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25 novembre 2010

Il Belpaese e la scuola: spiegare la guerra di ieri, oggi, domani

 

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA: spiegare la guerra di ieri, oggi, domani

I miei venticinque lettori da tempo conoscono  i miei crucci sulla scuola che oggi in tempo di tagli alla spesa sociale e di riarmo forzato e di creazione di nuovi arsenali distruttivi assume per me il valore di uno specchio sul quale compaiono deformi i segni di questo inquieto presente.

Come docente che insegna storia e precisamente storia contemporanea ed Educazione Civica ho trovato un ragionevole compromesso con la realtà di oggi nella quale, scanso equivoci e dubbi, il Belpaese è in guerra con le sue forze armate in Afganistan e combatte contro forze ostili. Cerco di spiegare la guerra e il fatto militare in modo analitico, argomentando e considerando i fatti e non cadendo nella retorica compassionevole o peggio moralistica, non so se ci riesco ma è quello che mi sento in dovere di fare. Il moralismo straccione e cialtronesco ha suscitato in Italia le peggiori giustificazioni politiche e ogni sorta d’ipocrisia e d’inciviltà nella vita sociale, in fondo lo temo perché la tentazione di farsi assorbire da esso è fortissima in coloro che son parte delle disperse genti del Belpaese, talvolta esso è una strategia di  sopravvivenza. Quindi per evitare la tentazione maligna mi sforzo di spiegare la guerra di ieri, oggi domani come fatto tipico e caratteristico della civiltà umana: la tecnologia che crea, le ricadute scientifiche e culturali che determina, la legittimazione dei poteri politici e religiosi che forma  e plasma cerco di leggerli alla luce delle forme con cui si manifestano la civiltà umane su questo pianeta azzurro nello spazio e nel tempo. Oggi sono però davanti a un motivo imbarazzo che riguarda la prima parte della Costituzione Italiana, e segnatamente uno degli articoli che determinano i principi di fondo di questa presente Repubblica. Si tratta dell’art. 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.  L’articolo fu scritto in un tempo nel quale per le minoranze che vivevano di politica nel Belpaese le guerre presenti che vengono combattute oggi non erano concepibili. Queste guerre hanno almeno tre caratteristiche peculiari: 1) eserciti professionali e mercenari combattono forze irregolari, terroristi, miliziani con una grande sproporzione di potenza e addestramento fra le due parti in lotta, 2) Le vittime di queste guerre sono perlopiù civili e fra essi donne e bambini perché il controllo della popolazione civile è uno scopo strategico delle parti in lotta 3) Sono guerre costose che coinvolgono interessi finanziari e industriali e criminali, criminali nel senso che questi conflitti sono strettamente collegati alla produzione, distribuzione e consumo di stupefacenti, alla vendita illegale di armi, al riciclaggio di denari di provenienza illecita o mafiosa, al finanziamento del conflitto e ai favolosi profitti bancari che comportano i debiti contratti per far la guerra. Lo scenario della guerra oggi è quanto di più lontano possa esistere, scontata ovviamente la presenza occasionale di eventuali figure eroiche e straordinarie che possono presentarsi in una situazione bellica, dal mondo degli ideali, della verità, della libertà, degli Dei e degli Eroi.  Oggi mi trovo a dover far i conti con un editoriale della rivista RAIDS, rivista di cui non approvo la linea ideologica “ultratlantista” ma alla quale riconosco di aver dato conto di notizie e immagini  passate sotto silenzio nel Belpaese,  e precisamente l’articolo del numero di ottobre 2010 dal titolo” Cosa accade realmente in Afganistan”. Afferma questo che pare essere un editoriale:”Prendiamo la notizia del ferimento di tre elementi della mitica (in tutti i sensi) Task Force 45, giunto alcuni mesi or sono. Proviamo a ricostruire la vicenda per sommi capi, in quanto quelli delle forze speciali sono muti anche “sotto tortura”. Una sessantina di loro, si dirigono sempre nell’area sud-orientale del nostro schieramento. Gli UAV hanno segnalato qualcosa di sospetto e bisogna investigare da vicino. La segnalazione è esatta ma, vuoi perché dall’alto è sempre difficile identificare i miliziani dai civili, vuoi perché giungono altri elementi, i nostri giunti con gli elicotteri, si trovano di fronte   la bellezza di 400-500 miliziani, con mortai, mitragliatrici da 12,7 mm e via proseguendo. Nei film i protagonisti in 5-6 minuti sistemano tutto ma nella realtà la situazione è decisamente difficile. I nostri non si perdono d’animo, chiamano l’appoggio di elicotteri MANGUSTA e velivoli da combattimento e iniziano a darci sotto sfruttando la precisione del loro fuoco, attenti a economizzare i colpi ( memori dei 10 francesi uccisi due anni or sono vicino Kabul anche perché rimasti senza colpi). Grazie anche all’appoggio dei MANGUSTA, mettono in fuga i miliziani che lasciano sul campo 60 caduti, 12 prigionieri e una trentina di feriti ( a giudicare dalle tracce di sangue e dalle parti ritrovate sul terreno alcuni gravi), oltre a un cospicuo bottino di armi e munizioni…” L’articolo prosegue con una precisa analisi delle armi e della tipologia di armamenti in dotazione e di quel che sarebbe bello far arrivare ai soldati impegnati in Afganistan. Che l’articolo non sia invenzione lo dimostra il fatto che anche il Sole 24 ore si è occupato di questa unità incaricata di effettuare  missioni di guerra e formata da soldati scelti provenienti dalle forze speciali. Quindi la guerra per quanto limitata per numero di forze combattenti e mezzi è un fatto quotidiano in questa Seconda Repubblica e quando si pensa al Belpaese questo fatto non dovrebbe, come spessissimo avviene, presso i mezzi informazione  e nel dibattito politico  oscurato senza spiegazione apparente.  Tre motivi fondamentali mi spingono ad affermare questo: 1) in guerra si uccide e  si viene uccisi, oltre alle distruzioni materiali, quindi come evidenzia l’articolo di RAIDS chi opera sotto le insegne del Belpaese rischia forte e lascia dei morti sul terreno e questo va giustificato politicamente e in via di principio. 2) la guerra costa e se si spende per uccidere o per non essere uccisi non si può indirizzare quei milioni di euro nelle spese sociali o per la scuola 3) la guerra anche in forma sottile e occulta muta il fatto politico, sociale e talvolta determina ricadute tecnologiche dalla produzione e ricerca militare alla vita civile. E’ straordinario come i nostri retori,i politici di professione,  i nostrani mezzibusti televisivi, gli editorialisti illustri e ben informati non collegano il fatto politico e sociale con il fatto militare.  Alle volte quando faccio lezione e metto assieme la società feudale del medioevo con le crociate cercando di far capire il legame fra fatto militare, cultura politica e religiosa, interessi territoriali ed economici osservo che mentre per il passato remotissimo pare semplice arrivare a saldare i vari aspetti del fatto bellico al contrario qui in questo presente l’evento militare pare un fulmine che turba e cielo, rompe l’armonia della pioggia che cade e colpisce alla cieca. In questo fatto banalissimo e assolutamente evidente leggo la solita evidenza del fatto che la maggior parte delle genti del Belpaese ha deciso di sfuggire totalmente o in parte alla presente realtà creando  una finzione parziale o assoluta che copre il reale che è reale e offre un comodo autoinganno. Quindi la rimozione del fatto militare favorita dai mezzi di comunicazione di massa, e  gradita al presente  sistema di produzione e consumo che ha bisogno di consumatori ignari e quieti e non allarmati o disturbati, va avanti comodamente provocando in me quel senso di persistente fastidio che colpisce la mia attività professionale e la mia vita quotidiana perché percepisco le notizie e leggo il presente in modo spesso radicalmente diverso dal senso comune. Chiudo questa riflessione osservando una didascalia della rivista RAIDS la quale a proposito dei nostrani elicotteri da guerra AW-129 Mangusta  afferma che son stati ribattezzati dai miliziani talebani “La morte nera”.

IANA per FuturoIeri





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