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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


21 maggio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto- il consenso e l'essere umano

Franco Fusaro appoggia una mano su un tronco. Si sostiene. Come se ritrovasse forza nel contatto con la materia vegetale.

Franco Fusaro: La parola chiave di quanto affermo è consenso. Proprio così. Il consenso è l’accettazione da parte di grandi masse elettorali dell’ordine esistenze, delle gerarchie, delle logiche di potere, del culto del Dio-denaro, degli abusi che sempre seguono un sistema imperfetto e arbitrario frutto della contingenza storica e della necessità del momento. Il consenso è la parte emergente di una psicologia di sottomissione a quel che è e, di conseguenza,  sembra solidissimo, granitico, sacro. In natura l’animale ha un ciclo vitale, ciclo che segue lo scorrere delle stagioni, sostenute queste  dal senso delle ere che sono le frazioni di tempo degli eoni. L’eone è un ciclo di tempo che segue il ciclo del cosmo. Non c’è bisogno del consenso verso lo scorrere delle cose e il loro nascere, divenire  e finire. Ma l’essere umano è diverso, ha un tempo suo… Il suo tempo è un tempo di regni, d’imperi, di regimi repubblicani, oligarchici, tirannici, dispotici, perfino popolari, un tempo di religioni, un tempo di profeti, talvolta di messia. L’essere umano è soprattutto la sua cultura e l’accettazione dell’ordine costituito, di una gerarchia sociale, di una creazione di modelli di creazione di ricchezza e redistribuzione di essa. Il consenso è il lato buono del potere, il dominio è quello cattivo. Qui in questa terra si preferisce il consenso al potere dominante perché il dominio che è esercito, polizia, repressione, brutalità dei servizi segreti è indigesto, è nocivo per gli affari. Il consenso invece senza la durezza del potere convince con la televisione generalista, persuade con la pubblicità commerciale, indottrina con i telegiornali, distorce la realtà con il cinema, distrae con i giochi. Il consenso usa l’arma dell’immaginario collettivo, il consenso siamo noi e siamo chiamati uno per uno a rendere conto a noi stessi di ciò a cui prestiamo fede, ciò che ci persuade, ciò che domina le nostre passioni e aspirazioni

Stefano Bocconi: Giusto… Belle parole ma così chiami in causa noi stessi, chiedi molto.

Paolo Fantuzzi:  Ovvio. Ciò che ci prende, che ci sospinge verso questa o quella meta. Quello che ci fa desiderare quel paio di scarpe o quel telefonino quello è manifestazione… come dire… Dillo tu commerciante!

Stefano Bocconi: Del tuo consenso! Proprio così. Lui ci racconta che il consenso è in noi. Dentro i nostri atti quotidiani. Anche il presentare della merce ai clienti, anche un lavoro fatto bene nel settore del mercato  è atto culturale, anzi, atto di consenso culturale. L’obbedienza al sistema e ai suoi privilegi è nel quotidiano. Per questo io soffro così tanto. Non ho sfondato. Gli anni passano e non sono diventato un nababbo. Uno che ha vinto. Perché vincere è il qui e ora dell’essere ricchi e ostentare il posseduto con arroganza e clamore. Come i ricchi stranieri che finiscono sulle cronache mondane esagerati, opulenti  e ricchi.

Franco Fusaro: Manca una voce.

Clara Agazzi: La mia. Non so. Il consenso per me è anche l’abilità da parte delle minoranze al potere di trasformare i più profondi desideri dell’essere umano, di distorcere i desideri , di trasformare la mentalità, di fare del consumo uno strumento politico. Perché certe forme di consumo sono forme di consenso a un sistema di cose nel mondo ingiusto e prevaricatore. Ma senza milioni di umani esperti in ogni genere di pubbliche relazioni e pubblicità tutto questo cesserebbe d’essere in tempi brevi. Questo sistema di produzione, consumi, redistribuzione dei carichi del lavoro e della ricchezza in parti diseguali regge perché esiste la pubblicità e la televisione. Se una radiazione proveniente dallo spazio distorcesse  interrompesse il flusso di comunicazioni televisive per una settimana tutto il sistema andrebbe a pezzi; questo modello può vivere senza storia  e senza filosofia, ma non senza la pubblicità commerciale.

Franco Fusaro: La pubblicità commerciale è una parte determinante del consenso. Si tratta della prima forma d’educazione oggi. La sua potenza è enorme per masse di capitali investite, per la qualità di esperti e specialisti che la realizzano, per le competenze specifiche che associa nelle sue operazioni essa è la massa potente dell’industria dell’intrattenimento e delle pubbliche relazioni. Senza conoscere un minimo la forza specifica del pubblicità commerciale non si può capire la potenza del consenso. Le logiche, le parole, i costumi, i comportamenti, la memoria stessa è condizionata dalla pubblicità commerciale. La pubblicità commerciale è stata fortemente legata all’intrattenimento, specie a quello televisivo. Farò ora una scomoda affermazione. Oggi l’immagine della famiglia deve molto ai telefilm statunitensi degli settanta e ottanta mandati in onda ripetutamente sulle televisioni commerciali. Quel mondo del piccolo schermo frammisto alla pubblicità ha creato le forme della famiglia nella mente di migliaia di ragazzini e ragazzine di allora che oggi l’anno infine costituita. Il che non vuol dire che la serie di “Happy Days “ o di “Dallas” siano i modelli, ma lo sono stati nell’immaginario e questo pesò allora e pesa oggi. L’immagine del mondo ripetuta, ossessiva, sistematica si fissa e permane nell’essere umano, alla fine per molte vie condiziona le ricerca della felicità, del benessere e del proprio destino di vita.  Spesso le performance dell’attore Henry Winkler conosciuto da noi come “Fonzie” erano più incisive di una predica in chiesa per quel che riguarda certi atteggiamenti verso la vita, in fondo anche quella lì era l’immagine  del “sogno Americano”. Il problema è infatti l’oggi,  perché stavolta non c’è più un sogno prefabbricato chiavi in mano con attori bravi e di talento che lo propongono alle masse davvero credibile. Oggi c’è il bivio fra il credere  al sistema della persuasione dell’industria del cinema e dell’intrattenimento e della pubblicità e il cercare da soli ciò che si è e quel che si vuol essere. Non è una cosa facile. Occorre essere artisti e come artisti superare l’ombra proiettata da se stessi con un salto potente verso l’ignoto, verso la manifestazione del genio, verso il futuro possibile.

Paolo Fantuzzi:  Tu chiedi troppo. Parli difficile. Ma dimmi non credi che anche la gente semplice, la meno provvista di sapere non abbia diritto ad essere qualcosa di meglio.

Franco Fusaro: Ma questa gente di cui parli… Davvero vuol essere qualcosa di diverso da ciò che è? Vuole davvero essere in questa vita ciò che può esprimere con i suoi talenti e le sue abilità?




5 luglio 2012

I primi appunti sul processo - note e scritti su un testo tutto da scrivere-

Assedio di I. Nappini




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

I primi appunti sul processo

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Ripetevo gli stessi gesti, in modo nervoso e un po’ seccato. La camera presa in affitto mi sembrava maledettamente piccola e la mia raccolta di vocabolari e di testi mi sembrava inadeguata.    Andavo dalla scrivania dove avevo collocato il computer  per scrivere i miei appunti e le mie note al materiale cartaceo. Non ne uscivo fuori, rimanevo incastrato in cattive immagini, mi perdevo in pensieri oziosi, in visioni deludenti, in letture parziali; in breve perdevo tempo. La mia curiosità e il mio interesse si disperdeva in mille cose diverse. Poi arrivai alla prima domanda seria. Perché loro?

Perché proprio degli esseri squallidi, dei guitti dell’informazione e dello spettacolo, dei personaggi vissuti di pubbliche relazioni, di pubblicità commerciale e propaganda travestita da notizie vere, di delazioni vergognose, degli squallidi pubblicisti al soldo di chi paga dovevano essere al centro di un processo esemplare. Perché proprio loro. Sulle prime pensai a un processo ridicolo, ai capri espiatori, a una sorta di sacrificio animale. Poi mi resi conto che la cosa  era più complicata. Volevano quelli lì e proprio quelli. Dovevano esser messi davanti ai loro delitti, alla loro miseria morale, al loro  vendersi per soldi o per qualche favore; dovevano essere l’esempio negativo. Il senso del processo era la messa in stato d’accusa di tutto il passato “occidentale” di queste popolazioni, ciò che era stato prima doveva prendere l’aroma della vergogna  e della truffa, dietro questo regime nuovo più o meno rivoluzionario non doveva restare nessun punto di ritorno, nessun tempo delle origini. Ma perché allora proprio delle cialtrone televisive, dei giornalisti venduti, dei pubblicisti usi alla menzogna. Poi compresi. Quelle categorie umane erano state per decenni l’immagine della cultura popolare della lega più bassa e vile, ma erano stati un pezzo del quotidiano e  del vissuto, i servi squallidi delle minoranze al potere e degli alieni nemici degli Xenoi e intrattenitori della popolazione di questo paese. Non le rovine degli antichi, i ruderi delle fortezze medioevali, le ville del Rinascimento o le meraviglie architettoniche dell’età Industriale,  ma al contrario i miserabili della televisione e della stampa e della rete erano il passato da stroncare, il passato pericoloso. Pericoloso perché molti non si ricordavano di coloro che avevano costruito la ferrovia, il mercato coperto, il castello, la villa reale, il rudere dei cavalieri crociati o la villa romana, le mura cittadine. No i molti si ricordavano del tale che si era presentato nel salotto televisivo con la cravatta color aragosta, della presentatrice bellicista con la minigonna e la magliettina, del demagogo sudato e  cialtronesco nel discorso con la canotta militare presa al mercatino etnico, della cicciona volgare della televisione che insultava a destra e a manca, del politico che si presentava alla tribuna politica con i colori della squadra della città o della nazionale di calcio. Il cretino televisivo e la scema di turno  da film amatoriale erano i campioni della civiltà da poco scomparsa e quelle dovevano essere le bestie da uccidere, il lupo al quale doveva esser fracassata la testa per far felici pecore e pastori. Era così evidente che mi son chiesto perché non avevo capito subito la cosa, ma questo poi mandava la mia persona a sbattere contro un diverso problema.  Una volta stroncato questo modello scellerato con cosa sarebbe stato poi sostituito? Cosa volevano fare di questi popoli? Come volevano integrare gli alieni Xenoi dentro la popolazione locale? Quel processo conteneva molte risposte. Una delle cose che gli eserciti fanno durante un conflitto è conquistare appoggi presso le popolazioni invase con la propaganda di guerra o manipolare con soldi, corruzione, ricatti, favori associazioni umanitarie, gruppi culturali, minoranze religiose per far passare come cosa buona e giusta la loro impresa militare e i loro propositi di conquista. In particolare nella guerra a bassa intensità è vitale per un esercito occupante costruire attorno alla sua presenza una rete di consenso. Qui era però diverso. Questa non era esigenza di guerra, e neanche un tentativo di stroncare qualche gruppo di dissidenti o di ribelli locali distruggendo la rete di complicità e la loro credibilità. Questa era volontà di mettere una sepoltura su un tempo finito e di criminalizzare l’immagine del passato. Ciò che era stato il precedente regime in blocco era quella cosa lì: l’ultimo esito e tragico esempio umano di decomposizione civile e morale. Questi i nomi: Michele Tito Stano, Giorgio Meschini, Gano Serrat, Pina Riccobaldo da Ferrara, Maurizia Pigalle, Maria Battista de Melis e infine Puddu Maligni. Quattro uomini e tre donne messe davanti al fallimento del loro regime e della loro esistenza. La sentenza di morte era già scritta, il problema era come ci sarebbero arrivati. So come ce li voleva portare il comandante Giosia: in ginocchio, anzi strisciando fino al patibolo.

Cominciai a vedere la cosa nel suo complesso; questo non era un caso minore, uno studio da tesi o da ricercatori di seconda fila, dietro questi fatti c’era il senso di un passaggio di stato. Era la mia occasione, poteva essere il mio biglietto per la carriera accademica se fossi riuscito a trovare il senso politico e propagandistico di questo processo. Inoltre la sfortuna aveva fatto sì che molti degni compari e complici di questi sette fossero dispersi, stati linciati, massacrati dalla folla, uccisi sul posto. Avevo trovato la ragione del mio lavoro, del mio studio e una forse carriera.




22 settembre 2011

I molti chiedono di non capire e di non sapere





Via dal paese dei ciarlatani


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Terzo Libro

I molti chiedono di non capire e di non sapere

Devo scrivere qualcosa sulle grandi tragedie di questi ultimi anni e come le ha recepite  la maggior parte degli italiani che non sono l’amabile minoranza che cerca le informazioni rete, che fa attività sociali, che crede in valori spirituali e morali aldilà del proprio tempo, che s’impegna in uno sciopero, che fa volontariato politico in modo disinteressato. Tutto ciò che non turba la vita quotidiana nel senso più stretto, meschino, egoistico  e squallido non esiste e se esiste l’urlo dei molti è uno e uno solo: ME NE FREGO! Cosa volete che interessi al comune italiano se il deserto che avanza nel mondo crea milioni di profughi? Se il sistema capitalista  in crisi perché a trovato i suoi limiti di risorse? Se i problemi globali sono aggravati dall’emergere di nuove potenze imperiali che contrastano il sistema di dominio e controllo Anglo-Americano? Se, come alcuni affermano, è stato raggiunto il picco del petrolio? Se nel mondo  lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili sconta un ritardo rispetto all’urgenza dei tempi? Se la guerra è diventata parte del sistema di produzione e consumo dei paesi industrializzati? Nulla! La maggior parte delle genti d’Italia è anziana e sa di avere un tempo di vita limitato, il suo mondo è solo ed esclusivamente se stesso e i piaceri immediati, il futuro lontano non esiste, non ci guadagnano, non ci lucrano sopra, i guasti gravissimi che maturano adesso saranno forse cose con cui dovranno rompersi il cranio figli e nipoti; come dire C***I loro!

 L’unica risposta di cui sono capaci consiste in un invito ora violento e fascistico ora cortese e borghese simil-giolittiano a lasciarli in pace: non vogliono capire, non vogliono sapere. Vogliono ciò che gli è utile per vivere, qui e ora. Il resto non esiste, non è mai esistito, non potrà mai esistere. Da tempo medito che la grande corruzione nei partiti della Prima Repubblica non sia stata tollerata ma semmai incentivata ed esaltata da generazioni d’italiani per le quali ogni richiamo al dovere o alla collettività o alla Patria suonava fascista, idiota, demenziale. Il fondo egoistico e suicida ai fini della continuazione di una Nazione italiana portato avanti da intere generazioni d’italiani è ben registrato da certi film di Alberto Sordi, di Paolo Villaggio, perfino di Totò. La  necessità di sopravvivere alla propria meschinità e di strappare all’avidità e alla cattiveria del mondo una ragione di vita o un qualche espediente  per far fortuna è ben registrata da tanti personaggi grotteschi e comici interpretati da questi grandi del cinema. Quel piccolo egoismo da commedia è in realtà il grande dramma storico di una massa di italiani che non si sono mai identificati con il loro paese, con interessi nazionali, con minoranze al potere che li rappresentavano, infatti nel loro maniacale egoismo milioni d’italiani avevano capito  che con certe classi dirigenti monarchiche, fasciste, della partitocrazia cose come Bene Comune, Patria, Interesse Nazionale sono parole vuote e integralmente false. Come si fa a credere che i fatti della cronaca siano in grado di smentire questa natura disfattista e lucidamente analitica. I molti che se ne fregano non sono né stupidi, né pazzi, né anarchici , né fascisti; costoro nella maggior parte dei casi  sanno che non esiste rimedio perché non ci sono infermieri sociali o medici politici al capezzale del Belpaese agonizzante per colpa di speculazioni finanziarie mondiali, dell’incapacità delle nostrane minoranze al potere di gestire anche l’ordinario e dei troppi  interessi militari stranieri. Allora fatto quel minimo che serve, assolta la propria coscienza con qualche gesto simbolico, creato un piccolo alibi nel caso la barca della Repubblica affondi per propria colpa fanno i loro comodi, tirano a campare, si presentano al lavoro,ritirano la pensione, se gli conviene alimentano il sistema del clientelismo e dell’economia in nero oppure no. Parte del pensiero di milioni d’italiani non è razionale ma di natura magica e fa quindi strane associazioni e dissociazioni fra i diversi fatti della realtà e combina desideri, favole, illusioni pubblicitarie, fantasie televisive e realtà con un a certa disinvoltura; ma una cosa è certa che quel che questi milioni non sanno o non capiscono quando è ostile e si avvicina al portafoglio lo percepiscono subito. Quindi non né solo un problema di non sapere, di non capire o di televisione cattiva maestra. Tanta parte delle genti del Belpaese hanno scelto di fingere di non sapere e di non capire per vivere in un mondo d’illusioni televisive, notizie senza conferma, illusioni della pubblicità e della propaganda di guerra. In molti casi non è ignoranza ma una scelta e credo a questo punto sostanzialmente consapevole solo apparentemente viziata o inconscia. Del resto se pochi fra gli abitanti del Belpaese fanno il  “bene” gli altri cosa hanno scelto di fare?

IANA per FuturoIeri





24 agosto 2010

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi




De Reditu Suo - Terzo Libro

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi

Fingere di non vedere l’evidenza è cosa da cretini chi è ricco oggi è l’unico che può dirsi felice perché il mondo umano è stato rimodellato e ricostruito per suo esclusivo conforto. Non si può pensare il presente negando questo dato banalissimo. Ma dal momento che il banale non è evidente citerò Serge Latouche il famoso professore francese che nel suo “Come sopravvivere allo sviluppo”, edito in Italia da Bollati Boringhieri offre al lettore dei dati di una ricerca del 1998 nel momento di massima potenza dei processi di globalizzazione che parlano da soli :“Le tre persone più ricche del mondo dispongono di una fortuna superiore al PIL totale dei 48 paesi più poveri! Il patrimonio delle 15 persone più ricche del mondo è superiore al PIL dell’Asia del Sud.   Il patrimonio delle 84 persone supera il PIL della Cina, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti! Infine, i 225 patrimoni del mondo ammontano a oltre 1000 miliardi di  dollari cifra che corrisponde al reddito annuo del 47 per cento degli individui più poveri della popolazione mondiale, cioè due miliardi e mezzo di persone…”. I dati per quanto datati rendono palese l’indirizzo generale di questa civiltà sedicente occidentale ma che in realtà è solo l’estensione della volontà di potenza di alcune minoranze di ricchissimi di cittadinanza perlopiù inglese e statunitense. La loro civiltà è la civiltà dello spettacolo e della pubblicità e il suo motore è un sistema di produzione e sviluppo impostato sul consumismo. Questo modello di produzione e consumo è ben  disposto anche a far indebitare i privati con mutui e rate da pagare pur di sopravvivere a se stesso e ai suoi limiti che sono evidenti perché  presuppone una crescita infinita in presenza di risorse limitate; il pianeta azzurro ha molte caratteristiche ma per certissimo non è infinito. Quindi pochissimi ricchissimi che hanno nelle loro mani la possibilità di realizzare il quasi impossibile proprio come è stato per i faraoni dell’Antico Egitto che fecero costruire le piramidi ai loro sudditi. Questi pochissimi sono anche felicissimi in virtù del fatto che questo è il mondo che essi plasmano per mezzo della loro volontà indirizzando le loro risorse finanziarie; personalmente credo che non sia sbagliato leggere tanta parte della pubblicità commerciale che fa vedere dei giovanotti palestrati e signorine bellissime, filiformi e seminude in ambienti per così dire “esclusivi” come una idealizzazione dei nuovi “faraoni” del nostro tempo, gli unici umani che son riusciti nell’impresa di creare il loro concretissimo paradiso sulla nera terra.  L’unico culto che deve spaventare oggi è quello tributato al potere del Dio-denaro unica divinità di tanta parte del mondo umano. L'umanità adorante questo Dio è sottomessa al qui e ora e ha perso la volontà di trascendere e di credere.

IANA per FuturoIeri




12 luglio 2010

Note sul tempo altro e sui giovani

 


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle loro discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




13 giugno 2010

Note italiane su Urusei Yatsura

De Reditu Suo - Terzo Libro

Note italiane su Urusei Yatsura

Urusei Yatsura Altro non è che il famosissimo cartone animato di Lamù. Quello che lo rendeva straordinario ai suoi tempi era la sintesi fra ironia, comicità grottesca, fantascienza e trama da telenovela sui fidanzamenti adolescenziali. Adesso che è passato più di un ventennio dalla prima messa in onda in Italia (1983) e che son passati trentun anni dalla sua prima edizione in fumetto si può prendere questa cosa singolare e straordinaria con intenti analitici. Occorre dire e ribadire che mi ha colpito negativamente osservare la ristampa della serie nelle edicole con la dicitura “consigliato a un pubblico adulto”, ho visto quelle puntate quando frequentavo la quinta elementare! Le cose sono due o  l’Italia era impazzita nel 1983 oppure è impazzita oggi. Credo proprio che qualcosa si sia rotto oggi a livello di buonsenso e non ventisette anni fa. L’altra nota è la dimensione ludica con cui si racconta una bizzarra storia d’amore in un contesto grottesco di un Giappone che convive con la presenza aliena.  Questa leggerezza, questa dimensione amabile la considero la componente più interessante dell’assemblaggio narrativo della serie, parlare di cose anche difficili da rappresentare con una semplicità quasi disarmante. Il personaggio maschile il giovane Ataru è forse la rappresentazione più crudele e nello stesso tempo bonaria di una condizione adolescenziale nei paesi post-industriali e culturalmente e scientificamente sviluppati: da un lato la società sembra eccitare ogni passione e ogni vanità e dall’altro non dà alla gioventù un suo rito d’iniziazione, una collocazione morale e civile diversa da quella dell’inclusione del soggetto in qualche fascia di consumatori a seconda dei denari che possiede. Ataru è un personaggio universale in questi anni di finto benessere. I  suoi problemi sono nella loro intima natura di alienazione e frustrazione condivisi da milioni di liceali e adolescenti.  Forse a ben vedere se Lamù fosse stata nel  cartone animato accompagnata da un damerino o da un atleta olimpionico la serie avrebbe perso tanta parte della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. Concludo queste brevi note riportando osservazione che ho fatto mentre ero dal giornalaio sottocasa.  Ho osservato che il dvd di Zambot 3,  che presenta massacri e stragi di umani da parte degli alieni malvagi,  non aveva la dicitura – consigliato per un pubblico adulto –  ho pensato e devo aver detto più o meno questo:”oggi in Italia inquieta di più  un cartone animato che parla di fidanzati che vengono da lontano  che non una strage aliena con tanto di umani fatti esplodere”.

IANA per FuturoIeri




2 giugno 2010

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso



De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso

Ora mi trovo a dover ragionare della non esistenza della visione italiana intorno alla storia, e segnatamente alla propria storia patria. In realtà occorre far un triste commento sulla storia patria ossia che essa non esiste come realtà unitaria perché l’Italia non ha un potere civile e culturale in grado di unificare i diversi modi di concepire il passato e di dare ad esso un valore riconosciuto da tutte le parti politiche, anche perché in realtà gli italiani parlano in pubblico in un modo e in privato fanno considerazioni ben diverse. Ogni identità politica ha la sua interpretazione della storia patria, la sua domestica gloria e talvolta questa domestica gloria coincide con la memoria storica della famiglia del singolo italiano. Tante letture e visioni della storia quanti sono i soggetti politici di natura collettiva e privata e nessuna possibilità di dare un senso unitario alla propria storia, forse solo l’età della Pietra non suscita dibattito; ma non ne sono così sicuro. Oggi la politica si occupa della fase conclusiva della Seconda Guerra Mondiale o del Risorgimento per motivi integralmente legati alla polemica politica spicciola o per tenere sempre attivo una porzione di popolazione fortemente politicizzata che ha bisogno di ritrovare le ragioni antiche di un voto da dare. Lo straniero quando ci ha invaso ha sempre mostrato al nostro popolo difforme e confuso l’unità d’intenti e la giustificazione ideologica e morale della sua impresa militare e spesso l’unità di popolo che era dietro la sua impresa.  Non insisto per carità di Patria sulla vicenda della Seconda Guerra Mondiale mi limito a ricordare le guerre d’Italia fra Francia e Spagna nel periodo compreso fra il 1494 e il 1559, allora e anche dopo qualcuno tifava per la Spagna altri per la Francia, il motto che andava per la maggiore era “Franza o Spagna purchè se magna”. I Francesi combattevano e crepavano per il bottino, per la gloria e per il Regli spagnoli e i loro mercenari per il bottino, per la gloria e per l’imperatore Carlo V e poi per il suo successore. Gli Italiani combattevano per se stessi e per la propria famiglia intesa anche come patrimonio fosse essa una famiglia principesca, aristocratica, popolana, cittadina. Forse solo La Repubblica di Firenze e quella di Venezia ebbero in tanto sfacelo un po’ d’orgoglio combattendo potenze nemiche soverchianti e perdendo con un poco di decenza e dignità. Lo straniero è forte perché attacca per primo, è dominatore perché ha la potenza militare, è educatore perché sa quel che vuole e cosa imporre alle genti dissolute e disperse del Belpaese. Infatti gli spagnoli finirono con l’imporre il loro dominio e con il render forte e stabile la controriforma cattolica, il vincitore creò i suoi vinti e provò a ridefinirli secondo la sua volontà, l’opposizione dei nostri fu nascosta e a tratti vile, del resto son cose ovvie. Si tratta delle genti d’Italia e dopotutto senza una civiltà propria e senza  proprie forze sociali e politiche l’opposizione ai dominatori stranieri può prender forma solo nei propositi dei singoli o dei piccoli gruppi di eruditi.

IANA per FuturoIeri




7 maggio 2010

Il Giappone sarà salvato dall'invincibile capitano?




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De Reditu Suo - Terzo Libro

Il Giappone sarà salvato dall’invincibile Capitano?

La notizia è rimbalzata con una certa rapidità sulla rete, sembra certo che la TOEI spenderà una cifra considerevole, si parla di un progetto da dieci milioni di euro, per fare una nuova opera su Capitan Harlock e la sua Astronave da guerra Arcadia. Per non sbagliare il colpo assieme al nuovo Harlock verrà prodotto anche una riedizione di una serie di robot giganti del maestro del genere: il famoso Go Nagai.  Accoppiata di giganti quindi incaricata di dare una svolta tecnologica, l’uscita è prevista per il 2012, al sistema dell’animazione giapponese. Farò in questo breve scritto della dietrologia presuntuosa, ma ho la certezza di aver capito qualcosa di questa novità. L’opera su Harlock sarà in 3D e si capisce perché: la crisi ha picchiato duro in Giappone che era già in recessione dalla metà degli anni novanta e l’invincibile capitano potenziato dagli effetti speciali e dalla nuova tecnologia tridimensionale potrebbe far il miracolo di dar ossigeno almeno all’industria dei DVD e dell’animazione giapponese. Inoltre le multinazionali dell’intrattenimento degli Stati Uniti con Avatar hanno puntato sulle nuove tecnologie e il Giappone non può correre il rischio trovarsi con una del sue industrie di punta, ossia quella dell’intrattenimento e dei cartoni animati, priva di queste novità. Il Giappone in questi ultimi quindici anni è entrato in fase difficile dal punto di vista sociale ed economico, la recessione e la crisi hanno causato  molti suicidi al punto che le stesse autorità dell’Arcipelago si son preoccupate di quelle che nella nostra parte di mondo chiamiamo le condizioni psicologiche della popolazione. Riuscirà il capitano con il Jolly Roger disegnato sulla divisa a salvare almeno un pezzettino del Giappone di oggi, almeno un frammento del suo cinema d’animazione da questa rovinosa triplice crisi che spezza e piega l’economia, la dignità degli esseri umani e distrugge la pace. Se per una combinazione incredibile di eventi il personaggio irreale e finto immerso nel suo racconto fantascientifico sfonda  al botteghino e fa il piccolo miracolo, che in tanti segretamente si aspettano da lui, si dovrà ammettere che nella Terza Rivoluzione Industriale i confini fra il reale e l’irreale, fra materiale e immateriale si sono fusi in una sola linea dove è difficile distinguere. Ciò che è irreale oggi può condizionare il reale senza alcun bisogno, come avveniva nel remoto passato, d’essere un mito sacro o l’opera perfetta di un maestro della pittura o di un genio della letteratura o della poesia. Questo modello di civiltà sta disgregando il remoto passato perché propone una civiltà diversa non priva di pericoli e di rischi enormi. Questa nuova civiltà è intollerante del passato che non può piegare o addomesticare, cerca di piegare o di annientare le  forme di civiltà che fanno da ostacolo ai suoi propositi ambiziosi o contrastano i suoi eccessi: in una parola è la Terza Rivoluzione Industriale. Contro i deliri distruttivi e i limiti di sostenibilità ecologica e sociale di questo modello di sviluppo potentissimo e aggressivo ci vorrebbero vere Arcadia e veri Capitani con un solo occhio pronti a giocarsi vita e fortuna in un solo colpo pur di fermare la follia produttiva,omicida e distruttiva delle risorse naturali di questi decenni. Ma questa è roba per Dei e per Eroi e il modo umano è da troppo tempo privo di costoro, quindi i molti che vivono sula nera terra devono cercarli nel mito e nella fantasia e in mezzo agli eroi dei cartoni animati.    In fin dei conti il finto mito di Halock è venuto bene, son passati più di trent’anni e il suo essere eroe schierato  contro governanti corrotti e dissoluti e cittadini scellerati, cretini e imbelli e il suo salvare l’umanità e il pianeta azzurro dai nemici interni (esseri umani) ed esterni (alieni) è oggi attualissimo.  La morale è questa: L’eroe non esiste, la sua ombra sì.


                                                                                IANA per FuturoIeri





23 aprile 2010

Fonti e note in libertà

De Reditu Suo - Terzo Libro

Fonti e note in libertà

Sto usando come titolo  conduttore di questa mia serie di scritti il titolo di un componimento di Claudio Rutilio Namaziano (latino: Claudius Rutilius Namatianus; ) un poeta romano e un politico romano di nobile famiglia gallo-romana. Come ricorda Wikipedia egli è nato: “forse a Tolosa, fu praefectus urbi di Roma nel 414. L'anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall'invasione dei Vandali. Tale viaggio - condotto per mare e con numerose soste, dato che le strade consolari erano impraticabili ed insicure dopo l'invasione dei Goti - venne descritto nel De Reditu suo, un componimento in distici elegiaci, giunto all'epoca odierna incompleto.”

Questa mia serie di scritti è giunta al terzo libro. Nel primo ho voluto considerare il rapporto fra il passato e il futuro, nel secondo libro ho cercato d’interpretare la distanza fra il futuro sognato nel passato e questa realtà del qui e ora e di capire se era possibile pensare in un lontano futuro una resurrezione della civiltà italiana. Certamente non è un bel pensare perché la distanza fra il mondo degli Dei e degli Eroi e la realtà concreta va, forse, aldilà delle capacità del pensiero umano di concepirla. Nel terzo libro mi occuperò solo di alcune fra le note e fonti che hanno formato questo mio ragionare e voglio condividere con i miei venticinque lettori le mie considerazioni su di esse.

La Prima nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una potentissima impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio che risultò non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere rivista a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una facile riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema e imporre  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

                                                                                IANA per FuturoIeri




4 aprile 2010

Questo Anti-Comunismo tutto nostrano

Questo Anti-comunismo tutto nostrano

Certo che è difficile prendere sul serio l’anti-comunismo italiano.

Lo Statunitense può mostrare allo straniero il monumento con l’elenco dei 58.000 suoi concittadini in armi morti contro il comunismo in Viet-Nam.

Il francese può ostentare le lapidi ai caduti “Pour la France” con la lista dei caduti in indocina e parlare del 2nd REP PARAS che è andato a incontrare la morte a Dien Bien Phu combattendo i comunisti Viet.

L’Afgano può mostrare il suo paese brutalizzato dall’Armata Rossa  e indicare i luoghi dove l’Impero Sovietico ha incontrato la sua definitiva disfatta geo-politica globale ad opera delle milizie tribali e dei fanatici religiosi armati dai servizi segreti Pakistani e Statunitensi.

L’Italiano della Repubblica come esempio di anti-comunismo può ostentare solo le tangenti e le truffe della “Prima Repubblica” tutte Anti-Comuniste, ha come tributo di sangue le stragi della strategia della tensione che hanno perlopiù assassinato civili ignari e per quel che riguarda questi massacri vili e facili la parola verità si è persa fra processi durati decenni e depistaggi. A tutto questo, che esige da solo il trascinamento delle genti d’Italia davanti al tribunale della Ragione, si aggiunge come maggior perso che cade sul  piatto della bilancia della Giustizia dalla parte sbagliata il tifo da stadio del nostro anti-.comunismo che ha combattuto comodamente seduto in poltrona davanti alla televisione le guerre dei Paras, dei Marines, dei guerriglieri afgani.

L’Anticomunismo in Italia è stato una truffa e si è ridotto aldilà delle solite roboanti dichiarazioni di principio, che tutti hanno affermato ma alle quali nessuno credeva, a dar addosso all’operaio che voleva l’automobile o al contadino povero che voleva il figlio laureato proprio come l’avvocato del paese o il dottore. L’unico vero Comunismo e l’unico vero Anti-Comunismo nel Belpaese si è manifestato con la lotta fra parti sociali nelle quali coloro che avevano poco, o volevano di più, usavano il Comunismo e il suo spettro per cavar qualcosa dai politici e dai ceti socialmente più elevati. Dopo il 1948  con le libere elezioni vinte dalla Democrazia Cristiana il Comunismo in Italia poteva arrivare solo con la vittoria, in una improbabile terza guerra mondiale, dell’Unione Sovietica. Tutta la lotta anti-comunista è stato un mascheramento rozzo e triste di lotte sociali e politiche che non avevano alcun senso nella loro drammatizzazione ideologica se non in un contesto come quello italiano dove i legami che uniscono le genti d’Italia sono deboli, lo Stato anche, la mobilità sociale bassissima quando non inesistente, e i legami clientelari di natura politica molto forti. Il nemico politico qui nel Belpaese era solo il concorrente sociale o il rivale del benefattore che aveva premiato l’adesione politica della famiglia. Quando i rivali sociali erano tanti e organizzati ecco il mostro comunista che prendeva forma nella fantasia di giornalisti e politici; da qui le invocazioni dei conservatori al gigante statunitense “protettore della proprietà privata dei ricchi”  e per contrasto le lodi degli arrabbiati verso i paesi retti da regimi comunisti “difensori dei lavoratori e dei contadini dai biechi padroni”.

Alle volte mi sembra d’impazzire quando penso che tutto questo prima o poi ci verrà fatto pagare in qualche modo, non è un giudizio o una profezia ma un disagio che si manifesta dentro di me come  una sorta di presentimento.

IANA per Futuroieri



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