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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


17 settembre 2011

Se per caso avessero ragione i pessimisti

Se per caso avessero ragione i “pessimisti”… Oggi in Europa e in Italia in modo particolare un vasto mondo umano di ceti medio-bassi e quasi poveri si sente abbandonato a se stesso, al proprio squallore quotidiano, al pericolo di rimetterci i propri soldi con questa crisi. C’è da chiedersi sa la ragione di quelli che vengono volgarmente denominati pessimisti non sia un concreto e oggettivo dato di fatto: Non esiste la possibilità di una crescita economica e industriale infinita in presenza di un solo pianeta con risorse grandi ma limitate, quindi questo mondo umano di terza rivoluzione industriale ha due possibilità la decrescita rapida e dolorosa o lo schianto del sistema di produzione e consumo. Questo pensiero mi sembra ragionevole, tuttavia c’è la terza possibilità che mi pare rafforzarsi ogni giorno: risolvere la situazione entrando in un ciclo di guerra e distruzione che si risolve in un grande conflitto distruttivo in grado di azzerare le condizioni presenti, di fare un falò nucleare delle montagne di debiti bancari e istituzionali e forzare l’umanità sopravvissuta a mettere in moto un nuovo ciclo di creazione e produzione per sostituire le macerie. Infatti il problema presente è la competizione per il dominio e controllo delle risorse naturali del pianeta e di centinaia di milioni di umani utili per fare produzione, consumo e ricerca e sviluppo da parte dei nuovi imperi emergenti che contrastano il declinante impero derivato dalla fusione della civiltà Inglese con quella Statunitense. Gli imperi emergenti sono arcinoti: CSI (ossia la Russia Putiniana), il Brasile, l’India, La Cina Comunista; assieme a queste potenze imperiali si muovono poteri politici ed economici e Stati interessati al declino dell’Impero Anglo-Americano. L’Europa priva di unità politica è destinata a frammentarsi davanti a un conflitto di grandi dimensioni, nella povertà e nel caos che viene dalle grandi guerre ogni Stato cercherebbe di recuperare la propria sovranità e di far da sé diffidando degli altri. La mancanza di una sola diplomazia europea e di un solo esercito europeo rende difficile la creazione di un potere della Comunità che si collochi oltre la forza finanziaria, peraltro piuttosto sfiorita a partire dal tragico 2008. Quindi la questione è se possibile una qualche forma di convivenza fra i nuovi imperi e il vecchio impero, per ora il vantaggio militare è tutto in mano agli USA, la loro potenza distruttiva è enorme e fa davvero paura; ragionevolmente le persone di buonsenso che non sono parte del fu Impero Inglese o Statunitense dovrebbero temere la potenza militare a Stelle e Strisce. Questo spiega perché l’atteggiamento di potenze ostili agli USA e al Regno Unito sia di solito prudente e poco aggressivo, nessuno intende dare avvio ad una guerra conoscendo in anticipo l’enorme sproporzione di mezzi a vantaggio delle forze NATO e USA. Tuttavia il pericolo del conflitto rimane perché è poco probabile tener fermo un mondo umano così scosso dalla crisi globale e dal problema del dominio e controllo sulle risorse umane e naturali del pianeta. In effetti il nodo vero non è la sopravvivenza delle forme di vita del pianeta o la continuità delle civiltà umane o la sopravvivenza di interi popoli, il problema che è alla base di questo sviluppo capitalistico - consumista distruttivo, scellerato e dissoluto è dato dal mantenimento di ristrette caste di ricchissimi ai vertici delle strutture di dominio e controllo. In caso di disastro economico-militare delle caste al potere nelle nazioni attualmente egemoni, ossia USA e fu Impero Inglese, ad oggi si avrebbe la sostituzione dell’ammiraglio inglese e del miliardario statunitense con il generale russo, il banchiere cinese, il proprietario terriero brasiliano, l’industriale indiano; in sintesi dal collasso emergerebbe solo una ridistribuzione del potere di dominio e controllo a svantaggio di caste di ricchissimi che fanno rifermento al potere militare e politico dell’Impero Anglo-Americano con caste altrettanto caste che fanno riferimento ai nuovi imperi in rapida espansione. Se c’è mai stata una missione del Belpaese nel mondo umano essa sarebbe individuabile in una riedizione del meglio dell’Umanesimo e del Rinascimento per dare un contributo di civiltà a questo mondo umano perduto dietro incubi e illusioni volte a confermare il potere di minoranze di ricchissimi e tecnocrati; ma proprio le genti d’Italia si sono sottratte a qualsiasi impegno in questo senso, ed oggi la Repubblica Italiana appare come una potenza minore associata al destino della NATO e delle grandezze e miserie del potere bancario e finanziario Francese, Inglese, Tedesco, Statunitense, e forse domani della Cina e dell’India. I pessimisti vedono questo in forme diverse, e dal mio punto di vista hanno ragione, non si può uscire dalla durezza della ragione appellandosi al sentimento, invocando miracoli, cambiando il senso delle parole. Occorre cercare le proprie ragioni profonde del vivere con l’istinto e con le passioni e comprendere la direzione di questa realtà con la rigorosa analisi e l’appello alla razionalità, per quel che è possibile, questa a mio avviso la medicina salutare per purgarsi dalle mille e mille allucinazioni mediatiche e ricette politiche un tanto al chilo. Se l’impegno politico e sociale dei molti si sottrae a uno studio individuale dei fatti del mondo umano e naturale si ripeteranno le condizioni per l’esistenza di ceti sociali di mediatori politici fra le loro plebi elettorali di riferimento e i poteri finanziari, bancari e militar-industriali. Proprio l’esistenza e la persistenza di ceti di mediatori e di mezzani che vivono di politica è il fondamento più forte nelle decedenti democrazia occidentali dei pessimisti di professione. Il politico che vive solo di politica e di mediazioni forse è latore di conoscenze e segreti, ma se esercita in democrazia questo ruolo di carattere tecnico-iniziatico distorce la democrazia stessa e pone le basi per una decadenza dei costumi e della civiltà di cui è espressione. La democrazia o è espressione di cittadinanze attive e capaci di pensare con la propria testa in gruppo o singolarmente oppure è una forma travestita di oligarchia o di tecnocrazia bancaria che si fonda su un consenso pilotato e pecoreccio espresso nel corso di elezioni condizionate da propaganda militare, pubblicità e sistemi elettorali truffaldini o ambigui. Sulla decadenza delle sedicenti democrazie “Occidentali” si fondano le speranze di quanti approvano l’ascesa al potere dei nuovi imperi globali. IANA




29 aprile 2011

Il Fascista Immaginario: Maestro d'illusioni

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televisione


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

-          Lazzaro: La Patria! Questa poi. Mai sentito parlare di multinazionali, di paradisi fiscali, di classi dirigenti sovrannazionali, del potere della finanza internazionale?

Sergio: Efficace risposta, lo ammetto. Oggi è difficile parlare di Patria, i Governi sono ormai come i banchi dei mercanti del Tempio, quelli cacciati con la violenza da Gesù dalla casa del Padre Divino. Ogni speculatore immobiliare, appaltatore di guerra, mezzano e mediatore fra politica, banche, fazioni politiche, bande criminali diventa un soggetto referenziato, un gentiluomo. Il sistema affaristico moltiplica la delinquenza, il consumo di sostanze stupefacenti, la degenerazione civile e morale. Sì è vero è difficile. Ma vale per me un principio sovrano: Quando tutti tradiranno io no. Quando vado in scena la mia opera è purificatrice perché dissolve questo mondo marcio, lo mette fra parentesi e apre il cuore alle speranze. Io sono maestro dell’illusione, la mia opera è benefica perché sana dal cedere al male, che è il credere che esista solo questa realtà, il suo potere, la sua strada ormai inclinata verso una serie di nuove guerre e di nuove carestie e pestilenze. Finirà, prima o poi finirà. Dalle macerie e dalle cose morte che lascerà su tutto il pianeta questo capitalismo impazzito e mortifero nascerà un nuovo mondo umano e civile. La Civiltà Occidentale potrà finalmente essere. Io sono attore e maestro di una volontà inconsapevole di veder la fine di questo presente attraverso la ripetizione ossessiva dei ricordi del passato e dei suoi miti e simboli morti.

Faccia perplessa di Lazzaro, Sergio si avvicina di spalle, le tocca da dietro quasi in un fare familiare. Lazzaro non è imbarazzato ma guarda Sergio con compassione.

-          Sergio: La mia visione dell’Occidente che non è e dovrà essere un giorno ti rende cupo?

Lazzaro: L’Occidente è solo una determinazione geografica, perfino i giapponesi sono a occidente di qualcuno o qualcosa, fosse anche solo uno scoglio nell’Oceano Pacifico. La civiltà capitalista oggi è più del vecchio capitalismo di mio padre o di mio nonno. Si tratta di un  sistema, di un potere proprio, quasi totalitario nella sua determinazione a trasformare il mondo in una miriade di beni e servizi in vendita, il diritto in contratto, la convivenza civile fra popoli e genti in folle differenti e difformi che si ritrovano solo al centro commerciale. Credi con due o tre parole, delle immagini, dei simboli, di stroncare un potere che se ne strafrega se tutto il mondo scende in sciopero contro questa nuovissima guerra irachena, una Petrol War pura, dura e perfetta. Il profitto di pochi miliardari che hanno il patrimonio azionario collocato dentro le grandi società e le multinazionali che lucrano sulla guerra e sui superprofitti che procurano i superappalti per la ricostruzione dei paesi distrutti dai bombardamenti a tappeto si è dimostrato più forte di tutti gli uomini e le donne di questa umanità. E sottolineo tutti! Stavolta ci siamo arrivati, il movimento contro la guerra era grande, forte e globale. Non è servito a nulla. Ora i tuoi camerati potranno godersi uno splendido massacro e pensare davvero alle rovine prossime di un mondo umano che è stato scagliato da un pugno di superprivilegiati ricchissimi nell’abisso della guerra e della morte. Quando pochi miliardari  assoldando politici, pubblicitari, esperti di pubbliche relazioni e questa feccia superesperta e qualificata  riesce a trasformare le democrazie in conclavi di briganti e lanzichenecchi effettivamente si apre una possibilità anche per i fascisti come te. Sì, l’unica cosa giusta che hai detto. Lavorano per te questi banditi e capimafia.

-          Sergio: Non li amo. Sono traditori per natura e per istinto nemici naturali di tutta la razza umana e in particolare di una specie molto importante: l’uomo bianco. Se non fossero mai esistite queste famiglie di supermiliardari sarebbe stato meglio.

Lazzaro: Razzista?

Sergio si abbassa quasi a sfiorare l’orecchio di Lazzaro.

-          Sergio: Certo. Ma con la consapevolezza che oggi l’uomo bianco non esiste. Non c’è il suo regno, è morto il suo Dio, non esiste la sua civiltà, non conosco la sua lingua; altrimenti da tempo ne sarei stato maestro filologo. Egli è astrazione. Ciò che dovrebbe essere, è dissolto nel male del mondo e non viene in essere per via delle circostanze impossibili di questo tempo.

Lazzaro: Il grande male è questa forma della civiltà industriale che trasforma gli umani in demonio assassini ossessionati  dalla pubblicitaria  commerciale, privi di compassione e distruttori della vita e della civiltà, anche la propria. La potenza dei computer, delle fabbriche, della scienza poteva creare un piccolo paradiso, ed ecco che una minoranza piccola di umani vive assolutamente beata perché ricchissima mentre per gli altri si aprono le porte infernali della guerra, e che guerra. Sarà un ritorno alle crociate, alle spedizioni coloniali, alla brutalità post-coloniale. Cosa penseranno di noi quelli che verranno fra venti o trent’anni. Penseranno intorno a questi anni quel che comunemente pensiamo della caccia seicentesca alle streghe, ai roghi degli inquisitori, agli orrori pagani delle tribù dei cannibali dimenticati da Dio e dagli esseri umani in qualche oscura isola.

Sergio strige le spalle, un gesto di compiacimento.

Sergio: Certo, ma fra la tua rivoluzione disarmata, fra il tuo educare esseri umani che non vogliono altro che una carta di credito piena e un centro commerciale dove usarla e le mie allucinazioni, i miei deliri, i miei miti morti scelgo la mia strada. Almeno la conosco, posso essere una cosa sola con le mie speranze.




12 aprile 2011

Il Fascista Immaginario: I miti morti


belgrado bombardata


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Il Fascista Immaginario

Breve scritto teatrale sulla disgregazione del vecchio mondo umano al tempo del ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti e dell’ennesimo governo Berlusconi; è l’ estate del 2003.

Sergio: La luce di queste mie candele è simbolica, unisce il ricordo alla tradizione. O forse dovrei dire che è un tentativo disperato di non farsi divorare dai  mostri veri della nostra contemporaneità che sono i centri commerciali, la televisione spettacolo, la politica da mercenari un tanto al chilo, le risse televisive, il calcio dato ala plebaglia che vota al posto dei ludi gladiatori di Nerone e  degli altri Cesari sanguinari.

-          Lazzaro: Guarda che quanto a sangue e massacri il Duce e i suoi amici non scherzavano e a tanti post-fascisti piace questo sistema. Ci vivono bene. Credi di resuscitare il tempo morto. Ti capisco. Ma è inutile. Sembri come certi anarchici che sulle mura scrostate delle caserme dismesse ormai bocconcini per gli speculatori edilizi che ne faranno capannoni, case, uffici si ostinano a scrivere come se niente fosse: “Diserta, Sissignore”. Appelli alla rivoluzione e alla diserzione rivolti a un esercito inesistente, a battaglioni di soldati di leva dissolti nelle nebbie del tempo, provocazione verso un potere morto che oggi è altro ed è altrove. Sei un romantico malato, un visionario che si è perso nelle sue congetture, uno che vive sui ricordi malati e attraverso essi. Non sono i morti o le rivoluzioni inesistenti o sognate che hanno il potere di mutare la storia.

I due si studiano. Sergio prende in mano le due candele, le solleva, fa con esse un cerchio. Poi le posa e sospira.

-          Sergio: La questione è questa. Io vivo in una illusione morta, tu anche. Dove sono le rivoluzioni. Scusa mi correggo. Avete portato tre milioni di persone in piazza, a Roma, in Italia. Tutte contro la guerra, questa nuova guerra Anglo-Americana per il petrolio. Tutte per dire no alla distruzione dell’Iraq. Eppure la guerra è arrivata, sta già mettendo su nuovi cimiteri, creando macerie che si sommano a quelle del 1991. Dove siete arrivati? A rendervi ridicoli! Non meno del sottoscritto che crede di resuscitare i morti voi pensate di fermare le multinazionali della guerra con le prediche, le marce per la pace, le belle parole, i proclami. Ritirate e fate ritirare tutti i vostri soldi dalle banche. Vediamo quanto dura il sistema con il 20% o il 30% in meno di risparmiatori che dicono basta. Ma no. Questo non si fa. Non si va fino in fondo, anche perché così senza banche, senza finanzieri, senza amici coi soldi non si fanno le elezioni e non si mettono in piedi turbe di sciagurati pronti a votare per qualsiasi cretino che vedono in televisione o sui manifesti. Il popolastro che vota per i rossi e per i bianchi si è sfogato, ha ballato, ha detto due o tre idiozie, fino a un certo punto ci ha provato e poi. E poi la guerra arriva perché è una macchina di morte superiore a qualsiasi sciopero o scontro sociale. E’ la prova suprema delle civiltà, a suo modo è una manifestazione divina, forse l’unica rimasta.

-          Lazzaro: Efficace apologia di se stessi. Ma che devo fare. Da solo affrontare un mare di sangue e merda. Fermare i missili da un milione di dollari cadauno? Resuscitare migliaia di donne, vecchi e bambini fatti a pezzi e ascritti dalle televisioni sotto la voce “effetti Collaterali”? Quelli come me o simili, o solo vicini in quel caso hanno fatto quel che potevano. Questi sono i mezzi e poi si è visto a Genova che capita quando la protesta è un poco più dura. Ci scappa il morto! Così siamo stretti fra due estremi: provocare una reazione violenta e armata o protestare sapendo di non arrivare a nulla. Quello che provo a fare è di crear attività, azione, gruppo, volontà attiva e provare a far qualcosa. Forzare le regole, costringere il potere a rivelarsi, dare qualche prospettiva politica magari minima, lavorare sul sociale; forse è poco ma è ciò che oggi è possibile. Le illusioni le lascio a chi ama i cadaveri. A chi sogna le rivoluzioni impossibili siano esse nere, rosse o a pallini.

-          Sergio: La verità esce fuori. Siamo due illusi. Io onirico e tu pragmatico e politico. Ma oggi siamo due perdenti. La guerra nuova per l’Iraq dimostra quanto siamo entrambi inutili e forse folli.

-          Lazzaro: C’è metodo nella follia, e quando la follia è senza metodo è una follia che non interessa al sottoscritto. Tutti son bravi a far i pazzi in politica, pochi ad esserlo davvero.

Sergio fa delle figure in aria con le candele, Lazzaro è distaccato, per nulla impressionato

-          Sergio: La tua follia è il credere di potercela fare, di arrivarci, di stanare il grande potere della finanza globale, di mettere in catene i grandi poteri del mondo. Non funziona così. Tu sei pazzo e io anche. Ma sono follie diverse. Io vado fino in fondo al mio delirio, tu ti fermi sulla soglia dell’assoluto. Immobile davanti alla sala del ridicolo o peggio del cadaverico. Il mio è egoismo che si fa scena, spettacolo, mito da camera e da salotto. Il tuo egoismo è più ridicolo del mio perché pretende di rendere migliore un mondo umano che ha già trovato la sua strada funesta, la sua via di fuga verso nuovi massacri globali.

-          Lazzaro: Sì. Ci credo. Posso farcela. Non oggi. Non da solo. Non alla luce di un disastro politico così grande e sciagurato come una nuova Guerra del Golfo. Ci vuole un secolo, forse due. Chissà. Comunque nel mentre c’è da portar avanti dei piccoli interessi qui nella facoltà, nell’università, in città, forse in provincia e in regione. Il grande momento della politica deve incontrare il quotidiano, il banale, la pubblica amministrazione. Occorre lavorarci, crederci, creare consenso, aggregazione. Intanto vado avanti. Più o meno come te. Ma in modo diverso. Con più democrazia, con più stile, con in mano qualcosa da esibire. Forse in questo agire c’è una grande vanità: pensare di contare qualcosa quando si è in tanti. Ma cosa posso fare. Fingere? Mettere al sicuro la cassa come i tesorieri dei vecchi partiti politici della prima Repubblica e poi ripulirmi sotto nuove insegne? Non sono così e non ho quel passato. Non posso essere ciò che non sono. E infatti non lo sono. Non è una questione morale o civile, o un punto di vista etico. Si tratta una pura e semplice questione di ceto sociale, di fascia di reddito, di tenore di vita, di frequentazioni a livello di famiglia, di possibilità, di opportunità. Chi si è fatto ricco nella Prima Repubblica o è un ladro, o un ricettatore, o uno che ha preso il biglietto giusto della lotteria. Io sono un piccolo estremista che spera, lavora, sogna. Un piccolo esaltato che crede di forzare le regole non scritte di una società decadente e senescente incanaglita nel suo essere pura degenerazione sociale. Lo faccio per te e lo faccio per milioni di altri come me. Esigo quindi il tuo rispetto.

-          Sergio: Esso c’è. Sono qui anche per esso. Ma non chiedermi di approvare i tuoi rifermenti o i tuoi mezzi. Dico questo, qui, fra noi, in confidenza: Il fuoco si spezza col fuoco, la notte con la notte, il male con il male, la morte con la morte, l’osceno con qualcosa di ancora più osceno. Non si sfugge alla natura intima del pianeta azzurro e alla sua lotta per la vita, chi nega la natura perverte se stesso e la sua visione del mondo. Tu neghi nei fatti la forma di una democrazia inesistente e nello steso tempo cerchi di renderla reale presentando nuove regole e chiedendo il rispetto di leggi mai applicate, mai capite, mai volute da chi ha il vero potere. Tu sei scisso fra come le cose dovrebbero essere e come in realtà sono davvero e non potranno mai essere. Il vero potere è dei pochi apolidi e miliardari sui molti che sono miserabili, arrivisti, tapini, poveri. Da una parte c’è la legge dei pochi e dall’altra i molti. La Patria è sempre dalla parte dei molti contro i pochi.

 




18 febbraio 2011

Il Belpaese e la scuola: Dewey o l'opera dello straniero


maestro-elementare


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA

Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti; si può dire che essa non è fra le priorità delle minoranze al potere. Così colgo l’occasione per una riflessione su un filosofo statunitense che si è occupato di pedagogia a livello alto e inizierò prendendo un citazione dalla voce che lo riguarda presente su  Wikipedia.

John Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859New York, 1º giugno 1952) è stato un filosofo e pedagogista statunitense. È stato anche scrittore e professore universitario. Ha esercitato una profonda influenza sulla cultura, sul costume politico e sui sistemi educativi del proprio paese. Intervenne su questioni politiche, sociali, etiche, come il voto alle donne e sulla delicata questione dell'ingiusta condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti (…)

(…) Per Dewey, una persona per partecipare ad una Democrazia deve avere questi quattro requisiti:

  • alfabetizzazione: secondo l'autore il saper leggere e scrivere poteva fornire le stesse possibilità anche alle classi meno abbienti.
  • competenze culturali e sociali le quali portano ad un maggior interesse per la vita pubblica
  • pensiero indipendente, requisito fondamentale della democrazia che non può vivere con un pensiero unico (indottrinamento)
  • predisposizione a condividere con gli altri

Per questi motivi, l'Educazione ha un ruolo preponderante nella creazione della società democratica.

Il legame fra democrazia e pubblica istruzione è strettissimo. In questi ultimi trent’anni le cose hanno preso una piega diversa da quella auspicata dal filosofo. L’America Statunitense è diventata l’impero economico e militare più grande del mondo, la dimensione economica del sistema capitalista ha divorato il sistema della pubblica istruzione negli USA come in tanta parte del mondo umano, il pensiero unico esiste ma è un culto del Dio-denaro che si maschera da modalità banali e ordinarie del vivere, la natura filantropica e benevola dell’essere umano è travolta da un mondo umano permeato da lotte economiche, religiose, pseudo-ideologiche, para-razziste talvolta sanguinarie e brutali, l’interesse per la vita pubblica non è altruistico ma legato all’egoismo sociale ed economico al punto che la cosa appare talvolta imbarazzante a chi segue la politica per diletto o per professione. Questi mali che son ben presenti nel Belpaese sono condivisi da tanta parte delle genti del  pianeta per il semplice motivo che i processi di globalizzazione hanno uniformato i problemi ma non hanno risolto i gravi mali che affliggono l’umanità e il Pianeta Azzurro al tempo della civiltà industriale. Si è formato l’impero egemone ossia quello USA e alcuni imperi minori ora complici ora rivali del gigante stellato. Tuttavia occorre mettere un trave per distanziare gli ideali di una civiltà che possono essere puri e nobili dalla concreta attività dei potentati finanziari,  politici e militari che esprime e che dà la forma concreta e storicamente viva alla stessa. La differenza fra la dimensione ideale e quella concreta e pragmatica può essere immensa, e il filosofo educatore Dewey rappresenta bene questa distanza fra reale e ideale. Del resto L’Impero USA come lo conosciamo si forma nel febbraio del 1945 a Yalta, con la spartizione del mondo a tre: una pezzo del mondo all’Impero Inglese, una fetta enorme della terre Euroasiatiche a Stalin, e il resto sotto influenza militare, politica ed economica dell’Impero USA. Potenze imperiali quindi, ecco la regola a partire dal 1945. Dopo una tragedia della civiltà Europea  come le due guerre mondiali la cosa era forse inevitabile.  Ora proprio la natura imperiale dei poteri finanziari, spionistici e militari, e in misura minore politici, crea un grave problema al modello di scuola tesa alla democrazia come emerge dalla concezione del filosofo Dewey. Un modello imperiale è sempre aggressivo e deve avere dei dogmi, delle certezze indiscutibili, dei CREDO di ferro da far entrare a forza nella testa della gente. Che sia il culto della bandiera, la lode acritica del proprio stile di vita, la devozione verso lo Stato o l’amore egoistico e chiuso al diverso per le proprie origini, o l’elogio acritico di una qualche ideologia o forma di dominazione culturale o militare che si esercita verso i vinti e i succubi non cambia il senso della cosa. La pubblica istruzione ha difficoltà a trasformarsi in forme di persuasione imperiale in modo più o meno blando. Quindi è ovvio che essa sia trascurata nei bilanci degli Stati Democratici che aspirano a diventare potenze imperiali. La scuola pubblica ha di solito un impatto persuasivo di minor influenza rispetto alla propaganda militare o alla pura e semplice pubblicità commerciale, a meno che non sia tutta dedicata a questo scopo come negli Stati Totalitari del Novecento. In qualche modo l’esigenza di trasmettere conoscenze, saperi, educazione finisce con il salvare la scuola, apre anche nella disgrazia della persuasione che cala dall’alto la possibilità di uno spiraglio di libertà e di libero pensiero in colui che viene educato. Questo miracolo di una sottile striscia di autonomia dell’insegnamento che corre fra esseri umani è una singolarità della trasmissione umana del sapere. Gli esseri umani per natura non ripetono sempre  i loro atti come sembrano fare le api o le formiche ma alterano e differenziano la loro vita e i loro saperi sulla base di letture del mondo umano o naturale e della necessità.  L’evidenza che la ricezione dell’educazione e della formazione tende a  variare da individuo a individuo, da docente a docente, da allievo ad allievo è un segnale dell’autonomia dell’insegnamento rispetto alle esigenze di poteri imperiali o comunque egemoni i quali se retti da soggetti forti e consapevoli tendono a forzare la natura umana inerente alla trasmissione di saperi e dell’educazione.  Per questo anche se gli imperi si dicono oggi aperti al mercato e talvolta perfino democratici, per questo anche se gli eserciti formati da professionisti tecnologici impregnati di buoni sentimenti, per questo anche se la finanza si sforza di darsi una patina di rispettabilità finanziano attività culturali e umanitarie, per questo anche se la pubblicità commerciale si sforza di ostentare decaloghi deontologici è bene avere in somma diffidenza ogni forma d’intromissione nel settore della scuola.

In fondo cosa è la libertà oggi se non il proprio conoscere e determinare se stessi a partire da una riflessione sul mondo umano e naturale che risulterebbe impossibile senza il possesso di strumenti propri per orientarsi fra le mille illusioni, paure, sensazioni, suggestioni di questo tempo. Mi rendo conto  che proprio questa libertà di pensiero può risultare scomoda ed essere rifiutata dai soggetti umani, essere se stessi è fatica; credere ai persuasori imperiali è, invece, molto comodo; tuttavia è proprio il fingere di credere ai miti imperiali per maturare un proprio interesse una cosa comune nel Belpaese e a suo modo è forma di vita e tradizione inconfessata delle minoranze al potere.



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