli umani, che del resto a ciò sono votate, piegarsi alla sua prediletta.   Felice vide il mondo sprofondare in lutti infiniti e con lui Plutone signore dei morti e Mercurio dio dei mercanti e dei ladri assai soddisfatti lodavano il gioioso momento dove i denari venivano spesi, i furti e i crimini erano cosa di tutti, e le gole del tartaro erano colme di anime di trapassati; le ombre popolarono di nuovo gli inferi degli Dei pagani. In fondo la distruzione delle masse di viventi ebbe l’effetto di costituire un grande rito di evocazione che cancellava un tempo e riportava sulla terra il dominio dei molti Dei.

Solo Bananìa fu causa dello  sdegno del Dio Rosso, ovvero di Marte.

Si chiese come poteva esistere un simile popolo e in una terra che gli pareva ai suoi tempi, che nella sua mente divina erano lontani nel ricordo ma lieti perché li associava a fresche e violente stragi, popolata da ben diversa gente. Lui per prosperare aveva bisogno di uomini e donne di forte tempra, aggressivi, con corpi pronti alla lotta, i mercenari infidi, i grulli dal grilletto facile, gli sciagurati in divisa erano un problema, anzi una disgrazia. Ancor di più questo quadro gli appariva negativo osservando la natura imbelle, dissoluta e scema di tanta parte delle genti di Bananìa.

Crucciato osservò un popolo talmente scellerato che veniva bandito dalla guerra.  Meditò una vendetta e stabilì offeso che avrebbe mutato l’odiata cleptocrazia che si permetteva di sopravvivere a tanta strage  truccandosi malamente da Democrazia.

La quale, essendo la forma di governo dei criminali, era prossima al collasso.

Come accade talvolta un fatto lontano provoca disastri a grande distanza e presso popoli ignari e incolpevoli e così fu per questa guerra altrui che mutò nel fisico e nella mente i Bananiani.

La classe dirigente, se così la possiamo definire, di Bananìa aveva subito una selezione al contrario parallelamente alla raffinazione e selezione dei principali leader dei gruppi criminali.  Alla barbarie della degenerazione politica, commerciale, umana  e sociale faceva seguito la crescita in termini di potere e consenso dei principali gruppi criminali.    I quali per non far brutte figure e per meglio farli passare inosservati infiltravano fra i politici solo ed esclusivamente i peggiori elementi, i cialtroni patologici, gli ignoranti cronici, i narcisisti con problemi di droga, i mitomani scemi .

Tuttavia la delinquenza organizzata aveva bisogno di una situazione politica e militare ben diversa dai macelli immani che si venivano a creare in quel periodo, senza umani vivi venne meno il commercio delle armi leggere, lo sfruttamento della prostituzione, lo spaccio di sostanze stupefacenti, il traffico di organi, il furto e lo smaltimento illegale dei rifiuti, l’incendio, doloso, gli omicidi e i ricatti e ancor di più i  sequestri vera industria mondiale che dava lavoro a centinaia di migliaia di operatori e a decine di banche e a un paio di paradisi fiscali.

Le prime cento bombe nucleari, per maggior celia gli esperti le chiamarono tattiche, chiarirono che era inutile fra i milioni di ombre nere e gli scheletri di centinaia di migliaia di edifici cercare chi potesse pagare un riscatto, praticare attività moralmente riprovevoli o comprare droghe, fosse  un governo o un privato.  Ciò che rimaneva era il collasso di ogni civiltà industriale e di massa, e senza la società di massa non c’è criminalità organizzata e quindi neanche cleptocrazia.

Quel consorzio umano cessò, finì d’improvviso senza nemmeno un congedo accettabile, cosa che implicò il collasso dei poteri criminali e quindi anche del sistema politico di Bananìa.

La debolezza del potere politico e della società aveva fatto prosperare la criminalità, la quale di contro aveva finanziato e favorito l’ordine costituito, in qualche caso aveva concordato con le forze dell’ordine la consegna di qualche delinquente reo di delitti infamanti per distrarre l’opinione pubblica.  Stavolta il gioco era finito, niente grandi truffe coi soldi, e con le perversioni delle grandi masse imbelli e dissolute della civiltà industriale post-fordista, per un semplice e banalissimo motivo: le grandi masse stavano venendo meno per motivi biologici. Gli effetti della guerra si fecero sentire in tutta Bananìa con drammi indicibili, la vita divenne dura anche per i delinquenti costretti ad assistere al crollo del loro mondo; il Dio della guerra volle soddisfazione dei torti subiti da tali genti scellerate, e liberò l’antica Dea della giustizia dalle catene dette “del civile buonsenso e della ragion di Stato” e la condusse nella penisola triste ed empia. Il Dio voleva il ritorno di popolazioni forti e audaci perché voleva seguaci degni di lui.

Il suo spirito dimenticato da troppe generazioni iniziò a risvegliare in molti una rabbia, non proveniente dalla testa ma semmai dal basso ventre.

Fu così che nel volgere di una mattinata, mentre gli addetti si sbarazzavano delle carcasse di umani, cani, gatti e altre bestie decedute per le pestilenze scatenate dagli attacchi con i virus e per la carenza di medicinali, tutta Bananìa si fermò; fu una paralisi contagiosa, anzi uno sciopero, e nella notte divenne una rivoluzione irreversibile, alla quale non partecipò un solo politico  in disarmo o in carriera che fosse.

Il sistema politico-criminale sparì e si disgregò nel giro di una settimana, lo Stato e le Istituzioni da decenni cadaveriche impiegarono un pomeriggio soltanto.

L’intero potere della criminalità organizzata, ormai privato di un consenso popolare e di una giustificazione politica, sopravvisse solo pochi minuti  alla fine del sistema che lo aveva generato.  Il  malvagio consorzio dei paesi sedicenti civili stavolta aveva ben più gravi questioni e non riuscì, come era suo costume, ad aggredire quelle genti sconsigliate per trarre profitto dal loro male e dal disordine altrui, o a far da stampella alle diverse mafie e ai centri di potere affaristico-criminali.   

La Randocrazia fu resa possibile dalla dissoluzione delle civiltà vicine  e dal venir meno delle forze interne e forestiere che sorreggevano il regime di malcostume criminale  e criminogeno.

Quindi, forse per la prima volta, la gente di Bananìa fece da sé e accoppati, con la brutalità sadica di chi ha troppo subito, i passati leader e i loro seguaci più compromessi non trovò di meglio che prendere atto del suo punto zero di partenza.

Inventarono quindi con le risorse che avevano, alcune delle quali si erano salvate dalla guerra, un nuovo sistema che chiamarono con un neologismo tutto loro “Randocrazia”.

Con gli strumenti informatici in possesso misero i posti di potere e di comando in sorte del caso malaugurato, considerando che dopotutto la politica è questione di posti, poltrone di seta e raso, titoli altisonanti ma perlopiù vani e fatui, e strapuntini e seggiolini metaforici in comitati ad hoc e consigli d’amministrazione per i meno malvagi e i poco raccomandati.

Forti delle cattive esperienze del loro passato i bananiani passarono a considerare il problema a partire dai posti da occupare.  Fu deciso di darli assolutamente a caso senza prendere in considerazione cose errate e sconce come consenso, benpensanti, moralità privata dei candidati, e meno che mai le elezioni più o meno democratiche che fossero.

Fu quindi il sorteggio duro, puro e fino in fondo e non si fecero scrupolo  i Bananiani di mettere fra i sorteggiabili pure i carcerati e i militari di carriera.  Fu un clamoroso e inverecondo successo, e le cose pubbliche e quelle private iniziarono ad andare molto meglio.  I saggi incaricati stabilirono che il caso evitava alcuni problemi della democrazia: spezzava in primo luogo il rapporto fra l’eletto e i suoi finanziatori e sostenitori fondamento questo di ogni sorta di manipolazioni della legge e di travisamento dei delicati incarichi che costoro ricevevano dalle urne il sorteggi liberava il sorteggiato dalla riconoscenza e dalla condizione ricattatoria in cui si trovava l’eletto dopo le elezioni, il quale per essere rieletto in qualche carica doveva rispondere del suo operato a gruppi di potere palesi ed occulti nel totale disinteresse della cosa pubblica e della gran massa dei cittadini.

Il sorteggiare imponeva, proprio per la casualità del risultato, regole, vincoli e controlli, questo faceva sì che il politico e l’uomo di potere fosse controllato e giudicato da personaggi che non erano suoi pari e nel suo agire non poteva fare appello a responsabilità di gruppo o di casta o peggio a indicibili complicità e a giochi di ricatti incrociati.

Inoltre questo creava curiose e non chieste novità: ergastolani tratti di galera per fare i sottosegretari trovandosi a recitar una ben diversa parte in commedia si rivelarono probi, giusti e disinteressati e pure assidui sul lavoro, scellerati e tossici collocati nei consigli d‘amministrazione di municipalizzate e società miste migliorarono meglio che in una comunità di recupero e i risultati del loro operare furono superiori a quelli registrati dai consigli composti da avvocati, esperti e famigli di potenti del precedente regime democratico.   Addirittura qualche ex politico, categoria spesso peggiore e solitamente inclusiva delle tre precedenti, libero finalmente dai vincoli di partito e di gruppo agiva nel disinteresse suo e per aiutare la popolazione tutta in così tribolato periodo.

Una regola che proibiva il ricoprire l’incarico per due volte nella vita dell’equivalente di parlamentare, ministro e presidente del consiglio e ancor di più di sottosegretario e capo-commissione parlamentare si rivelò una mano santa che guarì molti dalla prevaricazione e dall’ambizione; quindi rese migliore ciò che può solo peggiorare in un sistema parlamentare affidato a fazioni e partiti sempre pronti a tirare dalla loro parte il potere legislativo e l’esecutivo, per tacere del giudiziario.   La randocrazia rese quindi i tapini e afflitti abitanti di bananìa, per quanto ciò sia banale, uguali perché ognuno era eleggibile e potenzialmente destinato a ricoprire cariche pubbliche in virtù del malaugurato o benigno caso.

Vennero meno quindi la preparazione di una carriera, il ruolo dei protettori e dei finanziatori e le bande di seguagi e parassiti che di solito per loro esclusivo tornaconto prestano interessata  fedeltà ai politici in carriera o alle ricche mance elargite dalle agenzie di spionaggio dei paesi stranieri.   Il tempo di Marte iniziò a declinare, gli dei oscuri che tormentavano le anime  e aumentavano in ricchezza e potenza grazie al numero di dannati che precipitavano nel regno delle ombre erano un potere che oscurava le glorie di tutti gli Dei guerrieri. Milioni di morti per volta, innumerevoli masse di tormentati, di pazzi, di disperarti erano la grande ricchezza degli Dei infernali, con una sola moneta per morto, matto, disperato avevano creato una grande ricchezza. Avevano perfino il problema di gestire la loro ricchezza e il loro potere su una tale masse di morti e di schiavi sottomessi alla loro volontà. Una simile carneficina era roba da inferno del Dio Unico non da Dei pagani che quando aprivano le porte del Tartaro e dell’Erebo al più accoglievano trentamila ombre per volta.    Mille diavoli furono incaricati di contare gli oboli versati per i defunti e per coloro che resi folli o malati si raccomandavano ai signori dell’oscurità, ma le misere creature non riuscivano a tener il conto. Troppo lavoro! Un mondo intero era morto e uno nuovo sorgeva per servire gli Dei Antichi. Grande fu lo sconforto dei risorti Dei Antichi le grandi masse dei consumatori trapassati avevano distrutto, con il loro trapasso, i poteri forti, non c’era più aristocrazia di casta e del denaro, si erano dissolti i ceti privilegiati, ed i poteri dispotici sui quali far leva per ricostruire la pace e l’ordine erano spariti. Erano rimasti loro, rovine, disperazione e un mondo da far rifiorire per mezzo di quanti si erano salvati dalla catastrofe bellicista; nel disastro si erano di nuovo impadroniti della dispersa umanità. Come è noto gli Dei si dividono in Dei Celesti o antichi, Dei Oscuri di rango inferiore ai celesti, e poi messaggeri, demoni e diavoli ovvero servitori di basso lignaggio delle due categorie; c’è chi semplifica tutto questo ordine di cose chiamandoli in blocco alieni. Comunque questa gerarchia non umana era votata a ricostruire l’umanità e la vita sul disgraziato pianeta azzurro.

La guerra fu inizio fine e nuovo cammino per l’umanità confusa e per i Bananìani.

In effetti il sistema era complessivo, le masse consumavano tanto e male e consumavano beni e servizi legali esattamente come quelli illegali, i criminali prosperavano; inoltre i ricchi e i potenti, all’ombra di istituzioni politiche ridicole e di reali poteri finanziari e criminali, potevano organizzare e compiere di tutto.    Finite le masse era finito il potere che esse generavano; di conseguenza coloro che avevano lanciato i terribili ordigni che avevano bruciato intere città a temperature inaudite, o distrutto popoli interi con sostanze chimiche e radioattive di straordinaria potenza si erano annientati con le loro mani.

Come tutte le cose umane e divine la guerra doveva finire, e iniziò a spengersi per un bieco istinto di sopravvivere alla propria razionale natura di esseri scellerati, violenti e avidi.

Coloro che erano dalle ombre della fortuna ascesi alla luce del potere trovarono una buona occasione per essere felici, ora con poco si era potenti e temuti, e dopo qualche difficile anno di lotte e scontri cominciò a formarsi una nuova casta di privilegiati che subentrò alla precedente che venne macellata e dispersa durante i primi anni del conflitto.  Per certi aspetti questi nuovi potenti erano ancor più transnazionali e cosmopoliti dei precedenti signori del mondo, in verità più per disperazione che per convinzione si erano trovati in questa condizione di privilegio.

Volendo essi staccarsi dal recente passato colsero al volo il fatto che al declino di Marte sovviene sempre il regno di Venere, anche perché l’umanità inquieta dovrà pur ricostituire il suo popolamento sulla superficie della terra e ragionare di ricostruire quel mondo di cose e affetti disintegrato.   Quindi il tempo della pace, intesa come è giusto che sia come preparazione a nuove guerre e ricostituzione del materiale umano per nuovi orizzonti di gloria, prese ancora una volta forma.

Il dio che iniziò ad influenzare gli uomini con la decadenza di Marte fu Apollo il quale da buon Dio devoto alle cose precise e ordinate comandò che venisse fatto ordine e che, risolte le questioni più gravi, e fra queste lo sciagurato popolo di Bananìa venisse ricondotto a più miti consigli. Non si può dare esempi troppo positivi all’umanità inquieta, sentenziò il Dio di Socrate.

Quindi seguendo il Dio e il nuovo tempo dell’amore  i nuovi potenti si circondarono di servi e tutori armati del loro nuovo ordine costituito e si volsero a consolidare il loro potere, i loro beni, i loro interessi, a far fuori i soliti illusi, a dare una nuova possibilità di vita a delatori, parassiti, personaggi dello spettacolo, faccendieri, procuratori, e gente del mondo dello sfruttamento della prostituzione.

Sistemare alla meglio le cose loro, essi presero a considerare le vicende del popolo di Bananìa, cattivo esempio essi dissero: si era salvato dal terzo grande inutile macello per spartire il mondo, come è arcinoto le altre specie di viventi sono o troppo stupide o troppo intelligenti per fare loro la  spartizione del mondo, vivevano meglio di tanta parte dell’umanità, ringraziavano ancora il Dio Unico per averli risparmiati e per aver dato loro la forza di liquidare fisicamente ed economicamente quella gente riprovevole che di mestiere ha scelto di comandare gli altri e, addirittura, vivevano molto bene per i parametri consueti pareva proprio che  la vita media fosse addirittura di cinquant’anni contro i quaranta scarsi- scarsi dei paesi più potenti e felici.

Venne quindi stabilito  di riunirsi fra i potenti della terra, di metter fine alle liti, e di considerare le cose di bananìa; quindi con discrezione ma con molta decisione fecero pervenire ai Bananiani un vero ultimatum.  Esso era un po’ sgrammaticato perché non erano rimasti vivi molti diplomatici dopo i primi trenta minuti di deflagrazioni nucleari tattiche e delle nuove superarmi a energia diretta. Questa volta non c’era da minacciare un governo o un capobanda ma una nazione intera, ossia la popolazione tutta; era una Randocrazia dopotutto.

Invano sperò il Dio rosso che nell’ultimo giro della ruota della  fortuna l’abisso di Plutone e degli Dei oscuri  s’aprisse ancora una volta, che le genti si sterminassero di nuovo per sete di saccheggio e per il gusto di uccidere.  Ben altro fu tessuto col filo del destino, e non vi fu un altro eroico macello per la conquista del nulla.

Pur rammaricandosi per l’ingiustizia che veniva fatta loro, le genti di Bananìa avevano l’enorme fortuna di avere dei capi casuali e quindi disinteressati: ergo potevano anche prendere in considerazione l’idea di perdere il loro personale potere per favorire la collettività.

Tenendo fermo il fatto che mai si sarebbero rimessi in mano a una Repubblica irresponsabile o a qualche altra forma di invereconda e temibile e oltretutto finta Democrazia, stabilirono che si poteva placare lo sdegno di questi potenti  accordando loro delle forme di modifica della struttura politica che non snaturassero i principi e i benefici effetti di quanto avevano istituito.

Scelsero il più ambizioso e magnifico dei nuovi padroni e gli offrirono di regnare su Bananìa con una sua dinastia a patto che per sua maggior gloria e potenza conservasse quanto di meglio il regime Randocratico aveva prodotto.

Fu così che fra lo sconcerto di tutti e con la benevolenza di Bacco, Dio sempre propizio alle genti di Bananìa, ebbe luogo la Monarchia Aleatoria. Uno stato monarchico temperato e moderato dalla casualità dei ministri e dei funzionari tratti a sorte prese forma; e del resto Dei e uomini erano stati esauditi il regime politico era mutato e un sire aveva il suo trono e la penisola e tutto il potere politico nel suo scettro e nella sua corona, Il monarca, per dirla  in breve, consumava molto meno dei vecchi parlamenti democratici, era molto meno osceno, avventuriero  e scandaloso dei vecchi politici che avevano portato alla rovina l’umanità, era più affidabile nella gestione della cassa dello Stato e  di quella sua personale e si rimetteva alle cose del potere sostanzialmente per fingere di far qualcosa lasciandosi il diritto di punire qualche temerario o qualche testa calda o di seguire il popolo minuto nelle sue richieste, perlopiù poco ragionevoli e anche irresponsabili. Gli Dei visti esauditi i loro desideri benedirono la nuova istituzione  e tutte le genti di Bananìa concedendo loro benevolenza, prosperità, antichi saperi, benefici fisici e mentali dovuti alla loro grande scienza segreta che presso gli umani è chiamata manipolazione genetica.

Fu così che il nuovo regno ebbe ministri ora eccellenti ora pessimi, ma sempre disinteressati; e comunque rappresentativi della popolazione e di ogni ceto sociale, il sire ebbe il suo regno da megalomane, il quale era ancora integro in molte sue parti e ebbe in sorte di essere abbastanza al riparo da congiure e intrighi, data la natura del suo potere e delle istituzioni.

Così andarono le cose e il popolo ebbe quel poco di felicità e prosperità che la specie umana può concedere a se stessa.

Poi per una serie di fattori qualche generazione dopo il numero degli umani tornò sopra i due miliardi e si riformò in nuove forme la società di massa e con essa i consumi, la rappresentanza democratica, i cartelli industriali, il sistema della comunicazione e come è giusto altre guerre totali, altre armi di distruzioni di massa  e nuovi equilibri del terrore.

Bananìa tornò allora Repubblica, immemore del grande male subito e del bene che ebbe dalla monarchia e dalla pace.

 

 

 

 

Dedicato al Dottor Sandro Nappini




17 settembre 2011

Se per caso avessero ragione i pessimisti

Se per caso avessero ragione i “pessimisti”… Oggi in Europa e in Italia in modo particolare un vasto mondo umano di ceti medio-bassi e quasi poveri si sente abbandonato a se stesso, al proprio squallore quotidiano, al pericolo di rimetterci i propri soldi con questa crisi. C’è da chiedersi sa la ragione di quelli che vengono volgarmente denominati pessimisti non sia un concreto e oggettivo dato di fatto: Non esiste la possibilità di una crescita economica e industriale infinita in presenza di un solo pianeta con risorse grandi ma limitate, quindi questo mondo umano di terza rivoluzione industriale ha due possibilità la decrescita rapida e dolorosa o lo schianto del sistema di produzione e consumo. Questo pensiero mi sembra ragionevole, tuttavia c’è la terza possibilità che mi pare rafforzarsi ogni giorno: risolvere la situazione entrando in un ciclo di guerra e distruzione che si risolve in un grande conflitto distruttivo in grado di azzerare le condizioni presenti, di fare un falò nucleare delle montagne di debiti bancari e istituzionali e forzare l’umanità sopravvissuta a mettere in moto un nuovo ciclo di creazione e produzione per sostituire le macerie. Infatti il problema presente è la competizione per il dominio e controllo delle risorse naturali del pianeta e di centinaia di milioni di umani utili per fare produzione, consumo e ricerca e sviluppo da parte dei nuovi imperi emergenti che contrastano il declinante impero derivato dalla fusione della civiltà Inglese con quella Statunitense. Gli imperi emergenti sono arcinoti: CSI (ossia la Russia Putiniana), il Brasile, l’India, La Cina Comunista; assieme a queste potenze imperiali si muovono poteri politici ed economici e Stati interessati al declino dell’Impero Anglo-Americano. L’Europa priva di unità politica è destinata a frammentarsi davanti a un conflitto di grandi dimensioni, nella povertà e nel caos che viene dalle grandi guerre ogni Stato cercherebbe di recuperare la propria sovranità e di far da sé diffidando degli altri. La mancanza di una sola diplomazia europea e di un solo esercito europeo rende difficile la creazione di un potere della Comunità che si collochi oltre la forza finanziaria, peraltro piuttosto sfiorita a partire dal tragico 2008. Quindi la questione è se possibile una qualche forma di convivenza fra i nuovi imperi e il vecchio impero, per ora il vantaggio militare è tutto in mano agli USA, la loro potenza distruttiva è enorme e fa davvero paura; ragionevolmente le persone di buonsenso che non sono parte del fu Impero Inglese o Statunitense dovrebbero temere la potenza militare a Stelle e Strisce. Questo spiega perché l’atteggiamento di potenze ostili agli USA e al Regno Unito sia di solito prudente e poco aggressivo, nessuno intende dare avvio ad una guerra conoscendo in anticipo l’enorme sproporzione di mezzi a vantaggio delle forze NATO e USA. Tuttavia il pericolo del conflitto rimane perché è poco probabile tener fermo un mondo umano così scosso dalla crisi globale e dal problema del dominio e controllo sulle risorse umane e naturali del pianeta. In effetti il nodo vero non è la sopravvivenza delle forme di vita del pianeta o la continuità delle civiltà umane o la sopravvivenza di interi popoli, il problema che è alla base di questo sviluppo capitalistico - consumista distruttivo, scellerato e dissoluto è dato dal mantenimento di ristrette caste di ricchissimi ai vertici delle strutture di dominio e controllo. In caso di disastro economico-militare delle caste al potere nelle nazioni attualmente egemoni, ossia USA e fu Impero Inglese, ad oggi si avrebbe la sostituzione dell’ammiraglio inglese e del miliardario statunitense con il generale russo, il banchiere cinese, il proprietario terriero brasiliano, l’industriale indiano; in sintesi dal collasso emergerebbe solo una ridistribuzione del potere di dominio e controllo a svantaggio di caste di ricchissimi che fanno rifermento al potere militare e politico dell’Impero Anglo-Americano con caste altrettanto caste che fanno riferimento ai nuovi imperi in rapida espansione. Se c’è mai stata una missione del Belpaese nel mondo umano essa sarebbe individuabile in una riedizione del meglio dell’Umanesimo e del Rinascimento per dare un contributo di civiltà a questo mondo umano perduto dietro incubi e illusioni volte a confermare il potere di minoranze di ricchissimi e tecnocrati; ma proprio le genti d’Italia si sono sottratte a qualsiasi impegno in questo senso, ed oggi la Repubblica Italiana appare come una potenza minore associata al destino della NATO e delle grandezze e miserie del potere bancario e finanziario Francese, Inglese, Tedesco, Statunitense, e forse domani della Cina e dell’India. I pessimisti vedono questo in forme diverse, e dal mio punto di vista hanno ragione, non si può uscire dalla durezza della ragione appellandosi al sentimento, invocando miracoli, cambiando il senso delle parole. Occorre cercare le proprie ragioni profonde del vivere con l’istinto e con le passioni e comprendere la direzione di questa realtà con la rigorosa analisi e l’appello alla razionalità, per quel che è possibile, questa a mio avviso la medicina salutare per purgarsi dalle mille e mille allucinazioni mediatiche e ricette politiche un tanto al chilo. Se l’impegno politico e sociale dei molti si sottrae a uno studio individuale dei fatti del mondo umano e naturale si ripeteranno le condizioni per l’esistenza di ceti sociali di mediatori politici fra le loro plebi elettorali di riferimento e i poteri finanziari, bancari e militar-industriali. Proprio l’esistenza e la persistenza di ceti di mediatori e di mezzani che vivono di politica è il fondamento più forte nelle decedenti democrazia occidentali dei pessimisti di professione. Il politico che vive solo di politica e di mediazioni forse è latore di conoscenze e segreti, ma se esercita in democrazia questo ruolo di carattere tecnico-iniziatico distorce la democrazia stessa e pone le basi per una decadenza dei costumi e della civiltà di cui è espressione. La democrazia o è espressione di cittadinanze attive e capaci di pensare con la propria testa in gruppo o singolarmente oppure è una forma travestita di oligarchia o di tecnocrazia bancaria che si fonda su un consenso pilotato e pecoreccio espresso nel corso di elezioni condizionate da propaganda militare, pubblicità e sistemi elettorali truffaldini o ambigui. Sulla decadenza delle sedicenti democrazie “Occidentali” si fondano le speranze di quanti approvano l’ascesa al potere dei nuovi imperi globali. IANA




23 maggio 2011

Il Fascista Immaginario: Educare


tanti-giornali


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Sergio: Insisto. La rivoluzione disarmata, il bene che deve scendere dal cielo o giù di lì, il popolaccio ubriacone, drogato malato di sogni di ricchezza che va verso l’ecologia e la pace. Mi dispiace. Per me questa è pazzia. Il reale che è reale mi parla di schiavi moderni, di servi, di plebe che desidera la merce del centro commerciale, di squattrinati che saltano i pasti ma si comprano i cerchi in lega o le scarpe di cuoio firmate. Schiavi. Sì! Così! Certo! Schiavi diversi da quelli dell’antichità con le catene ai piedi e al collo, ma comunque di questo si tratta. La società dei pochissimi ricchi è di fatto fortemente costrittiva e  punitiva, ed è grande il loro potere, e c’è del bene in questo. Ma il poco bene viene ucciso dall’illegittimità di questo potere. Se fosse un potere autenticamente sovrano e  sacro non avrei motivo d’oppormi come faccio, ma non è così e devo seguire il mio destino. A suo modo tutto questo è forza interiore, è educazione.

Lazzaro: Educazione. Che ne sai! A che titolo ne parli? No, ora ascolta. Io ci credo sul serio nell’educazione, in un mondo migliore, in gente liberata dal male della schiavitù dell’ignoranza , della paura, delle fantasie malate, o delle falsità della pubblicità. La mia lotta qui, in questa facoltà, in questa città, con chi mi viene dietro è vincolata a questa principio sacro: liberarsi dal male che viene dalla propria ignoranza. Per questo osservo con tristezza e rassegnazione i fatti, le circostanze, la realtà che è realtà.

Fa un gesto brusco e si alza, Lazzaro fa un giro della stanza nervosamente. Poi si ferma e  appoggia un fianco sulla cattedra, cerca di rilassarsi, si lascia andare.

-          Sergio: La tua reazione indica che ho toccato qualcosa che ti turba. Dimmi ciò che vuoi in modo che ci sia chiarezza fra noi e io possa capire.

Lazzaro: Ho fatto qualcosa: “l’Erasmus in Francia, ho vissuto fuori da qui per alcuni mesi”. Non è così. Non funziona in questo modo. Ho visto come funziona uno Stato ben costruito dai re, dai giacobini, dai loro Napoleoni. Il problema dello Stivale sono i suoi abitanti, le sue finte borghesie, i suoi finti imprenditori, i suoi falsi milionari, i miracoli inesistenti, una feccia che disarticola il risultato elettorale mettendo sulla bilancia dei corruttori pacchetti di migliaia di voti che si spostano in blocco. No!  Qui il problema è nostro. Il lasciar fare ai padroni, ai fascisti, ai violenti è la solita fuga vigliacca non della minoranza dei ricchi ma della maggioranza delle genti che se ne fregano, che vedono solo il loro tornaconto privato, che conoscono il loro mondo e sanno che sparirà con loro al momento della morte perché hanno sempre e solo amato se stessi. Questa bella gente se ne frega se qui c’è una repubblica, una dittatura, un despota, un comunista o un generale straniero. Per quella gente esiste solo ciò che è proprio, personale, privatissimo. Per questo è bene educare, insegnare, far capire, aprire la mente della gente fin da bambini. Non è un caso che oggi in questo 2003 si mormora che la SSIS sarà chiusa prima  o poi. A loro non interessa formare i docenti, costruire la cultura, dare basi solide alla plebe elettorale sperando che si trasformi in cittadinanza.

Sergio: Scusa ma non ti seguo. A parte la critica irragionevole verso i fascisti vorrei capire di che parli. Cosa è la SSIS e perché la difendi?

Lazzaro:Con la riforma Berlinguer di qualche anno fa venne costituita una scuola superiore di specializzazione post-universitaria per l’insegnamento. Finalmente dopo decenni  di Repubblica un governo trasformava la materia del reclutamento scolastico da comodo espediente elettorale e  demagogico in una cosa seria, scientifica, accademica. Ma oggi dopo neanche due cicli completi di formazione dei nuovi docenti il ripensamento è grande e questa modalità di reclutare attraverso concorso per l’iscrizione a numero chiuso e attraverso anni di formazione a pagamento alquanto onerosi in termini di fatica e  soldi è andata in crisi. La politica stessa sta abbandonando l’impresa di far della scuola una cosa seria. Mi interessava, sarebbe ipocrita non ammetterlo, mi spiace di non esser lì a soffrire in mezzo a scritti, prove, elaborati, tesine, esami orali e le ore di tirocinio gratuito nelle scuole. Ecco so che finirà male, chi entra subito forse entra nel sistema scuola, ma se intenzione politica generale è di lasciar perdere quest’impresa è certo che la SSIS non andrà lontano.  Alle volte mi sembra che questo paese abbia una sorta di occulta data di scadenza, come se i livelli alti sapessero che non vale la pena darsi tanto da fare. Io ci divento pazzo. Creare l’insegnante dopo aver costituito la sua preparazione in aula e nella concreta realtà e la sua capacità intellettuale con un biennio universitario è opportuno in un Belpaese dove si saltava dai banchi dell’Università alla cattedra nei licei. Ecco… da uno smantellamento futuro della SSIS, che io sento nell’aria perché la percepisco mal gestita e malfatta,  so che arriverà la conferma di ciò che temo e stimo vero: la politica nostrana si è scissa dalla civiltà e dall’italianità è diventata appalto opaco, mestiere da ciarlatani, lavoro da esperti che mediano fra plebi elettorali e grandi poteri finanziari internazionali. I finanzieri nello Stivale  pagano, comandano, dispongono, esigono. Certo far pagare gli studenti per la SSIS è da delinquenti, il diritto a elevarsi culturalmente e a far un salto di ceto sociale viene leso.; ma una nazione seria può creare borse di studio, aiutare i capaci, rendere gratuito il tutto. Non voglio  caste universitarie, voglio per la libertà per tutti di esser quel che vogliono essere attraverso la cultura, questo io so che è il bene collettivo e la giustizia. Quando dico giustizia intendo anche quella di cui tratta e detta la vigente Costituzione. Sì, ignoranza, rozzezza e l’egoismo del singolo  allevano la cattiva radice del delinquere e del sottomettersi al potente di turno; la libertà della nostra gente deve partire dal sapere e dalla libertà del conoscere e del capire.

IANA per FuturoIeri

(Sulla storia delle SSIS in Italia cfr.http://it.wikipedia.org/wiki/SSIS)




29 aprile 2011

Il Fascista Immaginario: Maestro d'illusioni

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televisione


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Lazzaro: La Patria! Questa poi. Mai sentito parlare di multinazionali, di paradisi fiscali, di classi dirigenti sovrannazionali, del potere della finanza internazionale?

Sergio: Efficace risposta, lo ammetto. Oggi è difficile parlare di Patria, i Governi sono ormai come i banchi dei mercanti del Tempio, quelli cacciati con la violenza da Gesù dalla casa del Padre Divino. Ogni speculatore immobiliare, appaltatore di guerra, mezzano e mediatore fra politica, banche, fazioni politiche, bande criminali diventa un soggetto referenziato, un gentiluomo. Il sistema affaristico moltiplica la delinquenza, il consumo di sostanze stupefacenti, la degenerazione civile e morale. Sì è vero è difficile. Ma vale per me un principio sovrano: Quando tutti tradiranno io no. Quando vado in scena la mia opera è purificatrice perché dissolve questo mondo marcio, lo mette fra parentesi e apre il cuore alle speranze. Io sono maestro dell’illusione, la mia opera è benefica perché sana dal cedere al male, che è il credere che esista solo questa realtà, il suo potere, la sua strada ormai inclinata verso una serie di nuove guerre e di nuove carestie e pestilenze. Finirà, prima o poi finirà. Dalle macerie e dalle cose morte che lascerà su tutto il pianeta questo capitalismo impazzito e mortifero nascerà un nuovo mondo umano e civile. La Civiltà Occidentale potrà finalmente essere. Io sono attore e maestro di una volontà inconsapevole di veder la fine di questo presente attraverso la ripetizione ossessiva dei ricordi del passato e dei suoi miti e simboli morti.

Faccia perplessa di Lazzaro, Sergio si avvicina di spalle, le tocca da dietro quasi in un fare familiare. Lazzaro non è imbarazzato ma guarda Sergio con compassione.

-          Sergio: La mia visione dell’Occidente che non è e dovrà essere un giorno ti rende cupo?

Lazzaro: L’Occidente è solo una determinazione geografica, perfino i giapponesi sono a occidente di qualcuno o qualcosa, fosse anche solo uno scoglio nell’Oceano Pacifico. La civiltà capitalista oggi è più del vecchio capitalismo di mio padre o di mio nonno. Si tratta di un  sistema, di un potere proprio, quasi totalitario nella sua determinazione a trasformare il mondo in una miriade di beni e servizi in vendita, il diritto in contratto, la convivenza civile fra popoli e genti in folle differenti e difformi che si ritrovano solo al centro commerciale. Credi con due o tre parole, delle immagini, dei simboli, di stroncare un potere che se ne strafrega se tutto il mondo scende in sciopero contro questa nuovissima guerra irachena, una Petrol War pura, dura e perfetta. Il profitto di pochi miliardari che hanno il patrimonio azionario collocato dentro le grandi società e le multinazionali che lucrano sulla guerra e sui superprofitti che procurano i superappalti per la ricostruzione dei paesi distrutti dai bombardamenti a tappeto si è dimostrato più forte di tutti gli uomini e le donne di questa umanità. E sottolineo tutti! Stavolta ci siamo arrivati, il movimento contro la guerra era grande, forte e globale. Non è servito a nulla. Ora i tuoi camerati potranno godersi uno splendido massacro e pensare davvero alle rovine prossime di un mondo umano che è stato scagliato da un pugno di superprivilegiati ricchissimi nell’abisso della guerra e della morte. Quando pochi miliardari  assoldando politici, pubblicitari, esperti di pubbliche relazioni e questa feccia superesperta e qualificata  riesce a trasformare le democrazie in conclavi di briganti e lanzichenecchi effettivamente si apre una possibilità anche per i fascisti come te. Sì, l’unica cosa giusta che hai detto. Lavorano per te questi banditi e capimafia.

-          Sergio: Non li amo. Sono traditori per natura e per istinto nemici naturali di tutta la razza umana e in particolare di una specie molto importante: l’uomo bianco. Se non fossero mai esistite queste famiglie di supermiliardari sarebbe stato meglio.

Lazzaro: Razzista?

Sergio si abbassa quasi a sfiorare l’orecchio di Lazzaro.

-          Sergio: Certo. Ma con la consapevolezza che oggi l’uomo bianco non esiste. Non c’è il suo regno, è morto il suo Dio, non esiste la sua civiltà, non conosco la sua lingua; altrimenti da tempo ne sarei stato maestro filologo. Egli è astrazione. Ciò che dovrebbe essere, è dissolto nel male del mondo e non viene in essere per via delle circostanze impossibili di questo tempo.

Lazzaro: Il grande male è questa forma della civiltà industriale che trasforma gli umani in demonio assassini ossessionati  dalla pubblicitaria  commerciale, privi di compassione e distruttori della vita e della civiltà, anche la propria. La potenza dei computer, delle fabbriche, della scienza poteva creare un piccolo paradiso, ed ecco che una minoranza piccola di umani vive assolutamente beata perché ricchissima mentre per gli altri si aprono le porte infernali della guerra, e che guerra. Sarà un ritorno alle crociate, alle spedizioni coloniali, alla brutalità post-coloniale. Cosa penseranno di noi quelli che verranno fra venti o trent’anni. Penseranno intorno a questi anni quel che comunemente pensiamo della caccia seicentesca alle streghe, ai roghi degli inquisitori, agli orrori pagani delle tribù dei cannibali dimenticati da Dio e dagli esseri umani in qualche oscura isola.

Sergio strige le spalle, un gesto di compiacimento.

Sergio: Certo, ma fra la tua rivoluzione disarmata, fra il tuo educare esseri umani che non vogliono altro che una carta di credito piena e un centro commerciale dove usarla e le mie allucinazioni, i miei deliri, i miei miti morti scelgo la mia strada. Almeno la conosco, posso essere una cosa sola con le mie speranze.




12 aprile 2011

Il Fascista Immaginario: I miti morti


belgrado bombardata


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

Sergio: La luce di queste mie candele è simbolica, unisce il ricordo alla tradizione. O forse dovrei dire che è un tentativo disperato di non farsi divorare dai  mostri veri della nostra contemporaneità che sono i centri commerciali, la televisione spettacolo, la politica da mercenari un tanto al chilo, le risse televisive, il calcio dato ala plebaglia che vota al posto dei ludi gladiatori di Nerone e  degli altri Cesari sanguinari.

-          Lazzaro: Guarda che quanto a sangue e massacri il Duce e i suoi amici non scherzavano e a tanti post-fascisti piace questo sistema. Ci vivono bene. Credi di resuscitare il tempo morto. Ti capisco. Ma è inutile. Sembri come certi anarchici che sulle mura scrostate delle caserme dismesse ormai bocconcini per gli speculatori edilizi che ne faranno capannoni, case, uffici si ostinano a scrivere come se niente fosse: “Diserta, Sissignore”. Appelli alla rivoluzione e alla diserzione rivolti a un esercito inesistente, a battaglioni di soldati di leva dissolti nelle nebbie del tempo, provocazione verso un potere morto che oggi è altro ed è altrove. Sei un romantico malato, un visionario che si è perso nelle sue congetture, uno che vive sui ricordi malati e attraverso essi. Non sono i morti o le rivoluzioni inesistenti o sognate che hanno il potere di mutare la storia.

I due si studiano. Sergio prende in mano le due candele, le solleva, fa con esse un cerchio. Poi le posa e sospira.

-          Sergio: La questione è questa. Io vivo in una illusione morta, tu anche. Dove sono le rivoluzioni. Scusa mi correggo. Avete portato tre milioni di persone in piazza, a Roma, in Italia. Tutte contro la guerra, questa nuova guerra Anglo-Americana per il petrolio. Tutte per dire no alla distruzione dell’Iraq. Eppure la guerra è arrivata, sta già mettendo su nuovi cimiteri, creando macerie che si sommano a quelle del 1991. Dove siete arrivati? A rendervi ridicoli! Non meno del sottoscritto che crede di resuscitare i morti voi pensate di fermare le multinazionali della guerra con le prediche, le marce per la pace, le belle parole, i proclami. Ritirate e fate ritirare tutti i vostri soldi dalle banche. Vediamo quanto dura il sistema con il 20% o il 30% in meno di risparmiatori che dicono basta. Ma no. Questo non si fa. Non si va fino in fondo, anche perché così senza banche, senza finanzieri, senza amici coi soldi non si fanno le elezioni e non si mettono in piedi turbe di sciagurati pronti a votare per qualsiasi cretino che vedono in televisione o sui manifesti. Il popolastro che vota per i rossi e per i bianchi si è sfogato, ha ballato, ha detto due o tre idiozie, fino a un certo punto ci ha provato e poi. E poi la guerra arriva perché è una macchina di morte superiore a qualsiasi sciopero o scontro sociale. E’ la prova suprema delle civiltà, a suo modo è una manifestazione divina, forse l’unica rimasta.

-          Lazzaro: Efficace apologia di se stessi. Ma che devo fare. Da solo affrontare un mare di sangue e merda. Fermare i missili da un milione di dollari cadauno? Resuscitare migliaia di donne, vecchi e bambini fatti a pezzi e ascritti dalle televisioni sotto la voce “effetti Collaterali”? Quelli come me o simili, o solo vicini in quel caso hanno fatto quel che potevano. Questi sono i mezzi e poi si è visto a Genova che capita quando la protesta è un poco più dura. Ci scappa il morto! Così siamo stretti fra due estremi: provocare una reazione violenta e armata o protestare sapendo di non arrivare a nulla. Quello che provo a fare è di crear attività, azione, gruppo, volontà attiva e provare a far qualcosa. Forzare le regole, costringere il potere a rivelarsi, dare qualche prospettiva politica magari minima, lavorare sul sociale; forse è poco ma è ciò che oggi è possibile. Le illusioni le lascio a chi ama i cadaveri. A chi sogna le rivoluzioni impossibili siano esse nere, rosse o a pallini.

-          Sergio: La verità esce fuori. Siamo due illusi. Io onirico e tu pragmatico e politico. Ma oggi siamo due perdenti. La guerra nuova per l’Iraq dimostra quanto siamo entrambi inutili e forse folli.

-          Lazzaro: C’è metodo nella follia, e quando la follia è senza metodo è una follia che non interessa al sottoscritto. Tutti son bravi a far i pazzi in politica, pochi ad esserlo davvero.

Sergio fa delle figure in aria con le candele, Lazzaro è distaccato, per nulla impressionato

-          Sergio: La tua follia è il credere di potercela fare, di arrivarci, di stanare il grande potere della finanza globale, di mettere in catene i grandi poteri del mondo. Non funziona così. Tu sei pazzo e io anche. Ma sono follie diverse. Io vado fino in fondo al mio delirio, tu ti fermi sulla soglia dell’assoluto. Immobile davanti alla sala del ridicolo o peggio del cadaverico. Il mio è egoismo che si fa scena, spettacolo, mito da camera e da salotto. Il tuo egoismo è più ridicolo del mio perché pretende di rendere migliore un mondo umano che ha già trovato la sua strada funesta, la sua via di fuga verso nuovi massacri globali.

-          Lazzaro: Sì. Ci credo. Posso farcela. Non oggi. Non da solo. Non alla luce di un disastro politico così grande e sciagurato come una nuova Guerra del Golfo. Ci vuole un secolo, forse due. Chissà. Comunque nel mentre c’è da portar avanti dei piccoli interessi qui nella facoltà, nell’università, in città, forse in provincia e in regione. Il grande momento della politica deve incontrare il quotidiano, il banale, la pubblica amministrazione. Occorre lavorarci, crederci, creare consenso, aggregazione. Intanto vado avanti. Più o meno come te. Ma in modo diverso. Con più democrazia, con più stile, con in mano qualcosa da esibire. Forse in questo agire c’è una grande vanità: pensare di contare qualcosa quando si è in tanti. Ma cosa posso fare. Fingere? Mettere al sicuro la cassa come i tesorieri dei vecchi partiti politici della prima Repubblica e poi ripulirmi sotto nuove insegne? Non sono così e non ho quel passato. Non posso essere ciò che non sono. E infatti non lo sono. Non è una questione morale o civile, o un punto di vista etico. Si tratta una pura e semplice questione di ceto sociale, di fascia di reddito, di tenore di vita, di frequentazioni a livello di famiglia, di possibilità, di opportunità. Chi si è fatto ricco nella Prima Repubblica o è un ladro, o un ricettatore, o uno che ha preso il biglietto giusto della lotteria. Io sono un piccolo estremista che spera, lavora, sogna. Un piccolo esaltato che crede di forzare le regole non scritte di una società decadente e senescente incanaglita nel suo essere pura degenerazione sociale. Lo faccio per te e lo faccio per milioni di altri come me. Esigo quindi il tuo rispetto.

-          Sergio: Esso c’è. Sono qui anche per esso. Ma non chiedermi di approvare i tuoi rifermenti o i tuoi mezzi. Dico questo, qui, fra noi, in confidenza: Il fuoco si spezza col fuoco, la notte con la notte, il male con il male, la morte con la morte, l’osceno con qualcosa di ancora più osceno. Non si sfugge alla natura intima del pianeta azzurro e alla sua lotta per la vita, chi nega la natura perverte se stesso e la sua visione del mondo. Tu neghi nei fatti la forma di una democrazia inesistente e nello steso tempo cerchi di renderla reale presentando nuove regole e chiedendo il rispetto di leggi mai applicate, mai capite, mai volute da chi ha il vero potere. Tu sei scisso fra come le cose dovrebbero essere e come in realtà sono davvero e non potranno mai essere. Il vero potere è dei pochi apolidi e miliardari sui molti che sono miserabili, arrivisti, tapini, poveri. Da una parte c’è la legge dei pochi e dall’altra i molti. La Patria è sempre dalla parte dei molti contro i pochi.

 




18 febbraio 2011

Il Belpaese e la scuola: Dewey o l'opera dello straniero


maestro-elementare


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA

Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti; si può dire che essa non è fra le priorità delle minoranze al potere. Così colgo l’occasione per una riflessione su un filosofo statunitense che si è occupato di pedagogia a livello alto e inizierò prendendo un citazione dalla voce che lo riguarda presente su  Wikipedia.

John Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859New York, 1º giugno 1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense. È stato anche scrittore e professore universitario. Ha esercitato una profonda influenza sulla cultura, sul costume politico e sui sistemi educativi del proprio paese. Intervenne su questioni politiche, sociali, etiche, come il voto alle donne e sulla delicata questione dell'ingiusta condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti (…)

(…) Per Dewey, una persona per partecipare ad una Democrazia deve avere questi quattro requisiti:

  • alfabetizzazione: secondo l'autore il saper leggere e scrivere poteva fornire le stesse possibilità anche alle classi meno abbienti.
  • competenze culturali e sociali le quali portano ad un maggior interesse per la vita pubblica
  • pensiero indipendente, requisito fondamentale della democrazia che non può vivere con un pensiero unico (indottrinamento)
  • predisposizione a condividere con gli altri

Per questi motivi, l'Educazione ha un ruolo preponderante nella creazione della società democratica.

Il legame fra democrazia e pubblica istruzione è strettissimo. In questi ultimi trent’anni le cose hanno preso una piega diversa da quella auspicata dal filosofo. L’America Statunitense è diventata l’impero economico e militare più grande del mondo, la dimensione economica del sistema capitalista ha divorato il sistema della pubblica istruzione negli USA come in tanta parte del mondo umano, il pensiero unico esiste ma è un culto del Dio-denaro che si maschera da modalità banali e ordinarie del vivere, la natura filantropica e benevola dell’essere umano è travolta da un mondo umano permeato da lotte economiche, religiose, pseudo-ideologiche, para-razziste talvolta sanguinarie e brutali, l’interesse per la vita pubblica non è altruistico ma legato all’egoismo sociale ed economico al punto che la cosa appare talvolta imbarazzante a chi segue la politica per diletto o per professione. Questi mali che son ben presenti nel Belpaese sono condivisi da tanta parte delle genti del  pianeta per il semplice motivo che i processi di globalizzazione hanno uniformato i problemi ma non hanno risolto i gravi mali che affliggono l’umanità e il Pianeta Azzurro al tempo della civiltà industriale. Si è formato l’impero egemone ossia quello USA e alcuni imperi minori ora complici ora rivali del gigante stellato. Tuttavia occorre mettere un trave per distanziare gli ideali di una civiltà che possono essere puri e nobili dalla concreta attività dei potentati finanziari,  politici e militari che esprime e che dà la forma concreta e storicamente viva alla stessa. La differenza fra la dimensione ideale e quella concreta e pragmatica può essere immensa, e il filosofo educatore Dewey rappresenta bene questa distanza fra reale e ideale. Del resto L’Impero USA come lo conosciamo si forma nel febbraio del 1945 a Yalta, con la spartizione del mondo a tre: una pezzo del mondo all’Impero Inglese, una fetta enorme della terre Euroasiatiche a Stalin, e il resto sotto influenza militare, politica ed economica dell’Impero USA. Potenze imperiali quindi, ecco la regola a partire dal 1945. Dopo una tragedia della civiltà Europea  come le due guerre mondiali la cosa era forse inevitabile.  Ora proprio la natura imperiale dei poteri finanziari, spionistici e militari, e in misura minore politici, crea un grave problema al modello di scuola tesa alla democrazia come emerge dalla concezione del filosofo Dewey. Un modello imperiale è sempre aggressivo e deve avere dei dogmi, delle certezze indiscutibili, dei CREDO di ferro da far entrare a forza nella testa della gente. Che sia il culto della bandiera, la lode acritica del proprio stile di vita, la devozione verso lo Stato o l’amore egoistico e chiuso al diverso per le proprie origini, o l’elogio acritico di una qualche ideologia o forma di dominazione culturale o militare che si esercita verso i vinti e i succubi non cambia il senso della cosa. La pubblica istruzione ha difficoltà a trasformarsi in forme di persuasione imperiale in modo più o meno blando. Quindi è ovvio che essa sia trascurata nei bilanci degli Stati Democratici che aspirano a diventare potenze imperiali. La scuola pubblica ha di solito un impatto persuasivo di minor influenza rispetto alla propaganda militare o alla pura e semplice pubblicità commerciale, a meno che non sia tutta dedicata a questo scopo come negli Stati Totalitari del Novecento. In qualche modo l’esigenza di trasmettere conoscenze, saperi, educazione finisce con il salvare la scuola, apre anche nella disgrazia della persuasione che cala dall’alto la possibilità di uno spiraglio di libertà e di libero pensiero in colui che viene educato. Questo miracolo di una sottile striscia di autonomia dell’insegnamento che corre fra esseri umani è una singolarità della trasmissione umana del sapere. Gli esseri umani per natura non ripetono sempre  i loro atti come sembrano fare le api o le formiche ma alterano e differenziano la loro vita e i loro saperi sulla base di letture del mondo umano o naturale e della necessità.  L’evidenza che la ricezione dell’educazione e della formazione tende a  variare da individuo a individuo, da docente a docente, da allievo ad allievo è un segnale dell’autonomia dell’insegnamento rispetto alle esigenze di poteri imperiali o comunque egemoni i quali se retti da soggetti forti e consapevoli tendono a forzare la natura umana inerente alla trasmissione di saperi e dell’educazione.  Per questo anche se gli imperi si dicono oggi aperti al mercato e talvolta perfino democratici, per questo anche se gli eserciti formati da professionisti tecnologici impregnati di buoni sentimenti, per questo anche se la finanza si sforza di darsi una patina di rispettabilità finanziano attività culturali e umanitarie, per questo anche se la pubblicità commerciale si sforza di ostentare decaloghi deontologici è bene avere in somma diffidenza ogni forma d’intromissione nel settore della scuola.

In fondo cosa è la libertà oggi se non il proprio conoscere e determinare se stessi a partire da una riflessione sul mondo umano e naturale che risulterebbe impossibile senza il possesso di strumenti propri per orientarsi fra le mille illusioni, paure, sensazioni, suggestioni di questo tempo. Mi rendo conto  che proprio questa libertà di pensiero può risultare scomoda ed essere rifiutata dai soggetti umani, essere se stessi è fatica; credere ai persuasori imperiali è, invece, molto comodo; tuttavia è proprio il fingere di credere ai miti imperiali per maturare un proprio interesse una cosa comune nel Belpaese e a suo modo è forma di vita e tradizione inconfessata delle minoranze al potere.




24 agosto 2010

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi




De Reditu Suo - Terzo Libro

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi

Fingere di non vedere l’evidenza è cosa da cretini chi è ricco oggi è l’unico che può dirsi felice perché il mondo umano è stato rimodellato e ricostruito per suo esclusivo conforto. Non si può pensare il presente negando questo dato banalissimo. Ma dal momento che il banale non è evidente citerò Serge Latouche il famoso professore francese che nel suo “Come sopravvivere allo sviluppo”, edito in Italia da Bollati Boringhieri offre al lettore dei dati di una ricerca del 1998 nel momento di massima potenza dei processi di globalizzazione che parlano da soli :“Le tre persone più ricche del mondo dispongono di una fortuna superiore al PIL totale dei 48 paesi più poveri! Il patrimonio delle 15 persone più ricche del mondo è superiore al PIL dell’Asia del Sud.   Il patrimonio delle 84 persone supera il PIL della Cina, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti! Infine, i 225 patrimoni del mondo ammontano a oltre 1000 miliardi di  dollari cifra che corrisponde al reddito annuo del 47 per cento degli individui più poveri della popolazione mondiale, cioè due miliardi e mezzo di persone…”. I dati per quanto datati rendono palese l’indirizzo generale di questa civiltà sedicente occidentale ma che in realtà è solo l’estensione della volontà di potenza di alcune minoranze di ricchissimi di cittadinanza perlopiù inglese e statunitense. La loro civiltà è la civiltà dello spettacolo e della pubblicità e il suo motore è un sistema di produzione e sviluppo impostato sul consumismo. Questo modello di produzione e consumo è ben  disposto anche a far indebitare i privati con mutui e rate da pagare pur di sopravvivere a se stesso e ai suoi limiti che sono evidenti perché  presuppone una crescita infinita in presenza di risorse limitate; il pianeta azzurro ha molte caratteristiche ma per certissimo non è infinito. Quindi pochissimi ricchissimi che hanno nelle loro mani la possibilità di realizzare il quasi impossibile proprio come è stato per i faraoni dell’Antico Egitto che fecero costruire le piramidi ai loro sudditi. Questi pochissimi sono anche felicissimi in virtù del fatto che questo è il mondo che essi plasmano per mezzo della loro volontà indirizzando le loro risorse finanziarie; personalmente credo che non sia sbagliato leggere tanta parte della pubblicità commerciale che fa vedere dei giovanotti palestrati e signorine bellissime, filiformi e seminude in ambienti per così dire “esclusivi” come una idealizzazione dei nuovi “faraoni” del nostro tempo, gli unici umani che son riusciti nell’impresa di creare il loro concretissimo paradiso sulla nera terra.  L’unico culto che deve spaventare oggi è quello tributato al potere del Dio-denaro unica divinità di tanta parte del mondo umano. L'umanità adorante questo Dio è sottomessa al qui e ora e ha perso la volontà di trascendere e di credere.

IANA per FuturoIeri




18 luglio 2010

La natura seconda e il suo essere umano

 

De Reditu Suo - Terzo Libro

La natura seconda e il suo essere umano

Una sorta d’intuizione mi spinge da anni a ragionare sulla disgregazione degli elementi banali della vita umana che muta e si trasforma attraverso la dissoluzione di antiche ideologie, il manifestarsi di nuove logiche  nel lavoro e nella vita privata, l’interazione fra l’essere umano e le nuove applicazioni delle tecnologie informatiche. Mi sono persuaso che la terza rivoluzione industriale, che probabilmente non si è del tutto manifestata ad oggi, ha creato una sorta di natura seconda, un mondo artificiale nel quale l’essere umano è colui che attiva i processi economici e industriali. Una nuova concezione dell’universo e dei processi sociali di produzione e consumo di beni materiali o immateriali si accompagna per forza a una nuova concezione dell’uomo in senso assoluto. Credo che i processi in atto in questi decenni si configureranno come l’attivazione di condizioni culturali e produttive che daranno origine a una condizione umana talmente diversa da quella dei secoli di cui c’è una ragionevole memoria. La trasformazione potrebbe essere così radicale da configurarsi come una natura seconda. Considero che si possa dare la possibilità che  nel corso dei prossimi decenni la realtà umana, e la sua relativa visione del mondo, muterà in termini assolutamente radicali al punto da ritrovarsi disconnessa con tutto ciò che è venuto prima.  Penso, per fare un paragone assolutamente arbitrario, alla radicalità delle scoperte scientifiche del seicento che hanno disintegrato i modelli di sapere di matrice medioevale precedenti. Questo periodo che la terza rivoluzione industriale ha aperto si presta alla radicalità e mi limito ad un solo esempio: la scoperta di acqua su Marte. La scoperta in Italia è passata sottotono e le gesta più  o meno strampalate dell’ultimo protagonista di qualche spettacolo d’intrattenimento televisivo contano per il Mario Rossi nostrano e gentile signora più di qualunque  evento rilevantissimo di natura scientifica. Tuttavia l’evidenza che l’elemento di base della vita è presente fuori dal pianeta azzurro finirà con il produrre diverse concezioni della vita e del cosmo e questo non potrà non avere delle ricadute culturali e infine politiche. La produzione di beni materiali e di sussistenza con la rivoluzione industriale è entrata in una seconda natura parallela, altra e diversa da quella del ciclo delle stagioni e del mondo agricolo pre-industriale; adesso è probabile che l’essere umano incontri una sua natura seconda non più riconducibile a un senso di appartenenza al passato proprio e collettivo ma a una nuova appartenenza a un presente dominato da poteri tecnologici e industriali rafforzati da una scienza al servizio del profitto e dell’interesse dei pochissimi.

IANA per FuturoIeri





25 marzo 2008

SCUSATE MA... IL TIBET ?

Dov’è il Tibet viene da chiedersi a questo punto, dopo che da settimane gli utenti televisivi, e non solo, sono tempestati di litanie rozze e sgraziate sul fatto che per ovvie ragioni di cassa non si può dar addosso al regime comunista cinese e occorre buttar giù il rospo di vedere i giochi olimpici trasformati nell’idolatria della Repubblica Popolare Cinese.  Non è bene prendersi in giro,  a meno di un miracolo questo sarà il finale di partita: qualche anima bella protesterà per le repressioni brutali e l’assenza di diritti umani, i governi sedicenti “occidentali” passeranno all’incasso per l’appoggio politico dato al regime comunista, una parte cospicua della loro opinione  pubblica masticherà amaro e guarderà basita l’emergere della potenza asiatica, gli atleti guadagneranno o perderanno medaglie, la Cina ormai impero globale se avrà fortuna con i giochi  avrà forse la forza di giocare la sfida finale per Taiwan e per il dominio su questo nuovo secolo, sponsor e affaristi troveranno i loro tornaconti con buona pace dello spirito Olimpico e dei diritti umani.  Ormai con la dichiarazione dei “Diritti dell’Uomo e del Cittadino” ci si può incartare il pesce ai mercati generali, perché continuare ad infastidire quelle lontane genti dell’Asia con cose che non stanno più né in cielo, né in terra?.  C’è chi dice che il governo cinese ha mostrato il suo volto idiota e ottuso, che ha ripetuto errori del passato, che non conosce altro sistema che la violenza, la calunnia verso i nemici, e che un giorno sarà sconfessato dal progresso economico e scientifico e dal suo stesso popolo.  Io che non credo al progresso come lavacro dei mali dell’umanità, esso è frutto semmai di passioni ed egoismi e anche di genio e volontà prometeica ma non certo di misticismo esoterico, mi permetto di dubitare di tutto questo.  Il regime è solido e proprio la debolezza dei suoi nemici e le grandi possibilità di sviluppo del fu Celeste Impero lo rendono la Nazione-continente che si proietta come la nazione leader della razza umana in questo secolo, i cinesi queste cose le sanno benissimo e uniscono alla volontà di potenza un nazionalismo elementare e genuino che in Europa si è perduto da diversi decenni.  Queste cose del resto sono note a chiunque si sia interessato della crescita della Cina e della sua proiezione di potenza economica politica e diplomatica in tutti e cinque i continenti.  Ripeto in questo pezzo  non solo dei luoghi comuni ma anche delle analisi degne di fede.

C’è da chiedersi semmai, e qui la cosa si fa interessante, cosa diavolo sia questo “Occidente” che la mattina fa le pulci a Russi, Cinesi, Serbi e la sera fa il suo in Iraq e in altri tristi luoghi della terra.   Sarebbe poi ora di farla finita con l’includere nel sedicente “Occidente” l’Europa continentale, l’Occidente è atlantico, ossia  è USA più UK, è solo ed esclusivamente la proiezione della volontà imperiale dei popoli di cultura Aglo-Americana e di alcune elites internazionali favorevoli ai loro disegni egemonici.  Chi ha vera fede negli Stati Uniti è occidentale, chi non li ama non lo è.  Questo va detto con forza, a scanso di equivoci. Semmai c’è per l’Europa Continentale la necessità di costruire un suo concetto di essere Occidente, questo sì consacrato dalla storia e non dai pubblicitari  pagati un tanto al chilo, che sia altro rispetto al mondo Anglo-Americano il quale è diverso da ciò che in tempi recenti loro stessi hanno chiamato la Vecchia Europa. Prima di queste cavolate sui diritti umani a go-go e dello scontro di civiltà non c’era bisogno di tirar fuori la favola dell’occidente.  Bastava dire NATO&Capitalismo e tutti capivano di cosa si trattava.   In questa triste vicenda delle olimpiadi cinesi c’è almeno un lato positivo, la maschera è stata tolta e il regime comunista ha voluto vedere il volto dell’Occidente Democratico, Progressivo, Buono, Leale, Statunitense, forse Cristiano, e più di ogni altra cosa Umanitario. 

Non c’era un volto, perché non esiste l’occidente.

IANA per FuturoIeri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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