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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


17 ottobre 2010

La recita a soggetto II

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Le Tavole delle colpe di Madduwatta
La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso. Io quando penso a questi ragazzi di oggi, a questi giovani mi chiedo cosa penseranno di noi; del disfacimento morale, materiale e civile che abbiamo ereditato dalla generazione dei padri e dei nonni e che lasciamo loro aggravata da ogni sorta di cosa strana e pazza. Non funzionava così prima.

Marco: Cosa hanno fatto per noi? E tu caro fratello che cosa hai fatto per loro? Contano i fatti e chi vive bene e per gli affari come noi lo sa. Concretamente del futuro di questi giovani, di questo Belpaese, di questa città, delle sue periferie cosa c’è se non la spazzatura civile e morale generosamente lasciata in eredità ai figli da parte dei padri e dei nonni. Io come la stragrande maggioranza di quelli che hanno posizione e un po’ di soldi Me Ne Frego. Non mi dire che è fascismo perché sai che non è così. Questo è il capitalismo! Esiste solo ed esclusivamente il singolo e i suoi diritti e tutto il resto è o ciò che crea profitto. Se non crea profitto è il niente e il niente non interessa. Quel che c’era prima dici. Balle! Era come oggi, anzi oggi c’è meno ipocrisia meno cattiveria, meno pugnalate al buio. Qui grazie agli stranieri e alle loro banche  tutto è semplice ci siamo noi che siamo i servi ricchi e il resto è merda sociale. Se non hai un protettore, l’elenco clienti, un amico direttore di banca, un socio occulto che fa politica non ci arrivi in alto; non conta la carta, la laurea, il master: qui conta chi conosci, coloro con i quali sei in credito e coloro con i quali sei in debito. Mi dispiace per questi ragazzi. Molti sono bravi non dico di no. Studiano, protestano, fanno volontariato, aiutano gli  anziani e altre idiozie del genere. Ma non capiscono la verità, il dato semplice e banale. Esiste solo il denaro che crea ogni vita e ogni vita salva o distrugge. Qui è peggio che altrove perché il merito non conta, non conta l’aderenza a dei valori condivisi,la razza o la Patria,  non conta il  carattere o la persona ma solo chi ti protegge e il suo  prezzo.

Francesco: Il prezzo! Dici una cosa vera. I soldi mi piacciono, ho fatto tante cose con i soldi. Viaggi, escort di lusso nei paesi dell’Est, alberghi fini, pasti da signore ho pagato io con le  carte della società, o del padrone quando lavoravo per lui. Ma tu sei una  cosa esagerata. Vedi solo ciò che ti assolve da ogni responsabilità. Gli altri sono sopra e sono più ricchi, comandano, dispongono, ordinano le regole e l’andamento degli affari e tutto diventa lecito, giusto, legittimo, giustificato. Perché il privato se vuol viver bene non può opporsi, non può dir di no al sistema, non può star fuori. Ma nello stesso tempo nessuno vuol start dentro rispondere di ciò che fa quando inquina, de localizza, sfrutta, agisce ai confini della legalità.  Allora ecco che la colpa è degli altri, di chi è sopra. La colpa può essere del banchiere che concede il prestito, della Banca Centrale Europea, dei burocrati di Bruxelles, dei cinesi, forse della Federal Reserve, perfino dei politici che ora contano meno della mafia. Mai personale, mai propria, mai nostra. Ecco io ci penso. Ogni tanto ci penso.

Marco: Che vuoi dire? Forse che sei diverso da me?  Esagero quando dico che è giusto fregarsene, che è giusto seguire ciò che esige il mercato, che è corretto andar dietro a chi controlla il mercato e decide per noi? Che responsabilità possiamo avere noi piccoli che di fatto siamo vincolati a soci ricchi o ai prestiti o peggio alle commesse di qualche grande azienda o di qualche grande catena di distribuzione? Nessuna. Assolutamente nessuna. Se Dio esiste ci deve assolvere nel giorno del giudizio: abbiamo eseguito ordini superiori.
 Ora  dimmi: che cosa hai fatto di diverso da tanti altri mediocri esecutori di ordini  quando andavi a giro con il campionario di certa gente che paga i lavoranti rumeni o albanesi una miseria, o quando hai gestito quella fabbrica di vestiario in Ucraina per certi soci padani, caro il mio fratello duro e puro.  L’Italia è davanti e contemporaneamente dentro una tempesta che si chiama esternalizzazione e in un terremoto che si chiama globalizzazione.

Francesco: Appunto. C’è quel che resta della globalizzazione e della de-industrializzazione in questo Belpaese, lo so e ci vivo sopra; proprio come te. Comunque in Ucraina lavoravo sulle calzature e sulla logistica. Proprio per questo ho fatto quel che ho fatto. Un altro avrebbe subito preso il mio posto e io starei peggio e i problemi non avrebbero avuto comunque una soluzione. Tutto il male dello sfruttamento laggiù nell’Europa dell’Est e della disoccupazione da noi sarebbe stato con o senza di me. Solo che capisco e son dispiaciuto, mi scarico la coscienza.

Marco:  Potrei dire pure io che son tanto dispiaciuto e addolorato, ma chi potrebbe mai credermi. Io mi prendo la responsabilità con me stesso; se tutto questo è una merda di sistema fatto di sfruttamento, corruzione, avidità, amore per la morte e l’abuso di potere io ne faccio parte.   Che cosa dovrebbero fare questi ragazzi di cui parli? Andare in un giro con oggetti ingombranti in qualche rivolta urbana per farsi sparare dalla polizia come a quel tipo a Genova nel 2001, scioperare quando i loro contratti sono a progetto o comunque a termine e la loro vicenda lavorativa si concluderà con una forma più o meno dolce licenziamento o come si dice oggi scadenza del contratto, non comprare più beni e servizi per mettere in crisi i poteri economici, sputare in faccia ai nonni e ai padri per i problemi irrisolti e le prospettive negative di crescita della società. Fare i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti religiosi in una società che crede solo ed esclusivamente nel denaro, nella notorietà nella pubblicità televisiva e nei consumi di lusso?

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso.

Marco: Non basta darsi una spruzzata di color politico rosso o nero per esser qualcosa o per fare affermazioni significative.   Non basta!  Se uno ama queste generazioni nuove o fa qualcosa per loro o fa come faccio io. Esisto solo io qui e ora davanti al mercato e alle sue leggi di ferro, il resto è niente e il niente non esiste.

Francesco: Vivi solo per te stesso, pensi sempre  alla tua azienda, ai tuoi assegni, all’amante, alla famiglia che hai sfasciato, all’elenco clienti, alla mercedes della società da cambiare ogni due anni. Chiama  poi le cose con il loro nome, le aziende per le quali lavori de localizzano il lavoro come le altre e più delle altre se possibile. Non sei diverso perché ti piace ma perché sei qui e ora.

Marco: Siamo servi del denaro e di chi lo controlla e in questo privilegiati.


Nella stanza cala il silenzio. I due si studiano e si accomodano nell’unico divano nel corridoio, prima Francesco e poi Marco. Marco estrae un paio di monete dai pantaloni.


Marco: Questo parlare mi ha messo sete, ti va un caffè, ho un paio di pezzi da cinquanta per questo schifo del distributore automatico bastano. La macchina a monete del Vince!
Francesco: Saranno tre anni che non mi offri il caffè, ci sto! Vorrà dire che staremo in piedi tutta la notte ad aspettare. Aspetteremo con gli occhi sbarrati dalla caffeina il nostro sciagurato nipotino.

Marco mette le monete nel distributore, lo fa con studiata lentezza, quasi per assaporare un qualcosa di famiglia nell’aria.


Marco: Quanto zucchero fratello?




10 gennaio 2010

L'Italia del qui e ora

De Reditu Suo

L’Italia del qui e ora

Il Belpaese è generoso con quanti pensano male di lui, non passa giorno senza che  nuovi argomenti s’aggiungano al cumulo impietoso delle cose e delle vicende censurabili e meschine.

In questo umido e triste mese di gennaio 2010 la vicenda meridionale di una rivolta spontanea di braccianti di colore, sfruttati e vittime della violenza della criminalità organizzata ha reso manifesta l’inconsistenza di questa cosa detta Seconda Repubblica, perfino i poveri tra i poveri possono svergognare l’ordine costituito e impaurire la popolazione di un territorio. La vicenda mi porta a riflettere sulla debolezza della società e del potere politico in Italia. Quello presente in Italia oggi non è un potere ma la sua caricatura, la sua immagine deforme e infelice. I veri poteri sono oggi finanziari ed economici, la forza del denaro può intervenire sui consumi, sui processi decisionali degli esecutivi, sullo sviluppo di un territorio, cambiare l’esito delle elezioni attraverso l’immissione di milioni nelle casse di quello o di quell’altro partito, de-localizzare imprese lasciando interi paesi e talvolta le nazioni senza uno sviluppo occupazionale e industriale. I poteri politici e le forze più o meno spontanee che si  sviluppano fra la cittadinanza arrivano dopo i processi decisionali della finanza e dei nuovi padroni del vapore, giocano, per così dire in difesa, gli altri possono scegliere quando attaccare, come e con quali mezzi e nel caso possono perfino decidere se è opportuno per loro organizzare una difesa. Questo vale per la privatizzazione dei servizi pubblici, dell’acqua, dei telefoni, delle ferrovie, per i rincari delle bollette, per le decisioni che vedono il potere finanziario in stretta relazione con il potere degli esecutivi o con fenomeni di carattere sociale. Il potere politico si è fatto piccolo, la società civile gioca in difesa e le generazioni anagraficamente più giovani sono prive di vere difese contro i modelli sociali e comportamentali veicolati dalla pubblicità commerciale. Per una parte della gioventù l’equivalente della piazza dei nonni e dei padri è internet più il centro commerciale. La rotta di quella che un tempo era la società civile e delle organizzazioni politiche dalla vita degli umani nei paesi industrializzati e in Italia ha creato le condizioni perché i poteri finanziari prendessero delle iniziative volte a ridefinire gli assetti sociali e quindi politici per una loro eterogenea volontà mediando poco o nulla con gli altri soggetti. Senza limiti e senza freni l’imperizia, talvolta criminale, della politica nostrana e l’egoismo sociale dei pochi e dei ceti privilegiati ha formato questa cosa deforme e brutta che è l’Italia di oggi che regala al mondo la scena di una rivolta disorganizzata e spontanea degli sfruttati di colore i quali vengono tratti in salvo dalle forze dell’ordine per evitare altri disordini, ferimenti e pestaggi. Non posso che auspicare che arrivi la fine per questo modello di produzione e consumo e l’abiura collettiva sopra questi anni scellerati e pazzi perché è giusto così.

IANA per FuturoIeri




18 maggio 2009

Costituzione! Se ci sei batti un colpo!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Costituzione! Se ci sei batti un colpo!

Quando si osserva dalla cima di una collina una città medio-grande del Belpaese subito si osservano le diverse stratificazioni delle epoche passate. Spesso ruderi almeno greci o romani si accompagnano ad edifici medioevali i quali convivono a poca distanza da palazzi barocchi o rinascimentali, poi viali neoclassici, edifici in stile Liberty o eclettici, infine il razionalismo fascista con i suoi edifici pubblici. Se si allarga il capo visivo si vede una cintura di condomini, di fabbriche, di capannoni, di centri commerciali all’americana o alla francese che pare circondare il centro della città in esame. Quella è la Repubblica che circonda con una massa imponente e deforme di cose costruite tutto il tempo che è venuto prima di lei. La Repubblica non ha un volto ma ha un suo segno è tanta ed è deforme come se ogni eccitazione, ogni abuso, ogni eccesso avesse con lei preso finalmente forma e fosse fuoriuscito dalle viscere di questa penisola avvolgendola e imponendo la sua presenza. Cosa rimane della Repubblica a parte i decenni perduti e questa fisicità edilizia? Non molto: i valori e i partiti su cui si fondava si sono dissolti, oggi è come sospesa fra cielo e terra, fra ceti sociali che vivono di politica troppo rissosi e incapaci per buttare a mare la Costituzione e difensori occasionali, interessati o deboli, di qualcosa che era vivo nel passato e oggi è morto. Le avventure militari in cui le genti del Belpaese sono state coinvolte, la precarizzazione violenta del lavoro, l’egemonia di un modello unico di pensiero consumista, improntato ad un palese darwinismo sociale e genericamente liberaldemocratico, il venire meno dei valori che per anni avevano qualificato l’essere italiani ha seppellito il senso di quella Carta Costituzionale. Rimane lo scritto Costituzionale formalmente, più o meno, così come era in un tempo remoto ma in un contesto umano e civile estraneo al senso profondo dei valori che rappresenta. Tre decenni di pubblicità consumista spinta, di esaltazione di VIP veri e presunti, di inviti a far soldi in qualunque modo, di trasformazioni radicali nei nomi e nei simboli di vecchi partiti hanno distrutto l’Italia di sessant’anni fa. Faccio un solo esempio: La Repubblica è fondata sul lavoro. Quale lavoro? Quello precario, a contratto a termine, quello dei giovani apprendisti, di quelli che fanno gli stage, degli immigrati col permesso di soggiorno, o di degli extracomunitari senza permesso di soggiorno, dell’imprenditore cinese a Prato, o del dirigente italiano che ha venduto per tempo anche i muri del capannone e trasferito l’impresa in Romania o in Asia, o del tale che lavora in nero o per la criminalità organizzata. Non si può difendere dei principi che stanno fra cielo e terra. O questa Costituzione riesce a diventare una cosa concreta e non un terreno di sterile esercizio retorico per gli iniziati al gergo politico-giuridico oppure sarà dimenticata dalle stessi genti che dovrebbe indirizzare.

Se qualcuno vuol davvero applicare il dettato inizi dai diritti sociali e dell’uomo là nel solenne testo garantiti, cerchi consenso, convinca la popolazione che vota. Chissà, magari la Costituzione potrebbe battere un colpo sulla cassa e capire che è viva.

IANA per FuturoIeri




26 maggio 2008

PER IL RISCATTO DELL’AFRICA CI VORREBBE UN CHE GUEVARA NERO

Se fino a ieri eravamo inconsapevoli, da oggi siamo tutti un po’ mascalzoni. Iersera la trasmissione Report, in onda ogni Domenica alle 21,30 su Rai Tre (la miglior trasmissione giornalistica assieme ad Annozero), ha proposto un’inchiesta sul coltan. Qualcuno dirà: e cos’è? Il coltan è un minerale estratto in Congo, nel cuore dell’Africa. Ripeterà: embè? Dal coltan viene ricavato un materiale speciale che è impiegato dalle industrie occidentali e asiatiche come componente essenziale di telefonini e computer. Esattamente come quelli nuovi, appena cambiati, che stiamo usando adesso o che abbiamo, ultimo modello, in tasca. Immaginate che adesso il vostro schermo iniziasse a lacrimare, o il vostro cellulare invece della nuova suoneria che avete impostato iniziasse a gemere.

Potrebbero farlo, se avete visto la puntata di Report. Infatti per estrarre questo coltan, sono impiegati giovanissimi congolesi che rischiano ogni giorno la vita – sì, proprio mentre noi sediamo beati sulle nostre sedie regolabili –, non solo in anguste profondità della roccia ma anche per fare 80 chilometri in due giorni con sacchi da 50 chili sulla testa o sulle spalle, per 25 Dollari!

Quanta vita potranno avere facendo quella vita da schiavi moderni, quanto conosceranno mai di ciò che faticosamente stanno trasportando. Sopra di loro, oltre al peso immane, ci sono trafficanti criminali, governanti corrotti e multinazionali spregiudicate.

Ma noi non lo sappiamo. E, forse, da stamani, faremo pure finta di non saperlo. Un po’ infami pure noi.

Stiamo rubando l’anima ad un continente stupendo come l’africa. Pacifico fintanto che non l’abbiamo traviato col denaro/demonio. In sintonia con la natura, con la terra e con tutte le forme viventi finché non abbiamo iniziato a colonizzarlo, a destrutturarlo, prima per rubargli le migliori braccia, adesso per rubargli anche le migliori risorse. Lasciandogli qualche vergognosa briciola e soprattutto seminando la pianta malefica del dissidio e della discordia. Per cui oggi, da essere il luogo storicamente più tranquillo della terra è diventato un continente polveriera, con infiniti conflitti, tribali, etnici, religiosi e politici. Ruanda docet.

L’Onu sta a guardare, magari oliato a dovere, i Paesi europei, americani e asiatici, sedi delle multinazionali che quotidianamente depredano l’Africa, tacciono, le industrie lucrano ribassando i costi e non interrogandosi su cosa c’è dietro quei ribassi, noi cerchiamo negli ipermercati le offerte stracciate. E così in Africa si invecchia a vent’anni e, se va bene, si muore a trenta...

Basta. Basta. Quando la smetteremo di fare i colonialisti? Quando la smetteremo di fare gli avidi ma ipocriti predoni in casa altrui, salvo poi metterci a posto la coscienza con un po’ di pelosa carità?

In attesa che nasca e si affermi, speriamo il prima possibile, un Che Guevara africano, iniziamo noi a chiedere scusa e ritirare tutte le attività straniere dall’Africa, facendo loro filare la propria storia. Augurandogli che possa tornare ad essere una storia di pace, solidarietà, fratellanza e naturale ricchezza. Com’era prima, appunto, che gli rubassimo l’anima.

 

http://www.thepetitionsite.com/1/petizione-sulluranio-impoverito-la-paura-e-i-pericoli 



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