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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


9 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - discorso sul mondo interiore

Clara Agazzi: Questo parlare di cambiare, di mutare  i pensieri e le mentalità un discorso debole alla luce di quanto avviene oggi. La realtà ci urla che il conformismo, l’egoismo e il calcolo del rapporto fra piaceri e  interessi prevale nella mentalità dei molti.  Il denaro è oggi un culto e in quanto totalità  pseudo - religiosa è misura e ordinamento della società. Quindi una sincera e felice crescita spirituale è oggi un percorso ad ostacoli, una sorta di competizione difficile perché l’essere umano tende a dover attuare dei compromessi con l’ordine esistente.

Stefano Bocconi: Aggiungo a questo discorso che è molto  più. Il denaro è come  un fatto religioso. Cadute le ideologie e le grandi speranze nel progresso o in un dio redentore per i molti i soldi sono l’unico orizzonte e l’unica speranza. Il denaro è così potente da trasformare con forza sua originaria la vita quotidiana di ogni individuo.

Vincenzo Pisani: Già cadute tutte le speranze e tutti i valori e tutte le ideologie del secolo passato ogni discorso sull’elevazione dell’essere umano assomiglia una favola. Si può pensare qualsiasi cosa e dire di tutto, l’importante è avere i soldi per comprarsi quei beni, quelle proprietà e quei servizi che suscitano nei molti uno spontaneo rispetto. Il rispetto che deriva dall’invidia sociale. Anzi mi correggo non il rispetto. L’invidia e l’ammirazione per quel che si ha e apertamente o segretamente si desidera. La cupidigia, il piacere, lo spettacolo, l’estetismo sono i territori psicologici e comportamentali del senso del vivere per le moltitudini di consumatori sempre inappagati e sempre ardenti di nuovi piaceri e nuovi beni da consumare.

Franco: Siete troppo duri. Gli esseri umani non sono rocce che il vento, la natura e gli elementi pian piano sgretolano e spaccano nello scorrere del tempo. A differenza delle rocce possono cambiare la loro vita, i loro pensieri, le loro aspettative. Spesso con la velocità del fulmine cambia la vita dell’essere umano, anche di quello comune. C’è spesso nella vita un punto dove una cosa che era finisce, e una che non era diventa. Nascita e morte sono in opposizione.  Oggi quasi tutto nella vita sociale ha la forma dell’egoismo, della cupidigia, della morale che cambia come le banderuole che segnano il vento. Ma non è detto che questo tutto duri per sempre. Nel passato c’erano mondi umani che non sono questo qui. Oggi paghiamo la colpa di essere per così dire colonia civile e culturale di civiltà industriali più potenti della nostra, e la cultura oggi è industria del cinema, dei cartoni animati, dello spettacolo, dei videogiochi, perfino dei giochi di carte collezionabili e dei wargame. Questo è il punto. La vita sociale oggi è inserita in un mondo di consumi, spesso superflui, espressione chiarissima del presente modo di produrre, distribuire ricchezza, consumare, vivere pensando al guadagno e la profitto. Vengono venduti anche mondi fantastici, mondi immaginari, mondi fantasy o di fantascienza nelle forme del gioco, dell’intrattenimento e perfino nella forma dei grandi parchi giochi a tema. Il mondo desiderato che è altrove spesso è il valore aggiunto di un gioco di carte collezionabile, di un telefilm, di un gioco da tavolo, di un gioco per computer, di un fumetto. Allora ecco lo sforzo enorme di questi nostri giorni, ossia  elevarsi sopra tutte le apparenze e vedere le concrete possibilità. Conoscere se stessi e il proprio mondo al punto di poter agire su di esso con una libera volontà per trasformarne in positivo alcune parti.

Paolo Fantuzzi: Ma chi decide cosa è positivo e cosa è negativo. Chi stabilisce cosa è pieno e cosa è vuoto? Il singolo, il privato che qui abbiamo detto e convenuto tutti esser parte di questo sistema di produzione, consumo, distribuzione della ricchezza. Qui a sentir questo discorso si tratta di fare il classico salto aldilà della propria ombra, ossia di superare dei limiti notevoli. I mondi spirituali, morali, etici. Quei mondi culturali da costruire o da ritrovare per forza di cose partiranno da quel che c’è qui e ora, ossia si porteranno dietro la continuità con questo presente. Io conosco il mondo concreto, reale, oggettivo, ceto conosco la mia porzione, il mio angolo di marciapiede per dirla in modo semplice. Pensare che questo mondo concreto e presente si sgretoli sulla forza di ideali o di pensieri mi sembra una cosa fuori da ogni ragione. Se qualcosa cambierà sarà questo o quel pezzo e probabilmente solo per continuare questo modo di produzione capitalistico, come dite voi, con più efficacia  e con ancor maggior potenza.

 Una voce dalla cucina: “L’ordinazione per il Pisani e i suoi amici, là in sala altro vino, acqua e il formaggio presto, poi passo a chiedere per il secondo”.

Vincenzo Pisani: Ora si ragiona, per primi sono arrivati i funghi, Clara questi sono fatti proprio per te, inizia per prima a prender la tua parte. Comunque Paolo ha ragione. La mutazione non può scaturire dal vuoto cosmico, fatalmente il passato si ripropone in un presente trasformato in forma residuale o subdola. 

 Paolo Fantuzzi: Ecco che portano il resto, che gioia per gli occhi, A me il piatto con il sugo di cinghiale.  Sì è questo quel che volevo dire. L’essere umano cambia forse nome quando cambia la sua mentalità e la sua vita?  Mi par di no. Un sistema gerarchico e industriale come il presente se cambia questo o quel pezzo resta tale, di nome e di fatto. Tutto cambia e tutto resta uguale. Per trasformare questo mondo umano come lo vediamo sotto i nostri occhi con la forza e la velocità del fulmine sarebbe necessaria una catastrofe pesante e gravissima. Allora il passato e quanto del passato incide sul presente difficilmente riuscirebbe a riciclarsi, un po’ come quando nella vita di uno qualsiasi interviene qualcosa che lo travolge e comincia che so a cambiar lavoro, casa, donna, abitudini. Insomma quel qualcosa che nel parlare di tutti i giorni si chiama trauma, ma nel senso più pesante del termine.

Clara Agazzi: Questo presuppone  una miopia politica  e di sentimenti notevolissima. Umani che hanno bisogno del vulcano che esplode o dello tsunami per mutare sentimenti, opinioni, punti di vista, ragioni di vita. Ma ci deve pur esser un modo diverso di pensare  e di vivere nel mondo umano come nel mondo naturale, non si è detto qui che l’essere umano ha un libero volere e un libero arbitrio?

Franco: Tu dici cose vere. Non nego. Il problema è quale essere umano. Cosa è l’uomo oggi, non solo nella penisola ma nel resto del consorzio umano?  Io oso rispondere. Egli è una corda tesa fra ciò che è e quel che potrebbe essere. Ma non sempre è possibile essere se stessi e in particolare se stessi fino alla massima espressione. Infatti condizioni sociali, ignoranza, bassa scolarizzazione, cattiva volontà, cattive abitudini condizionano l’essere umano e lo forzano a stare in una dimensione di minorità. Per esser se stessi occorre superarsi e questo è difficile, è doloroso, occorre punire se stessi, aggredire le proprie certezza, il proprio oziare nel pregiudizio e nelle illusioni collettive. Quando ci si è liberarti dalle proprie paure e dalle proprie difese psicologiche e ci si è scoperti per ciò che si è, cosa rara e difficile, si è dentro un percorso di liberazione nel quale tutto diventa più chiaro, più luminoso. Allora quando io ragiono di singoli non ragiono di cose astratte ma di un percorso di autentica autocoscienza. Il piano materiale e del denaro è vincolante, sarei pazzo a negarlo. Tuttavia non è quello il punto di svolta, ci sono sforzi e lavori interiori che difficilmente possono esser risolti con adeguate dosi di quattrini profusi a specialisti, esperti, chiarissimi docenti. Pensate a una società di umani che non riesce a liberarsi dai suoi limiti culturali e ad accettare la moneta come merce di scambio. Quando incontra questo mondo umano della civiltà industriale quella collettività, magari arcaica e  tribale, viene disintegrata e disfatta. Queste cose son accadute nel passato quando tribù primitive hanno avuto la sventura di trovarsi davanti ai colonizzatori. Questo discorso lo faccio a voi per dirvi che alle volte quello che ci sembra fisso, stabile, certo nelle nostre vite può esser travolto e disperso. Allora ecco che deve emergere l’essere umano che ridefinisce la sua vita e le sue ragioni più intime e profonde. Certamente la pressione del presente è fortissima, sicuramente chi subisce questo processo si sente oppresso e schiacciato. Per questo io dico che occorre trovare l’uomo interiore, ciò che è fisso e stabile. Da questo punto si può far leva per reagire al male del mondo e costruire secondo misura.

Paolo Fantuzzi: Ma la tua è una dimensione interiore, un fatto privato. Passi dal singolo alle moltitudini con estrema facilità e senza contare le differenze di tutti i tipi: dal ceto sociale, al denaro, alle origini, anche fisiche e di natura morale. Non c’è certezza e non c’è metodo in quel che affermi.

Franco: Ma il mio concetto è che non si può liberare gli altri senza liberare se stessi, non si può dare una misura la mondo se non si è misura del proprio mondo, non si può dare leggi se non si ha un concetto di legge. La negazione di tutto il mio discorso, tanto per fare una prova al contrario, si dà nel momento in cui  la realtà dell’interesse egoistico e del profitto privato sacrifica intere collettività con speculazioni finanziarie, edilizie, monetarie. Quando non ci sono limiti e confini al profitto, all’interesse privato c’è la negazione del mio discorso. Se l’umano è privo di limiti e di regole o volutamente le distrugge in quel caso c’è l’impossibilità di arrivare a fissare qualcosa di stabile e di certo nella vita interiore proprio come  nella vita collettiva. La distruzione creativa tipica della civiltà industriale insita nella parola “change” è la regola alchimistica del “Solve et Coagula" resa però tendenzialmente distruttiva dai processi meccanici del modo di produzione, i quali per loro natura non conoscono la dimensione della purificazione. Comunque vedo che vi siete serviti da soli, vi dispiace lasciar qualcosa al vostro contadino e mago di provincia, vorrei cenare dopotutto. Clara mi passi quel vassoio di ravioli burro e salvia, a vista mi par che promette bene.




23 maggio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto- Le parole e la vita

Agazzi: La tua abilità e il tuo sapere sono grandi. Ci hai proprio preso con il meccanismo di pubblicità, spettacolo  e falsa informazione che ci domina e ci controlla per mezzo del indirizzare le nostre fantasie , le nostre idee. Riconosco che c’è molto di vero in ciò che dici. Ma ora dal momento che siamo venuti qui nella tua oliveta devi accettare di rispondere a delle domande. Rispondere secondo verità.

Franco Fusaro: La “Verità” oggi è diventata un modo per dire dogma, certezza scientifica, sapere granitico. Ma una verità su di me detta da me esige la tolleranza dell’apologia, della riservatezza, del mascheramento.  Ma se posso risponderò alla tua domanda.

Clara Agazzi: Perché non hai proseguito gli studi. Perché non hai tentato la carriera accademica, perché non hai costruito una piccola realtà editoriale, la carriera politica.

Franco Fusaro: La natura è il mio libro. Esattamente il primo dei miei libri. Per mia sfortuna molti non capiscono i termini nei quali si manifesta, la parola che è dietro i suoi silenzi, il sapere che è dietro il vento che fa risuonare gli alberi o nella pioggia, o nella neve, o nel sole che fa maturare i frutti. Qui è la grande lezione della vita, per questo ho fatto di tutto per togliere la chimica e altre diavolerie dai miei campi. Seguo la terra con il rispetto che le è dovuto, e cerco in tutti i modi di non forzarla. C’è chi riesce a parlare con il mare, chi può sentire il suono delle nostre desolate periferie, chi ascolta la terra. Ecco che da qui arriva la mia consapevolezza di un mondo che è oltre l’apparenza di quello che si manifesta in televisione, alla radio, al cinema; esiste qualcosa che non si piega alla mistificazione, alla distorsione, al racconto menzognero. Ma cercarlo, capirlo ascoltarlo esige un grande silenzio interiore e tanta capacità di mettersi in discussione. Chi se non il lavoro del contadino sapiente può insegnar questo. Io vedo realtà e apparenze ma se resto saldo fra i due mondi posso parlare dell’uno e dell’altro. Non è questa politica? Non è questo vero sapere?

Clara Agazzi: Ma i soldi, la carriera, il rispetto…

Paolo Fantuzzi:  I soldi, il posto, lo stipendio fisso. Magari come insegnante di Stato. Uno stipendio medio-basso ma sicuro.

Stefano Bocconi: Del tuo sapere cosa rimane… Chi ascolta…  Chi scrive di te…  Chi parla di te. ..

Franco Fusaro: Voi non siete qui? Non siete giunti da punti diversi della provincia? Non avete cercato la mia parola. Io non ho forse interrotto il lavoro per ascoltare e per rispondere. Così è. Allora ci sono tre esseri umani in cerca di riposte e uno che mostra loro la via per trovarle.

Paolo Fantuzzi:  D’accordo. Qui siamo. Tu dunque hai le risposte? Ma se finora abbiamo espresso solo inquietudini, suggestioni, paure. Sono domande queste? Credi di poter rispondere a simili domande che non sono domande?

Franco Fusaro: Ma voi non siete qui per le risposte che sarebbero banali e limitate. Voi siete qui perché io ho trovato un modo d’interrogare questo presente e questo desiderate da me. Desiderate un sapere che è memoria, prospettiva nel futuro, attenzione per ogni istante che esiste qui e ora. Voi desiderate che tracci per ciascuno un percorso diverso ma simile al mio. Voi non cercate una riposta banale. Voi cercate un metodo, una linea, un punto fisso nella vostra vita. C’è un prezzo ed è conoscere se stessi. E questo vuol dire far i conti con il disprezzo sociale, con la fortuna avversa, catturare le paure, evidenziare i rimpianti, togliere da sé il senso di aver perso un ruolo sociale, un senso d’appartenenza a un territorio e a un destino comune. Vi sentite oppressi, privi di forza morale e fisica, schiacciati da un ruolo sociale che sentite meschino, in voi c’è la naturale infelicità degli appartenenti ai defunti ceti medi del Belpaese distrutti dai processi di affermazione del dispotismo finanziario internazionale, di globalizzazione economica e di secolarizzazione dei costumi. In una parola voi siete mossi da profonde inquietudini cercate autentiche certezze, o magari soltanto conforto psicologico, o amicizia. Cercate in me uno scudo psicologico, una verità magari consolante di breve momento. Invece credo sia bene affrontare la questione della via, del chiedersi quali sono i propri valori, di quale natura sia l’effetto di conoscere l’esistenza con mezzi comunemente dati. La prima libertà parte da se stessi, dal potersi chiamare con un nome e un cognome proprio. Se puoi rispondere alla domanda chi sei le altre domande e risposte seguiranno. 

Stefano Bocconi: Ci sto. Dunque dimmi chi sono.

Franco Fusaro: Ma questa è la tua risposta. Non la mia. Tu sai chi sei davvero? Se non lo sai potrai esser schiavo di chiunque racconti la tua vita e ti seduca con il suo ragionamento.

Paolo Fantuzzi:  Ha parlato finora di pubblicità. Ci sarà un motivo.

Clara Agazzi: Chiaro. Oggi la pubblicità vende il mito e la favola legata al prodotto, vende il prodotto come  fatto sociale e simbolico, se sei ciò che hai sei quel che vuole la pubblicità commerciale, la banca, il rivenditore, il produttore, la grande distribuzione. Un pezzo, un mezzo, un tramite. In una parola un bullone della grande macchina del sistema di produzione, consumo, spartizione  delle ricchezze prodotte.

Franco Fusaro: Ma il bullone può avere un nome o solo una matricola. Questa è la differenza. C’è una dimensione meccanica nell’uomo che vive in società, essa tendenzialmente precede la civiltà industriale. Stavolta però è diverso il potere oggi non è più solo dominio è anche consenso e quindi immagine del mondo, sapere fittizio e legato al qui e ora. Il potere che controlla i corpi, le convinzioni, le fantasie, gli atti quotidiani è dentro di noi. Per mille vie è diventato senso comune e giudizio sul vissuto quotidiano senza avere la forza della legge divina o della retta persuasione, o del decreto di un giusto sovrano. Quindi il problema è quale strada per mettere un po’ di distanza fra la macchina che è in noi e quel nome che ci appartiene e appartiene alla collettività in quanto comunione di liberi soggetti? Liberatevi per un paio d’ore da ogni paura e pregiudizio e cominciate ad ascoltare, a pensare con la vostra testa.

Clara Agazzi: Iniziamo allora. Cosa dobbiamo sapere ancora che già non sappiamo?

Franco Fusaro: Mettete insieme ciò che sapete, costruite il senso di quanto vi disturba, vi fa male.  Da dove viene il vostro disagio, chi lo agita contro di voi, chi dà la risposta più ovvia, più banale che ripetuta centinaia di volte diventa luogo comune? Prima le domande.

Stefano Bocconi: Da anni sono amareggiato mi sembra di non esser diventato ricco, di non esser un vincente, uno che ha sfondato.

Paolo Fantuzzi:  Il mio lavoro è sempre più precario. Con questa gente povera che viene da ogni dove pronta a prendere il mio posto sono diventato diffidente, acido.

Clara Agazzi: Mi trovo in difficoltà con le famiglie, le scolaresche, i dirigenti scolastici. Hanno quel linguaggio commerciale che sta modificando il senso dell’insegnare e del vivere.

Franco Fusaro: Già tre risposte, e già tre domande. Tracciate una linea fra le vostre inquietudini e vedrete che prende forma una parte del processo per il quale l’economia, o meglio la finanza è diventata culto, fede religiosa. Ciò che prima era cosa di spettanza ai Re e ai Principi oggi è materia di contrattazione fra banchieri, finanzieri, CEO delle multinazionali e soggetti politici deboli e ricattabili sul piano del finanziamento delle loro organizzazioni. Qui nella parte di mondo legata alla finanza Inglese e Statunitense si è imposta una riduzione delle prerogative e dei poteri dei soggetti politici e un rafforzamento delle capacità di comando e controllo della grande finanza e delle multinazionali. Questo che è un fatto storico dall’alto scende verso il basso, che arriva alla vita di chiunque. Si forma alla fine degli anni settanta come progetto e si realizza dalla metà degli anni ottanta del Novecento. Si chiama ideologia neo-liberale, e come ideologia è oltre il singolo Stato o il singolo personaggio politico e finanziario; si tratta di qualcosa a metà fra la religione e l’acquisizione illimitata di ricchezza e di potenza. Non un movimento o un partito come vene furono nel Novecento ma qualcosa di nuovo. Chi oggi cerca nelle vecchie categorie politiche la formula per tagliare il nodo del dubbio rimane con il nodo. Ad esempio l’immigrazione che favorisce taluni tipologie d’impresa che sfruttano il lavoro dei poveri e poverissimi è riconducibile alla categoria di progressista o conservatore? Evidentemente no, queste categorie saltano. L’Euro come moneta unica è cosa riconducibile ai concetti di fascismo e antifascismo? Evidentemente no, si tratta di un fatto politico straordinario che si colloca fuori da questi due concetti. La vecchia dignità borghese  e la sobrietà di certi movimenti sindacali di sinistra del passato possono aver un rapporto con l’immagine altamente seducente del mondo dell’alta moda e dello spettacolo. Certamente no. Eppure l’alta moda e il mondo dello spettacolo a livelli alti  creano immaginario, crea desideri, perfino possono modificare i comportamenti. Le categorie del passato sono strumenti che vanno bene in alcune condizioni. Ma spesso prendere i termini della politica del passato davanti a questa terza rivoluzione industriale è prendere un martello per avvitare una vite. Si rischia il disastro. Ora che l’interesse politico è stretto all’interesse personale, di gruppo, di categoria proprio i termini delle ideologiche del passato  creano disagio, sgomento, errore se vengono usate per spiegare quel che è altro. Al contrario sarebbe importante operare come certi filosofi francesi e tedeschi del passato e fare una vera e propria genealogia dei valori che ci vengono trasmessi, delle parole che ci forzano ad usare perché ripetute migliaia di volte.  Perché un serio ragionamento sulle origini degli strumenti linguistici e di pensiero rivela la natura ideologica della trasformazione della politica in cinghia di trasmissione di enormi interessi finanziari e della riduzione della vita sociale a variabile da domare del meccanismo di produzione, consumo, distribuzione della ricchezza creata.

Stefano Bocconi: Quindi il sottoscritto quando ragionava di bilancio, di dare ed avere, di successo commerciale, di clientela usava termini ideologici. Ero un politico inconsapevole.

Franco Fusaro: Se queste parole che tu hai detto le usavi nella vita quotidiana  e non sul lavoro direi proprio di sì. Chi ad esempio chi parla di investimento affettivo ragiona in termini economici su questioni che attengono all’esistenza umana, al rapporto con l’altro, all’amicizia, all’amore. Se non è ideologia questa… non so.  Io affermo che lo è.

Paolo Fantuzzi:  Il mio linguaggio è quindi mutuato dall’economia?

Franco Fusaro: Direi di no. Dalla televisione, dalla radio, dalla pubblicità, dagli spettacoli televisivi, perfino dalle forme spettacolari delle antiche tribune politiche televisive. Il potere di oggi è dominio ed è egemonia. L’egemonia è anche o il controllo della parola, il controllo dei termini comuni, il controllo delle idee e delle illusioni che dominano il vissuto quotidiano. Ma dimmi avete delle parole autenticamente vostre? O come accade quando si lascia l’infanzia avete fatto vostre le parole del quotidiano, quelle che servono per comunicare?

Clara Agazzi: Ovvio che abbiamo lasciato le parole inventate nell’infanzia per quelle del linguaggio comune.

Franco Fusaro: Ovvio anche che le nostre parole sono quelle del XXI secolo perché un signore del Settecento usava ben altri termini  e aveva aspirazioni e desideri diversi. Ecco che così però è stato fatto un primo passo. Ora avete inteso che le parole non sono neutrali e nemmeno le visioni del mondo che alcune di esse veicolano specie se associate a talune situazioni. Pensate per a crediti e debiti scolastici o al concetto d’investimento affettivo. Il primo passo è chiedersi di quale natura sia il mio linguaggio e come esso modifica la percezione del mio mondo e della mia persona.

Paolo Fantuzzi:  Devo dirlo. Sei davvero uno che pensa in grande e vede quello che altri non vedono. Ma sapere qualcosa di quel che dico e come lo posso spendere nella vita quotidiana?

Franco Fusaro: Hai usato il termine spendere. Forse devi chiederti cosa sia la tua vita quotidiana.

 




24 agosto 2010

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi




De Reditu Suo - Terzo Libro

Il mondo dei ricchissimi&felicissimi

Fingere di non vedere l’evidenza è cosa da cretini chi è ricco oggi è l’unico che può dirsi felice perché il mondo umano è stato rimodellato e ricostruito per suo esclusivo conforto. Non si può pensare il presente negando questo dato banalissimo. Ma dal momento che il banale non è evidente citerò Serge Latouche il famoso professore francese che nel suo “Come sopravvivere allo sviluppo”, edito in Italia da Bollati Boringhieri offre al lettore dei dati di una ricerca del 1998 nel momento di massima potenza dei processi di globalizzazione che parlano da soli :“Le tre persone più ricche del mondo dispongono di una fortuna superiore al PIL totale dei 48 paesi più poveri! Il patrimonio delle 15 persone più ricche del mondo è superiore al PIL dell’Asia del Sud.   Il patrimonio delle 84 persone supera il PIL della Cina, con il suo miliardo e duecento milioni di abitanti! Infine, i 225 patrimoni del mondo ammontano a oltre 1000 miliardi di  dollari cifra che corrisponde al reddito annuo del 47 per cento degli individui più poveri della popolazione mondiale, cioè due miliardi e mezzo di persone…”. I dati per quanto datati rendono palese l’indirizzo generale di questa civiltà sedicente occidentale ma che in realtà è solo l’estensione della volontà di potenza di alcune minoranze di ricchissimi di cittadinanza perlopiù inglese e statunitense. La loro civiltà è la civiltà dello spettacolo e della pubblicità e il suo motore è un sistema di produzione e sviluppo impostato sul consumismo. Questo modello di produzione e consumo è ben  disposto anche a far indebitare i privati con mutui e rate da pagare pur di sopravvivere a se stesso e ai suoi limiti che sono evidenti perché  presuppone una crescita infinita in presenza di risorse limitate; il pianeta azzurro ha molte caratteristiche ma per certissimo non è infinito. Quindi pochissimi ricchissimi che hanno nelle loro mani la possibilità di realizzare il quasi impossibile proprio come è stato per i faraoni dell’Antico Egitto che fecero costruire le piramidi ai loro sudditi. Questi pochissimi sono anche felicissimi in virtù del fatto che questo è il mondo che essi plasmano per mezzo della loro volontà indirizzando le loro risorse finanziarie; personalmente credo che non sia sbagliato leggere tanta parte della pubblicità commerciale che fa vedere dei giovanotti palestrati e signorine bellissime, filiformi e seminude in ambienti per così dire “esclusivi” come una idealizzazione dei nuovi “faraoni” del nostro tempo, gli unici umani che son riusciti nell’impresa di creare il loro concretissimo paradiso sulla nera terra.  L’unico culto che deve spaventare oggi è quello tributato al potere del Dio-denaro unica divinità di tanta parte del mondo umano. L'umanità adorante questo Dio è sottomessa al qui e ora e ha perso la volontà di trascendere e di credere.

IANA per FuturoIeri




12 luglio 2010

Note sul tempo altro e sui giovani

 


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle loro discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




2 giugno 2010

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso



De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- quarto discorso

Ora mi trovo a dover ragionare della non esistenza della visione italiana intorno alla storia, e segnatamente alla propria storia patria. In realtà occorre far un triste commento sulla storia patria ossia che essa non esiste come realtà unitaria perché l’Italia non ha un potere civile e culturale in grado di unificare i diversi modi di concepire il passato e di dare ad esso un valore riconosciuto da tutte le parti politiche, anche perché in realtà gli italiani parlano in pubblico in un modo e in privato fanno considerazioni ben diverse. Ogni identità politica ha la sua interpretazione della storia patria, la sua domestica gloria e talvolta questa domestica gloria coincide con la memoria storica della famiglia del singolo italiano. Tante letture e visioni della storia quanti sono i soggetti politici di natura collettiva e privata e nessuna possibilità di dare un senso unitario alla propria storia, forse solo l’età della Pietra non suscita dibattito; ma non ne sono così sicuro. Oggi la politica si occupa della fase conclusiva della Seconda Guerra Mondiale o del Risorgimento per motivi integralmente legati alla polemica politica spicciola o per tenere sempre attivo una porzione di popolazione fortemente politicizzata che ha bisogno di ritrovare le ragioni antiche di un voto da dare. Lo straniero quando ci ha invaso ha sempre mostrato al nostro popolo difforme e confuso l’unità d’intenti e la giustificazione ideologica e morale della sua impresa militare e spesso l’unità di popolo che era dietro la sua impresa.  Non insisto per carità di Patria sulla vicenda della Seconda Guerra Mondiale mi limito a ricordare le guerre d’Italia fra Francia e Spagna nel periodo compreso fra il 1494 e il 1559, allora e anche dopo qualcuno tifava per la Spagna altri per la Francia, il motto che andava per la maggiore era “Franza o Spagna purchè se magna”. I Francesi combattevano e crepavano per il bottino, per la gloria e per il Regli spagnoli e i loro mercenari per il bottino, per la gloria e per l’imperatore Carlo V e poi per il suo successore. Gli Italiani combattevano per se stessi e per la propria famiglia intesa anche come patrimonio fosse essa una famiglia principesca, aristocratica, popolana, cittadina. Forse solo La Repubblica di Firenze e quella di Venezia ebbero in tanto sfacelo un po’ d’orgoglio combattendo potenze nemiche soverchianti e perdendo con un poco di decenza e dignità. Lo straniero è forte perché attacca per primo, è dominatore perché ha la potenza militare, è educatore perché sa quel che vuole e cosa imporre alle genti dissolute e disperse del Belpaese. Infatti gli spagnoli finirono con l’imporre il loro dominio e con il render forte e stabile la controriforma cattolica, il vincitore creò i suoi vinti e provò a ridefinirli secondo la sua volontà, l’opposizione dei nostri fu nascosta e a tratti vile, del resto son cose ovvie. Si tratta delle genti d’Italia e dopotutto senza una civiltà propria e senza  proprie forze sociali e politiche l’opposizione ai dominatori stranieri può prender forma solo nei propositi dei singoli o dei piccoli gruppi di eruditi.

IANA per FuturoIeri




7 maggio 2010

Il Giappone sarà salvato dall'invincibile capitano?




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De Reditu Suo - Terzo Libro

Il Giappone sarà salvato dall’invincibile Capitano?

La notizia è rimbalzata con una certa rapidità sulla rete, sembra certo che la TOEI spenderà una cifra considerevole, si parla di un progetto da dieci milioni di euro, per fare una nuova opera su Capitan Harlock e la sua Astronave da guerra Arcadia. Per non sbagliare il colpo assieme al nuovo Harlock verrà prodotto anche una riedizione di una serie di robot giganti del maestro del genere: il famoso Go Nagai.  Accoppiata di giganti quindi incaricata di dare una svolta tecnologica, l’uscita è prevista per il 2012, al sistema dell’animazione giapponese. Farò in questo breve scritto della dietrologia presuntuosa, ma ho la certezza di aver capito qualcosa di questa novità. L’opera su Harlock sarà in 3D e si capisce perché: la crisi ha picchiato duro in Giappone che era già in recessione dalla metà degli anni novanta e l’invincibile capitano potenziato dagli effetti speciali e dalla nuova tecnologia tridimensionale potrebbe far il miracolo di dar ossigeno almeno all’industria dei DVD e dell’animazione giapponese. Inoltre le multinazionali dell’intrattenimento degli Stati Uniti con Avatar hanno puntato sulle nuove tecnologie e il Giappone non può correre il rischio trovarsi con una del sue industrie di punta, ossia quella dell’intrattenimento e dei cartoni animati, priva di queste novità. Il Giappone in questi ultimi quindici anni è entrato in fase difficile dal punto di vista sociale ed economico, la recessione e la crisi hanno causato  molti suicidi al punto che le stesse autorità dell’Arcipelago si son preoccupate di quelle che nella nostra parte di mondo chiamiamo le condizioni psicologiche della popolazione. Riuscirà il capitano con il Jolly Roger disegnato sulla divisa a salvare almeno un pezzettino del Giappone di oggi, almeno un frammento del suo cinema d’animazione da questa rovinosa triplice crisi che spezza e piega l’economia, la dignità degli esseri umani e distrugge la pace. Se per una combinazione incredibile di eventi il personaggio irreale e finto immerso nel suo racconto fantascientifico sfonda  al botteghino e fa il piccolo miracolo, che in tanti segretamente si aspettano da lui, si dovrà ammettere che nella Terza Rivoluzione Industriale i confini fra il reale e l’irreale, fra materiale e immateriale si sono fusi in una sola linea dove è difficile distinguere. Ciò che è irreale oggi può condizionare il reale senza alcun bisogno, come avveniva nel remoto passato, d’essere un mito sacro o l’opera perfetta di un maestro della pittura o di un genio della letteratura o della poesia. Questo modello di civiltà sta disgregando il remoto passato perché propone una civiltà diversa non priva di pericoli e di rischi enormi. Questa nuova civiltà è intollerante del passato che non può piegare o addomesticare, cerca di piegare o di annientare le  forme di civiltà che fanno da ostacolo ai suoi propositi ambiziosi o contrastano i suoi eccessi: in una parola è la Terza Rivoluzione Industriale. Contro i deliri distruttivi e i limiti di sostenibilità ecologica e sociale di questo modello di sviluppo potentissimo e aggressivo ci vorrebbero vere Arcadia e veri Capitani con un solo occhio pronti a giocarsi vita e fortuna in un solo colpo pur di fermare la follia produttiva,omicida e distruttiva delle risorse naturali di questi decenni. Ma questa è roba per Dei e per Eroi e il modo umano è da troppo tempo privo di costoro, quindi i molti che vivono sula nera terra devono cercarli nel mito e nella fantasia e in mezzo agli eroi dei cartoni animati.    In fin dei conti il finto mito di Halock è venuto bene, son passati più di trent’anni e il suo essere eroe schierato  contro governanti corrotti e dissoluti e cittadini scellerati, cretini e imbelli e il suo salvare l’umanità e il pianeta azzurro dai nemici interni (esseri umani) ed esterni (alieni) è oggi attualissimo.  La morale è questa: L’eroe non esiste, la sua ombra sì.


                                                                                IANA per FuturoIeri





7 marzo 2010

Terza Rivoluzione Industriale e Belpaese

  De Reditu Suo - Secondo Libro

                             Terza Rivoluzione Industriale e Belpaese

 Le disperse genti del Belpaese sembrano vivere in un tempo altro, diverso e parallelo rispetto a questo presente, ai suoi conflitti, ai suoi giganteschi poteri imperiali e finanziari in contrasto. Si ragiona di cose del secolo scorso, di antiche origini di valori oggi perduti, di alcuni aspetti marginali della Seconda Guerra Mondiale, si cercano le fondamenta mitiche della Seconda Repubblica perché quelle vere sono indicibili o peggio troppo banali. La Prima Repubblica ha avuto come sua ragion d’essere di tutelare la proprietà privata dei ricchi e tener in piedi l’anticomunismo per contenere il bolscevismo ateo all’interno e all’esterno dei “sacri confini”; la seconda Repubblica che non ha il problema del comunismo si limita a difendere la proprietà privata dei ricchi. Il fatto che i più ricchi fra i ricchi siano culturalmente apolidi o stranieri non cambia di una virgola la vocazione della Seconda Repubblica. Il sistema esiste per tutelare i pochi, di fatto in questi anni si è cercato di far applicare il dettato Costituzionale solo in quelle parti che possono rafforzare un concetto generale di Stato liberale estraneo ai diritti sociali, il resto della Costituzione si lascia perlopiù a livello formale e come dichiarazione di principio. In questa Seconda Repubblica si è sempre ragionato di banche, di riservatezza, di dati personali specie se in relazione alle esigenze delle minoranze al potere, di destinare soldi pubblici alle scuole private e confessionali, di punire la microcriminalità, di controllare l’immigrazione con misure repressive, di bilancio dello Stato, di riformare la giustizia per garantire gli imputati ricchi e i loro satelliti, e ovviamente dei processi penali che interessano il cavalier Berlusconi. Si è parlato poco di diritti dei lavoratori, del senso delle nuove guerre, di dove vanno i denari delle tasse, della povertà crescente nel Belpaese, del consumo di cocaina presso quasi tutti i ceti, della natura intima dei nuovi poteri che stanno sostituendo i vecchi. Nei fatti ciò che è davvero politicamente rilevante coincide con ciò di cui si ragiona in televisione o presso le maggiori testate giornalistiche, ossia coincide con delle priorità che non coincidono con i problemi quotidiani delle migliaia di umani di ceto medio-basso che osservo quando prendo il bus o la tramvia, i grandi temi dominanti della politica nostrana sono argomenti che interessano ai ceti sociali che vivono di politica e alle minoranze di ricchi e di ricchissimi. Chi prova a presentare delle visioni davvero altre e diverse o dei problemi di carattere sociale di solito appartiene a un certo giornalismo di denuncia o a forze politiche d’opposizione o a realtà sociali costrette a un contrasto con l’ordine costituito; a tutto questo come nota di colore aggiungo l’impegno di taluni personaggi dello spettacolo, il più famoso dei quali è Beppe Grillo, che per la colpevole assenza della politica son quasi stati forzati a colmare un vuoto di rappresentanza e di manifestazione della protesta. Nel silenzio forzato dato dalle troppe voci di dissenso prive di tribune elettorali o televisive, o con limitato accesso alle nuove forme di comunicazione monta un senso di disagio e di disgusto che coinvolge milioni d’italiani. Dal momento che non basta nel Belpaese cambiare un governo o distruggere alcuni soggetti politici per vedere dei cambiamenti sostanziali nel modo di pensare la cosa pubblica e la gestione della cassa stimo che una mutazione decisa e profonda del costume politico potrà avvenire o con un lento processo interno di trasformazione o con un colpo di maglio esterno che rapidamente e brutalmente distrugga la società e l’ordine costituito. In entrambi i casi quanti hanno a cuore la possibile resurrezione del Belpaese devono incontrarsi, organizzarsi e associarsi adesso.

 IANA  per FuturoIeri




28 febbraio 2010

Bananìa e il futuro del mondo

 


 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                       Bananìa e il futuro del mondo

 Il Belpaese di Bananìa aveva rifondato la sua civiltà e le sue istituzioni al tempo della Terza Grande Spartizione del pianeta azzurro, la repubblica dei ladri e dei mafiosi era sparita, le armi chimiche e nucleari avevano annientato le ragioni stesse della sua esistenza assieme a gran parte degli umani che vivevano sul pianeta azzurro.  Sparite le caste sociali di privilegiati, gli sciami di parassiti sociali, di ladroni, di faccendieri, di prostitute di rango, di criminali adunati in associazioni e organizzazioni segrete rimase una massa informe di popoli smarriti e sfortunati che si diedero un re per regnare su di loro e un governo scelto per sorteggio per governarli. Il sorteggio trasformò la politica e in tempi difficili e di sopravvivenza operò un grande beneficio perché comportò l’eliminazione dei politici di professione  e ridusse di conseguenza la corruzione e la scissione delle genti in partiti rissosi e contrapposti per motivi di clientela o di profitto privato. La necessità e le dure prove del tempo post-apocalittico favorirono comportamenti virtuosi e solidali e la civiltà cominciò a ricostituirsi e con essa lo Stato di Bananìa che trovò la sua missione morale e civile a favore del consorzio umano. Gli Dei oscuri e molteplici ritrovata una via per risorgere alla vita dopo il tempo della loro disgrazia ripresero il loro posto nel mondo umano, essi guardarono con diffidenza a Bananìa ma l’importanza di ciò che si era salvato dal caos era  tale da suggerire un qualche accordo. Fu così che le genti diverse di Bananìa si trovarono ad esser pregate, dagli Dei che non adoravano, di soccorrere le disperse e infelici genti del pianeta azzurro con la loro arte e la loro scienza I tempi scellerati avevano deturpato ma non distrutto il patrimonio culturale della penisola e per questo il  nuovo ciclo della vita e della civiltà di Bananìa nonostante le gravi sciagure, aveva restaurato l’antica saggezza e la forza creativa.  La prima cosa che fu donata dalle genti di Bananìa al resto degli umani infelici furono i loro saperi di carattere artistico e tecnologico per onorare degnamente con opere gli edifici e gli spazi pubblici e le abitazioni. Il vivere e il lavorare in luoghi dignitosi e confortevoli alla vista migliorò le genti straniere che trovarono anche la forza di ringraziare con preghiere e sacrifici gli Dei molteplici per la buona cosa che avevano fatto. Il secondo  dono delle genti di Bananìa fu la loro letteratura che portò di nuovo alle genti tapine del pianeta azzurro il piacere di descrivere la propria esistenza e di pensarla diversa;  questo favorì la scienza e il pensiero e aiutò la tecnica a ricostruire se stessa. Il desiderio del bello e di una vita degna di esser vissuta portò poi grandi benefici anche ai molteplici Dei che compresero il vantaggio di esser onorati da popoli civilizzati.  Così l’umanità andò incontro a una nuova fase di crescita e prosperità che portò fatalmente a una nuova età di declino, di conflitto e di guerra. Tuttavia la saggezza delle genti di Bananìa restò come integro patrimonio di quanti amano la civiltà, il vivere sano e la dignità degli esseri umani.

 IANA  per FuturoIeri




25 febbraio 2010

La favole del Belpaese

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                              Le favole del Belpaese

 Il Belpaese sembra vivere sulla Luna, manca la consapevolezza d’essere un vaso di coccio fra vasi di ferro. In una situazione dove prendono forma nuove potenze imperiali e le vecchie declinano le genti d’Italia son turbate dallo squallore  dei comportamenti della propria sedicente classe dirigente quando viene beccata regalando lo spettacolo di una turba di magistrati indagati, di politici inquisiti, di imprenditori ai domiciliari, di amici degli amici in galera. Le favole  che cercano di nascondere il disastro di una Seconda Repubblica che non riesce a star sulle sue gambe  son tante. Quella che va per la maggiore  è che questo è un paese di ladri governato proprio da delinquenti che ripetono la natura della popolazione. A parte che per un ladro deve pur esserci un derubato e per un colpevole ci deve esser una vittima che ha subito il torto, mi chiedo: tutti, nessuno escluso?

Se così fosse il Belpaese sarebbe un massa informe di delinquenti, perfino i poppanti dovrebbero essere considerati dei criminali in formazione per il solo fatto di vivere qui e ora. Evidentemente non torna il ragionamento. L’altra favola afferma che abbiamo bisogno di minoranze al potere per essere governati, di privilegiati ricchi e isolati dalle masse di esseri umani che compongono la popolazione. Questo va bene quando si è governati da Re-sacerdoti o da principi che mantengono ed applicano una qualche sorta di diritto divino; in una Repubblica bene ordinata e collocata nella terza rivoluzione industriale l’unica aristocrazia possibile è quella che si manifesta nell’eccellenza professionale  e attraverso gli studi. Qui nel Belpaese il concetto di classe dirigente si collega alla ricchezza della famiglia di origine  e alle sue reti di relazioni sociali o talvolta alle relazioni, più o meno decenti, che il privato costruisce durante la sua vita. Si tratta di una forma d’aristocrazia scollegata da qualsiasi senso di servizio o di dovere verso lo Stato e ancor di più verso la popolazione nel suo complesso.    Si pensi agli scandali nei vari ambienti professionali e universitari documentati da decine di libri, inchieste giornalistiche  e dall’attività della magistratura nel corso degli ultimi quindici anni, e taccio sui politici di professione. L’evidenza è che non c’è nessuna aristocrazia di nessun tipo e quindi non è possibile la formazione di una classe dirigente formata da minoranze virtuose. Mi permetto inoltre di considerare che delle minoranze non virtuose dedite al loro esclusivo interesse con ogni mezzo e senza alcuna morale  prendono comunemente due definizioni: associazione a delinquere e comitato d’affari. A queste due favole, già piuttosto grossolane e mal costruite, s’aggiunge l’appello che ogni tanto risuona e chiama le disperse genti d’Italia a difendere la loro “Civiltà”.  Mi limito a questo: scrivo il mio  De Reditu Suo in questa forma proprio perché qui e ora non trovo la civiltà della gente mia. Non è bene scrivere altro, mi congedo per ora dai miei venticinque lettori.

IANA  per FuturoIeri




23 febbraio 2010

Sky Crawlers e la rappresentazione della guerra


De Reditu Suo - Secondo Libro

                       Sky Crawlers e la rappresentazione della guerra 

 Sky Crawlers (Sukai Kurora) è un lungometraggio d’animazione giapponese, lento, lungo 121 minuti, esteticamente impressionante e racconta una curiosissima storia di guerra. L’opera  stata presentata alla 65° mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il regista è Mamoru Oshii e il soggetto è di Hiroshi Mori. La Trama è quella di un conflitto globale gestito da multinazionali dell’industria bellica che impiegano dei cloni di ragazzini i “Kildren” per combattere con degli aerei  che sembrano ispirati a certi prototipi della Seconda Guerra Mondiale. La vita di questi disgraziati è la conseguenza di un esperimento dovuto agli appalti dell’industria bellica, essi vengono programmati con le memorie di altri combattenti deceduti e mandati sui veicoli a combattere un conflitto che è anche uno spettacolo televisivo. I combattenti in questione fanno parte di una multinazionale della guerra che lavora per un ipotetico Super-Stato Europeo. Quello che impressiona del lungometraggio è  come esso riprenda alcune evidenze oggi drammatiche di nuovi conflitti e li volga nel contesto di una visione estetica complessiva suggestiva. Oggi che il Belpaese è arrivato al nono anno di conflitto afgano con spese crescenti, votate spesso in modo bipartisan come risulta ai redattori di molti siti italiani sull’argomento, le nuove guerre pongono delle domande e costringono a delle riflessioni. In particolare c’è da chiedersi quale sia per il Belpaese, solito vaso di coccio fra vasi di ferro, il prezzo da pagare a queste nuove guerre in termini di denari che non prendono la via della spesa sociale. Le cifre che gli Stati nazionali spendono per l’impresa afgana sono cospicue e nello specifico italiano il sito PeaceReporter presenta dei dati piuttosto inquietanti   sull’aumento dei costi e le modalità Bipartisan del rifinanziamento delle missioni all’estero. Quello che colpisce di questa realtà concreta è il ruolo di spettatori paganti che hanno i cittadini comuni nella vicenda del conflitto afgano, esattamente il ruolo dei civili telespettatori che in Sky Crawlers guardano al televisore del pub la telecronaca dell’incursione aerea sui centri industriali del nemico.  Queste guerre nuove oltre a preparare una svolta nelle armi e negli equipaggiamenti, da anni si parla del soldato tecnologico, vedono la cittadinanza dei paesi “democratici” in una condizione sostanziale di spettatori di un dramma che si svolge altrove e  che essi pagano con i denari delle loro tasse che vanno a foraggiare le industrie militari e di servizi legati al fatto bellico e anche quella finanza internazionale che fa il suolucro sui conflitti.  Di fatto la guerra diventa un processo “democraticamente” incontrollabile essendo una faccenda pubblica per i costi finanziarie umani  e nello stesso tempo estremamente privata per quel che riguarda la gestione di alcune risorse militari, dei rifornimenti e della ricostruzione dei territori devastati dal conflitto. Su Youtube sono presenti numerosi video sul conflitto afgano, di fatto la guerra è forse l’evento  più inquietante e spettacolare della rete.

IANA  per FuturoIeri



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