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23 novembre 2011

Le tavole delle Colpe di Madduwatta: Dominati e dominanti nel Belpaese

 




Una storia antica si ripete, il padrone straniero batte un colpo e il Belpaese risponde,talvolta a modo suo. Il 2 maggio 1945 le forze armate della Wermacht che Hitler aveva  collocato nella Penisola si arresero alle forze armate alleate, inizia sotto il presidente statunitense Truman  la pagina dell'Italia  colonia culturale, economica, morale e civile degli Stati Uniti; e tanto per non sbagliare di lì a breve portaerei di terra per gli aerei da guerra a stelle e strisce sul mediterraneo infestato da terroristi e agenti comunisti.  Le forze che si opponevano a questo erano le solite forze d'opposizione italiane ossia divise su tutto e settarie e  destinate a restare sempre fuori dalle stanze che contano e dove si decide qualcosa. In particolare i Comunisti italiani erano la principale opposizione all'egemonia statunitense sulla penisola e avevano un peso politico e sociale ma mai sono andati al potere con le bandiere rosse al vento e  le insegne della falce e martello stampate sopra. Alcuni ex comunisti pentiti dopo mezzo secolo  e sotto le insegne di un riformismo laburista in salsa italiana e con un ex democristiano come premier il professor Prodi sono arrivati a prendere alcuni ministeri. Fine. Per il resto si tratta di una storia antica già nota tante volte scritta; il presidente Truman si aggiunge alla lunga schiera di dominatori e padroni forestieri quali Teodorico, Alboino, Carlo Magno, l'Imperatore Barbarossa, Federico II, Francesco I, Carlo V, Napoleone, Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II. Tutti questi personaggi sono fondatori di periodi più o meno intensi di dominio straniero sulle terre e i beni delle genti difformi della Penisola, il Savoia non si salva dalla lista sommaria qui esposta perchè la Repubblica ha abiurato con la sua fondazione il passato monarchico e autoritario del fu Regno d'Italia. Quindi anche quel periodo diventa per forza di cose dominio straniero. Oggi il dominio Statunitense in Italia è in crisi e a mio avviso il presidente del consiglio appena deposto dal parlamento italiano  ha pagato questo passaggio, o forse dovrei scrivere per  questo cambiamento di pagina.  Per far capire cosa intendo osservo che il mito americano si va dissolvendo, gli anni dove si poteva fare un manifesto politico ricopiandolo dalla pubblicità commerciale sono morti, sono morti anche gli anni ottanta del denaro facile del mito reganiano in politica, del neo liberismo rimane solo l'incubo della povertà per milioni di piccoli borghesi e l'arrocco dei privilegi e delle impunità da parte di piccolissime minoranze di miliardari e di superburocrati. Piccole minoranze di straricchi disposti a tutto pur di comprarsi politica e nazioni al riparo dallo strapotere delle multinazionali e dei diversi complessi militar-industriali legati alle potenze imperiali. Il mito umano e metafisico di Berlusconi apparteneva a una parte del Belpaese che credeva in una versione ridotta e stracciona del sogno made in USA, per milioni di elettori era il fondatore di una dinastia imprenditoriale  e politica che ricordava la telenovela di Dallas, la serie con il mitico e cattivissimo J.R. Il cavalier nero era per milioni di elettori l'uomo milanese che aveva creato da sè una grande dinastia familiare proprio come quelle delle telenovele made in USA. Quest'uomo  anche per i suoi scandali sessuali, giudiziari, politici, privati, per milioni d'italiani fu d'esempio e occasione d'invidia e di approvazione aperta o tacita.   Il potentissimo Berlusconi era la biografia di tanta parte del Belpaese; e questo prima di venir eletto. Quel tempo è finito e frequentemente sulla rete o in televisione si sente il rombo degli aerei da bombardamento della NATO e statunitensi nel Mediterraneo e nel lontano oriente. Infatti le prime mosse del cosidetto governo tecnico sono superpolitiche e di allineamento  alla politica estera di Stati Uniti e ex Impero Inglese guarda caso proprio sull'Iran paese che fa buoni affari con cinesi e russi e perfino con gli italiani e che è messo sotto pressione e minacciato di aggressione militare da  parte di Israele, USA e da ciò che resta del fu Impero Inglese. Solitamente Berlusconi aveva buoni rapporti con i leader russi e cinesi, a mio avviso questo era un motivo in più per tanti partigiani e tifosi  della causa statunitense in Italia  per invitarlo a lasciare la Presidenza del Consiglio.  Il tempo di Berlusconi è finito quando sono morti per milioni d'italiani i suoi sogni propagandistici da pubblicità commerciale e il suo mito americano di quarta mano. Spero che la sua uscita si porti dietro chi ha creduto in queste cose pessime e funeste, aggiungo che se ci sarà un Italia sarà fondata sull'ennesima abiura dei popoli della Penisola verso un passato ritenuto indecoroso, quel passato è questo presente.

IANA
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva)
http://it.wikipedia.org/wiki/Larry_Hagman
http://www.lettera43.it/attualita/32040/la-russia-inaccettabili-le-sanzioni-usa-all-iran.htm
http://www.notiziarioitaliano.it/index.php/mondo/82706-programma-nucleare-sanzioni-all-iran
http://anpi-lissone.over-blog.com/article-19147943.html
http://www.iran.it/




23 novembre 2011

Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra

Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi  le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle  popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri  amorali e masse di elettori corruttibili  e cattivi  desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo  della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.



 L’eredità della guerra  a Firenze

 

Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso dall’odio e dalla violenza.

La propaganda di guerra[1] aveva portato nel discorso pubblico e politico  le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario politico  e il disprezzo dei miti e simboli altrui.  

Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal conflitto mondiale.  Era un universo fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto.  Le forze di sinistra indicarono senza appello le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con la guerra.  Il 5 dicembre 1918 le associazioni e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre scrissero di questo incidente nella cronaca,  affermando che i manifestanti furono fermati da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti[2] erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a “tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”, la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che “deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei “nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in piedi![3]” Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni Jaures…”[4].

Questo avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle dimissioni della giunta Serragli[5], colpevole di malversazioni nella gestione di

 

stoffe, destinate ad essere poste in vendita per calmierare  i prezzi nel contesto della politica annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.

Le commemorazioni funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.

 “La Difesa”, per sottolineare  la propria identità politica opposta e diversa rispetto a quella borghese,  non esitò  nell’appello[6]  del 14  dicembre a scrivere  a proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.

Il blocco politico[7] che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione comunale. La primavera-estate del 1919  Firenze vide la nascita di organismi e associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo scatenamento di tumulti annonari[8] causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a Firenze, superiore alla media nazionale.

            In questo contesto[9] il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei Combattenti.  I fascisti agirono in modo da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra le ragioni addotte tra le parti”[10].

Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che era tempo di rispondere con la forza.  La violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti.  Le esequie del commissario furono celebrate in forma solenne con la partecipazione delle autorità.

Anche le altre due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,[11] decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate. Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.

Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso.  Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista, che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai fascisti e subito dopo disperso[12]  dalla forza pubblica.

Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli avversari.  Fu facile, per le componenti politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine al loro schieramento; furono organizzati  funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.

L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo[13], nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie cittadine.

Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza nella città.  Il 27 febbraio 1921 la bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.

L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della causa fascista  è stata una evidente strumentalizzazione.

Si scatenò la caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini[14] sul lavoro e lo uccise.

Il sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.

Questa violenza scatenò una guerriglia urbana[15] che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati dai fascisti. Il 28 febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti, si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.

L’attacco militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più esaltato  dal regime che gli dedicò addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un delitto di folla.  Il Berta transitava in bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto. Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.

La sera fu ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1 marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino, che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con quindici attaccanti cercò di sgombrare  la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce,  a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.

“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione – Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.  In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la cessazione dello sciopero”.

Il giorno successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”. Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare alla conquista del Comune.

Il  giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì in edicola con un editoriale[16] che

addossava tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.

I due quotidiani conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per descrivere la situazione,  in un certo senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.

 La lotta per il controllo di Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri. A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a questo proposito “L’Avanti” affermò  che ormai “La stampa dipende dai pescecani”[17] e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.

L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500 arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.

Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di costruzione di identità e di scontro.

In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il corteo.  Il 7 dicembre del 1921 fu invece il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di classe[18] verso il defunto.

I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale, un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di carattere politico.

L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la cittadinanza.

Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli[19] trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono insegnanti e gli alunni delle elementari[20]. I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono romanamente.

Il 24 ottobre furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti[21], mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie nere assieme inaugurarono un monumento[22], peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921.  Il 2 novembre un gruppo di cittadini evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i carabinieri[23] per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per l’esibizione del suo ritratto funebre.

Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle salme dei caduti dai cimiteri di guerra  e delle loro onoranze funebri,  una questione questa  rimasta  irrisolta subito dopo la fine della guerra.


 



[1] L’esperienza di guerra e la propaganda avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico. “…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi” siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo siamo noi”. Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97. 

 

[2] La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione.  Tra i “quattro gatti” che provocarono gli incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53.  In generale sulla storia del canto politico in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari, 2005

 

[3] “Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918

 

[4] Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918

 

[5] Lo scandalo aveva per oggetto il costo spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta.  Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e p.112.

 

[6] Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919 “La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine  nell’aprile del 1919 ad affermare che il patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.

 

[7] Sul determinante sostegno del quotidiano “La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.

 

[8] Sui tumulti annonari nella città di Firenze cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, I tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki, Firenze, 2001

[9]  “Alle elezioni del 1919 il successo socialista è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e 92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti” spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, cit.

 

[10] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 1986, p. 402.

 

[11] Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione parteciparono circa 50.000 persone.  Lo scrittore Vannucci  racconta che si trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti.  Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114 - 115.    Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.

 

[12] Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.

 

[13] Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.

 

[14] Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze 1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era un  impiegato delle Ferrovie e segretario del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo di direttore del giornale “La Difesa”.   Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 – 29.

 

[15] Per quel che riguardala ricostruzione dei fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993,  Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.

 

[16]  “Il Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il 2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa.  La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.

 

[17] “L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei giornali borghesi i complici degli assassini.  Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra.  Subito dopo i fatti violenti, una volta riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle Officine Galileo.

 

[18]  “La Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.

 

[19] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 24 ottobre 1924.

 

[20]  Le cerimonie in ricordo dei maestri caduti furono due, la prima per il ritorno delle salme il 17 gennaio 1924 e l’altra per il monumento-ara del 23 ottobre 1924. Cfr. Dino Barzotti, Ubaldo Bifoli, Carlo Donnini, Maestri delle scuole elementari di Firenze,  Giuntina, Firenze , 1925.

 

[21] Cfr. “La Nazione”,  24 e 25 ottobre 1924

 

[22] Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924

 

[23] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 515

 




22 settembre 2011

I molti chiedono di non capire e di non sapere





Via dal paese dei ciarlatani


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Terzo Libro

I molti chiedono di non capire e di non sapere

Devo scrivere qualcosa sulle grandi tragedie di questi ultimi anni e come le ha recepite  la maggior parte degli italiani che non sono l’amabile minoranza che cerca le informazioni rete, che fa attività sociali, che crede in valori spirituali e morali aldilà del proprio tempo, che s’impegna in uno sciopero, che fa volontariato politico in modo disinteressato. Tutto ciò che non turba la vita quotidiana nel senso più stretto, meschino, egoistico  e squallido non esiste e se esiste l’urlo dei molti è uno e uno solo: ME NE FREGO! Cosa volete che interessi al comune italiano se il deserto che avanza nel mondo crea milioni di profughi? Se il sistema capitalista  in crisi perché a trovato i suoi limiti di risorse? Se i problemi globali sono aggravati dall’emergere di nuove potenze imperiali che contrastano il sistema di dominio e controllo Anglo-Americano? Se, come alcuni affermano, è stato raggiunto il picco del petrolio? Se nel mondo  lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili sconta un ritardo rispetto all’urgenza dei tempi? Se la guerra è diventata parte del sistema di produzione e consumo dei paesi industrializzati? Nulla! La maggior parte delle genti d’Italia è anziana e sa di avere un tempo di vita limitato, il suo mondo è solo ed esclusivamente se stesso e i piaceri immediati, il futuro lontano non esiste, non ci guadagnano, non ci lucrano sopra, i guasti gravissimi che maturano adesso saranno forse cose con cui dovranno rompersi il cranio figli e nipoti; come dire C***I loro!

 L’unica risposta di cui sono capaci consiste in un invito ora violento e fascistico ora cortese e borghese simil-giolittiano a lasciarli in pace: non vogliono capire, non vogliono sapere. Vogliono ciò che gli è utile per vivere, qui e ora. Il resto non esiste, non è mai esistito, non potrà mai esistere. Da tempo medito che la grande corruzione nei partiti della Prima Repubblica non sia stata tollerata ma semmai incentivata ed esaltata da generazioni d’italiani per le quali ogni richiamo al dovere o alla collettività o alla Patria suonava fascista, idiota, demenziale. Il fondo egoistico e suicida ai fini della continuazione di una Nazione italiana portato avanti da intere generazioni d’italiani è ben registrato da certi film di Alberto Sordi, di Paolo Villaggio, perfino di Totò. La  necessità di sopravvivere alla propria meschinità e di strappare all’avidità e alla cattiveria del mondo una ragione di vita o un qualche espediente  per far fortuna è ben registrata da tanti personaggi grotteschi e comici interpretati da questi grandi del cinema. Quel piccolo egoismo da commedia è in realtà il grande dramma storico di una massa di italiani che non si sono mai identificati con il loro paese, con interessi nazionali, con minoranze al potere che li rappresentavano, infatti nel loro maniacale egoismo milioni d’italiani avevano capito  che con certe classi dirigenti monarchiche, fasciste, della partitocrazia cose come Bene Comune, Patria, Interesse Nazionale sono parole vuote e integralmente false. Come si fa a credere che i fatti della cronaca siano in grado di smentire questa natura disfattista e lucidamente analitica. I molti che se ne fregano non sono né stupidi, né pazzi, né anarchici , né fascisti; costoro nella maggior parte dei casi  sanno che non esiste rimedio perché non ci sono infermieri sociali o medici politici al capezzale del Belpaese agonizzante per colpa di speculazioni finanziarie mondiali, dell’incapacità delle nostrane minoranze al potere di gestire anche l’ordinario e dei troppi  interessi militari stranieri. Allora fatto quel minimo che serve, assolta la propria coscienza con qualche gesto simbolico, creato un piccolo alibi nel caso la barca della Repubblica affondi per propria colpa fanno i loro comodi, tirano a campare, si presentano al lavoro,ritirano la pensione, se gli conviene alimentano il sistema del clientelismo e dell’economia in nero oppure no. Parte del pensiero di milioni d’italiani non è razionale ma di natura magica e fa quindi strane associazioni e dissociazioni fra i diversi fatti della realtà e combina desideri, favole, illusioni pubblicitarie, fantasie televisive e realtà con un a certa disinvoltura; ma una cosa è certa che quel che questi milioni non sanno o non capiscono quando è ostile e si avvicina al portafoglio lo percepiscono subito. Quindi non né solo un problema di non sapere, di non capire o di televisione cattiva maestra. Tanta parte delle genti del Belpaese hanno scelto di fingere di non sapere e di non capire per vivere in un mondo d’illusioni televisive, notizie senza conferma, illusioni della pubblicità e della propaganda di guerra. In molti casi non è ignoranza ma una scelta e credo a questo punto sostanzialmente consapevole solo apparentemente viziata o inconscia. Del resto se pochi fra gli abitanti del Belpaese fanno il  “bene” gli altri cosa hanno scelto di fare?

IANA per FuturoIeri





22 settembre 2011

Caste al potere, caste illegittime



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Terzo Libro

Caste al potere, caste illegittime

 

Questa globalizzazione è data, creata e voluta da poteri oligarchici composti da poche famiglie di miliardari perlopiù WASP che usano il proprio controllo del potere politico e del complesso militar-industriale made in USA e dei loro alleati per finalità proprie di profitto e di dominio. La questione vera della prossima decrescita non è quanti posti di lavoro verranno creati in Asia, quanti milioni di nuovi consumatori cinesi e indiani, quante centinaia di migliaia di specialisti, quadri, ingegneri sforneranno le università asiatiche e brasiliane, il vero problema è quale casta di ricchissimi avrà in mano il controllo di masse di centinaia di milioni di esseri umani che producono, consumano, si divertono, spendono, talvolta votano nei paesi industrializzati vecchi e nuovi. Certo che i CEO delle multinazionali se si fanno da parte e arrivano un cinesi o brasiliani  a dirigere  che costano la metà il profitto della multinazionale sale, ma loro sono lì apposta per mantenere  il posto e per loro preciso interesse privato; quindi pace al profitto che costa un proprio sacrificio e al contrario meglio delocalizzare la produzione che rischiare il proprio comando e controllo. Oggi il pericolo di nuove guerre è dato non da differenze ideologiche ma dal determinare quali caste di ricchissimi e di privilegiati con le loro quote azionarie e i loro patrimoni controlla la politica, l'economia, e la vita sociale di interi stati. Il problema non è il colore della bandiera dei soldati che uccidono, rubano, torturano, ammazzano innocenti ma la contrario chi controllerà l’appalto per i carri armati, i bombardieri, gli elicotteri e i rifornimenti di munizioni e viveri e quale società privata vincerà l’appalto, quali banche controlleranno le aziende minerarie dei popoli vinti, quali finanziarie stabiliranno il prezzo del petrolio che gli sconfitti dovranno offrire a forza sul mercato e infine con quali mediatori politici e con quali  faccendieri partiranno i progetti per la ricostruzione dei paesi distrutti dai bombardamenti. Il denaro creato dal sistema di banca centrale in USA, UK  Europa prolifera con la guerra  si fortifica attraverso essa trasformando attraverso la propaganda di guerra le critiche al sistema affaristico e bancario che lucra sulla guerra   e  le perplessità su un simile modo di vivere  e fare economia elementi di contestazione, di disfattismo, di simpatia con il nemico quale che sia. Il  motore della guerra aldilà di banalità retoriche e stramberie idealistiche è l'esercizio da parte di una  minoranza al potere di un dominio padronale e dispotico su milioni di esseri umani che vanno sottomessi o condizionati con le buone o con le cattive maniere. La libertà relativa che esiste in questa parte di mondo umano mi consente di delineare questo paesaggio del potere umano dove regnano nascoste  pulsioni inconsce egoistiche, sadiche e avide; il possesso dell'uomo, dei frutti del suo lavoro, e della natura intesa come risorse è ciò che è dietro il conflitto e la guerra fatta a colpi di speculazione borsistica e di spedizioni militari. La volontà di potenza e di dominio delle minoranze al potere che si riuniscono in gruppi e conciliaboli di potentissimi nasconde questo tipo di pulsioni, i fatti della cronaca quotidiana mi hanno persuaso. Devo dire che mi ha impressionato anche la cronaca scabrosa quando per qualche scandalo a sfondo sessuale i potenti del mondo vengono messi in ridicolo sui media, come è capitato anche al presidente del consiglio italiano e al presidente francese del FMI. Questi umani al potere rivelano tutte le loro debolezze e la loro necessità di esercitare il potere e d’accumulare  miliardi per elevarsi sopra il resto dell’umanità, questo controllare è  cosa che si fa attraverso il possesso  delle banche, dei media, dell’intrattenimento musicale  e televisivo, di veri e propri  eserciti di servi, di confidenti, di politicanti iscritti in qualche libro paga, mercenari, giornalisti, opinionisti. Il possesso inteso come pulsione proveniente dalle proprie profondità psichiche è la grande forza di questa falsa aristocrazia che esercita un enorme potere sul mondo umano attraverso il controllo dei meccanismi finanziari. Questo rende queste caste indegne di esercitare il potere sulla razza umana, un simile potere fondato su egoismo, paura, brama di potere, volontà di dominio non può fondare alcun potere legittimo e corrompe fatalmente i poteri politici su cui esercita il suo potere. Non può nascere con queste basi una casta di umani che faccia uscire l’umanità totalmente o parzialmente dai suoi limiti e da una civiltà industriale ormai prossima schiantarsi sul limite delle risorse. Forse sanno di poter solo gestire la velocità e la forza dello schianto.

 

IANA per FuturoIeri




21 settembre 2011

Da dove nasce la presente catastrofe


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Terzo Libro

Da dove nasce la presente catastrofe


Devo iniziare con un: “Io credo” che la crisi di risorse e di crescita della civiltà industriale oscuri un fatto banale: il potere è potere su masse di esseri umani e sulla capacità che questi hanno di produrre ricchezza e di trasformare in beni di varia natura le risorse naturali. C’è è vero la crisi, ma c’è anche una questione di fondo che riguarda che fare in relazione al potere di dominio e controllo su miliardi di esseri umani, sulle loro aspettative, sul loro immaginario collettivo, sui loro bisogni, sui loro consumi, sulla loro capacità di produrre o distruggere ricchezza. Se gli USA perdono il comando e controllo delle principali risorse planetarie perderanno anche l’enorme potere che oggi hanno in materia d’immaginario collettivo, di ostentazione di un modello di vita e di consumi, d’influenza politica e sociale a livello globale. Le multinazionali USA oggi dominanti dovrebbero davvero far a mezzo con i soci arabi, cinesi, europei, asiatici, giapponesi e così via. I super-padroni non bianchi, non made in USA, non WASP entrerebbero nei club e nelle stanze dove si decide e non più chiedendo per favore o con il cappello in mano ma con il passo e l’arroganza del nuovo ricco che dà lo sfratto ai vecchi proprietari della villa signorile. La cosa grave è che potrebbero farlo in virtù di un crollo drammatico del valore del dollaro comunemente in uso. Ora io credo che nessun CEO WASP intenda cedere un pollice del suo potere a questi rappresentanti dei nuovi imperi concorrenti e delle potenze minori associate a tali forze. Quindi a mio avviso la crisi del sistema di produzione e consumo è aggravata da una lotta di piccole famiglie di miliardari e appartenenti a caste di enorme potere per il mantenimento e l’espansione della loro sfera di dominio e controllo. Ora io vedo molti segni di questo cedimento imperiale attraverso quel poco di comunicazione via internet che riesco a contattare nel tempo limitato che ho a disposizione. L’immaginario collettivo che passa dalla rete attraversa molte categorie comunicazione e in particolare la pornografia, le immagini e i video legati alla guerra nelle sue diverse forme, le previsioni catastrofiche di santoni, profeti mediatici, scienziati. Il sesso, il sangue e la paura dell’ignoto sono gli ingredienti della maggior parte delle narrazioni e dei film, telefilm e talvolta cartoni animati; sono tre ingredienti fondamentali quando si tratta di vendere una storia popolare e di largo consumo.  Invito il gentile lettore a riflettere sul fatto che questi sono i tipici ingredienti, diversamente mischiati, dei film di guerra, fantascienza e d’avventura. Ciò detto “Io credo” che oggi l’immaginario collettivo composto anche di questi suddetti elementi sia permeato dalla percezione della dissoluzione di un vecchio ordine Eurocentrico e Statunitense e dall’irruzione del nuovo che viene dall’Asia e non solo. Si pensi alla proliferazione dei fumetti pornografici del Sol Levante, alle nuove guerre in Medio-Oriente, Asia e Nord-Africa, alle profezie di calamità cosmiche mitigate dal pessimismo di matematici e  scienziati che osservano il declino delle risorse naturali e i limiti raggiunti da questo modello di sviluppo. Di fatto l’immaginario collettivo è colonizzato da paure profonde, da pulsioni emotive provenienti dall’inconscio che sono legate all’emersione di nuovi poteri imperiali e dal senso di fine di un ciclo storico. In Europa come nel Nuovo Mondo l’ordine antico è scosso da centinaia di milioni di asiatici, africani, nord-africani, medio-orientali che vogliono la loro fetta di consumi e di benessere, che entrano nel commercio mondiale, che producono, che fanno la guerra, che migrano. Se non arriva una caduta di miracoli tecnologici e politici c’è da temere un ciclo di nuove guerre fra inclusi e d esclusi dal benessere e dal potere globale  o una catastrofe dovuta al combattersi dei nuovi imperi con i vecchi. I segni esteriori di questo cedimento del vecchio mondo di valori e di comportamenti sono facili da trovare in rete e non solo, alle volte basta girare per un giorno intero in una città italiana di mezzo milione di abitanti e fare attenzione ai particolari e ai dettagli; la fine di un tempo che è stato è presente apertamente o meno  nei beni di consumo, nelle pubblicazioni audio e  video  in vendita nelle edicole, presente nella pubblicità, nei volti e nei linguaggi dei cittadini e dei lavoratori. Fine di un mondo Eurocentrico e crisi di un mondo incentrato sugli USA ecco cosa emerge dal passeggiare osservando con attenzione i segni di questa contemporaneità. Questa è una catastrofe perché alla fine forzerà anche i più diffidenti e ottusi a confrontarsi con questo presente in modo aperto e aspro, per forza di cose si dovrà formare ciò che sostituirà un ordine di valori logorati e incoerenti con questo presente e forse questo sarà parte di una redistribuzione del potere globale su umani, beni e risorse naturali che avverrà fra i capi e i boss dei vecchi imperi decadenti e i loro rivali che operano in quelli emergenti.

 

IANA



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