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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


1 marzo 2015

Riedizione di un ricordo

Oggi ripresento ai lettori un pezzo di alcuni anni fa. Esso nonostante il tempo non  ha perduto la sua ragion d'essere, anzi. Va da sè quanto più volte ho scritto. La serie classica di Harlock è un prodotto commerciale che ha fatto per qualche ignoto miracolo un salto oltre la sua ombra e si è trasformato in opera d'arte; la censura appare quindi scontata in questo caso. Non so spiegarmi perchè è successo questo, e se dovessi trovare delle spiegazioni porterei ai miei lettori le mie considerazioni, forse banali. Tuttavia c'è un elemento tipico dell'arte ed è il fatto che il fruitore di essa trova sempre nuove valenze, nuove suggestioni. Ho rivisto la scena del Daiba che spara sulla bandiera a distanza di quasi cinque anni e mi sono accorto che essa è attuale. Oggi che qui nel Belpaese i punti di riferimento si dissolvono e in tanti si considerano traditi e svenduti  dall'Europa, dalla politica, dal centro, dalla destra, dalla sinistra la scena del Daiba e del suo secco NO a bandiere di  fedeltà morte e folli o criminali e corrutrici diventa una sorta di specchio deforme di un elementare  e infantile desiderio di chiudere i conti e ripartire da zero, forse di fuga dalla realtà ormai divenuta irrespirabile. Nel gesto elementare e radicale del personaggio inventato dal maestro del fumetto giapponese  Leiji Matsumoto scorgo un luogo comune, un desiderio represso, una volontà inconscia di dire ORA BASTA che emerge come un sogno ricorrente nella testa di tanti. Ne sono convinto. Perchè altrimenti così tanti talenti e persone di merito che cercano di andar a vivere altrove, perchè questa forte attrazione che molti sentono per epoche morte o passioni politiche di un diverso secolo, perchè al contrario molti cercano di nascondersi la realtà con suggestioni ideologiche. Il Daiba di ieri appartiene con forza all'oggi.   


Nota sulla libertà sostanziale e sull’eroe virtuale

 

La nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una grande impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era allora nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere vista integralmente a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema tale da consigliare  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

Su Harlock e la sua recezione in Italia cfr. Elena Romanello, Capitan Harlock , Avventure ai confini dell'Universo..., Iacobelli Edizioni, Roma, 2009




27 aprile 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Alle volte il passato gioca brutti scherzi. Così mi capita di ripensare alla prima puntata di un vecchio cartone animato dell’infanzia. Mi riferisco alla prima puntata di Capitan Harlock , anno di produzione 1978, trasmesso in Italia nel 1979; se ricordo bene. Forse erano anni dove il vento dell’utopia e della liberta ancora si sentiva, o forse semplicemente certi stereotipi wagneriani e nicciani erano giunti fin nel lontano Giappone e là aveva trovato buone possibilità. Del resto nel 1999, dopo vent’anni, è stata prodotta la serie Harlock e l’anello dei Nibelunghi, libera trasposizione fantascientifica della trilogia Wagneriana con non poche licenze poetiche, per non dir di peggio. L’eroe  Harlock si muove dentro una situazione estrema deve proteggersi dai nemici esterni, le terribili aliene mazoniane, e da quelli per così dire interni ossia il governo terrestre. Governo rappresentato da una democrazia imbelle e dissoluta, autoritaria e nello stesso tempo corrotta e indolente che non trova di meglio che rincretinire i suoi cittadini con le trasmissioni televisive che trasmettono messaggi ipnotici e che per quieto vivere rifiuta perfino di prendere in considerazione l’invasione aliena imminente. Il fumetto e la serie televisiva da subito ci presentano l’eroe ribelle, piratesco, solo contro tutto e tutti con la sua “corrazzata spaziale” Arcadia e  armi potentissime e un coraggio che va oltre la temerarietà. Un eroe che lascia il suo messaggio alla fine di due lunghi e tormentati anni di guerra a un pugno di fedelissimi disposti dopo tante terribili prove a ricostruire l’umanità e a vivere in un pianeta devastato dai bombardamenti.  Davanti a lui l’umanità imbelle e dissoluta per la quale tuttavia, ha anche  una figlia adottiva e una storia personale legata al pianeta Azzurro, è deciso a battersi con il suo pugno di fedelissimi. Mi fermo su un punto di questa serie: il governo terrestre. E’ evidente, chi confronta la serie televisiva con il manga lo capisce subito, che l’autore ha pensato una figura eroica contrapposta a un potere politico imbelle e corrotto e, per contrasto, tutto il peggio dell’umanità va nel governo imbelle e dissoluto e tutto il meglio nell’eroe solitario. Prova ne sia che le grandi prove eroiche fatte dai personaggi minori avvengono solo se essi  in qualche modo s’avvicinano agli ideali o alla lotta del capitano. L’eroe quindi che sfida l’ignoto e la morte in combattimento e che cerca con la sua lotta di creare un futuro possibile; futuro stritolato da un lato da nemici esterni potentissimi e malvagi e dall’altro dalla decadenza dei poteri pubblici e politici, il contesto è di decadimento che coinvolge anche la natura, una corruzione che dal potere politico si spande fino alla natura e alla vita. Il mare morente della prima puntata, ma nel fumetto su questo aspetto si calca ancor di più la "china", è la rappresentazione palese di questo spandersi della decomposizione. Contro questo senso di morte della vita e della speranza ecco che arriva l’eroe solitario, il singolo, “l’oltreuomo” che può cambiare tutto perché egli stesso è latore dei suoi valori e della sua forza interiore ed esteriore.

Quale riflessione da fare a distanza di così tanti anni. L’dea di fondo che è dietro questa grande favola, che si presenta come tale del resto fin dalla prima puntata, presenta per la nostra cultura europea  una dimensione politica. Se nella finzione del manga o del cartone animato si critica il sistema di produzione e consumo trasposto fra mille anni, la vicenda si svolge nel 2077, allora si finisce con svolgere una critica a tutti i poteri e ai comportamenti dominanti. L’eroe non diventa tanto un sogno o una fantasia ma la rappresentazione di una possibilità dell’essere umano, di una condizione straordinaria. Un condizione che prefigura il superamento del presente per affermare un futuro diverso e possibile. Eppure la figura eroica in questo caso è un prodotto dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Industria che, in questa fortunata serie, saltò oltre la propria ombra.

IANA per FuturoIeri



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