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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


29 maggio 2012

L'Italia del remoto futuro:applausi e note sparse

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Applausi e note sparse

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Fra le cose che mi suscitarono incredulità e senso di smarrimento durante il mio soggiorno vi fu una scena, l’applauso collettivo dei capi e dei quadri delle milizie del nuovo regime quando venne proiettato l’ultimo rifacimento del film su Harlock. La scena della Nave pirata spaziale con la bandiera nera che si schierava a difesa dell’umanità contro gli alieni invasori era la ragione di quel gesto, la bandiera pirata nelle sue centinaia di versioni diverse era quella che spesso questi rivoluzionari istituzionali usavano; di solito le loro bandiere erano diverse da quella del film spesso senza il teschio con le tibie ma solo con ossa, frasi, armi incrociate, teste tagliate, arti amputati e  parole tutte scritte nelle varie sfumature del bianco e qualche volta in giallo oro. C’era una forte identificazione fra i ribelli  e i pirati da fumetto e da operetta romantica e i capi e i quadri questo nuovo regime. Era successo più volte durante l’Antico Ordine che nei multisala quando compariva una bandiera nera o un personaggio identificabile come alieno o ribelle, o come bandito schierato contro un potere corrotto  nel silenzio della sala si levasse un grido d’entusiasmo o scoppiasse il solito applauso improvviso. Perché personaggi ormai di potere, legati al quotidiano, vincolati alla gestione del presente s’entusiasmavano per una cosa del genere. C’era qualcosa che non avevo capito, qualcosa di misterioso dentro la psicologia di queste popolazioni del Sud. In realtà la tradizione del ribelle, dell’eversore, del bandito popolare e vendicatore dei torti era una sorta di luogo comune nella psicologia e nella storia culturale. Il delinquente eroico, il fuorilegge per motivi politici, il partigiano di una causa temeraria spesso erano oppositori naturali di capi degenerati, despoti stranieri, padroni criminali. Questi nuovi rivoluzionari si collegavano a un qualcosa di già esistente a livello d’immaginario collettivo. I capi di questi gruppi avevano lavorato molto per creare un legame fra la loro opera e certe parti dell’immaginario collettivo, anche se non si può non  rimanere sbalorditi davanti al fatto che ribelli, pirati, banditi siano presi a modello da parte di un regime che in fondo è alleato di potenti alieni e punta a creare un tipo di Stato con elementi di autoritarismo e di controllo sulla popolazione umana. Hanno inserito nel sistema centinaia di migliaia di umani artificiali usati per impieghi di tipo speciale, creati con la potenza bio-tecnologica dei loro alleati e contemporaneamente creato l’illusione che qualcosa del passato fosse rimasto vivo; l’efficacia del sistema mette in discussione anche le forme tipiche del popolamento di queste terre. C’è da dire che la potenza tecnologica e la capacità amministrativa acquisita ha portato grandi benefici, infatti intere regioni sono state messe in sicurezza, milioni di fabbricati ed edifici riparati o restaurati, milioni di tonnellate di rifiuti sono stati trattati e riciclati o distrutti in via definitiva, alcune zone sottoposte a interventi urbanistici e di risanamento ambientale. Il contro di questo è la brutalità e l’autoritarismo con cui i processi sono stati portati avanti, nelle fosse comuni nascoste fra boschi e periferie ancora in rovina non ci sono solo ex soldati, feccia, mercenari, notabili ma centinaia di migliaia di innocenti, di morti ammazzati per caso o per sbaglio. Del resto c’è qualcosa di militante, di partigiano nel senso più bellicista del termine in questo nuovo regime e nella sua determinazione a rinnovare e trasformare un corpo sociale e culturale degenerato attraverso una diversa storia e con nuovi modie  mezzi di vivere e di stare al mondo. Tuttavia quello che era impressionante per le genti del Nord, e il motivo principale del mio studio e della cura con cui ho seguito questa vicenda, è legato all’incrocio fra vecchio e nuovo che si è formato. Suggestioni del Mondo Antico, del Medioevo, dell’Età Moderna convivono con un culto laico del nuovo potere alieno in una sorta di tentativo di portare a unità pezzi rotti di miti fondativi e memorie perdute. Mi spiego così certi strani costumi come le divise da miliziani che sono un misto di abiti per le arti marziali, tute da ginnastica, calzature militari, qualche mimetica,  giberne, cinture, cinturoni, tascapane e fondine di pistola; lo sportivo diventa marziale, l’abito per il tempo libero diventa strumento di guerra e di polizia e divisa informale per parate e convocazioni.A questa divisa informale hanno aggiunto mostrine, qualche medaglia, ricami con teschi, pianeti, stelle e comete, per coprire la testa qualche maschera antigas, una scelta d’antiquariato di elmi e caschi da motociclista e  per i piedi, stivali, anfibi da paracadutista, scarpe da tennis, scarpe da montanari. Piani diversi e logiche diverse si confondono anche negli abiti, l’esito di questo primo periodo di trasformazione sembra essere proprio la confusione, il mischiare, il confondere. Mi sono dato una ragione e una spiegazione: nella storia di queste genti del Belpaese le grandi trasformazioni hanno avuto forti elementi di continuità formale con ciò che era stato prima, il vecchio veniva portato nel nuovo per essere trasformato o distrutto. Così la confusione apparente è amica di questo nuovo regime, è utile perché associa il vecchio con il nuovo; il vecchio nel passare del tempo muore o si trasforma mentre il nuovo prevale.

Le divise bizzarre, le bandire nere con immagini orripilanti o frasi o parole inquietanti, le armi aliene o umane lucidate per la parata, le canzoni piene di odio e rancore per ciò che è stato, la musica classica diffusa dagli altoparlanti, i muri con frasi politiche o immagini forti sono la naturale coreografia di una grande recita collettiva che vuol trasformare i corpi, le menti, la vita quotidiana. Si tratta di una recita di massa, di un rito collettivo, di un potente esorcismo contro ciò che si è stati nel passato. Mi chiesi come è possibile esorcizzare, ritualizzare una grande abiura, ripensarsi diversi con questi modi, con questa logica a metà fra il circo e il rito da stadio. Ma i miei viaggi da studioso mi hanno anche rivelato una vecchia verità: creare l’uomo nuovo comporta distruggere il vecchio. Nel corso della storia umana tante volte è stato tentato questo, con passione ideologie di colori diversi, rivoluzioni tecnologiche, con imposizioni di dominatori, di eserciti invasori, di banche internazionali, con l’uso dei mass-media. Tutte le volte i risultati sono stati inadeguati, cattivi, spesso meschini quando non orrendi. Stavolta c’è qualcosa in più, ovvero la possibilità d’attingere a tecnologia e conoscenze Xenoi. Forse questo sarà l’ultimo esperimento di rifare gli esseri umani, o forse l’ultimo in ordine di tempo. Il caso, il disordine del mondo, la bizzarria del destino hanno voluto che fosse provato qui, in questa penisola, fra questi popoli così singolari e di antica stirpe; come studioso di scienze politiche devo piegarmi all’evidenza di un nuovo esperimento, di una nuova trasformazione, di una sorta di rivoluzione antropologica tentata e gestita da umani e alieni xenoi. Romanticismo rivoluzionario, miti da fumetto, vecchi film, guerra reale e concretissima, riti collettivi, alleanza stretta con gli alieni confluiscono in un solo calderone politico e ideologico. I prossimi anni diranno se questa massa di cose diverse e bizzarre porteranno alla creazione di una nuova società integrata  e interfacciata con la potenza aliena e supportata da uno straordinario sviluppo tecnologico e  di potenza. Di nuovo quanto accade in questo pezzo di mondo incastrato fra tre continenti avrà un peso enorme sulla popolazione umana di questo pianeta, è più di un gigantesco esperimento; è una profezia concretissima e vivente sul futuro del mondo umano. Confesso che alle volte sono sopraffatto dallo stupore, altre volte dalla curiosità, talvolta provo un disgusto perché intuisco i pericoli di questo esser profeti sulla propria carne e sulla propria terra.





23 maggio 2012

L'Italia del remoto futuro:note politiche e omicidi di follia

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Note politiche e omicidi di folla

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Fra le note che segnai in quel momento c’erano queste parole.

Il destino dell’Antico Ordine nel Belpaese di cose mi sembrò crudele e beffardo, i vecchi poteri crollavano sotto il peso delle macerie sociali e civili che avevano causato per creare un facile consenso e una stupidità di massa che portasse il peso dei loro errori e della loro corruzione e della loro avidità criminale. Proprio la demenza e il cretinismo televisivo  e virtuale che avevano profuso per decenni aveva creato quella massa amorfa, imbelle e dissoluta di plebi elettorali cittadine che non aveva nel momento del bisogno mosso un dito per loro. La feccia instupidita da nani e ballerine, da donnine con le labbra e le tette gonfiate, da presentatori pieni di problemi psicologici e sessuali, da demagoghi irresponsabili e malvestiti, da capi politici creati da agenzie di pubblicità e di pubbliche relazioni, da cantanti e intrattenitori di bassa lega, da videogiochi infantili e dementi li aveva abbandonati alla prima difficoltà. L’opera di questo strano regime alimentato dagli alieni Xenoi, del tutto nuovo nel mondo umano, pare essere proprio quella di stroncare le ragioni del passato e di creare una forma altra di cittadinanza. Sempre che si tratti di cittadinanza e non di altro. I disegni di questo regime mi sono infatti oscuri. In questi capi c’è un bisogno di aver ragione per forza, di darsi un sapere e un potere unitario, potente che fatalmente emargina le opposizioni anche quelle banalmente culturali o di pensiero; sono in presenza di un disegno nicciano, o forse di una potente alchimia sociale dovuta alla disperazione e al fallimento delle precedenti generazioni e dei regimi che hanno preso possesso di questa penisola. Come hanno fatto ha portare dalla loro parte milioni di ex depravati, di consumatori compulsivi, di vigliacchi patentati? Dove portano le note e gli appunti che ho scritto?

Ero confuso ma nello stesso tempo determinato ad arrivare al punto, dovevo trovare una spiegazione, o una combinazione di possibili spiegazioni; descrivere la dissoluzione dell’Antico Ordine non era abbastanza per me. Oggi sono arrivato a una determinazione che posso con senso di responsabilità presentare ai lettori: il regime si è dissolto sotto il peso della sua corruzione in combinazione con una straordinaria pressione militare dovuta alla Guerra Xenoi. Guerra e corruzione interna hanno distrutto un certo modo di essere abitanti della Penisola, la potenza culturale dei nuovi occupanti unita al disgusto profondo che una parte dei popoli di questa terra nutrivano per se stessi e il loro passato hanno annientato l’Antico Ordine. Quanto penso alla dissoluzione penso ai capi e ai gregari che scappavano con la cassa in mano abbandonando alla strage figli e parenti ma avendo cura di portarsi dietro un sacchetto o una borsetta con dentro le loro droghe preferite, documenti compromettenti, certificati di credito. Ne hanno beccati tanti con rotoli di banconote, orologi d’oro, gioielli rubati e una manciata di pillole blu e verdi o qualche pacchettino di polvere bianca, spesso per divertirsi li lasciavano andare in crisi d’astinenza e in quelle condizioni li esponevano al pubblico ludibrio via internet o peggio per le strade e le vie. Quando le scene dei capi, dei miliardari e dei funzionari di rango sbavanti e farneticanti arrivarono in Germania e nel Nord molti si chiesero se non fosse un trucco o plagio. Invece  no. Era tutto vero, erano vere anche  le folle incrudelite che prendevano a calci e colpi di bastone i vecchi padroni, gli urinavano addosso, gli lanciavano ogni sorta di spazzatura mentre venivano colpiti dai malori dovuti all’astinenza, spesso le vittime legate a dei pesi o a dei pali e non potevano sottrarsi alle pubbliche umiliazioni. La violenza contro le donne era poi bestiale, vi furono casi, in episodi di omicidio di folla, di sfondamento del cranio causati da oggetti contundenti e pietre e le vittime erano le donne dei capi o le loro amanti o peggio ancora delle escort. Forse la violenza sulle donne, spesso compiuta da altre donne si rivelò più decisa e crudele di quella dei loro padroni e amanti un tanto a servizio; per farle soffrire di più arrivavano ad ammazzargli i figli. In effetti questa esplosione di violenza sorprese molto le popolazioni del Nord, tutto sui pensava tranne che nel paese della gente che cucina la pizza e i  maccheroni, porta i baffi e suona i  mandolini si potesse dare una punizione così atroce e sproporzionata. Si parlò allora di bestialità innata, di natura mafiosa, di turbe culturali e biologiche, perfino di razza. In realtà cose simili si erano date già nella vicenda di queste terre e di questi popoli. In realtà i capi vicini agli Xenoi volevano spezzare il legame con i boss e i podestà stranieri, l’umiliazione pubblica prima dell’annientamento fisico era utile, c’era poi qualcosa che portava al peggio delle pulsioni sessuali, della pornografia, delle torture delle guerre imperiali d’inizio secolo. La popolazione doveva sfogarsi, scaricare sui vinti le pulsioni sadiche, provare il piacere del distruggere per stroncare il legame che li univa al passato, perché era il passato la bestia che il nuovo regime voleva uccidere e spellare. Non doveva essere possibile il ritorno al passato o il recupero di quella storia, oblio, umiliazione, calunnia e l’evidenza della corruzione  e della natura mercenaria dei piccoli capi del Vecchio Ordine dovevano essere confezionati per stroncare ogni ricordo positivo, ogni nostalgia. Il passato era il male, era una cattività a Babilonia, era la schiavitù d’Egitto era il punto più basso e degradante della vicenda umana su quella striscia di terra fra Europa e Africa. Le bandiere nere con i disegni di morte e le deliranti  parole bianche erano il sudario che copriva una storia sbagliata fin dalle origini. Oggi mi sento di scrivere che quei fatti erano l’esito di un odio antico marcito e ingigantito dai continui fallimenti delle minoranze al potere, ma non dovevano sorprendere, non dovevano portare a una moltiplicazione delle giustificazioni e delle ipotesi. So che il gentile lettore potrà esser scandalizzato da quanto scrivo ma il sistema era un sistema di corruzione, di degenerazione, di plagio continuo che eccitava la parte peggiore dell’essere umano. Quella parte peggiore non porta al coraggio, all’onestà, alla forza ma alla degenerazione fisica e morale, alla viltà fatta sistema e quindi nel momento della disgrazia e della sconfitta le plebi dissolute  e imbelli si rivoltarono contro i loro padroni e i loro meschini protettori; colui che vive nella corruzione e nella degenerazione non conosce fedeltà o nobiltà di sangue. L’impasto di degenerazione, uso sistematico della menzogna, servilismo meschino, elevazione di personaggi impreparati a posti di responsabilità, collusione del potere politico con la criminalità organizzata aveva creato una società debolissima, inesistente sul piano della cultura e del rispetto di se stessa, così lo Xenoi ha potuto puntare su questa grande debolezza per insinuarsi e associarsi agli umani e segnare il suo controllo sul pianeta Azzurro. Il problema è che parte della vicenda umana sul pianeta passa da questo territorio e dai popoli che abitano questa terra e integrare la civiltà del Belpaese con la cultura Xenoi  ha permesso agli alieni di inserirsi nella vicenda storica e artistica di tre continenti. Oggi posso dire con assoluta calma che questo è il portato di un grande fallimento della civiltà umana, senza le lotte imperiali per l’egemonia sul pianeta e senza i sistemi di dominio e controllo fondati sui peggiori istinti e paure delle masse popolari questi estranei non sarebbero mai riusciti a inserirsi e a portare a buon effetto la loro guerra vittoriosa. In un certo senso le genti del Belpaese ci hanno tradito, infatti si sono consegnate a questo nuovo dominio attraverso una grande abiura per non dover rendere conto dei loro errori e dei loro peccati. Confesso di essere irritato da questo comportamento, eppure non posso non riconoscere talento in chi ha gestito questo passaggio e determinazione ai confini del cinismo e della criminalità da parte delle popolazioni che hanno trasformato la loro condizione da vinti a vincitori diventando una strana appendice degli Xenoi. Certo che non è proprio un popolo alla Capitan Harlock, l’avventuriero salvatore  dell’umanità eroe dei fumetti e dei film giapponesi, quello che è sorto dalle ceneri del Vecchio Ordine. In fondo è l’esperimento di un nuovo uomo, o forse la venuta di una gnosi aliena estranea a ciò che è stato il corso delle civiltà umane negli ultimi due millenni.





2 maggio 2012

Note e annotazioni sul cambio di regime nel remoto futuro




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Note sparse e testimonianze

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Il materiale cominciò a esser troppo, a mostrare la sua grandezza e vastità. Mi fermai per una pausa di riflessione. Il dubbio di non aver capito i fatti di cui ero testimone e quelli di cui raccoglievo la documentazione si fece pressante e cominciò a infastidirmi. Fu nel principale parco pubblico della nuova capitale che mi sorprese l’idea di dover fissare qualche dubbio, qualche evidenza lasciata in ombra, non capita.  Che terra era mai questa dove gli esseri umani passano da una causa all’altra con facilità e indifferenza? Dove è così facile nel resto del mondo umano  cambiar patrono e protettore per interesse, alleato militare per opportunità, ammazzare conoscenti e parenti per adesione partigiana a un partito armato? Domande senza risposta, più mi addentravo dentro questa storia e più il terreno concettuale su cui mi muovevo si trasformava in pantano. Sprofondavo dentro qualcosa che era passato ed era futuro nello  stesso tempo, una sorta di saggezza corrotta, di sapere sul mondo e sul cosmo, ma un sapere maligno, qualcosa di  cattivo spiritualmente, di machiavellico nel senso peggiore della parola. Mi trovavo nell’imbarazzo e nel dubbio. La mia mente vagava verso tante risposte senza accettarne alcuna. Ero confuso come non mai. Cercai d’immaginarmi una popolazione sottoposta nel corso dei secoli a tante invasioni, cambi di padrone, regimi dispotici. Cosa può uscir fuori da una cosa del genere se non tribù disperse, gruppi di umani dediti a ogni sorta di traffico e di mezzo discutibile per vivere. La corruzione diventa un sistema, il servire due o più padroni un fatto banale, mettersi fra i potenti per cercare protezione una seconda natura. Ma quello che era capitato non era il frutto di qualcosa di remoto, di un fatto antico che si ripete; nel darsi al nuovo potere alieno degli Xenoi c’era qualcosa di diverso. Era una vera e propria abiura di sé stessi, il rifiuto di appartenere a un tempo dei padri e degli antenati non più accolto, non più capito, ripugnante se letto con le prospettive presenti.  Questa è una diversa forma di abiura, non è un fatto occasionale, semplice, dettato dalla necessità; è dissoluzione di ciò che si è e rinascita in altra forma. La radicalità estrema della soluzione Xenoi offre a questo regime la soluzione per cancellare il passato, per fondare un nuovo privo di compromessi, tanto potente quanto inquietante per i suoi vicini. Forse perfino per il resto dell’umanità, stavolta gli eredi di più di una antica civiltà umana si erano dati agli alieni Xenoi, era più di un patto era la smentita dell’importanza della civiltà umana, la loro aveva bisogno di negarsi e di chiedere una mano così improbabile per risorgere e di nuovo essere. Nella penisola era stato allestito un laboratorio pericoloso, inquietante  che fatalmente avrebbe prima o poi attraversato i mari e i monti. Provai a raggruppare i problemi per argomenti e per osservazioni. Per prima cosa segnai il fattore guerra. In fondo c’era stata una guerra globale supportata da sponsor alieni e combattuta con forze miste. La Guerra aveva influito nella creazione di un regime che altrimenti mai avrebbe preso forma. La seconda cosa da segnalare era la presenza di forti opposizioni interne nate da un malcontento generale e dalla guerra mal gestita e combattuta in modo fallimentare, la terza cosa è l’entusiasmo con cui una parte dei popoli di queste terre hanno accolto gli Xenoi. Ma la quarta non rimanda ad alcuna di queste cose. La spinta interna a distruggere se stessi per rigenerarsi arriva dal profondo, da qualcosa che la sociologia e la storia possono intuire ma non spiegare del tutto; un fenomeno quasi naturale di morte del vecchio e del degenerato e del corrotto per far spazio a qualcosa di diverso che maturerà e farà un suo ciclo.

Cominciai ad appuntare alcune frasi, impressioni di vario tipo che qui riporto in neretto per il lettore.

Certezza della disfatta in guerra, forse…ma è stata la causa principale? Se così è perché le opposizioni si formano anni prima, perché un tessuto sociale dava supporto a proteste silenziose o aperte contro l’ordine costituito? Come mai milioni di umani che traevano beneficio dal sistema corrotto e dissoluto non hanno difeso i loro capi e i loro benefattori e protettori? Da dove viene questa voglia di distruggere, criminalizzare, dissolvere, annientare il passato per creare un mondo umano nuovo? Ci sono dei precedenti? Da dove parte questa volontà di annientare il passato che ricorda roghi da inquisizione e mito del progresso di matrice colonialista? Qualcosa che viene dal passato? Qualcosa che viene dal futuro?

Il mio animo era scosso, non trovavo la soluzione. Mi sovvenne un consiglio di Rodolfo il tale che avevo più volte incontrato per scrivere del processo. Osservare la città, in particolar modo ciò che non si osserva di solito. Non  avevo capito bene a cosa si riferisse. Poi intesi. Avevano cambiato le titolazioni di alcune piazze o vie. Questa non fu l’unica sorpresa.  Tutti i monumenti ai caduti erano stati riconsacrati, non c’era opera che non avesse una targa magari minuscola che ricordava  la guerra Xenoi e il nuovo regime. Compresi che quella era una strada. Mi ricordai anche di un particolare insolito. Un dettaglio a cui non avevo prestato attenzione. Invece aveva un peso enorme. Il comandante era nel comitato promotore di una grande opera monumentale da erigere in onore degli Xenoi. Un volto raffigurante l’immagine idealizzata del Dio vivente di quelle creature da realizzare in materiali nuovissimi, preziosi e brillanti. Doveva riconsacrare l’arco della città. Il quale era stato più volte riconsacrato nel corso della sua storia.

Questa storia era frutto del caso, nel senso che per una combinazione ero capitato proprio nell’ufficio del comandante mentre egli visionava i verbali della commissione per il monumento. Mi aveva mostrato alcuni bozzetti e il progetto. Sul momento non avevo dato peso alla cosa, per il mio gusto era una cosa bizzarra, curiosa, strana. Da quando in qua un regime che deve rimuovere tonnellate di macerie, stravolgere la vita quotidiana degli abitanti, convivere per generazioni con una presenza aliena si mette a ragionare di monumenti. Un volto gigante iscritto in un cerchio tutto dorato  e lucente per fare uno spettacolo ottico quando il sole colpisce l’opera. Non avevo capito che questi stavano creando un loro universo simbolico e  mitico che doveva sostituire quello distrutto. In una sorta di ruota del destino medioevale al tracollo di una civiltà e dei suoi miti e delle sue ragioni d’esistenza andava a sostituirsi un nuovo modello. Un modello che stava liquidando le macerie mitologiche, simboliche e di vita quotidiana. Poi con calma avrebbero i nuovi padroni della penisola  pensato al resto. Così fra miti da creare e volontà di potenza si consumava la trasformazione. Non avevo capito quanto fosse profonda la cosa e quanto preciso fosse il progetto.

Questo fatto mi aprì la mente ad una evidenza. Il processo di cui dovevo occuparmi per motivi accademici e di carriera era parte della distruzione del mito e delle immagini del regime precedente. Non era una questione di giustizia come è comunemente intesa nel Nord Europa ma al contrario di una demolizione controllata del potere di persuasione di miti e di bugie pietose a sfondo storico che erano state la patina di legittimità dell’antico ordine sociale  e politico. “Antico Ordine”, forse questo è il termine giusto per indicare quell’impasto di credenze, miti, pubblicità commerciale, illusioni da centro commerciale che avevano segnato quasi due secoli di civiltà industriale.  Il Belpaese era una cantiere, un grosso esperimento sociale, un opera da ingegneri della genetica e delle istituzioni; ero davanti a una trasformazione di civiltà che aveva come suo fine  la realtà umana. Iniziavano per gradi e iniziavano con trasformare le cose immateriali come la memoria del passato, l’immagine della realtà, il senso della vita quotidiana, i miti, i simboli.   Questi nuovi personaggi al potere erano un pericoloso e creativo incrocio fra i maghi del Rinascimento, i rivoluzionari del Novecento e i contattisti del ventunesimo secolo, ma stimo che la loro ispirazione più forte venisse dagli eretici gnostici al tempo dei Cesari.




17 marzo 2012

Abiure e riti punitivi

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Abiure e riti punitivi

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Dal momento che questo mio libro non è esattamente un saggio ma qualcosa di biografico sono in dovere di descrivere questo episodio che mi aiutò a capire i fatti e le circostanze di quanto avevo in animo di studiare. Avevo seguito il consiglio del comandante. Mi ero recato nell’ala della grande Biblioteca dove si tenevano le esposizioni, la mostra aveva un titolo filosofico e artistico “Dalla dissoluzione alla forma”; ma trattava di cose che non avevano nulla a che fare con la filosofia e con l’arte.  Quello che avevo visto mi aveva profondamente turbato, era la rappresentazione da parte del nuovo regime dell’ultimo secolo di storia della Penisola, per il nuovo potere tutta la storia precedente era da buttare, un regno dei delitti e dei crimini imposto da forze straniere sopra un popoli tenuti artificiosamente divisi e oppressi da ignoranza e delinquenza. L’esposizione mi colpì subito per il fatto che il percorso cronologico dei fatti era invertito, dal presente al passato; c’era un senso di oppressione e di buio via via che il visitatore si allontanava dal presente e si calava nel passato. Le ultime stanze erano in penombra, e l’ultima  era buia, con solo dei pannelli e degli indicatori rossi fosforescenti che segnavano la via. Era la sala dedicata alle guerre della passata Repubblica. Una discesa dalla luce verso un buio tetro e oppressivo. Come primo impatto pensai a una trovata estetica, ma mi resi conto che c’era qualcosa di più. Non capivo fino in fondo il perché di questa scelta che mi fu chiara quando a distanza di settimane ne ragionai con Rodolfo che mi aprì la mente con queste parole:

Certo. Provi a pensare una discesa agli inferi. Enea, Dante, Ulisse…tanto per fare dei nomi di prestigio. Del resto molti di questi nuovi signori sono gnostici, o forse dovrei dire neo-gnostici e per loro la luce è anche rivelazione della vera natura umana, del sacro e del divino che è dentro l’essere umano. Quindi la discesa al regno delle ombre e delle tenebre è la distinzione fra un tempo della luce e del bene, ovvero questo, e un tempo della materia, della corruzione spirituale, del caos bestiale di poteri forestieri e alieni dominanti e prepotenti che è il passato ormai morto. Lei si è calato nelle tenebre del tempo che è stato, è come entrato in un tunnel dove ha visto un passato di tenebre funeste, dopo dal buio è tornato alla luce del presente. Ma mi dica sono curioso di sapere se quanto ha visto ha suscitato in lei stupore, indignazione, disagio. Non è una bella storia, di certo non è una favola per bambini la storia delle popolazioni nostre.

Il mio interlocutore mi sorprese di nuovo, la sua aria cordiale si era contaminata con una sorta di curiosità beffarda e bonaria. Così parlai liberamente.

Il passato di questa Penisola visto con la logica di quella mostra è una discesa verso le tenebre della follia e della malattia mentale, ogni atto, gesto o segno del passato è criminalizzato e demonizzato. Mi sembra una fortissima presa di distanza da se stessi. Non so…

Lui subito precisò il mio pensiero

La parola giusta è abiura. Queste genti del Belpaese abiurano se stesse, o per meglio dire ciò che sono state. Questi che oggi sono al potere sanno benissimo che le genti del Belpaese son ben disposte a far abiura del passato, a pensare ogni regime, anche quello dove hanno prosperato e son vissuti per generazioni come un potere forestiero, artificiale, estraneo. Questo fa parte di un meccanismo di difesa per il quale nessuno è mai responsabile di quel che fa nella vita pubblica; del resto da secoli minoranze di criminali organizzati, famiglie di miliardari apolidi, generali stranieri, condottieri imposti da questo o da quel potere alieno hanno determinato la vita pubblica del Belpaese. Quando non esiste alcuna identificazione che non sia farisaica o squallidamente opportunistica con il governo del proprio paese è normale che si scateni l’abiura del proprio passato e il ripudio di pezzi fondamentali della propria esistenza privata. So che per un uomo del Nord come è lei questo può suscitare raccapriccio, ma se osserva con animo sereno e commosso la storia delle genti nostre non potrà non osservare quanto sia comune la dissoluzione di regimi sedicenti sacri e retti e la necessità per milioni di umani di cambiar colore della divisa o del vestito prima di essere uccisi dai militari del nuovo regime o linciati da una folla di traditori e opportunisti saliti sul carro del vincitore all’ultimo minuto. Ho visto la mostra, tre o quattro volte perché ho dato una mano a trovare certi materiali, non che fossi felice della cosa, ma capisco che non c’è nulla da fare. Una storia antica di riti di abiura collettiva  e di divorzio dalle proprie idee di un tempo si è ripetuta, mi è toccato in sorte assieme alla gente del mio tempo di vedere l’atto patetico della dissoluzione di un sistema e di un regime marcito e dell’ascesa di un nuovo sistema.

C’era qualcosa che non mi piaceva in queste parole, sì quello che mi raccontava era vero ma comprendevo che c’era molto di più in quel che avevo visto. Risposi alle sue parole.

Mi permetto di rammentare che non tutti in Europa si dimostrano così disinvolti e pronti, e devo dire che pochi popoli sono così feroci nei confronti di quelli che per motivi di sfortuna o di fede rimangano tagliati fuori dal cambiar il colore della divisa. Devo, con onestà, confidarle che sono rimasto negativamente impressionato della cattiveria e della ferocia con la quale questi popoli della penisola si scagliano contro i gruppi sociali e le fazioni perdenti al pesante gioco della guerra.  Ma proprio perché lei è a conoscenza dei fatti e mi ha mostrato una certa familiarità mi preme ricordarle la parte finale di tale mostra. Una delle ultime stanze è dedicata alla criminalità comune al tempo della Repubblica controllata dai militari dell'Esercito Atlantico. Capisco tutto, ma affermare che la delinquenza di strada, lo spaccio di eroina, la violenza privata, i delitti di sangue fossero uno strumento di repressione per schiacciare la popolazione e tenerla nella paura e sempre disposta ad accettare capi autoritari e leggi liberticide mi pare esagerato. Come si può pensare che un governo sia pure marcio per aver mano libera nelle sue ruberie usasse la delinquenza comune per scatenare ondate di paura e  confondere la popolazione.

Il mio accompagnatore mi rivolse un sorriso beffardo. Rispose così.

Avrà visto immagino quello che per anni la televisione e i media non mostravano. Per anni le genti delle nostre terre potevano solo immaginarsi le teste rotte e delle vecchine scippate e trascinate sull’asfalto dalla feccia, i papponi presi assieme alle loro donnine allegre a cui avevano spaccato la faccia per un paio di banconote imboscate, il delinquente spacciatore con il volto da straniero con i morti da overdose sulla coscienza, la manovalanza ripugnate della bassa forza della delinquenza, la vittima della rapina o della piccola truffa in lacrime, la bambina picchiata dai teppisti minorenni per rubare un braccialetto o una collanina e cose simili… Bene di questo si parlava spesso e la popolazione era sempre preoccupata, in un continuo stato d’ansia tenuto artificialmente alto dai telegiornali. A seconda delle stagioni politiche le notizie venivano gonfiate oppure sparivano come per magia, la presenza del delitto era sempre presente. Il male quotidiano non aveva un volto o un nome, arrivava, spariva, ritornava; ma tutti avevano paura ed erano disposti ad accettare misure discutibili di polizia e leggi restrittive della libertà, intanto caste di miliardari e politicanti corrotti si riempivano le tasche di soldi e portavano il contante delle tangenti e delle truffe all’estero. Mi creda, aldilà delle esagerazioni c’è molto di vero in quella mostra e proprio dove l’animo umano rifiuta di accettare la verità. Qui da noi la vittima  e il carnefice si confondono, e ogni diritto si sfarina nell’arbitrio e nell’opinione,  e ogni regime che arriva ha il marchio d’infamia di esser arrivato sulla punta delle baionette straniere o per mano di violenti e di faziosi o come accade oggi grazie ai bombardamenti orbitali e alle macchine biologiche  da guerra di questi alieni Xenoi. La paura dell’altro, del diverso, del delinquente, del nulla è l’arma più forte del potere corrotto. Ogni persona onesta quando dilaga la paura inizia a temere per i propri cari, per i figli, le figlie, la moglie, padre, madre e così via… La paura uccide la razionalità e la capacità di capire e  di stare al mondo, allora diventi manipolabile, oggetto di dominio di chi tira le fila del sistema di comando e controllo della società, del sistema dei media, della finanza, della gestione dello Stato.

In me cresceva però un certo fastidio, dovevo rispondere, qualcosa mi aveva disturbato e offeso.

Mi perdonerà certamente, ma devo dirle che mi ha turbato la scelta delle canzoni abbinata ai quadri e ai reperti storici della mostra, in particolare le canzoni mi sembravano davvero insensate. Erano un sottofondo spesso inquietante e triste, la cosa mi è sembrata strumentale e malevola. Sul serio la cosa era forzata e inquietante. Eppure devo riconoscere che una certa continuità fra questo tempo e il passato che è polvere permane, è come se si ripetesse una storia antica di abiure, maledizioni e rancori antichissimi; dove l’alieno è solo uno dei tanti autori di un rinnovarsi catastrofico della vostra civiltà. Sembra quasi che la vostra gente abbia bisogno di un dominatore straniero per liquidare le caste al potere e sostituirle con altro.

Non era offeso ma felicemente sorpreso e così mi rispose

Caro professor Ulmann, voi avete visto bene. Gli autori di quelle canzoni erano straordinari per i loro tempi e bene compresero le genti nostre.  Certo spiace vederli ridotti a strumento, prendendo quello o quel  brano e togliendolo dal contesto e trovarlo posto in una cosa simile. Io avrei preferito il silenzio, un silenzio da sepolcro abbandonato, da cimitero di campagna perso fra le nostre montagne. Ma così va oggi. Piuttosto si prenda qualche giorno di libertà e osservi questo presente, cerchi di capire la natura vitale delle nostre genti, il rinnovarsi dei tempi e delle diverse forme d’umanità. Cosa crede: siamo un popolo vivo, siamo un popolo che vive sopra il cumulo delle macerie delle civiltà che gli sono crollate sulla testa. Ogni volta dobbiamo rifare tutto da capo come se l’ultimo crollo fosse un nuovo inizio.

Ero talmente colpito che ringraziai per la risposta e mi congedai stupito da tanta verità.




29 febbraio 2012

Vita vissuta e stracci che volano

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Vita vissuta e stracci che volano

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Il Rodolfo Brandimarte osservò il cielo mi fece cenno che era tempo di rientrare. Ero curioso e spinto quasi da un desiderio di conoscere e di carpire i segreti della sua vita, non che ci fosse molto, ma quel poco che doveva pur esserci era per me materiale per due o tre pubblicazioni universitarie. Confesso che ero ossessionato dalla carriera, ero come un cane che cerca il suo osso nel prato per far felice il padrone. Volevo sapere. Era la mia professione, ero uno scienziato della geopolitica e  della storia, un futuro professore dell’Università di Berlino. Un tipo serio. Oggi mi vergogno di quei sentimenti, il tempo mi ha reso umile, e la vita ha ridimensionato le mie ambizioni e le mie aspettative. Mentre lo accompagnavo a una stazione della metropolitana di superficie, egli parlò di nuovo.

Il mondo umano ha avuto a che fare con diverse tipologie di rivoluzionari e teppisti della politica, qui  è avvenuto un fatto singolare, e capisco che nella sua fredda terra sia così difficile inquadrare i fatti. Dal momento che la voglio aiutare la devo istruire su un fatto: nella trasformazione presente c’è un impasto di vecchio e nuovo. In questa Penisola sotto i Cesari abbiamo avuto almeno cinquantafra colpi di Stato e guerre civili.Tutte le volte quando un potere umano e personale crollava arriva il potere nuovo che demoliva, bruciava, uccideva, confiscava, puniva, razziava i vinti. Poi il potere nuovo subito corrotto e precipitato nella violenza diventava a sua volta preda di altri e il ciclo si ripeteva. Questa diarchia fra potere degli alieni Xenoi  e governo in carica è in continuità con il nostro passato. C’è un misto di passato e di presente in questa situazione, mentre per altre civiltà questi eventi della Terza Guerra Mondiale e della successiva conquista aliena sono stati una catastrofe senza alcun possibile paragone, qui è la durezza della cosa è stata attenuata da una continuità di tipo storico e culturale. A un tempo dove domina un potere blu si sostituisce un tempo dove domina il nero e l’oro, coloro che erano schierati con le armate blu sono passati alle milizie nere e alle armate color oro, chi è rimasto preso in mezzo è stato razziato, violentato, rapinato, ucciso, mutilato, bruciato, fatto a pezzi, fatto sparire, trattato con psicofarmaci, detenuto, riabilitato. Stavolta è solo la qualità della persecuzione  e della cura dei malvagi ad essere diversa. La potenza del nuovo regime indica che per qualche secolo vivremo a stretto contatto con gli Xenoi. Attuali protettori di chi in questa parte di Vecchio Mondo ha il potere politico, finanziario e militare.

Mi stupì questa franchezza, compresi che era sincero, che non aveva nulla da perdere, e forse non aveva altro desiderio che di dire la sua piccola verità. Quella che cercavo. Quel sapere e quel tanto  di rivelazioni che potevano far di uno studioso con l’assegno di ricerca un professore di ruolo. Allora così parlai.

Quel che dite mi fa pensare, dunque per voi c’è continuità? Perché parlate di Nero e di Oro contrapposti al blu?

Mi rispose subito.

Il Blu era il colore dominante del potere antico e della sua alleanza militare, il nero è il simbolo di questo nuovo sistema, abbondano sulle nere bandiere anche teschi, ossa, armi, fiamme e cose del genere; l’oro è invece il colore di questi Xenoi. L’oro del resto è il metallo degli Dei antichi, in un certo senso essi sono come divinità. Poi l’oro è un metallo straordinario, unico nel suo genere e viene usato per creare  i microscopici meccanismi inseriti nei corpi delle facce di plastica che servono a renderli sani e forti e a prolungare la loro vita che si conta in migliaia di anni terrestri. Il nero e l’oro sono i colori del nuovo potere, e forse di una forma di civiltà che si sta formando alimentata dalle macerie delle precedenti disfatte sotto il peso dei secoli, della malvagità delle minoranze al potere e della corruzione interna e delle miserie e guerre da esse provocate. Ma le ultime forme della civiltà erano ancor più miserabili delle precedenti, le minoranze al potere erano fatte da grandi burocrati, miliardari, despoti di paesi dell’Est e del Sud e costoro erano senza rispetto per l’arte, la poesia, il rapporto con la natura, la filosofia. La miseria grande del potere morto è quello di non aver avuto forma ma di adattarsi ai contenitori che trovò, queste minoranze hanno lasciato solo inquinamento, tecnologia in obsolescenza, disastri ambientali, povertà, caos sociale e infine questa grande disfatta. Almeno con questa cosa del salire sul carro del vincitore prima della fine della guerra queste nostre genti si son salvate da ben più dure punizioni e amarezze. Ma una storia antica si è ripetuta, al potere vinto si è sostituito uno nuovo dove i livelli più bassi sono occupati da gente che ha gettato nelle fogne la vecchia divisa e ha preso la nuova giacchetta da cameriere, da domestico. Chi è arrivato tardi, o non ha capito che il crollo del fronte occidentale era questione di pochi giorni ci ha rimesso i beni e spesso la pelle. Ecco sono arrivato.

Prima di andar via devo però avvertirla. Non cerchi cose eroiche, storie belle, eroi, oscure trame fatte da spie e diavoli. Non troverà altro che uomini e donne alla ricerca del loro posto al sole, del loro guadagno, dei loro desideri, della loro fortuna materiale.Nel mio Belpaese questa è una storia antichissima, che si ripete tutte le volte che un esercito straniero si fa signore di queste genti e di queste terre. Regimi all’apparenza solidissimi si sono dissolti  in un pomeriggio o in una sola notte a seconda della velocità con cui arrivava la notizia della disfatta finale. Allora scattava la corsa per entrare nelle file dei vincitori; ma non sempre questa cosa è possibile. Stavolta i pochi che hanno capito in tempo non hanno avuto bisogno di far a mezzo, i posti erano liberi; la bassa cultura e le scarse capacità intellettuali dei gregari della gente di potere ha impedito a decine di migliaia di burocrati, funzionari, miliziani e poliziotti di andare dalla parte giusta all’ultimo momento; non avevano capito che era arrivato il nuovo potere e che aveva già della gente sua sul territorio. Non ci sono vittime innocenti nelle fosse comuni, solo idioti e ignoranti e qualche delinquente comune  che non è scappato in tempo con la refurtiva.

A questo punto ero senza parole, non mi aspettavo un discorso così da una persona colta e amante dell’arte e della filosofia. C’era una brutalità e un cinismo politico che sconfinava nel disprezzo. Non avevo molto tempo, tra pochissimo sarebbe arrivato il mezzo, lui era in attesa per salire e andarsene, volevo avere l’ultima parola. Così risposi per congedarmi.

C’è del vero in quanto raccontate, la storia dei popoli oppressi è piena di mezzi discutibili per evitare le punizioni dei padroni di turno. Credo però che questo salvarsi sia un fatto naturale, l’essere umano come elemento biologico deve salvare se stesso se può, alla fine se cessa la civiltà ritorna la naturalità.

Non avevo finito la frase che replicò.

Non è natura, non è biologia. Questa è una strategia culturale che consiste nell’imitare il signore del momento, fingere di essere lui, travestire se stessi con panni diversi. In verità è una forma di adulazione, di richiesta di benevolenza. La Germania non è abituata a queste cose, il carattere della maggior parte degli abitanti impedisce l’uso di una simile strategia politica, per questo le chiedo di capire quel che vedrà aldilà delle apparenze. C’è un modo apparente di essere e una sostanza intima. Cerchi quella natura intima nel nostro agire politico e troverà le sue risposte.




23 febbraio 2012

Viaggio nell'Italia del remoto futuro - Continuità e mistero del mondo umano



Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Continuità e mistero del mondo umano

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Il mio accompagnatore si mostrò di passo lento, ma dotato di una strana energia fisica e intellettuale che stonava con l’apparenza e con la sua età peraltro avanzata, forse aveva ricevuto qualche cura contro la vecchiaia di origine xeno. Con una rara cortesia mi portò a  vedere il quartiere nella zona dell’aeroporto, una vasta area di tre chilometri di raggio che fu devastata dai bombardamenti orbitali e che conserva ad oggi le tracce di quelle devastazioni.Alcune depressioni dovute alle bombe a pressione sono diventate dei piccoli giardini condominiali, certi edifici sono del tutto nuovi, mi spiegò che perfino le strade erano cambiate a causa  dei bombardamenti. Mi citò più volte il caso di Berlino dopo la Seconda Guerra Mondiale e la riunificazione delle due Germanie, mi confidò che aveva passato dei mesi in Germania per ragioni di studio e amava molto la capitale e in particolare i suoi musei e il Mitte, questo fu una fortuna perché si dimostrò aperto e ragionevole nei miei confronti, non tutti gli abitanti della Penisola son disposti a dar confidenza a un deutsch. A un certo punto quando si era sulla via del ritorno e non avevo neppure iniziato a far domande sulla vera ragione del mio viaggio ossia il suo caso nell’ambito del processomi portò davanti a una chiesa, una piccola chiesa, con un portico aperto; forse una reliquia del passato salvatasi per miracolo dai bombardamenti. Mi indicò una lapide. Era una lapide in onore dei caduti della Grande Guerra con il suo elenco, le figure allegoriche scolpite, alcuni simboli, le frasi di rito incise, e le foto dei caduti, sotto la riconsacrazione ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, altre foto, altri volti fissati per l’eternità. In un altro punto era stata posta una nuova un nuova lapide, quella in memoria dei caduti della nuova guerra Xeno; non una manciata di foto ma un centinaio di fototessere  piccole trasformate in icone piccole di pietra con eternati i volti di  civili, militari, miliziani, profughi. Un mosaico delle atrocità subite dal quartiere, un microcosmo della grande violenza tecnologica e militare.La targa nuova era molto diversa, materiale diverso, solenne a suo modo, le figure eroiche non erano umane e presentavano quei volti tipici  inespressivi e dai tratti allungati della popolazione Xenoi, completavano il ritratto dei arrivati gli arti sottili, le tute e i contenitori da esplorazione, le armi e le dotazioni tecnologiche. I simboli umani e alieni erano posti a decorazione del tutto, come se si fosse trattato di un Tabernacolo del Rinascimento o di una targa del Novecento. I nuovissimi morti ammazzati erano stati ben sistemati con un lavoro ben fatto e quasi artistico come suggerì ironicamente il mio amichevole accompagnatore che non voleva per nessun motivo cedere alla tentazione di chiamarli caduti, vittime, martiri, eroi. Per lui dei corpi sfatti e sfracellati che diventano decomposizione chimica sono morti e la morte livella ogni cosa, anche le illusioni sublimi e la retorica degli scellerati che vivono di cattiva politica e di parassitismo ideologico.Restò impassibile per due o tre minuti a fissare quella cosa, quella riconsacrazione umana e aliena della morte in guerra. Mi permisi di interrompere quel silenzio.

Certo che c’è una bella differenza fra il prima e il dopo, questo angolo, questa chiesa rionale in poco spazio rivela la distanza tra tempi molto diversi.Certo che il passaggio della storia con le sue tragedie e i suoi lutti dissolve e recupera il passato e le sue forme. Davvero suggestivo il luogo dove mi avete portato. Interessante comparare il volto degli Xenoi vincitori con questi bassorilievi con il caduto della Grande Guerra, la bandiera, la vittoria che sorregge …

Il mio interlocutore mi fece un segno. Era quasi infastidito. Voleva dire qualcosa, usai il comunicatore universale per registrare e questo è quanto disse.

I simboli sono come armi, mezzi di distruzione di massa se usati senza onestà e decenza; solo che colpiscono le parti migliori dell’intelligenza umana, impediscono di uscire dai limiti, dai confini segnati dagli stereotipi. Di solito hanno una funzione consolatoria, di conservazione di una certa immagine del passato, di esaltazione delle minoranze al potere, di far calare su tanta parte della popolazione una lettura dei fatti. E solo quella lettura e nulla di diverso!Ma per chi comanda è molto di più, è lasciare un segno del proprio tempo, una forma del proprio dominio, dare un nome e un volto alle cose. Ma qui c’è di più, questi vogliono rifare anche la religione e la spiritualità; è l’ennesimo frutto dei tempi. La sconfitta dei secoli che furono era già in essere e questi tipi calati dal cielo hanno solo dovuto dar una botta a un mondo umano marcio, inquinante, corrotto oltre ogni limite e infine bellicista e sconfitto sotto il peso dei suoi egoismi e dei suoi vandalismi contro la natura, la propria stessa civiltà industriale.

Ero incuriosito, stava per dire qualcosa di notevole. Feci un cenno di approvazione e il mio interlocutore continuò.

Da quando sono arrivati questi qui da Andromeda e dintorni perfino la fede è crollata oltre a tutto il resto e molte chiese e templi di culto di varie religioni sono andati  distrutti o spesso riconsacrati al nuovo culto gradito agli Xenoi.  Qualcuno è scappato, qualcuno fa il bandito ma molti si sono adattati e senza troppe storie hanno cambiato la giubba e son passati alla nuova fede. Intendo per fede quella specie di gnosi che dovrebbe associare in una sola visione mistico-scientifica noi umani con gli alieni Xenoi. La nuova gnosi, il nuovo Culto Nazionale di Stato è stato un grosso affare, in tanti ci hanno cavato denaro e beni e spesso un mestiere.Corretti a modo loro i Vangeli, espulso il Vecchio Testamento, perché fa riferimento a qualcosa che non gli è gradito, inseriti i Vangeli Gnostici è stata creata la base della nuova fede. Fede gradita al nuovo potere e ai suoi protettori dalla faccia di plastica. Alle popolazioni del nostro Belpaese non importano le basi dottrinali dei culti, le ragioni profonde, basta che la nuova religione non sia troppo diversa dalla vecchia e recuperi abbastanza dei culti precedenti. Alle volte rimango sconvolto dalla facilità con la quale gli umani della mia cultura passano dalla fedeltà all’abiura; questi quiche ora comandano non hanno neanche creato una teologia, il sovrano Xenoi si manifesta con la sua potenza e questo basta. Risolto grazie  a loro ogni questione di fede, ogni riforma, Dio è l’estensione naturale del sovrano alieno; una soluzione semplice e rapida che unita a generose elargizioni di nanotecnologie mediche, nuove possibilità di lavoro, e elargizioni didenari ha causato un passaggio dalle vecchie fedi alla nuova. Del resto questi qui non chiedono soldi, non chiedono riti purgativi dell’anima come preghiere, penitenze, digiuni,  donazioni, dicono solo che la parte indistruttibile e incorruttibile che è in noi va cercata, va svelata e deve diventare potenza e energia da usare per avvicinare le nostre vite terrene al loro sovrano che li guida. Le anime liberate dall’ignoranza di se medesime dovrebbero fare come loro e creare una forza collettiva, questa potenza dovrebbe essere una parte autocosciente del tutto che è dietro l’Universo materiale e fenomenico, possibilmente loro amica devota. Vorrebbero da parte nostra la creazione di una sorta di mente collettiva, come hanno loro a livello di comunità e di gruppo, ma sul momento la nostra spiritualità umana è lontana dal determinare un corpo sociale nuovo. Se riuscissero nell’impresa di avvicinare gli umani alla loro mente potrebbero capire meglio quella cosa per loro un pochino  misteriosa che è l’individualità e l’unicità di ogni singolo umano. Mi sono fatto l’idea che queste creature hanno l’anima, ma collettiva. Quindi il nostro essere spirituali e sacri deve per loro essere un fatto collettivo, i loro capi hanno una propria individualità perché ricevono una sorta di mandato dal gruppo, magari sono autenticamente loro ma se devono ritornare a un diverso incarico non più di dominio e controllo, dirigenza o rappresentanza perdono gran parte della loro individualità. L’idea che un tipo qualunque sia se stesso alla maniera nostra è per loro un fenomeno ai confini delle loro capacità di comprensione. Va da sé che sono bravissimi nel lavoro coordinato e nella ricerca e in tutti i campi della scienza e della tecnologia, del dominio su altri, e ovviamente della guerra.

Ero colpito da questo discorso che mi apriva gli occhi davanti alla grande mutazione avvenuta e allora mi feci forza e pronunciai la seguente affermazione:

Ma non crede che questa chiesa rappresenti un balzo verso il futuro, un nuovo fatto straordinario che potrebbe portare mutazioni positive e buone. In fondo qui c’è l’incontro fra specie diverse e la determinazione di una nuova civiltà.

Il mio accompagnatore mi rivolse un sorriso beffardo. Rispose così.

Di questa chiesa non sanno che fare, e parlo di questo edificio.  Tante volte i nostri luoghi di culto si sono riempiti con elenchi di caduti, di ex voto, di lapidi tombali, di targhe. Ogni ricordo passato si perde nella memoria, ogni storia diventa discorso politico staccato dai fatti e dalle sofferenze, ogni simbolo perde senso e va reinterpretato. Di questa storia umana passata, del sacro che ha per secoli dato forma alle genti nostre nessuno sa che cosa fare; ma li conservano questi resti, i molti rispettanociò che è stato come si conserva  il ritratto del nonno in qualche angolo della cucina o del salotto di casa. Loro ci hanno permesso di conservare quel che non capiscono del tutto, in questo sono migliori di gran parte delle civiltà umane, lo riconosco. Questi nostri ultimi anni sono i resti dei resti del naufragio di tante civiltà della Penisola, civiltà naufragate una sull’altra. Antichità, Medioevo, età Moderna, e ora la Contemporaneità sono tempi crollati uno sopra l’altro creando questa nostra enorme collina di detriti culturali e di simboli e miti morti, il tutto implacabilmente sbiadito dal passare dei decenni e dei secoli. Ma siate sincero. Voi volete chiedermi di quel processo e di ciò che ho visto e fatto in quel periodo.

Il discorso mi colpì come una nerbata, ero in agitazione e così risposi:

In verità sono qui per questo, e penso sinceramente che sia per la vostra persona quasi un dovere mettere a disposizione dei secoli e degli studiosi la vostra testimonianza sincera e veritiera.

Mi fissò con curiosità, come se avesse visto qualcosa di comico nella mia risposta.

Verità, quale verità? Le racconterò come ho vissuto, questo lo posso fare, ma non è da pensare che la mia povera persona possa donare verità di durata secolare e autenticamente sincere.




17 ottobre 2011

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

Ammazzare la memoria, costruire il discorso politico

 

La lotta politica si fa anche con i simboli e l’opposizione proletaria e socialista comprese subito di dover contrapporre la propria simbologia e la propria lettura del conflitto a quella dei ceti dominati, una lotta fra Davide  e Golia, e vinse Golia. In fondo in Italia è comune che vinca il più forte a scapito del più debole. Il fascismo riuscì a controllare questo processo di creazione di mito e gestione della morte di massa ma di sicuro non lo inventò. In realtà in questa storia che il fondamento del fascismo stesso non c’è molto di più se non la creazione del fascismo di se stesso attraverso l’abilità politica e giornalistica di Mussolini. Tuttavia non era una cosa così scontata e non era facile prevedere l’oblio che colpì la resistenza spesso eroica di tanti che negli anni venti s’opposero al fascismo. Anche quella fu Resistenza antifascista, ma non gode della stessa fama e fortuna di quella della Seconda Guerra Mondiale. Credo che questa differenza di trattamento sia da riferirsi  a mio avviso al modo arbitrario con il quale i  partiti politici dell’Arco Costituzionale si son fatti strumentalmente forti della Resistenza  per costruire un discorso di apologia continua del loro sistema politico privo di reali alternative che solo Tangentopoli ha saputo chiudere aprendo la via a una Seconda Repubblica. Infatti da quando è arrivata una Seconda Repubblica priva dei partiti dell’Arco Costituzionale si sente poco rammentare come fondamento della democrazia le prime forme di resistenza al fascismo e per la verità  non sempre sono ricordate le seconde. Credo che questo sia dovuto al fatto che il potere politico di ogni colore non si occupa mai di storia ma di uso pubblico della storia o di propaganda politica che sono cose molto diverse dallo studio della storia fondato secondo dei criteri e sulla base di dnti e testimonianze. Sul fascismo voglio aggiungere una riflessione: non era sua invenzione il saluto romano, la camicia nera, il fascio littorio, il grido Eia Eia Allà, il mito della Roma dei Cesari, l’aquila come simbolo di potere, il martirio per la salvezza della Patria, e neppure gran parte dell’iconografia e dei simboli della  retorica guerrafondaia e perfino il concetto di sangue e di stirpe. Perfino le bande armate anticomuniste non erano così originali visto che già nel 1919 in Germania i Freikorps massacravano centinaia di cittadini della Repubblica di Weimar sospetti rivoluzionari. Il fascismo è stato un modo di gestire e di dare un senso a tutto questo attraverso il potere politico. Se così non fosse sarebbe inconcepibile la rete di complicità e di simpatizzanti che trovò quando s’impadronì dello Stato. L’opportunismo, la corruzione e la decadenza delle minoranze di ricchi liberali al potere e il re non spiegano come mai un movimento politico così singolare e inquietante sia riuscito nella presa del potere e nell’imporre la sua visione della realtà. Il linguaggio simbolico fascista e le dichiarazioni belliciste e nazionaliste risultavano familiari a tanta parte degli italiani dei ceti medi e medio-bassi, il perchè spero sia chiaro.

 

La simbologia della morte divisa fra destra, centro e sinistra

 

 

Ma ciò che colpisce è che la tendenza a tradurre in chiave di rito, di “culto”, di “religione”, intenzioni e progetti della politica con segno rovesciato era presente  anche tra le forze di sinistra, anche se con qualche eccezione.  I socialisti e le forze politiche di sinistra, spinte dal mito dell’esempio sovietico e dal prezzo pagato dalle classi lavoratrici alla guerra, costruirono nel dopoguerra lapidi e monumenti[1], analoghi e contrapposti a quelli espressi dalla memoria “ufficiale”. Tali ricordi enfatizzarono alcuni aspetti antimilitaristici e anticapitalistici della cultura anarchica e socialista.

Scrisse “La Difesa”, settimanale della Federazione Socialista fiorentina, subito dopo il grande evento del 4 novembre:

 L’ENTUSIASMO CITTADINO

E’ stato grande. Non contestiamo. Le notizie militari e quello della firma dell’armistizio sapientemente comunicata hanno fatto esultare la cittadinanza, la quale, più che di ogni altra cosa è stata lietissima della cessazione delle ostilità. Il censore non ci permetterebbe di esporre quello che noi pensiamo sugli ultimissimi avvenimenti perché il nostro sereno e calmo ragionamento potrebbe fare sui bollori dei giorni passati l’effetto di una doccia fredda e noi, per non guastare l’amicizia non vogliamo disturbarlo.

Però non possiamo lasciare passare sotto silenzio quello che nelle dimostrazioni è avvenuto.

Ci si dice  per esempio che  l’avvocato Meschiari[2] ed altri suoi degni compari non

si siano lasciati fuggire neppure questa occasione per lanciare le solite stupide invettive – tra le approvazioni degli imbecilli – contro il partito  socialista. I nostri informatori sono persone serie e degne di fede e non c’è quindi da porre in dubbio che questi signori oggi abbiano vomitato le loro insolenze contro di noi…”[3].

La tensione dovuta alle necessità di regolare i conti in sospeso fra le forze politiche e sociali, aperti con l’entrata in guerra e acuiti oltremisura dagli anni del conflitto era fortissima in città. Un primo segnale fu l’aggressione fatta a Giuseppe Pescetti ad opera di gruppi di studenti e soldati organizzati nel corso della commemorazione proletaria per i morti in guerra[4] avvenuta il 15 dicembre 1918. Furono i socialisti a dover affrontare una reazione violenta, secondo loro portata avanti da quelle minoranze di soggetti economici, ossia i “pescecani” di guerra, che trovarono i loro naturali alleati in questa azione nei gruppi politici nazionalisti. Scriveva “La Difesa”: “Numerosi ufficiali in congedo che si valgono della divisa militare e del grado per imporsi, spadroneggiare e compiere indisturbati e impuniti tutti gli atti teppistici che loro talenta”[5].

I socialisti fiorentini, seguendo una polemica presente anche a livello nazionale, evidenziarono la presenza fra questi avversari non solo dei pescecani ma anche degli imboscati.

I socialisti fiorentini risposero all’abuso che veniva fatto dei simboli militari da parte degli avversari politici attraverso il ribaltamento concettuale del valore attribuito alla divisa, alle medaglie ed alla bandiera. “La Difesa” lanciò, il 4 ottobre 1919, un appello AGLI EX COMBATTENTI in cui si affermava: “Non resta perciò ai proletari smobilitati che di ricorrere alla stessa arma dei nazionalisti, di scendere cioè in piazza in divisa militare coi distintivi di guerra indicanti le campagne fatte e le ferite riportate. Lanciamo l’appello che, verrà certamente raccolto dal proletariato. Si tratta di vita o di morte. E’ in gioco la stessa libertà di pensiero, di riunione e di organizzazione.

Siamo intesi! Al primo ordine del partito socialista migliaia di ex-combattenti sovversivi, dei quali non pochi sono ufficiali e graduati, devono partecipare alle nostre dimostrazioni, vestiti in divisa, al canto dell’inno dei lavoratori e dietro i vessilli rossi (…) Faremo vedere agli imboscatissimi eroi del marciapiede chi veramente ha fatto la guerra.”

I socialisti, anche a Firenze, usavano termini e parole dei loro avversari in contesti diversi e rovesciandone i sensi. Il mondo[6] dei simboli e valori socialisti, come tutta la società italiana, era stato costretto a confrontarsi con l’esperienza di guerra.

Esso si trovò a condividere con i suoi avversari espressioni e parole di stampo religioso, mistico o bellicistico che nel corso del conflitto avevano acquisito senso e popolarità. I due insiemi culturali disomogenei, quali erano in quel tempo il mondo socialista e quello cattolico-reazionario e fascista, avevano in comune delle parole in grado di rappresentare valori mitici e simboli come: “forza”, “bellezza”, e sopra ogni altra, “fede”, oltre ad affermazioni verbali come “consacrare”, “vincere”, “combattere”, “infrangere la resistenza”.

Se ne ha un esempio nell’inaugurazione fiorentina del vessillo della lega proletaria dei reduci di guerra. I socialisti descrissero e qualificarono l’evento[7] in questi termini: “un imponente corteo, un comizio vibrante di entusiasmo, la bandiera della lega consacrata alle battaglie per l’internazionale operaia in una cerimonia religiosa.” Tale modo di parlare e quindi di veicolare messaggi era adatto a portare avanti quella tensione e quella radicalità politica ereditata dal periodo bellico, e diventata parte del linguaggio politico del dopoguerra. Inoltre, le forze della sinistra attuavano lo smascheramento dei simboli e delle parole d’ordine nazionaliste e clericali accompagnando l’uso  dei  medesimi simboli e parole per affermare concetti e progetti opposti.  In  quest’attività   che   intendeva  sovvertire  le   categorie    della    “memoria

ufficiale” si distinse la rivista[8]  “l’Ordine Nuovo”. L’uso di tali strumenti simbolici e linguistici, mutuato dagli avversari, non fu solo negativo, la dissacrazione e la negazione dei valori fatti propri dalle forze di destra poteva avvenire contemporaneamente alla rivendicazione del proprio ruolo avuto nel conflitto e del sacrificio subito dal proletariato.

Gli esiti di questa lotta simbolica sembrano confermare l’analisi generale  dello storico George. L. Mosse a proposito dell’uso politico[9] dei culti laici e della loro articolata simbologia: “I nazisti sapevano quel che facevano quando posero il culto dei morti in guerra e il culto dei propri martiri al centro della loro liturgia politica. Il culto dei caduti aveva un’importanza diretta per la maggior parte della popolazione: maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un quasi tutte le famiglie avevano perso uno dei loro membri, e una maggioranza dei maschi adulti aveva combattuto nella guerra e perduto un amico. Ma fu la destra politica, e non la sinistra, che si dimostrò capace di annettersi il culto e metterlo a profitto. L’incapacità della sinistra di dimenticare la realtà della guerra e di far proprio il Mito dell’Esperienza di Guerra si risolse in un vantaggio per la destra che poté sfruttare ai propri fini politici le sofferenze di milioni di persone”.

Il far proprio il mito politico del rappresentare i caduti per la patria conferiva alla forza politica che ne assumeva, per così dire il monopolio, la possibilità di presentarsi come una forza erede del passato storico in grado di rigenerare la Nazione. L’appropriazione del mito da parte delle forze di destra, nel caso di Firenze, fu resa più facile grazie alla presenza di intellettuali reazionari e interventisti che erano schierati ed avevano operato in funzione antisocialista fin dal periodo dell’amministrazione del sindaco Orazio Bacci[10].

La giunta del sindaco Antonio Garbasso[11] ereditò la politica culturale incentrata sull’esaltazione della  vittoria, degli eroi e dei caduti; e adattò alle nuove circostanze gli strumenti culturali e propagandistici. Per le forze di sinistra era difficile affermare le proprie ragioni, poiché durante e subito dopo la guerra fu attuato un gioco pesante contro i socialisti fatto di offese e accuse di disfattismo e tradimento mentre la censura, che fu abolita solo a distanza di diversi mesi dalla fine del conflitto, colpiva la stampa socialista.  Difatti l’appello per la ricorrenza del 2 novembre 1919, pubblicato da “La Difesa” del 1 novembre 1919 uscì censurato; le autorità non ammettevano la presenza di una liturgia diversa e di memorie  alternative intorno alla straziante questione dei caduti in guerra. La parte non censurata del testo riporta: “ 2 NOVEMBRE. Giorno dei morti. Le vittime della guerra reclamano e attendono giustizia riparatrice. Ricordalo o popolo!  E nei fiori vermigli che – al pensiero dei tuoi dolori – butti al vento per ricoprire…CENSURA”.

                Il fiore, simbolo della continuità della vita e di una speranza nella morte, diveniva in questo appello un monito a non dimenticare le responsabilità di quelle morti e di quel conflitto. Tale omaggio simbolico era un gesto che era stato fatto proprio dalle giunte comunali che destinarono, per la ricorrenza del 2 novembre, fondi per adornare le tombe dei caduti in guerra[12]  al cimitero di  Trespiano.

Nel 1919, in occasione del giorno dei morti, il regio commissario[13] aveva predisposto una cerimonia per la deposizione di fiori sulle tombe dei caduti nel cimitero di Trespiano cooptando le rappresentanze delle scolaresche comunali, dei sodalizi patriottici e contando sull’appoggio de “La Nazione”.

Una vera e propria svolta verso una complessità simbolica e rituale più consona all’esigenza di far partecipare le masse ai riti pubblici si ebbe solo durante la giunta Garbasso. Una lettera del sindaco inviata nell’aprile del 1921, d’accordo col Consiglio comunale, al comitato di Treviso con l’offerta di fiori del vivaio comunale, da deporre sulle tombe dei caduti del Piave, rivela la volontà di superare i limiti della solita retorica. Il sindaco concluse la lettera di omaggio[14] inviata al comitato affermando: “Portino queste fronde e questi fiori il memore saluto di Firenze agli Eroi che attendono una Patria più grande, quale sognarono cadendo… ”.

In questa lettera emergono due aspetti, che evidenziano un cambiamento profondo rispetto alle esperienze precedenti: il primo è che i fiori assumevano un valore simbolico, oltre a quello ovvio di rinascita e di continuità della vita dopo la morte, in quanto consacrati al culto dei caduti; il secondo è la mitizzazione e le strumentalizzazione della morte in guerra per fini politici. Formalmente Garbasso affermava che i morti volevano un’Italia più grande e diversa e affermando che era compito dei vivi rendere piena soddisfazione a questa “attesa dei morti”. Non si trattava più di ricordare i morti in guerra come portato di una lotta intrapresa per salvare la Patria, ma, al contrario, di fare dei gloriosi caduti la ragione per cui era necessario mutarla a partire da quel  preciso momento storico.

“L’attesa dei morti” è il dato palese di un profondo cambiamento culturale e politico che non avrebbe mancato di inserirsi nelle forme dello stato totalitario; infatti, se in tutti i paesi usciti dalla Grande Guerra il culto dei morti divenne un nodo cruciale della vita pubblica fu, tuttavia, in Germania e in Italia che esso “assunse  un’importanza speciale. Ancora  negli anni  30, durante il regime fascista, l’Italia era impegnata a sviluppare e ricostruire i suoi cimiteri militari, mentre in Germania pellegrinaggi e cerimonie mantennero la memoria dei morti costantemente viva fino allo scoppio della seconda guerra mondiale”[15].  I riti dedicati ai caduti della Grande Guerra, che vennero utilizzati dal fascismo nel contesto del costruendo stato totalitario erano, infatti, stati elaborati e sperimentati già prima della presa del potere da parte di Mussolini. Il 4 novembre del 1921, mentre Garbasso nella veste di sindaco di Firenze si trovava a Roma per assistere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto nel Vittoriano, le principali autorità civili e militari fiorentine onorarono la vittoria del 4 novembre con una Messa in Santa Croce, celebrata su un altare da campo sopra cui fu stesa la bandiera tricolore[16]. La cerimonia riuscì imponente, la suggestione del passaggio fiorentino dell’Ignoto giocò certamente un ruolo e l’evento ebbe come ospite d’onore il cattolicissimo generale Luigi Cadorna.

            La commemorazione in onore dei caduti raggiunse una sintesi fra il culto della fede cattolica e quello della patria uscendo dai limiti della cerimonia elitaria e divenendo un evento pubblico coinvolgente per le masse. La sacralizzazione dei caduti della Grande Guerra in chiave di uso pubblico della storia e di manipolazione politica delle masse, fu fatta propria dal fascismo. Nel caso fiorentino il fatto che il sindaco si fosse “convertito” al fascismo facilitò la strumentalizzazione e l’uso di parte del mito dei caduti. L’anno successivo il generale Cadorna ed il sindaco furono i traghettatori verso il fascismo di questa cerimonia solenne del 4 novembre.  Il sindaco aveva del resto manifestato la sua passione politica il 31 ottobre 1922, quando assieme ai gerarchi fiorentini, aveva improvvisato un comizio a favore di Mussolini in piazza Vittorio Emanuele mentre i fascisti andavano a liberare i loro camerati rinchiusi in galera, alle Murate[17], per svariati delitti. Pochi giorni dopo il 4 novembre del 1922 la Messa solenne in Santa Croce e la cerimonia in Palazzo Vecchio videro ancora protagonisti i fascisti fiorentini, ormai “padroni” della città.  Kurt Suckert, ossia Curzio Malaparte, si ritagliò un suo spazio quando tenne un comizio fascista nel salone dei Cinquecento, inserendo la propaganda politica nel rito solenne.  La cerimonia proseguì poi con un corteo i cui partecipanti, dopo aver percorso il centro storico, ritornarono in piazza Signoria, dove Cadorna prese la parola per lodare la marcia su Roma avvenuta pochi giorni prima,  evento che, egli disse, avrebbe “salvato la Patria”. "Il Nuovo Giornale” e “La Nazione” diedero un grande rilievo a questi fatti mentre il genetliaco del Re[18], festeggiato anche a Firenze, ebbe poco spazio nella cronaca. “Il Nuovo Giornale” gli dedicò, il giorno dopo, solo un piccolo trafiletto. Quanto ai giornali non allineati con la giunta, essi non ebbero in quei giorni la possibilità di circolare, perché i fascisti li bruciarono prima che potessero arrivare nelle edicole.

 



[1] Cfr. Gianni Isola, Guerra al Regno della guerra, Storia della Lega proletaria mutilati invalidi reduci e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, 1990, Firenze, pp.166-181. In generale sulle memorie dedicate ai caduti  di orientamento socialista cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra, Giunti, Firenze,1993, pp.147-148

 

[2] L’Avvocato Gino Meschiari, (1883-1947) uomo politico repubblicano ed ufficiale dei bersaglieri,  in quel periodo era un antisocialista convinto. Successivamente avrebbe legato il suo nome alle associazioni combattentistiche; aderì al fascismo dopo il delitto Matteotti. Esponente di prestigio della corrente repubblicana divenne “l’ultimo federale” di Firenze durante la Repubblica Sociale. Il partito repubblicano lo espulse nel 1920 a causa della sua accesa difesa delle proprie posizioni politiche scioviniste. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 26 novembre 1920. Cfr. Carlo Francovich, La Resistenza a Firenze, La Nuova Italia, Firenze, 1969, pp. 49-50 e p 364.

 

[3]  “La Difesa”, Cronaca cittadina, 8 dicembre 1918. L’articolo che commentava la fine delle ostilità terminava con un minaccioso giudizio sugli avversari politici: “Ma il gioco non è terminato e non si sa come possa chiudersi la partita. Non sempre saremo disposti a tollerare. Ed allora sapremo servire a dovere questi repubblicani passati al servizio della monarchia, questi… socialisti che vanno puntellando la borghesia traballante. Il tempo è galantuomo.”. Sui motivi che scatenarono le tensioni che erano intercorse tra la giunta al potere e i socialisti fiorentini durante il conflitto cfr. Luigi Tomassini, Associazionismo operaio a Firenze fra 800 e 900, La società di Mutuo Soccorso di Rifredi (1883-1922)  Olschki Editore, Firenze, 1984, pp. 293 –299; e anche Giorgio Spini e Antonio Casali, Firenze, Editore Laterza, 1986, pp. 112 – 113.  In generale sulle tensioni sociali e politiche in Toscana nel 1919 cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001

 

[4] Cfr. “La Nazione”,  Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “Il Nuovo Giornale”, Cronaca di Firenze, 16 dicembre 1919. Cfr. “La Difesa”, 14 dicembre 1918 e 28 dicembre 1918.

 

[5] Cfr.”La Difesa”, 4 ottobre 1919.

 

[6] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit., pp. 240 – 246 e pp. 322 – 329. In generale sulla storia del linguaggio politico in Italia nel 1919. Cfr. Roberto Bianchi, Pace, Pane, Terra il 1919 in Italia, Odraedek edizioni, Roma, 2006. Per quel che riguarda l’organizzazione  di ex combattenti che militavano politicamente a sinistra e il loro linguaggio Cfr: Eros Francescangeli, Arditi del popolo, Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista, Odradek, Roma, 2008.

 

[7]  “La Difesa”, 1 novembre 1919. Tale tendenza non era un dato solo fiorentino, lo stesso “Ordine Nuovo” usò, il 1 maggio, questi termini per celebrare la data solenne: “Perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera di ricostruzione, è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate allo immane compito”.

 

[8] “L’Ordine Nuovo” ad esempio  pubblicò racconti strazianti che alla denuncia sociale accompagnavano la denuncia del conflitto e fra questi un articolato e concettualmente complesso racconto “il Congresso dei morti” che fu pubblicato a puntate.  Questo racconto immaginava che la grande strage avvenuta con la guerra avesse convocato agli inferi così tanta folla da scatenare un congresso fra i defunti.  A tale evento presero parte le grandi personalità della storia come Attila, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Garibaldi e tanti altri.  Il congresso viene chiuso direttamente da Gesù Cristo e da un Milite Ignoto; lo stesso Messia pronuncia una aperta condanna del capitalismo, della chiesa, e della guerra.   Cfr. “L’Ordine Nuovo ”, 24 maggio, 7, 14, 21 giugno; 17, 26 luglio, 9, 16 agosto 1919.

 

[9] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Roma – Bari, 1990,  pp. 117 –118. 

 

[10] Il “Gr. Uff. Prof. Dott”. Orazio Bacci morì la notte fra il 24 e il 25 dicembre 1917, mentre si trovava a Roma per motivi d’ufficio. Nato a Castelfiorentino il 17 ottobre 1864, intraprese a Firenze la carriera di insegnante fin dai più bassi gradini arrivando ad essere prima un professore di Liceo, poi un accademico della Crusca e infine un professore universitario. Nel 1910 ricoprì la carica di assessore alla Pubblica Istruzione.  Dal gennaio del 1915 fu  sindaco di Firenze, il suo mandato lasciò un segno a causa delle molte iniziative culturali e benefiche attuate durante il difficile periodo della guerra. Genero di Isidoro Del Lungo, ebbe una formazione culturale e politica che fu determinante nell’impostare momenti e riti di propaganda patriottica.

 

[11] Antonio Garbasso ultimo Sindaco di Firenze e primo Podestà fascista della città era nato a Vercelli nel 1871. Accademico dei Lincei, e docente di fisica – matematica a Pisa e a Firenze. A  Firenze si occupò specificamente di ottica e di magnetismo. Fu eletto Sindaco nel 1920, fu nominato senatore del Regno nel 1924, nominato podestà mantenne la carica fino al 1928.  La sua opera politica e culturale a Firenze fu notevole, tant’è che attualmente esiste una via Antonio Garbasso nella zona di San Gervasio che non ebbe una nuova denominazione dopo la guerra.  I frati francescani della Verna  gli diedero sepoltura nel cimitero del convento nel 1933.

 

[12] Tale consuetudine, che aveva assunto le vesti della ritualità pubblica fin dal 1916, proseguì nel decennio successivo e oltre. Cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 119.

 

[13] Cfr. “La Nazione”, 2 novembre  1919.  La crisi politica e morale della giunta Serragli impose la nomina di un commissario Regio nella persona di Vittorio Serra Caracciolo.  Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p. 75 e p.112

 

[14] Atti, CFi,, I,  19 aprile 1921, p.318

 

[15] George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Editori Laterza, Bari, 1990, p.103

 

[16] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1921

 

[17] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 4 e 5 novembre 1922.  Su Firenze e la marcia su Roma cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, cit., pp. 316 – 319.

 

[18] Cfr. “La Nazione”, 11 novembre 1922 e “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1922. In particolare “Il Nuovo Giornale” con una punta di malizia scrisse che nella cerimonia solenne in Comune i presenti avevano gridato: “Viva il Duca d’Aosta, viva casa Savoia.”   Il duca D’Aosta era stato preso in considerazione da alcuni gruppi politici d’estrema destra come potenziale alternativa al sovrano legittimo Vittorio Emanuele III in caso d’abdicazione da parte di quest’ultimo, e come probabile candidato alla presidenza di un governo autoritario e antidemocratico.  Cfr. Denis Mack Smith, I Savoia  Re d’Italia, cit. p. 314, e p. 325.

 




13 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Gestire la Morte di massa

Gestire la Morte di massa

 

Gestire la morte di massa è una cosa difficile e non tutti possono esser d’accordo, ma chi ha il potere deve provare a gestire l’ingestibile o fatalmente perderà il potere con tutte le conseguenze del caso. Se ripenso ai miei studi osservo che questo era il problema delle minoranze al potere a Firenze nel biennio finale della Grande Guerra. Allora la “consorteria” al potere in quel di Firenze fra il 1917 e il 1918 cercò almeno di creare la sua immagine di morte in guerra e di trasformarla da massacro in scala industriale con le sue logiche di profitti industriali e di finanza legate alla guerra e al debito che produceva a qualcosa di comprensibile e accettabile: un sacrificio per la Patria e la collettività. In qualche misura riuscirono nel loro intento perché crearono riti, simboli ostentati, atti pubblici in collegamento fra loro, i quali pur avendo numerosi precedenti erano tuttavia frutto della Grande Guerra. Le  minoranze al potere riuscirono a far convivere per due decenni la memoria della morte di massa con i detentori del potere trasfigurandola, distorcendone il senso e mitizzandola, e riuscirono a farne qualcosa di quotidiano presente nella titolazione delle strade e delle piazze, nelle lapidi, nei monumenti, nei programmi scolastici, nell’immaginario collettivo. La popolazione subì questa immagine pubblica della morte di massa, dal momento che il linguaggio delle minoranze al potere  non riusciva a far adeguata opera di persuasione la creazione della pedagogia patriottica s’integrò con i riti religiosi e con iniziative benefiche volte a procacciare un facile e immediato consenso. Ma mancava ancora l’elemento politico in grado di blindare il culto della Patria entro i termini di un blocco sociale di partito, mancava l’anello di congiunzione fra una cultura nazionalista e conservatrice timorosa di ogni minimo cambiamento sociale e una prospettiva politica in grado di mobilitare le masse della popolazione che, dopo l’enorme bagno di sangue, chiedevano di contare e di essere parte della vita politica. Mancava alle minoranze al potere il fascismo inteso come un movimento politico di massa, antisocialista, controrivoluzionario, espressione del nazionalismo e dell’imperialismo italiano, disposto a propagandare una lettura politica della Grande Guerra distorta e retorica e nello stesso tempo in grado di mobilitare almeno in parte le  masse di sudditi del Regno d’Italia per dare consistenza e numero alla conservazione dell’esistente. Personalmente credo che l’idea delle minoranze al potere nel Belpaese fosse quella di usare il fascismo per stroncare i socialisti e lasciare le cose come erano. Il fascismo nel corso del ventennio si rivelò uno strumento della conservazione e della reazione con sue finalità ideologiche che uscivano dal piccolo recinto egoistico di una minoranza di ricchi e  privilegiati che l’aveva accompagnato al potere, si rivelò almeno in parte autonomo anche se rimase sempre incompiuto il suo disegno di creare un regime  totalitario autentico.

 

La morte di massa in guerra era penetrata in profondità nella sensibilità della cittadinanza e la sacralizzazione dei caduti e la loro dimensione “eroica” erano un fatto politico e sociale che pervadeva tutti i ceti sociali. Perfino le sedute del Consiglio comunale[1] per commemorare i concittadini caduti, per segnalare quanti erano stati decorati e gli ufficiali che si erano distinti per gesta eroiche assumevano un tono “sacro”, non privo di ammonimenti pedagogici che si concretizzarono in eventi quali la solenne cerimonia promossa dal Comune in cui furono consegnate le medaglie al valore alle famiglie dei caduti al fronte. Al rito parteciparono[2], oltre alle autorità militari e civili, le rappresentanze  delle scuole.

L’intento patriottico di giustificare la morte in guerra  si concretizzò nell’esaltazione di figure[3] assunte a simbolo di “sacrificio della vita” per la Patria come Nazario Sauro e Cesare Battisti, due veri e propri “idoli laici” oggetto di numerose attenzioni e strumentalizzazioni in funzione antiaustriaca e, nel caso di Sauro, apertamente ostili al nuovo regno di Jugoslavia.  La compattezza militare dell’alleanza fu celebrata dalla Croce Rossa, il 25 marzo 1918 nel salone dei Cinquecento con la donazione  di cinquemila pacchi di generi di  conforto  alle famiglie dei morti e dei richiamati. Tutti i protagonisti dell’evento furono fotografati presso una parete stipata di pacchi che avevano impressi tre simboli: lo scudo sabaudo, la croce rossa americana ed il giglio di Firenze.

Fra gli ospiti intervenuti era presente anche Isidoro Del Lungo[4], uno dei massimi rappresentanti del mondo politico-culturale fiorentino, e due ufficiali americani per sottolineare la stretta collaborazione fra le potenze dell’alleanza[5] nella comune battaglia annonaria.

A questa iniziativa se ne aggiunse un'altra che consisteva in una fiera, svoltasi dal 31 marzo al 13 aprile, durante la quale, nella centralissima via Tornabuoni, furono vendute merci di vario genere dalle autorità alleate, con un intreccio fra beneficenza e commercio che ritornerà spesso nel dopoguerra nelle iniziative volte a finanziare una cassa scolastica o un monumento ai caduti. La grande manifestazione ginnico militare, tenutasi ai primi di  maggio alle Cascine vide la partecipazione di rappresentanze alleate. Fra le specialità in cui si cimentarono gli atleti fu presente il lancio della bomba a mano. Questa gara collocava la competizione sportiva all’interno di una rappresentazione simbolica della guerra e alludeva alla mobilitazione di tutte le risorse e di tutte le energie.

Del resto quest’evento sportivo era l‘occasione per l’elite al potere per prendersi un po’ di visibilità pubblica come risulta anche dall’elenco meticoloso degli intervenuti e dei premi offerti dai privati pubblicato sulle pagine de “La Nazione”[6]. Il  momento solenne  di questo sforzo propagandistico si ebbe il 4 luglio 1918, giorno in cui Firenze celebrò la festa nazionale americana; in quell’occasione,  fu conferita a Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti, la cittadinanza onoraria.  Il Comune finanziò un film di propaganda che documentò l’evento: una scelta abbastanza inusuale e di indubbio rilievo e modernità rispetto a quanto era stato fatto fino ad allora. Il problema della creazione di una partecipazione di massa davvero rappresentativa della popolazione poteva essere, in parte, risolto attraverso la collaborazione fra il clero e le istituzioni. La propaganda patriottica fiorentina, per creare il proprio linguaggio e superare i dislivelli culturali e di alfabetizzazione, rielaborò le pratiche linguistiche e rituali della tradizione religiosa cattolica, senza mettere in discussione l’ordinamento sociale e il suo autoritarismo. Un esempio di questo atteggiamento è rappresentato da padre Ermenegildo Pistelli[7] che, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, il 18 novembre 1918, proclamò la superiorità del popolo italiano rispetto a quello germanico, in quell’occasione il sacerdote citava un professore tedesco,  perché riusciva ad essere civile anche se lasciato nell’analfabetismo, mentre il popolo germanico, che analfabeta non era, per essere civile aveva bisogno d’istruirsi. Tale atteggiamento era sintomatico della predisposizione di una certa cerchia d’intellettuali fiorentini politicamente vicini alla “consorteria” di considerare opportuno l’uso dei diversi livelli d’istruzione come strumenti di segregazione culturale e sociale.

La sacralità del rito religioso associata alle necessità e alle logiche del patriottismo poteva far partecipare emotivamente la maggior parte della popolazione nonostante le differenze di classe sociale d’appartenenza, tuttavia il legame fra chiesa ed autorità cittadine a Firenze giunse ad una sintesi solo in occasione della Messa solenne celebrata nel Duomo di Firenze nel febbraio 1919 per commemorare i caduti in guerra. Le autorità e le classi sociali al potere, infatti, avevano bisogno di fare un fronte comune contro i socialisti.

            La Messa solenne in  memoria dei caduti che si celebrò nel Duomo[8]  di Firenze

il 9 febbraio 1919 vide le autorità civili e religiose dare prova di grande compattezza, lo svolgimento del rito rivelava l’influenza dell’esperienza di guerra.

Il quotidiano “La Nazione” riportò la cronaca del rito osservando che “gran folla” era accorsa e che la cerimonia risultò essere “solenne e grandiosa”, per l’occasione il tempio era stato addobbato con “grande austera semplicità”: “Trofei composti da fasci di fucili, da cannoni e da proiettili, alcuni dei quali da 305 erano stati collocati all’interno del catafalco sulla sommità di esso sovrastava la bandiera nazionale.”.

Lo strumento bellico era  divenuto ornamento del luogo sacro e vale la pena notare che era il fucile a rappresentare il caduto, a “prendere il posto” dell’essere umano. Questa forma di rappresentazione[9]  Nella cronaca de “La Nazione” si può osservare una mutazione profonda nella percezione dello spazio sacro. L’inizio del periodo per rappresentare un moto spontaneo verso un avvenimento pubblico si apre con gran folla è accorsa….. La  descrizione stessa rivela che l’evento era stato studiato e preparato per suggestionare la folla dei partecipanti. La cronaca continuava poi rivelando che: “Otto soldati della 167° batteria bombardieri, con l’elmetto e completamente armati prestavano servizio d’onore ai lati. sarebbe poi stata fatta propria da alcuni monumenti dedicati ai caduti dove l’arma rappresentata con maggior frequenza fu proprio il proiettile d’artiglieria.

Altri reparti di bombardieri agli ordini del tenente Giordano si trovavano schierati lungo la navata maggiore. Dirigevano questo servizio il commissario Cav. Dalla Giovanna, i commissari di polizia comunale mag. Ronchetti e Andreotti, e i delegati di P.S. Bellesi e Blotta. All’esterno al disopra della porta maggiore era l’epigrafe dettata dall’illustre scolopio padre Manni[10]: NELLA PACE ETERNA – O VOI QUI IMPLORANTI– CON TANTO AMORE – O SOLDATI NOSTRI – GLORIOSAMENTE CADUTI PER LA GIUSTIZIA – RICORDATEVI FRATELLI – ASPETTANTI INTERO SOLLECITO IL FRUTTO DEL VOSTRO SANGUE. L’ingresso in Duomo era regolato da agenti e carabinieri. La musica presidiaria ed un battaglione di fanteria, schierato di fronte al tempio, ha reso gli onori alle autorità man mano che giungevano…”. La cronaca informa che, indossati i sacri paramenti, prima della Messa il cardinale pronunziò un discorso “improntato ad alti sensi di italianità” e ringraziò il Signore per la vittoria alleata e italiana. Il momento più solenne fu quello in cui, alla benedizione, il reparto d’artiglieri presentò le armi: la cerimonia religiosa e quella militare si fondevano armonicamente per sottolineare una piena convergenza di ideali e di identità. Nel corso della guerra avevano avuto una certa accelerazione sia le dinamiche di secolarizzazione e cristianizzazione da tempo in atto, sia la reazione tendente ad affermare una “restaurazione cattolica” della società e dello Stato. Tutto questo avveniva proprio mentre l’integrazione delle forze cattoliche nei gruppi dirigenti dei paesi liberali assumeva un nuovo e rilevante spessore in funzione sostanzialmente conservatrice e antisocialista: “Il dolore, la distruzione, la morte, che in tante parti dell’Europa la guerra aveva seminato, erano in ogni caso elementi su cui la chiesa poteva far leva per orientare nuovamente verso i valori religiosi e trascendenti. Le inquietudini e i turbamenti sociali scaturiti dalla guerra potevano portare inoltre parte dell’opinione pubblica a guardare di nuovo alla chiesa come elemento di conservazione sociale”[11].

Del resto, durante il conflitto, in virtù dell’istituzione dei cappellani militari e alle leve degli ecclesiastici, la Chiesa aveva avuto la possibilità di essere presente in modo organico nell’apparato militare. Questa convergenza di carattere politico aveva come suo corrispettivo retorico il poter sommare il martirio cristiano con la morte per la patria nella creazione di modelli di riferimento per la sacralizzazione dei morti nella Grande Guerra.    



[1] Il Comune di Firenze fu prodigo di queste iniziative. La celebrazione dei fiorentini caduti consisteva in un discorso solenne tenuto dal sindaco che, si apriva con l’encomio di una medaglia d’oro,  proseguiva con i nomi delle medaglie d’argento, di bronzo e con l’elencazione degli altri nominativi. Cfr.  Atti, CFi, II, 11 gennaio 1917, pp. 6 - 7. e, II, 25 novembre 1918, p. 359.

 

[2] Cfr. “La Nazione, Cronaca di Firenze, 21 aprile 1918.

 

[3] La figura di Nazario Sauro, eroe della marina, impiccato dagli austriaci,  fu usata in funzione antijugoslava anche sulle pagine della “Nazione”; ad esempio si scriveva che l’eroe era morto per rivendicare all’Italia territori attribuiti al nuovo Stato Jugoslavo. L’articolo di prima pagina del 19 novembre 1918, titolava a caratteri cubitali: “L’ombra di Nazario Sauro vigila sulla bandiera d’Italia nel porto di Pola”. “L’eroe caduto è già spirito protettore della Nazione, è già mito di un’Italia più grande che deve compiersi.” L’articolo insisteva sul fatto che la presenza nella memoria collettiva (e dove altrimenti?) di un simile martire rafforzava la convinzione di considerare la città come parte dell’Italia. “La Nazione” stessa si attribuì un eroe. Nell’agosto del 1919 offrì una targa d’argento per una gara nazionale di nuoto. Questa la dedica: “Questa targa offerta dalla “Nazione” si intitola al nome eroico del suo redattore Cesare Borghi sportman e giornalista che l’XI novembre 1915 assaltando Oslavia per l’Italia moriva”.

 

[4] Nato da nobile famiglia il 20 dicembre 1841, Isidoro Del Lungo fu uno dei massimi protagonisti della vita culturale e politica fiorentina dagli ultimi decenni dell’800 agli anni venti. Uomo di studi e di cultura, commentò La Divina Commedia, e curò i testi critici della Cronica di Dino Compagni. Morì a Firenze nel 1927. Cfr. DBI, XXVIII, pp. 96 - 101.

 

[5] Sul criminoso disinteresse della politica italiana rispetto ai propri prigionieri di guerra si rimanda a: Giovanna Procacci, I prigionieri di guerra, in La Prima Guerra Mondiale, a cura di Stephane Audouin-Rouzeau e Jean-Jacques Beker, Ed.it a cura di Antonio Gibelli, Vol.I, Einaudi, Torino, 2007. L’interesse nel ricercare l’aiuto degli alleati è certamente indice della difficoltà del momento e deve essere letto alla luce dell’affermazione di Denis Mack Smith nel saggio  I Savoia re d’Italia, RCS Rizzoli Libri, Milano, 1990, p. 283.  “Ma il re teneva celate le sue vere intenzioni: lui e i suoi ministri (Salandra e Sonnino) avevano deciso di condurre una guerra separata, con obiettivi diversi da quelli dei suoi nuovi alleati e con una diversa strategia, una guerra parallelacontro la sola Austria per garantire all’Italia la supremazia nell’Adriatico.”   Nel suo testo l’autore inglese pone l’accento sulla difficoltà alleata a costruire una strategia comune con l’Italia per vincere la guerra. L’intenzione italiana di condurre di fatto una guerra parallela si rivelò fallimentare;dopo il disastro di Caporetto il peso del contributo militare e l’influenza degli alleati aumentò. Sia “La Nazione” sia “Il Nuovo Giornale” rispecchiarono il cambiamento politico e militare sottolineando nei loro articoli le cerimonie e le battaglie fatte in comune con gli alleati. Rivelatore tuttavia dell’improvvisazione di questa svolta nel contesto fiorentino è l’aneddoto della banda musicale interalleata. “La Nazione” l’8 marzo 1918 rivelò che i musicanti furono trasportati coi carri della nettezza pubblica sotto gli occhi allibiti del pubblico che era  alle finestre.  Ne seguì una rovente polemica in Consiglio Comunale.

 

[6] “La Nazione”: 23 giugno, 3 luglio, 5 luglio 1918, e “Il Nuovo Giornale”, 23 giugno, 3 luglio, 5 giugno 1918. Un’eco significativa del “filo americanismo” emerso in queste manifestazioni si ha nel discorso inaugurale del 18 novembre 1918 di Ermenegildo Pistelli, ordinario di lettere greche e latine, che contiene un esplicito riferimento elogiativo al presidente americano Wilson quale difensore della civiltà e degli studi classici. Cfr. ASCFi, Belle Arti, A.1918, AF. 960-332, sul finanziamento del Comune di un film di propaganda.

 

[7] Il discorso di Padre Ermenegildo Pistelli è trascritto nell’Annuario dell’Istituto Regio di Studi Superiori di Firenze, 1918 – 1919, tip. Galletti, Firenze, 1919. Padre Ermenegildo Pistelli, scolopio e uomo politico, nacque a Camaiore nel 1862 e morì a Firenze nel 1927.  Figura di primo piano nella cultura e nella politica fiorentina, politicamente fu  nazionalista e fascista. Costui percorse tutta la gerarchia dell’insegnamento da maestro elementare a docente universitario di lingua greca e latina. Sulla concezione classista del pensiero pedagogico di padre Pistelli cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi D’Italia,  cit. pp.196 - 201. Sui problemi concernenti la funzione sociale e gerarchica dell’istruzione italiana cfr. Simonetta Soldani, La nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani, Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, Simonetta Soldani, Gabriele Turi (a cura di), il Mulino, Bologna, 1993, p. 101 e p. 129. Cfr. Marino Raicich, Scuola, cultura e politica da De Sanctis a Gentile, Nistri Lischi, Pisa,  1982,  pp. 357 - 363. Il concetto della cultura italiana come diversa e superiore da quella germanica è ribadito con forza in quello che è uno dei suoi ultimi scritti: Ermanegildo Pistelli, Lettere a un ragazzo italiano, Salani, Firenze, 1927, pag.42

 

[8] Cfr.“La Nazione”, 10 febbraio 1919. “La Nazione”, come è noto era un quotidiano legato agli interessi degli agrari e dei proprietari terrieri che si autodefinivano “moderati”. Fin dall’inizio del 1919, in considerazione della ripresa della attività e della propaganda socialista, questo giornale considerò la sua linea editoriale e politica un punto di riferimento per la reazione antioperaia e antisocialista.  Particolarmente intensa fu l’attività giornalistica rivolta a sostenere e ribadire il pensiero politico delle forze borghesi e il loro stile di vita. Cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, La Nazione nei suoi cento anni 18591959, Tipografia de Il Resto del Carlino, Bologna, 1959, p. 124.

 

[9] Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, cit,  pp. 76 – 79, e pp. 343 – 345.

 

[10] Padre  Giuseppe Manni, scolopio e rettore della Badia Fiesolana, nacque a Firenze nel 1844 e vi morì nel 1920. Studioso insigne, epigrafista e poeta. Fu proprio lui ad accogliere nell’ordine degli Scolopi l’allora giovane Ermenegildo Pistelli. Cfr. Ermenegildo Pistelli, Il padre Manni, Arte della Stampa, Firenze, 1923.

 

[11] Guido Verucci, La chiesa nella società contemporanea, Laterza, Roma – Bari, 1988, pp. 9-10.

 




7 febbraio 2008

NO, WE CANNOT

Nel casino generale che ci ha portato verso elezioni anticipate (inevitabili), mettiamo in chiaro una cosa: nessuno, dicasi nessuno, che si riempie la bocca della magica parola “riforma elettorale” intende restituire ai cittadini il diritto a scegliersi i candidati preferiti. Non lo prevede il referendum Segni/Guzzetta, né la proposta chiamata “Veltronellum” o “Vassallum”, né tantomeno l’ultima avanzata dall’ex Ministro Bianco. NESSUNO. Eppure questa, come la preclusione per i condannati con sentenza infamante passata in giudicato e il limite dei due mandati, come per le sbandierate presidenziali americane, è la vera riforma sostanziale, molto più delle alchimie che appassionano solo le segreterie di partito, tutte oberate nel piazzare i soliti amichetti o compagnucci.

Beppe Grillo, su questi tre punti, ha presentato alle Camere una Proposta di Legge di iniziativa popolare (sottoscritta da noi come da quasi quattrocentomila persone, praticamente un referendum!), ma ora che le Camere sono sciolte, sarà ancora più facile ignorarla.

Un’ultima cosa che spesso si sottace: il famigerato “Porcellum”, l’attuale pessima legge elettorale, non è una pensata originale di Calderoli & Co., visto che quasi identica l’aveva adottata un paio d’anni prima la Regione Toscana... di nuovo centro-destra e centro-sinistra facce della stessa medaglia. Storia ormai nota.

L’unico augurio che possiamo fare a questo nostro sventurato Paese è che il tentativo della reductio ad duum della politica italiana, Popolo delle Libertà e Partito Democratico - le due facce della medaglia di prima -, fallisca miseramente e Libertà e Democrazia possano, con fatica e malandate, almeno sopravvivere!!!

 

       Associazione Futuro Ieri (http://it.groups.yahoo.com/group/futuro_ieri)



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