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22 febbraio 2010

Ataru: un personaggio da riscoprire

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                     Ataru: personaggio da riscoprire

Studente a suo modo pieno di difetti e contestatore integrato, integrato quel tanto che basta per essere vittima di tutte le assurdità della sua condizione sociale e del sistema scolastico, reagente chimico sotto forma di personaggio di un fumetto e poi di una serie animata che rivela con la sua assurdità le assurdità e le idiozie di carattere collettivo. In effetti più di Lamù è il suo fare scombinato e bizzarro, il suo cadere in vicende ridicole o pericolose che anima le storie della serie. Fra l’altro l’enciclopedia in rete Wikipedia  sintetizza l’importanza della serie  fortunata; di quella sintesi  riporto qualche  passaggio:”...Lamù (??????, Urusei Yatsura?) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie anime televisiva, sei film ed undici OAV. Nel 1981 la serie ha vinto il Premio Shogakukan per i manga in entrambe le categorie shonen e shojo[1], e nel 1987 il Premio Seiun come miglior fumetto SF/fantasy… La storia narra le bizzarre avventure di un gruppo di liceali che vivono a Tomobiki, località immaginaria nel distretto cittadino di Nerima, Tokyo, dove frequentano l'omonimo Liceo. La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunto dallo spazio per invadere la Terra. Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s'innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio. Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate. Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi "simili" dalle personalità più grottesche. Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po' come sono i Simpson per il pubblico statunitense).”

In Italia un simile personaggio con la sua dirompente carica satirica e di rivelazione attraverso il comico  di certe manie collettive si sarebbe ritrovato addosso qualche etichetta del cavolo di carattere politico: fascista, comunista,qualunquista, maschilista e forse oggi “grillista”. Ma Ataru è giapponese e fa satira e fumetto raccontando il Sol Levante degli anni ottanta del secolo appena passato, quindi è una cosa strana che viene da lontano, collocata in un lontano arcipelago dove la popolazione mangia con le bacchette di legno e ha gli occhi a mandorla e quindi per i nostri non c’è motivo di sforzarsi per inquadrarlo nelle logore categorie italiane. Eppure proprio il confronto con un personaggio di questo tipo che ha avuto i suoi momenti di gloria e di fama nel Belpaese,  grazie all’importazione della lunghissima serie animata e poi dei fumetti che lo riguardano, mi porta a pensare che il circoscrivere il momento della satira e del grottesco al solo momento politico rivela una distorsione nel sistema Italia il peso di un passaggio storico e sociale nel quale i partiti politici erano centrali nella vita sociale e culturale al punto da condizionare i modi di pensare il Belpaese da parte dei suoi abitanti. La serie fortunata dove è presente Ataru Moroboshi infatti la leggo come il prodotto di una civiltà industriale che pur fra mille problemi e resistenze al nuovo ha accettato se stessa. Il Giappone mi consente di effettuare  un paragone con il Belpaese che a mio avviso  non è riuscito ad accettare  la propria civiltà industriale e ha cercato di mascherare se stesso  con esorcismi culturali pietose finzioni.

IANA  per FuturoIeri




7 dicembre 2009

Una Legnata perfino da Sampei




De Reditu Suo

Una legnata (molto cortese) perfino da Sampei

Mi è capitato un fatto curioso. L’ultima domenica di novembre ho assistito alla proiezione gratuita del film giapponese su “Sampei il ragazzo pescatore” con sottotitoli in italiano. Si tratta di una trasposizione, l’ennesima in questi anni, di un fumetto giapponese  in un film con attori in carne e ossa. Il regista della pellicola Yojiro Takita è molto quotato nel suo settore professionale e gli stessi attori, per quel che posso capire, mi son sembrati ben dotati di talento e capacità. Purtroppo non ho potuto apprezzare fino in fondo l’opera perché non ho mai amato la serie animata di Sampei pur avendola vista più di una volta da pre-adolescente prerchè  ho una certa estraneità rispetto al piacere della pesca e alla sua cultura. Il film mi è sembrato gradevole per altri motivi: il regista ha giocato con la storia di Sampei per creare un ritratto di famiglia giapponese segnata da un lutto familiare gravissimo: la morte di entrambi i genitori.  Il film è impostato sulla rappresentazione di un Giappone rurale pre-industriale quello di Sampei e del nonno che si scontra e incontra un Giappone tecnologico e competitivo incarnato dalla sorella di Sampei Aiko e con un Giappone che nel contatto con il mondo Statunitense ha perso di vista le ragioni profonde dell’esser giapponesi; quest’ultimo ruolo è affidato al pescatore professionista orbo che anche nella serie animata segue Sampei nelle sue imprese. La sorella maggiore, peraltro interpretata da una donna di rara bellezza, è venuta da Tokio per portar via il piccolo pescatore prodigio e ricollocarlo in città lontano dai boschi, dalle sorgenti, dalle montagne e dai ruscelli dove va a pescare. Il nonno di Sampei con il sostegno del pescatore sportivo di professione porta Sampei e la sorella a pescare un pesce enorme in un luogo remoto presso delle sorgenti che conosce solo lui. Si tratta di una sfida che ha in palio l’affidamento di Sampei e il completamento di qualcosa d’importante che il padre del piccolo pescatore prodigio ha lasciato a metà a causa della morte prematura. Altro non dirò perché qualche lettore potrebbe aver la curiosità di cercarsi il film. Quello che mi preme è la riflessione sul modo con cui è rappresentato il Giappone rurale; nel film emerge un senso di solidità dei sentimenti e dei valori che davanti alla sfida e al momento del ricordo riemergono potentissimi, ed emergono in un contesto di acque limpide, natura incontaminata, di bosco animato con i suoi suoni. C’è perfino una cascata di acque cristalline nel luogo dove avviene la pesca miracolosa.  Ora il film mi lascia il senso di una cortese bastonata fra capo e collo perché mi son chiesto: esiste qualcosa del genere che racconta l’Italia di oggi? Credo proprio di no. La cultura “popolare”, uso questo termine perché non ne ho altri sottomano, non si è incontrata con la cultura alta; l’Italia oggi viene raccontata o in modo dozzinale dai Cine-Panettoni o da film di denuncia o da pellicole con smanie intellettuali. Manca quel tono leggero, quasi ludico, da fumetto o manga che dir si voglia che rende ordinario e banale il riportare sul grande schermo una possibile immagine della propria popolazione. Evidentemente nell’Arcipelago questo è possibile senza troppi problemi anche ingaggiando un regista famoso e quotato. Alle volte ho il sospetto che il modo nostrano di descrivere il Belpaese nasconda un complesso d’inferiorità evidentemente collettivo  e non dichiarato e che sia giocoforza per gli italiani leggerlo attraverso le lenti dei film di denuncia, del comico, del grottesco o della visione intellettuale. Quindi ecco oltre alla sorpresa di un film ben fatto su un simile soggetto arriva la bastonata intellettuale, data in modo molto cortese, che spinge alla riflessione e alla meditazione. Mi è arrivata da Sampei il ragazzo pescatore, questo mi dà da pensare non poco.

 

IANA per FuturoIeri




8 settembre 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

Note libere sulle prime tre puntate della serie classica di Capitan Harlock

 Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola. Scanso equivoci preciso che si tratta della serie animata di 42 puntate nella quale per la prima volta viene presentata al pubblico la storia del pirata spaziale del 30° secolo. 

La descrizione della società umana che fa da sfondo alle imprese dell’eroe presenta alcuni elementi inquietanti perché rimandano alla contemporaneità. Mi riferisco alla descrizione tragicomica di una democrazia autoritaria, estranea allo stato di diritto, imbelle e dissoluta; un sistema politico caricaturale minato nell’efficienza dalla corruzione e da una burocrazia scellerata e pigra e dalla viltà di militari, politici e funzionari. Questo regime scellerato governa una popolazione rincretinita dalla televisione e tenuta sotto controllo con forme ipnotiche di controllo, un consorzio umano incapace di pensare liberamente e di difendersi da chiunque. L’eroe come al solito salverà la Terra dagli invasori alieni, i quali, sia detto per inciso, sono le terribili guerriere mazoniane e fanno una bellissima figura se contrapposte all’umanità scellerata e moralmente decomposta. In effetti la serie classica di Harlock prende a schiaffi i luoghi comuni dello spettatore che si trova catapultato in una finzione nella quale non sa bene se simpatizzare per il delinquenziale Harlock o per i suoi nemici alieni; è certamente esclusa la possibilità di star dalla parte della maggior parte degli umani. Nessuno vorrebbe esser parte di un consorzio umano in stato confusionale che sta lì per farsi macellare dal primo che passa.

Una riflessione che si ricava da questa prima evidenza, aldilà della finzione,  è che i regimi troppo deboli o sconclusionati devono per forza di cose affidarsi a poteri esterni per regolare le loro vicende, e questo dato di fatto emerge con forza nelle situazioni straordinarie e in casi drammatici. Nella finzione di questa serie animata è l’eroe con le sue dotazioni militari e le sue  virtù e i suoi seguaci a fare l’impossibile, a salvare la situazione e a donare ai sopravvissuti il suo esempio per costruire un mondo migliore. Questa serie ha avuto un ruolo speciale nella mia vita perché mi ha colpito moltissimo nell’infanzia, mi ha costretto a delle riflessioni nella tarda adolescenza, e adesso nella maturità la ritrovo davanti sempre nuova e non ancora meditata a dovere. Come se nuovi segreti dovessero essere ancor oggi rivelati o meditati alla luce di questa finzione sfacciatamente nipponica e nello stesso tempo nicciano-wagneriana. Credo che questa sia un caso rarissimo di cartone animato che è riuscito a saltare oltre la sua ombra e a fare la difficile trasformazione in un classico. Si tratta di una serie di 42 puntate che va oltre all’intrattenimento, tipico dei prodotti commerciali dell’industria dell’intrattenimento televisivo, descrive una condizione umana e affida un ruolo pedagogico all’eroe protagonista.

Il mio pensiero va al Belpaese, una penisola popolata da genti diversissime che ormai si sono lasciate andare allo sconforto e al culto del Dio-denaro nelle forme più rozze e infantili, una penisola nella quale non ritrovo più le ragioni e le forme di vita di un tempo che fu. L’incapacità di difendersi dal male estremo e grande da parte di popolazioni che si lasciano andare, che perdono ogni dignità è un dato di fatto. Nella finzione artistica come un Deus ex Machina arriva l’eroe invincibile che mette a posto le cose, ma nella realtà delle vicende umane non è detto che arrivi qualcuno con il suo seguito per sistemare le cose andate storte. Ma cosa accade nella realtà concreta quando l’eroe non si materializza e non prende forma. Vedo un Belpaese condannato da una viltà evidentissima e punito a causa dell’assenza di eroismi che non vengono alla luce e non possono prendere forma. Forse nel Belpaese nessuno sa più cosa sia un eroe.

IANA per FuturoIeri




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