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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 gennaio 2012

Uno scritto filosofico-sociale su questo tempo

Con la gentile concessione di Carlo Gambescia pubblico questo scritto filosofico di Stefano Boninsegni. Uno scritto che descrive la società odierna formata dai processi di terza rivoluzione industriale come una giungla popolata da esseri umani tendenzialmente soli con legami sociali ridotti o di natura mercantile.

http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2012/01/lamico-stefano-bonisegni-in-questo-bel.html

enerdì, gennaio 06, 2012



L' amico Stefano Boninsegni (*), nel bel post di oggi, ci ricorda due cose fondamentali: in primo luogo, che bisogna sempre distinguere tra necessaria difesa dell’individuo e sciocca celebrazione dell’individualismo;in secondo luogo, che l’individualismo come avversione verso l’esistenza di qualsiasi forma di società intermedia tra individuo e Stato, mina le radici stesse della socialità umana. Insomma, un “ripassino” niente male.
Buona lettura. (C.G.)
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Società senza socialità
di Stefano Boninsegni

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Secondo il “reazionario” Joseph de Maistre, l'attacco alla religione e l'individualismo dei Lumi avrebbero distrutto la socialità, che l'autore francese considerava sacra e proponeva di porla sotto comando divino (si veda S. Holmes, Anatomia dell'antiliberalismo, 1995 ). Al di là delle argomentazioni, spesso ingenue, usate da Joseph de Maistre, non vi è dubbio che oggi gli uomini vivono in società sempre più atomizzate, dove la socialità è un bene sempre più scarso.
Un musicista intervistato da Giordano Casiraghi nel suo Anni 70 (2005) afferma : “se negli anni 70 parlavi di politica in un ristorante, vi era la probabilità che quelli del tavolo accanto interferissero. Oggi sarebbe inconcepibile”
Manca cioè un clima di socialità che lo renda possibile. Significativamente, sempre di più le Amministrazioni locali sono impegnate nel recupero di antiche feste, sagre ecc. Lo scopo è il recupero delle identità culturali, ma più profondamente vi è l'intento di creare socialità.
Diversa la situazione nella passata società industriale. Essa ha generato, secondo le varie fasi, una pluralità di forme di socialità che hanno svolto la funzione di sostituire i legami della società agricola, arginando l'azione socialmente dissolvente del capitalismo. Il che non toglie che in essa si siano sviluppati fenomeni di solitudine metropolitana, sulla quale tanto si è scritto e riflettuto. L'alienazione capitalista ha progredito inesorabilmente per restituire l'attuale società, spesso definita come la società dell'estraneità reciproca
Diffuso, tuttavia, fra chi ne ha l'età, il rimpianto di quando nel quartiere ci si conosceva tutti, i negozi erano luogo di conversazione e conoscenza, in un clima di disponibilità reciproca. Se una famiglia nel periodo festivo, ad esempio, incontrava in un camping un' altra famiglia che abitava nello stesso quartiere, scattava una sorta di obbligo sociale di frequentarsi. In questo caso valeva un senso di appartenenza ad un territorio. Se un comunista si imbatteva in un altro comunista, la socializzazione era garantita dal senso di appartenenza ad un popolo altro (la diversità comunista) Per quanto riguarda poi, nello specifico, gli anni Settanta, al di là del duro scontro politico che li contrassegnò, rappresentarono un festival di socialità giovanile : a fianco del quartiere che resisteva come fonte di socialità, l'ampia minoranza di giovani che si rivoltò, recuperò le piazze come luogo di incontro e socializzazione. Vi erano piazze per militanti “puri”, nonché piazze per aspiranti freaks Per inciso, sarà da questa componente che scatterà un rifiuto di una militanza repressiva e saranno avanzate istanze tutt'altro che trascurabili all'interno del processo culturale che culminerà nell'individualismo del decennio successivo
Con questo, anticipando la nostre conclusioni, vogliamo sostenere che non vi è una vera socialità in mancanza di un senso di appartenenza.
Secondo Dahrendorf ( Il conflitto sociale nella modernità , 1992 ) ciò che ha garantito socialità e solidarietà nella passata società industriale, va ricercato nel conflitto di classe. Esso ha creato solidarietà profonde nel mondo del lavoro e, direttamente e indirettamente, ha ispirato grandi aggregazioni popolari, che paradossalmente hanno costituito quella coesione sociale necessaria al capitalismo.
Ma è proprio alla fine degli anni Settanta, distinti dalla fine del movimento operaio e dell'idea socialista, che rapidamente si passa da un'atmosfera solidarista ad una mentalità individualista. E' in questa fase che si teorizza la “fine delle ideologie”, espressione mistificante nella misura in cui una soltanto ne resta in posizione egemonica, ovvero quella liberale. Il “pensiero debole”, dalla sua, teorizza che con la fine dell'ultima metafisica, il marxismo, gli uomini sono liberati dall'ossessione di ingegnarsi ad elaborare utopie. Ma la “vera” teorica di questa transizione è la stessa Signora Thatcher: allieva di Ayn Rand, era solita sostenere che “ la società non esiste, ma solo gli individui”. Per inciso, l'individualismo di ritorno, di cui ella celebra i fasti, è in realtà un individualismo malato di narcisismo, edonismo, lontano dagli ideali della scrittrice russa.
In ogni caso, la mentalità individualista che si afferma dalla fine degli anni Settanta, dissolve ogni senso di appartenenza, e con questi, inesorabilmente e tangibilmente, la socialità, fino al punto di inquietare, come abbiamo visto, le stesse “istituzioni”, perché una società che perde la sua socialità è sempre sull'orlo dell'implosione.
Questo processo ha avuto varie interpretazioni. Pietro Barcellona, che ha studiato profondamente il legame sociale ha scritto : “Ciò che è cambiato non è facilmente coglibile astrattamente, e ci costringe ad affrontare il problema della rilevanza fondativa delle pratiche sociali.E' cambiata, infatti, anzitutto quella che si direbbe la Stimmung ; il senso comune, l'immaginario. La direzione di marcia, il senso della vita, ( appunto la Stimmung del tempo ) : il tempo in cui viviamo ha un altro “senso”. E' penetrata sempre più nel senso comune una “visione singolarizzata” della nostra vita. L'immagine con la quale strutturiamo il mondo non è più “espressiva” del rapporto con l'altro” ( L'individuo sociale ,1996 ).
Alain Laurent ha avanzato un' ipotesi interessante : anche se sul piano culturale ( nel senso lato del termine ) prevalevano visioni anti-individualiste, nella vita concreta gli individui progressivamente adottavano modelli consumisti e individualisti. Ad un certo punto esplode inevitabilmente la contraddizione ( Storia dell'individualismo,1994)
Marco Revelli, che ha definito il passaggio del solidarismo degli anni Settanta all'individualismo degli Ottanta come il passaggio dall'identità collettive all'individualismo del consumismo di massa, ha il merito di aver posto fortemente l'accento sull'erosione della socialità. In passato il docente piemontese ha intravisto nel Terzo settore un possibile veicolo di socialità. In realtà, rischio che lo stesso Revelli aveva preventivato, quest'ultimo si è ridotto alle cosiddette cooperative sociali, a cui gli enti pubblici appaltano varie funzioni a scopo di risparmio. Del resto - così teorizza Revelli - "la socialità bisogna volerla o non sarà" ( La sinistra sociale, 1997 )
Ma la socialità non si può volere. Essa, date certe condizioni, sgorga spontaneamente.
Gli uomini occidentali contemporanei, al momento, come ha spiegato Lasch, sono condannati ad un “io minimo”, schiacciato sulle proprie strategie difensive, in una società colta come una giungla. ( L'io minimo, 1985 ).
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Stefano Boninsegni
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(*) Storico delle idee sociali. Si è occupato di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario. Ha scritto saggi di argomento sociologico e filosofico sul movimento operaio, l’individualismo di massa e la crisi del legame sociale. Tra le sue opere ricordiamo in particolare New Economy (2003 ) e l'importante libro-intervista a Giano Accame e Costanzo Preve, Dove va la Destra? - Dove va la Sinistra? (2004), volumi pubblicati dalle Edizioni Settimo Sigillo.
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6 maggio 2009

Fra noi, in confidenza, parliamo di civiltà italiana...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fra noi, in confidenza, parliamo di civiltà italiana…

E’ un fatto. Esiste una civiltà giapponese che, anche se caduta da oltre dieci anni in un periodo di gravi difficoltà, esporta ai quattro angoli del mondo i suoi prodotti culturali e la sua cucina, c’è una civiltà russa e pure una cinese che oggi sperano di diventare egemoni nel pianeta visto che il grande impero statunitense sta cadendo in disgrazia. Perfino la Germania e la Francia e anche nel suo  piccolo l’Irlanda si danno il tono e l’importanza che compete a chi si propone come modello di vita e di cultura. Inoltre il fu Impero Inglese sfida il senso del ridicolo e si pone come il centro del mondo civile in virtù dell’enorme importanza della sua lingua a livello mondiale. Dov’è l’Italia?  L’Italia non c’è, ad oggi non è né Stato- che sarebbe comunque qualcosa – né civiltà.

La Repubblica si è sempre pensata in termini di partito politico, di fazione, di sudditanza a poteri stranieri o confessionali. A turno, e a seconda dei tempi e dei luoghi e dei ceti sociali d'appartenenza, la popolazione del Belpaese è stata comunista filo-sovietica, post-fascista e conservatrice, clericale e pseudo-democristiana, socialista senza socialismo, individualista senza la libertà di pensiero e senza la cultura, liberale senza saper nulla di cosa sia la liberal-democrazia, in alcune zone del Mezzogiorno, per un buon decennio almeno, è stata perfino monarchica in tempi di Repubblica. In breve il Belpaese in queste due Repubbliche è stato il palcoscenico di ogni rozzo travestimento, di ogni bizzarro trasformismo politico, di ogni scatenato individualismo, di ogni estensione di qualsiasi interesse particolare inquinante e tossico. Quindi non fu né civiltà, né Stato. Il nostro Stato si riduce infatti a una serie di elementi spesso mal funzionanti ereditati dalla Monarchia, dal fascismo, o creati nelle due Repubbliche per far finta di essere un popolo libero, tollerante e democratico. Pezzi, frammenti di Stato dunque.  Non un progetto unitario, non l’estensione della volontà democratica di un popolo libero, non l’atto creativo di genti diversissime che dopo l’esperienza della Resistenza e la Guerra Mondiale si danno un nuovo modo di vivere. La civiltà italiana non c’è, se c’è è invisibile sepolta da eccessivi particolarismi, dalla fede nei miracoli, dall’espressione di volontà di singoli, dalla presuntuosa ingerenza degli stranieri che dall’alto dei loro pulpiti ci giudicano, pretendono di dirci come vivere, come pensare, come vestire. Adesso che si delinea la decomposizione morale e civile di questa Seconda Repubblica è tempo che i buoni e i giusti pensino di nuovo a cosa potrà essere la civiltà italiana. La sofferenza attuale della scuola italiana concepita dalle caste al potere come una spesa sociale da tagliare rivela quanto inconsistente sia la dimensione della civiltà italiana presso i ceti privilegiati della penisola. I componenti delle sedicenti classi dirigenti  amano mandare i loro figli in costosi master o in università estere, si travestono da cosmopoliti, da statunitensi, e prima o poi li vedremo nei panni dei russi e dei cinesi. Non è possibile pensare alla ricostruzione della civiltà italiana ad opera di questi ceti sociali, se mai sarà verrà dalla rovina morale, patrimoniale e forse anche fisica delle minoranze che oggi dominano le genti della penisola. A che prezzo accadrà questo non so dire…sul serio non lo so.

IANA per FuturoIeri




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