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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


17 maggio 2013

Diario Precario Dal 7/5 al 11/5/2013

Data. Dal 7/5/2013 al  11/5/2013

 

Note.

Maggio.

Governo  nuovo, PD e PDL assieme al potere. Vecchi schemi saltati.

I vecchi schemi politici erano evidentemente di facciata, una cosa così non arriva da un giorno all’altro.

 Così mi pare.

Incontrati gli amici a cena. Precisamente due cene e una merenda, uno alla volta; ovviamente.

Nessuno è felice. 

Terze prove restituite, programma classi quinte da fare e correggere e inviare con urgenza.

La fine della scuola è vicina, occorre accelerare interrogazioni e programmi.

 

Considerazioni.

La scuola è quasi finita, manca poco, ci sono le ultime battute e la chiusura dell’anno scolastico è prossima, mi sento come forzato, mi pare che stia finendo un percorso, di fatto un pezzetto di vita almeno professionale. La fine dell’anno mi provoca un senso di fretta, di necessità. Il lavoro diventa quotidiana urgenza, non c’è un mese di lavoro dopo questo ma solo una mezza settimana, ciò che non verrà fatto non sarà più fatto o andrà all’anno prossimo.

Il lavoro evita d’impazzire, c’è il pericolo fortissimo di perdere la ragione in una società come questa. Il lavoro vincola  l’individuo, dà una scadenza ai giorni, alle ore, lo forza a star dentro l’ordine costituito, in una parola a rispettare le regole della società. Non è quindi il lavoro ma questo tipo di società che crea infelicità a vagonate, l’appagamento dei sensi attraverso l’impiego del denaro per acquisire beni e servizi è tendenzialmente temporaneo. Il piacere del possesso o dell’uso è sempre limitato al tempo e  allo spazio interno al momento del consumo. Una società come questa non può essere stabile sul piano dei desideri e della soddisfazione, il meccanismo della produzione e del consumo ha bisogno di stimolare il consumatore e il potenziale acquirente; è una necessità interna al sistema di produrre milioni di tonnellate di merci  e di cavar dal commercio enormi profitti. Ma l’infelicità che vedo  a giro è esistenziale ed economica allo stesso tempo, l’essere umano nella civiltà incentrata sulla teocrazia del DIO-denaro è tendenzialmente un soggetto infelice. Si chiede in fondo ad esso d’uniformarsi al modello prevalente della pubblicità commerciale, ad essere simile quindi alle foto, spesso ritoccate, di donnine giovani e atleti superbi che vengono usate per promuovere i beni di consumo. Questo non è possibile a meno di non trasformare pesantemente la natura biologica degli umani. Gli umani attraversano stagioni diverse della vita, momenti diversi e solo pochi di essi hanno il corpo e la mente al massimo delle sue potenzialità e solo per periodi limitati. Martellare gli umani per mesi, anni, decenni, con modelli così singolari la grande massa dei consumatori produce un senso d’inadeguatezza e d’infelicità. Il modello dominante è raggiungibile solo per pochi, o  peggio per pochi ricchissimi che possono permettersi di pagare cure estetiche costose e soddisfazioni personali.  Il possesso di alcuni beni superflui è talmente qualificante della posizione sociale del soggetto da suscitare mode che sconfinano nell’ossessione, milioni di persone fatalmente osservando la differenza fra la loro realtà e i modelli proposti si sentono in affanno o infelici. Le ambientazioni poi sono ancora più devastanti, per uno come me che ha sempre avuto un rapporto stretto con la periferia è disorientante osservare le pubblicità con i centri cittadini messi a lucido come se avessero passato la cera su ogni mattonella, con casette da favola immerse nel verde, con ville e villette in campagne dove sembra sia scesa una qualche divinità e poi alberghi esclusivi, motoscafi, barche di lusso... La mia quotidianità è estranea a quel che vedo nella pubblicità, ma la pubblicità è l’elemento dominante nella comunicazione dei media. L’essere umano per non cadere in una condizione di alienazione dovrebbe o arrivare a dominare la propria immagine di sé oppure essere ricco quel tanto che basta per dar soddisfazione ai piaceri e ai bisogni indotti. Quindi un tipo di umano resistente alle persuasioni pubblicitarie ha una consapevolezza di sé che sconfina in una qualche forma di mistica, si tratta soggetto in grado di reggere a un bombardamento quotidiano d’immagini, emozioni, descrizioni che sono pensate per portarlo a  desiderare cose che gli sono presentate come capaci di migliorare la sua condizione e la percezione che ha di se stesso. I giovani sono presi in pieno dalla potenza della pubblicità commerciale  e segnatamente gli adolescenti che fanno il liceo o le superiori; c’è una dimensione di pesante condizionamento dell’individuo che non passa dalla scuola e nemmeno dalla famiglia ma dalla pubblicità commerciale. Studiando per mio conto la capacità di persuasione della pubblicità commerciale del XXI secolo mi sono reso conto che plasma i desideri e quindi l’immagine che l’essere umano ha di sé; e più un soggetto è culturalmente debole, più è poco propenso alla riflessione e alla meditazione e maggiormente è vulnerabile dalle diverse forme di persuasione pubblicitaria. Questa questione della pubblicità torna sempre nel mio pensiero. In fondo è necessario che un docente si confronti con la potenza dell’immaginario collettivo creato dai media vecchi e  nuovi, le lezioni specie di storia e filosofia rischiano di rimbalzare sul piano della formazione davanti alla potenza  di una società dei consumi ormai decadente. Decenni fa era centrale la formazione, allora si diceva formazione spirituale, data dal sistema scolastico per creare l’essere umano consapevole di sé e della realtà, oggi si assiste al prevalere nel discorso politico e nel senso comune di una concezione molto Inglese e Statunitense del concetto d’insegnamento già spiegata a suo tempo da Max Weber, ossia ” studente-cliente”. In sintesi un idea tipicamente mercantile del sapere, dove il rapporto fra allievo e insegnante è di tipo contrattualistico e commerciale, questo limita le possibilità del docente alla trasmissione pagata di nozioni e informazioni. Manca in breve quel rapporto fra allievo e maestri tipico dello sport e delle arti marziali, dove chi insegna è qualcosa di più di un fornitore di nozioni a pagamento. Io leggo le due cose collegate perché una dimensione consumista e mercantile della società e dei rapporti fra esseri umani deve comportare la prevalenza di un rapporto mercantile anche nella concezione dell’insegnamento e del fare scuola. Leggo questo come un esito ovvio di uno scivolare di tutti i valori che tengono insieme la società umana a vantaggio del valore assoluto del denaro, la merce che acquista tutte le merci si è trasformata in una forza pseudo-sacra e metafisica che dà la misura dell’importanza di tutte le cose nella società industriale del XXI secolo




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




25 aprile 2013

Diario Precario Dal 18/4 al 24/4/2013

Data. Dal 18/3/2013 al  24/4/2013

 

Note.

La primavera è arrivata, è uscita fuori con il sole.

Ponte del 25 aprile vicino.

Fine scuola ormai prossima.

Rielezione del Presidente della Repubblica. Mai accaduto prima.

Le notizie politiche mi creano un profondo disagio, chiamano in causa le mie scelte e i miei pensieri di un tempo.

Partecipazione matrimonio coppia di amici, occasione solenne quindi chiesto un giorno di ferie.

 

Considerazioni.

C’è un ponte fra il mio concetto di eserciti di una sola persona e otto anni di servizio nella scuola dello Stato Italiano, forse sì.

Alle volte insegno a classi che sono tali sono di nome, si tratta in quei casi di una sommatoria di singoli individui, questo è particolarmente vero quando bocciature e accorpamenti di classi aggregano studenti e studentesse con  percorsi diversi. Una somma di singoli quindi, e ancor più forte questo capita nell’università.

L’individualismo forzato dalle circostanze o determinato da varie ragioni è presente nella scuola, non crea sintesi ma accosta singoli uno sull’altro e talvolta uno contro l’altro.

L’esercito di una sola persona è il naturale esito di masse di consumatori disconnessi fra loro e unificati da strumenti deputati a unificare: social network, televisione, moda…

La civiltà industriale odierna spinge verso l’individuo egoista e consumatore a portar avanti interessi privati e tende ad esser connesso al resto dell’umanità dagli strumenti attraverso i quali avviene il consumo, la promozione pubblicitaria, la comunicazione politica, le frasi fatte espressione dell’ordine costituito.

Il singolo è la forma dell’essere umano in questa forma di civiltà industriale e in Italia in particolare. Per coprire le proprie reali intenzioni da queste parti un po’ tutti quanti tendono a  nascondere sotto frasi e pietose bugie le loro reali intenzioni, anche a se stessi se è il caso; è una vecchia abitudine nostrana quella di metter in campo Dio, i santi, le grandi ideologie per nascondere bassi e  meschini interessi privati. Occorre un grosso sforzo di autodisciplina e consapevolezza per elevarsi sopra il disordine creato dalla grande ipocrisia delle genti difformi del Belpaese.

Il singolo pensa solo a se stesso, si considera il centro del mondo perché il mondo è l’estensione di ciò che sa e può comprendere con i suoi strumenti culturali e fisici, quindi il suo mondo è tutto il mondo. Alla fine le appartenenze si rivelano fragili o vane davanti all’incontenibile potenza dell’IO e del MIO. L’individuo si ritrova a fare la sua guerra privatissima, egoistica al massimo grado con altri o da solo ma sempre con una perfetta centralità di se stesso. Ecco da dove nasce l’esercito di una persona, da questa assoluta centralità del singolo che non riconosce altro da sé. Ma questo è l’esito di una forma di civiltà industriale che prima ha puntato sul consumatore dilatato un po’ a tutti i ceti sociali e ora, per via di limiti materiali,  deve ritirarsi e lasciare scoperti alla povertà milioni di ex consumatori; il risultato non è una sobrietà francescana in aumento presso le masse popolari ma al contrario una diffusione incontrollata dell’individualismo e della rabbia repressa che s’indirizza contro tutto e tutti. Quindi l’esercito di una sola persona è la forma elementare dell’agire civile e politico, l’agire nel mondo umano parte dal singolo e va verso il singolo. Esistono dei meccanismi che compensano la natura dissolutiva di ogni forma d’ordine costituito come il matrimonio, la coppia solidale, forme d’organizzazione o associazione. Forme di condizionamento dell’egoismo del singolo però da leggere in un contesto di soddisfazione di qualche  reciproco, di ottenimento di risultati vincolati a certe attività commerciali o politiche o di conduzione d’attività legate al “Tempo Libero”.

La dimensione della comunità, del gruppo, della forza organizzata e vincolata da sinceri e saldi giuramenti non ha senso in una civiltà industriale al bivio dove non tutti possono consumare ma tutti devono desiderare i consumi, peraltro anche quelli di lusso destinati a pochissimi. Se nella mente del singolo c’è solo se stesso e ciò che può avere o usare per trarre potenza e piacere come è possibile creare una salda associazione fra umani? Questo è il limite con il quale mi son sempre rotto la testa, per anni ho fatto attività culturale  e talvolta qualche esperienza d’attivismo politico. Sempre ho visto prevalere e rompere le situazioni e le associazioni  non ideologie o massimi sistemi ma il crudo e nudo interesse del singolo o di gruppi di umani legati a quel capo o a quel leader o maestro a vario titolo che aveva da seguire una sua strada di potere e acquisizione. Questo genere di comportamento  per quanto lustrato da grandi parole menzognere, supercazzole si dice in Toscana,  era espressione  dell’interesse del singolo. Di quel singolo. Da qui l’amara considerazione che nel corso della mia vita c’è stata troppa compassione e generosità, data la situazione forse un discorso elementare di carattere mercantile, ossia per avere occorre anche dare e viceversa, avrebbe donato alla mia persona almeno la tranquillità della coerenza con questo  mondo umano, invece ho troppo sperato in una sorta di evoluzione civile di questo tipo d’essere umano a causa di qualche lume di ragione o di luce metafisica sbocciato a sorpresa in milioni di anime oscure e oscurate. Non riesco a perdonarmi queste ingenuità giovanili, questo aver voluto vedere  per forza il far tondo un mondo deforme e scomposto. Se il mondo umano nel Belpaese è degenerato e corrotto è anche perché si fonda su finzioni patetiche a cui nessuno crede ma tutti fingono spudoratamente di prendere sul serio. Gli umani italiani  vogliono vivere così:  fingere di credere a quanto è proposto dall’ordine delle cose per poter sottobanco e di nascosto far i loro comodi. Se poi salta il banco nessuno è colpevole perché nessuno era credente ma tutti facevano i credenti, facevano appunto; come se credere fosse fare il muratore o l’impiegato. Oggi uno lavora in cantiere o in qualche ufficio, domani trova impiego altrove. Così è per le grandi narrazioni in Italia. Chi paga o promette di pagare prende la credenza e la fedeltà mercenaria del momento, la quale può essere tolta se vengono meno le condizioni materiali. Del resto le campagne elettorali nel Belpaese si vincono promettendo posti di lavoro, riduzione delle tasse, investimenti sul territorio e chi vince di solito  non parla di cose come la decrescita, il picco del petrolio, la corsa agli armamenti, l’infelicità diffusa, il cancro…

Io so che quello che va contro il singolo e la sua ferrea volontà di credere il mondo come sua estensione e manifestazione alla fine s’imporrà, lo so e basta. Forse è anche una posizione profetica, ingenua nonostante le molte analisi di esperti mi sorreggano in questa mia persuasione. Ma oggi, qui e ora devo registrare un pesante bilancio negativo, il mio fare è stato in passato  perlopiù vano e scomposto. Ero stato a mia insaputa pure io esercito al singolare. Questo mio errore va curato oggi con una consapevolezza nuova, con una maturazione interiore che eviti il ripetersi di atti e parole vane o stupide.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




21 aprile 2013

Diario Precario Dal 9/4 al 14/4/2013

Data. Dal 9/4/2013 al 14/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Gli allievi sentono la stagione.

Visita mostra-mercato ad Agliana.

Consigli di classe, anzi ultimi dell’anno.

Mancano poche settimane, il programma va concluso.

 

 

Considerazioni.

L’attenzione mia si è spostata sul fatto che l’ultimo consiglio di classe prima dello scrutinio segna la chiusura dell’attività scolastica. Questo passaggio comporta  quasi sempre un bilancio di natura collegiale fra i docenti, ad esso segue il confronto-incontro con i rappresentanti degli studenti e dei genitori. C’è il singolo e c’è la classe, il caso privato viene ricomposto con l’insieme della classe.

Si tratta di un bilancio quindi. Più volte nel corso dei miei anni di lavoro ho avuto modo di osservare anche posizioni polemiche o aperte critiche rivolte ai docenti da parte dei rappresentanti dei genitori e degli allievi. Da anni si è rotto il rapporto fiduciario fra famiglie  e docenti. L’Italia arcaica, ordinata dalle distinzioni di ceto e di ruolo, a suo modo limpidamente feudale in certi comportamenti è finita molti decenni fa. In un mondo umano senza più valori metafisici e regole di comportamento condivise dalle varie parti della popolazione si verifica l’ovvia  evoluzione del docente messo  sotto esame per così dire dall’utenza. Le diverse popolazioni del Belpaese hanno subito per intero nell’arco del ventennio 1993-2013 una radicale trasformazione. Le forme del successo personale sono divenute quantificabili in quattrini sonanti e nel possesso di beni di varia natura, il dato materiale e l’interesse privato di carattere egoistico sono diventati la sola bussola del pensare e del leggere la realtà. Questo materialismo di carattere numerico e contabile è diventato dominante attraverso  il crollo di forme divenute arcaiche di rispetto sociale e della disgregazione della logora struttura partitocratica che gestiva il rapporto di mediazione fra potere e masse elettorali. Al posto di grandi narrazioni pseudo-storiche e pseudo-scientifiche sulla società italiana si è sostituita l’amara razionalità del calcolo economico e della visione del rapporto fra costi e benefici. Ovvio che la scuola è stata colpita da questa trasmutazione delle genti del Belpaese che alla fine hanno trovato se stesse nella loro intima natura egoistica e materialistica. Ritengo inoltre che grattando bene la patina di perbenismo e moralismo politico del vecchio democristiano, del socialista, del comunista, del laico o del liberale dei passati decenni della Repubblica sarebbe uscito fuori la vecchia ruggine dell’italiano delle maschere del teatro dei burattini e del suo vivere quotidiano in mezzo a mille piccoli problemi e a padroni perlopiù cattivi, lontani, forestieri, dispotici. La dismissione dei vecchi fondali ideologici e dei trucchi di scena della politica di professione ha lasciato ogni umano italiano alle prese con il dare e l’avere, con la dichiarazione dei redditi, con le bollette e le multe, con i debiti,  con la vendita degli ori di famiglia, con le cento difficoltà del momento. Chi cerca di sfuggire all’aggressione del presente capita che fugga verso dimensioni immaginarie, finte apocalissi politiche di destra e sinistra, visioni del mondo misticheggianti o allucinate. Le genti del Belpaese risultano così scisse fra una rude brutalità del dato di fatto economico e la fantasia di mondi immaginari politicamente assurdi ma sul piano psicologico lusinghieri. Questa scissione la trovo proprio anche sul lavoro dove esiste la rottura fra la dimensione ideale e profetica dell’insegnamento, che ha una sua maturazione pensata nel futuro di chi riceve l’insegnamento, e il concreto e brutale dato materiale di tagli continui e ripetuti al settore della scuola di Stato. A questo va aggiunto che e la considerazione sociale del docente è proporzionale al suo stipendio.




18 aprile 2013

Data. Dal 22/3/2013 al 8/4/2013

Data. Dal 22/3/2013 al 2/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente odore di vacanze pasquali, altra interruzione.

Provo stanchezza, irritazione.

Visita al nonno rimasto vedovo in occasione della cena di famiglia di Pasqua.

Da correggere una quarantina di compiti.

Appuntamento per una mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

 

Considerazioni.

L’attività d’illustrazione per gli amici di Futuroieri ha creato una massa di disegni e pitture che sto per esporre in un locale fiorentino. Ho già preso i contatti del caso. L’opera di divulgazione prosegue. Mi chiedo se abbia senso. Ma se non si mette assieme la rete e il virtuale con il reale non se ne esce. L’appello civile, morale, di previsione di nuove catastrofi rischia di disperdersi, di diventare una delle tante voci indistinta e indistinguibile. Sono sicuro che tanta parte del Belpaese, specie molti adolescenti e giovani non ha idea di cosa vuol dire essere sette miliardi di umani, tutti potenziali consumatori di beni e servizi della civiltà industriale, in un sistema di risorse planetarie limitate.  Senza grandi accordi internazionali, patti seri e verificabili, sensibilità da parte delle masse popolari verso i problemi ecologici, disinteresse assoluto da parte delle minoranze al potere il rischio di guerre e catastrofi è fortissimo. Anzi oso scrivere che è certo. Non vedo come una competizione crescente per le risorse, i mercati, la forza lavoro a basso costo fra sistemi imperiali armati possa portar qualcosa di buono. Per ora le grandi potenze sponsorizzano conflitti locali, si schierano per questo o per quello a seconda delle opportunità e dell’interesse. Davanti a una penuria globale seria di risorse alimentari, energetiche, di materie prime c’è da attendersi risposte violente, colpi bassi e forse guerre più grandi e pericolose.  Poi se c’è da osservare il passato occorre ammettere che i sistemi imperiali alla fine sono tutti schiantati, e questo non promette bene visto che ormai è certa la ricostituzione in nuova forma di poteri imperiali, sostanzialmente quelli dei cinque paesi con diritto di veto all’ONU più le nuove potenze emergenti.

Molti in Italia non mettono assieme i fatti, non vedono che cose apparentemente remote sono collegate, che i limiti dello sviluppo della civiltà industriali e sono collegati alle tensioni sociali e militari anche quelle del Belpaese, che l’emergere della nuova superpotenza cinese mette in discussione i grandi equilibri internazionali, che le risorse sono limitate e quindi oggetto di speculazione finanziaria e di guerre. Milioni di abitanti del Belpaese non vedono oltre il marciapiede davanti a  casa, il calcio, i fatti propri, lo stipendio, gli spaghetti al dente, la macchina, la donna sono l’inizio e la fine di tutta la loro realtà. Il mondo esterno non esiste  se non quando è in offerta al discount o al centro commerciale e quando l’abitante della penisola deve aprire il portafogli o metter mano alla carta di credito. Questo è il limite, una parte degli abitanti della penisola è irraggiungibile a un discorso coerente e serio sulla realtà oltre le apparenze e le illusioni della pubblicità commerciale e dello spettacolo televisivo. Personalmente, ma è pura congettura, credo che siano la maggior parte. Qualsiasi discorso serio, qualsiasi mobilitazione, qualsiasi appello qui nel Belpaese si spaccherà sempre sopra la massa grande dell’egoismo dei singoli, dell’interesse privato anche il più  meschino e piccino che si possa concepire. So che è un discorso da quarto secolo dopo Cristo ma mi pare proprio, per usare una figura retorica e fantastica piuttosto concreta, che la maggior parte degli abitanti della penisola non abbia l’anima. Ovviamente nel senso ampio dell’espressione. Una parte cospicua della popolazione che abita la penisola mi sembra priva di empatia, gusto estetico, autostima, capacità intellettuali, senso critico, curiosità verso fatti e argomenti di carattere umanistico o scientifico.

 

 

Data. Dal 3/3/2013 al 8/4/2013

 

Note.

A Scuola si sente la primavera. Piove, è umido ma sta arrivando il caldo e il vento di primavera.

Ansia di primavera: sta per finire l’anno scolastico. Il programma deve arrivare a un buon punto.

Da correggere una ventina  di compiti.

Mostra dei miei disegni e pitture su cartoncino e carta.

Fatto l’annunciatore per l’esibizione di judo alla fiera di primavera di Sesto Fiorentino.

Condizioni morali e fisiche in leggero miglioramento.

 

Considerazioni.

L’attività scolastica conferma, senza sforzo e indagine, quello che osservo e medito da anni. Il lato spiacevole delle genti del Belpaese.  Dal mio punto di vista tanta parte del lato spiacevole è il gigantismo della parola MIO. C’è qualcosa d’infantile nelle genti della penisola, per gli umani abitanti in Italia da generazioni, i nuovi hanno tradizioni e costumi loro, il MIO è tutto, è tutta l’esistenza fisica, spirituale, economica. Al tipico italiano non importa nulla dei disastri e delle guerre, se la sua città cade a pezzi, se la delinquenza è padrona del territorio, se i luoghi dove vive sono brutti, deformi, irriconoscibili. Tutto ciò che tocca la sua sfera d’interessi e  di piaceri immediati ha senso, ciò che è oltre è pazzia di poeti e sciagurati magari di poveracci che votano a sinistra o per partitini moralistici. Quando a pranzo o a cena osserva il telegiornale l’italiano è indifferente a qualsiasi dramma che siano massacri medio-orientali, odio politico, terremoti, uragani, guerre brutali con tanto d’immagini sanguinolente di gente fatta a pezzi o bruciata viva. La pasta scotta o salata due volte o il vino inacidito è un dramma orribile che gli guasta la settimana e magari se ne lamenta con amici e conoscenti, peggio ancora se la squadra del calcio perde di brutto, può andargli di traverso il pollo. Il MIO è più forte di qualsiasi catastrofe lontana o di ogni monito sulle sciagure ultime della razza umana. Questa dimensione limitata della maggior parte delle genti del Belpaese negli anni della mia adolescenza mi si rivelò in forma di metafore e non di analisi quando negli anni novanta trovai e comprai il fumetto tradotto in italiano di capitan Harlock. Nella maturità poi fu possibile per me comprare il DVD con le scene tagliate.  La serie del capitan Harlock del 1978 era stata pesantemente censurata dalla televisione pubblica, allora 1979 si trattò di RaidDue,  in frasi ed espressioni non legate al sesso o alla violenza. In particolare l’adolescente Daiba che spara alla bandiera del suo paese ripudiandola, lo fa prima di unirsi alla ciurma del capitano, perché sconvolto dalla natura imbelle e dissoluta dei suoi governanti mentre sull’umanità incombe il pericolo dell’invasione aliena fu per me una rivelazione. L’umanità imbelle e dissoluta e suoi capi scelleratissimi che nel racconto stavano portando l’umanità del d 2978 incontro alla catastrofe più grave ed estrema aveva diversi punti in comune con le genti del Belpaese del 1979 già allora avviati verso l’ipertrofia del MIO e il votarsi al proprio interesse privato a scapito di qualsiasi altra suggestione dell’anima umana.  Anche se fatto e pensato in Giappone fra il 1977 e il 1978 la serie classica di Harlock uscita in Italia su Raidue nel 1979 aveva un che di profetico. Oggi alla scelleratezza e all’idiozia di massa si sommano le nuove forme di povertà e di malattia mentale indotte dalla crisi e dal disfacimento delle certezze della società italiana. La sicurezza sul lavoro, la natura morale  e ordinatrice della famiglia nella vita dei singoli, lo stato sociale, le prospettive di vita e di carriera si sono disgregate. Si ha pertanto un composto perfino peggiore delle caricatura di umanità del fumetto giapponese del 1978 e va da sé della serie televisiva. Il MIO è nel Belpaese l’ultimo rifugio di milioni di uomini soli e donne sole che sanno ormai di non aver più punti fissi, morale, visione del futuro; la propria corporeità e la propria mente diventa l’ultima banca, l’ultima chiesa, l’ultimo Stato, l’ultima famiglia.

Milioni di singoli isolati sono di solito una massa di consumatori potenziali vittime felici del plagio della propaganda politica e delle suggestioni  pubblicità commerciale, non è quella la condizione per mezzo della quale si può sollevare le sorti del Belpaese facendo forza su coloro che lo abitano e ci lavorano.

 

 

 



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