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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2017

Volentieri riceviamo e volentieri pubblichiamo

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

 

 

                                                                      

 




16 febbraio 2015

Riedizione di una sintesi

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica
DI I. Nappini

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese.
Questo ripubblicazione vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861 - Il Risorgimento
L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861 - 1876 La destra Storica al potere
L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la  maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876 - 1887 La Sinistra Storica
La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887 - 1896 L’età Crispina
L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

1898 - 1900 Sangue e fango sull’Italia.
L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove l’esercito spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901 - 1913 L’Età di Giovanni Giolitti
L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, si registrano aperture politiche  e sociali  alle forze sociali e operaie nel Centro - Nord.
Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914 L’Italia del Dubbio.
L’Italia è l’unico paese fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria - Ungheria, il parlamento è contrario alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti. Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. La guerra è dichiarata forzando la volontà della maggior parte degli italiani e dello stesso parlamento.

1915 - 1918 L’Italia della Grande Guerra.
L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza politicizzata di nazionalisti e di estremisti politici  e di piccoli gruppi d’affaristi  e industriali a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei grossi debiti contratti e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

1919 - 1920 Il Biennio rosso
L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenenza alla Patria. Emerge la reazione armata e terroristica fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria e di Stato, una concezione mutuata dalla propaganda di guerra e priva, allora, di spessore filosofico e ideologico.


1921 - 1922  Lo squadrismo  e il Milite Ignoto
L’influenza della rivoluzione sovietica sulle masse operaie e contadine rimane forte nonostante i limitati e parziali risultati sindacali del biennio rosso. Nel 1921 il governo decide di procedere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma. Tale rito  coinvolge tutta l’Italia e mette le opposizioni in difficoltà presso l’opinione pubblica sinceramente commossa per quel simbolo che rappresenta, ad oggi, i circa 600.000 morti della Grande Guerra. Si moltiplicano preso associazioni, parrocchie, istituzioni anche scolastiche le attività per ricordare i caduti della Grande Guerra con lapidi, cippi, targhe, monumenti. Il nazionalismo e la sua simbologia riprendono la scena pubblica. Intanto le squadre fasciste aggrediscono e disorganizzano il movimento operaio mentre Mussolini con una operazione trasformistica sulla destra Giolittiana riesce a far eleggere in  parlamento 35 deputati. Giocando sul tavolo della legalità e su quello dell’illegalità Mussolini cerca una via per arrivare alla presa del potere presentando il fascismo come il movimento salvatore della Nazione uscita vittoriosa dalla Grande Guerra.

1922 - 1924 Il Fascismo al potere
Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico. Sul breve periodo hanno particolare rilievo l’istituzione dei Parchi della Rimembranza dedicati ai soldati morti nella Grande Guerra che vedono la partecipazione attiva delle scolaresche d’Italia per merito del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi.

1925 - 1935 Il Regime fascista
Il 3 gennaio del 1925, dopo una crisi politica durissima dovuta all’omicidio del leader dell’opposizione Matteotti, Mussolini sfida apertamente  il  sistema parlamentare e riesce a schiacciarlo con il discorso del 3 gennaio; data che segna  anche dell’inizio della dittatura. Il fascismo come regime cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica. L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi politici e sociali che riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana. Il concordato fra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aiuta il consolidamento del Regime e limita le possibilità d’azione delle opposizioni.

1935 - 1939 Anni Ruggenti
Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista, iniziano le prime smagliature nel consenso verso Mussolini e il fascismo. Tuttavia sul momento le vittorie in Etiopia e Spagna spengono tanta parte del dissenso. Intanto Hitler stipula un effimero e non sincero trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica per evitare la guerra su due fronti e iniziare la Seconda Guerra Mondiale con l’aggressione alla Polonia.

1940 - 1943 La guerra Fascista
Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate, guidate senza una strategia di guerra chiara  e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE. La guerra si complica con l’entrata nel conflitto della Russia Sovietica e degli Stati Uniti  e costringe il Regio Esercito Italiano a uno sforzo superiore alle sue possibilità militari. Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943 - 1945 La Resistenza
Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale secondo la logica implacabile d’attribuire alla presenza della propria  forza armata sul territorio l’appartenenza di esso al sistema capitalista o a quello comunista.

1946 - 1947 Il Dopoguerra
L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto, il premier Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana
L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

1954 - 1963 Il Miracolo economico
L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e politica  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963 - 1968 Il primo Centro-Sinistra
L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori e la nascita di un nuovo Potere, con la P maiuscola, diverso da quello che si è manifestato nel primo Novecento ma non meno insidioso e totalitario.

1969 - 1976 L’Italia della Strategia della tensione
L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976 - 1990 L’Italia di Craxi
Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991 - 1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994 - 2000 L’Italia della Globalizzazione
Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001 - 2011 L’Italia della crisi globale
Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina). Nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014
La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.




23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.




22 luglio 2014

Sintesi: una recensione militante di dieci anni fa



 

Dieci anni fa circa pubblicai su una rivista che ebbe vita breve questa recensione militante, per così dire, un pò no-global. Oggi che è passato tanto tempo e la stagione politica è diversa mi pare opportuno ripresentarla in forma  domestica su questo blog. Si tratta di considerazioni ormai datate e di due libri da specialisti, eppure in quella vecchia fatica c'è qualcosa che a mio avviso si ripresenta oggi come problema culturale prima ancora che politico.  Si tratta  dell'idea di togliere alla dimensione della scuola la sua natura specialissima per farne una varibile della programmazione ministeriale, dei bilanci o peggio delle logiche da impresa.

 

 Due libri e nessuna morale


Oleario Sampedro, La scuola della nuova Spagna, Libriliberi, Firenze, 2002

Gill Helsby, Come cambia il lavoro degli insegnanti, Libriliberi, Firenze, 2002

 

 

Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato come obiettivo per la politica comunitaria nel campo dell’educazione la produzione di capitale umano redditizio per la competitività economica. Tale proposito è riassunto nell’obiettivo strategico di far diventare l’economia europea una economia più dinamica e competitiva grazie alla conoscenza, ufficialmente questo proposito è votato alla creazione di una crescita economica sostenibile con “nuovi e migliori posti di lavoro” e una “maggiore coesione sociale”.  Questo banale dato di cronaca facilmente riscontrabile è la cornice entro la quale si colloca la presente riflessione su due libri che parlano di scuola in due diversi paesi: il Regno di Spagna e il Regno Unito.   Questi primi anni del nuovo millennio si  aprono ad una molteplicità  di inquietudini riconducibili alla perdita di potere in campo economico, politico, e culturale degli Stati nazionali.   Per superare questa particolare condizione di decadenza gli Stati nazionali cercano di migliorare i loro margini di competitività, e questo porta ad alleanze economiche, militari, politiche e al tentativo di stabilire adeguati tassi di crescita.

La presente competizione globale, che è anche conflitto fra poteri economici globali, porta i singoli stati a ripensare e riformare anche il loro sistema scolastico.

I libri presi in esame sono diversi: quello di Gill Helsby è un saggio, mentre l’altro di Olegario Sampedro  è una raccolta di interviste a personaggi qualificati a trattare di scuola e riforme.

In questo presente ragionamento a proposito dei contenuti dei due testi vengono presi in considerazione quelli che indagano il problema della trasformazione, sia essa  in atto o solo possibile, della scuola pubblica in una attività imprenditoriale o in un ambiente di compensazione di problemi sociali.

La prospettiva di subordinare al mondo degli affari l’istruzione pubblica chiama in causa problemi come l’autonomia delle scuole, il rapporto fra scuola e territorio, le disuguaglianze sociali che inciderebbero sulla scelta della scuola da parte delle famiglie degli allievi, la gestione democratica e partecipativa della scuola che non può ridursi a una questione gestionale e organizzativa di natura autoritaria, la salvaguardia della dimensione educativa specifica della scuola da eventuali stravolgimenti dovuti agli interessi commerciali che devono estrarre profitti per gli azionisti.

Il primo libro tratta della pubblica istruzione nel Regno unito con particolare riferimento al Galles e all’Inghilterra in quanto Scozia e Irlanda del Nord hanno una certa autonomia regionale in materia, il secondo riguarda il sistema della pubblica istruzione nel regno di  Spagna.

Questi due testi si cimentano con il difficile compito di spiegare i percorsi che hanno portato questi paesi a confrontarsi con la necessità di mettere in discussione i loro sistemi scolastici e porre in essere dei cambiamenti.

In entrambi i casi le riforme vedono l’obbligo scolastico portato a 16 anni e un tormentato interrogarsi sul senso della scuola alla luce delle nuove forme di capitalismo e del dominio culturale delle dottrine neo-liberali.

Il libro di Helsby descrive la formazione e la trasformazione della scuola inglese dal secondo dopoguerra  a oggi e si concentra sulle trasformazioni avvenute tra la seconda metà degli anni ottanta e i primi anni del nuovo millennio.

Questo fa sì che il libro presenti una seria analisi dei rapporti di discontinuità (pochi) e continuità (molti) tra governo conservatore tatcheriano e governo neo-laburista Blairiano.  In modi e tempi diversi questi orientamenti politici hanno rafforzato quella visione ideologica che chiede la mercificazione dell’istruzione e un modello aziendale di gestione, il concepire la scuola come occasione di “Businness”.

L’autore incrocia nel testo l’analisi storica e sociale con interviste ad insegnanti e dirigenti scolastici dando così voce alle categorie che sono state le prime ad esser coinvolte nei cambiamenti.  Quindi il livello alto della legislazione e delle posizioni ideologiche, ossia la supremazia del mercato, è letto alla luce degli esiti e del lavoro quotidiano.

A differenza dell’Europa continentale, dove lo Stato ha organizzato e uniformato la scuola, lo sviluppo della scuola nel Regno Unito è stato largamente affidato ai singoli enti e privati.   Le riforme a cavallo fra gli anni ottanta e i primi anni novanta hanno interrotto una tradizione di decentralizzazione e pluralismo ed è stato introdotto un curriculum nazionale e il controllo per via burocratica dei docenti.

La riforma Tatcheriana si è qualificata per il controllo legato al finanziamento statale, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 16  anni articolato in quattro cicli, per l’introduzione di ispezioni, per l’amministrazione manageriale della scuola, creazione di scuole secondarie, finanziate con fondi pubblici ma sponsorizzate dalle locali associazioni d’impresa e gestite da consigli d’amministrazione  indipendenti ala stregua delle scuole private.

Questa “rivoluzione culturale” ha trovato non poche resistenze, perché le iniziative del governo non godevano del consenso di tutte le parti coinvolte.

Gli insegnanti inglesi preso atto del peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro attuarono uno sciopero bianco e una serie di astensioni dal lavoro in varie aree del paese creando non pochi problemi ai dirigenti scolastici.   Tuttavia gli esiti della lotta, questo accadde nel 1985, non furono tali da impedire al governo di procedere con la sua iniziativa politica.

Una delle novità di questa riforma (Education Reform Act, 1988) è stata la burocratizzazione dei meccanismi di resoconto finale, in netto contrasto con le precedenti tradizioni di autonomia degli insegnanti e degli istituti.   Questa novità è stata letta da molti insegnanti come un processo professionalmente dequalificante.  Questa percezione della perdita del senso e del ruolo non è un portato solo della riforma, ma si sviluppa intorno agli anni settanta.   Essa venne alimentata anche da incidenti e “scandali” che riguardavano casi nei quali l’autonomia e competenza apparivano mal impiegati.  Occorre sottolineare che in tale contesto e con queste premesse le logiche aziendalistiche sono state fatte proprie dai governi neo-laburisti e che le ragioni profonde della crisi di credibilità della professione docente sono rimaste inalterate.

Un contributo alle politiche neo-liberali in materia è dato dal pregiudizio diffuso che intende il lavoro dell’insegnante come un lavoro che può essere fatto da chiunque perché non sono necessarie abilità particolari.  Ovviamente i tempi per distruggere una credibilità professionale sono brevi, al contrario essi sono lunghi quando si tratta di costruirla.  Il libro in questione si ferma sulle soglie del nuovo millennio mostrando una continuità sostanziale fra neo-laburisti e conservatori neo-liberali in materia di scuola.

L’altro testo vuole essere un contributo al dibattito sulle riforme scolastiche del Regno di Spagna.  Uno degli intervistati il professor Cesar Coll, docente di psicologia educativa all’Università di Barcellona, afferma che la Spagna partiva dalla situazione opposta rispetto a quella del Regno Unito.  La centralizzazione e l’ottusità del sistema scolastico erano il frutto di quel regime franchista che fra l’altro durante la guerra civile fece ammazzare centinaia di insegnanti elementari colpevoli di aver simpatizzato con la Seconda Repubblica.   Il problema spagnolo era uguale e opposto: riformare la scuola e limitare un centralismo autoritario.

Ristabilite condizioni accettabili di governo democratico e rispettoso dei diritti  intorno agli anni ottanta la scuola venne riformata una prima volta, nel 1990 la scuola venne riformata una seconda volta con una legge di riordino, peraltro molto contestata nota per il suo acronimo LOGSE.   Questa legge venne ritenuta da una parte dell’opinione pubblica troppo all’avanguardia e fra le altre cose essa innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni.  Questa legge fu riformata nel 2002 dal governo conservatore.  Quindi anche in una realtà così differente per situazioni e tempi alcuni problemi sollevati dal modello inglese si ripresentarono e in particolare quello della mercificazione della cultura e delle forme subdole o palesi di privatizzazione della scuola.  A questo proposito Cesar Coll risponde ad una domanda dell’intervistatore sulle prospettive della scuola privata affermando che la scuola pubblica  è in crisi  e che il pericolo per la Spagna è di veder la scuola pubblica relegata a svolgere funzioni assistenziali e sociali.  La prospettiva, voluta o meno, è una programmata discriminazione degli allievi su base censitaria.  L’intervistato sottolinea come questo sia dovuto anche alla populistica identificazione di tutto ciò che è negativo con il pubblico e del positivo con ciò che è privato.

Del resto secondo l’intervistato la competizione fra scuola pubblica e scuola privata è falsata dalla differenza di mezzi, normative e dal fatto che la scuola privata sceglie gli allievi; un problema che secondo il professore  i governi progressisti d’Europa dovranno affrontare con coraggio.

Il problema delle condizioni sociali emerge anche nell’intervista di Andrès Torres Queiruga, sacerdote e professore di filosofia della religione, il quale sottolinea come le disuguaglianze sociali determinano le possibilità degli studenti.   Il cattedratico Josep Bricall, docente di economia politica, riprende il tema allargandolo all’università, la quale a suo avviso è mutata a seguito dei cambiamenti del sistema produttivo dovuti all’introduzione di nuove tecnologie.   Il suo parere è che i governi Europei non hanno ancora deciso se adottare il modello anglo-americano o costruire un loro modello.  Alcune considerazioni di Bricall meritano attenzione egli afferma che: l’università spagnola non prepara come dovrebbe, e come auspica dovrà prima o poi fare, all’integrazione Europea e che a suo avviso, e usa per dirlo un modo di dire dell’America Latina, le Università dovrebbero armarsi contro la prospettiva di giungere a concepire la scuola come un bene di mercato e gli studenti come semplici clienti.

La tensione fra realtà economica discriminante e le istanze democratiche e di parità fra i sessi è l centro dell’intervista dell’attivista politica di sinistra, durame e dopo la dittatura, Cristina Almeida.

Essa sottolinea come la scuola pubblica da un lato si fa carico di istanze sociali: integrazione, immigrazione,emarginazione; e dall’altra parte si consolida la scuola privata e convenzionata con fondi pubblici.   La scuola pubblica come scuola è quindi per l’intervistata in declino e per la scuola privata si apre la possibilità di diventare scuola d’Elitè.   Per  Cristina Almeida la scuola non è un costo ma un beneficio per la Nazione e la società nel complesso e quindi non si può guardare ad essa con logiche liberiste.

Interessante a questo proposito è l’affermazione del professore di teoria e storia dell’educazione Herminio Barreiro che afferma:”…se un paese privatizza  la scuola, significa che quello Stato può permettersi il lusso di quella privatizzazione o comunque che ciò è nell’interesse delle classi dominanti.   Tuttavia, chi, se non lo Stato può occuparsi di costruire un sistema educativo razionali, popolare, laico e di massa?   Senza dubbio solo ed esclusivamente lo Stato.”

Nella sua lettura l’intervistato osserva come la crisi della scuola sia il riflesso dei cambiamenti sociali ed economici, la scuola dovrebbe avere un potere critico che al momento in cui egli parla non ha, ma che potrebbe essere in futuro recuperato.

I due testi sottoposti alla presente lettura parallela mostrano come due paesi così distanti si trovano ad affrontare lo spinoso problema della pubblica istruzione intesa come occasione affaristica da parte di grandi soggetti internazionali.

Entrambi i libri si chiudono alle soglie di quel 2002 che vide il governo conservatore spagnolo e il governo laburista inglese applicarsi per riformare la pubblica istruzione alla luce delle sollecitazioni del “mercato”, in particolare l’”Education Act” inglese venne pensato e trasformato in legge per fornire un quadro legislativo che incoraggiasse la creazione di un mercato dell’educazione in cui scuole e imprese vendono beni e servizi.   Attualmente questo indirizzo politico con il nuovo governo Blair è stata confermato e i neo-laburisti attualmente operano per realizzare una concezione di scuola interpretata come occasione per fare impresa.

Al contrario il nuovo governo Zapatero, sia pure entro i limiti di politiche fortemente contestate dall’opposizione cattolica, cerca di operare una diversa soluzione portando avanti con tormentata coerenza una politica di riforme che intende riscrivere i programmi nazionali assieme alle singole regioni, ridiscutere le modalità di finanziamento delle scuole private, ridisegnare l’equivalente italiano della  scuola media con il quarto anno orientato al Liceo o alla formazione professionale.

La nuova legge sulla scuola firmata da Josè Zapatero, il cui acronimo è LOE, sospende la legge voluta dallo schieramento di Centro-destra del governo Aznar, segno che una distinzione politica in materia di pubblica educazione è possibile.

I percorsi politici in materia d’istruzione, dei due paesi  potrebbero quindi differenziarsi, sia pure entro una cornice sfavorevole per una serie di circostanze alla scuola pubblica, presentando soluzioni diverse nell’affrontare un problema simile: la riduzione del sapere e dell’insegnare a merce.

In questa assimilazione della scuola entro confini ideologici del “primato del mercato” su ogni altra realtà  chi scrive non trova alcuna morale ma solo i privatissimi interessi di pochissimi miliardari e dei loro esperti.

 Interessi che si formano e si realizzano con danni, più o meno gravi a seconda delle situazioni, per la maggior parte delle popolazioni che coinvolgono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iacopo Nappini









12 gennaio 2014

Sintesi: Immobilismo sociale e Belpaese

Una sintesi dei pensieri di questi giorni è necessaria. Il problema principale  e determinante del Belpaese sono le condizioni sociali e culturali nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. I ceti medio-bassi e bassi che formano la maggior parte delle popolazioni  della Penisola si sono sostanzialmente impoveriti  o vivono a diversi livelli e condizioni  situazioni di precarietà e disagio.  I fatti di cronaca criminale e  di cronaca politica di questi ultimi cinque anni se non fossero tragici sarebbero ridicoli, ma su questa materia c’è stata abbondanza di documentazione su quasi tutti i quotidiani del Belpaese e quindi non aggiungo altro.

Alle analisi e alle descrizioni lucide e chiare da parte di tanti che ragionano e cercano di capire questo presente e l’immediato futuro da molto tempo non corrispondono altrettanto lucide e chiare misure di correzione e di riforma. Il Belpaese gira su se stesso senza una direzione, in particolare quel che si può chiamare società italiana tende a riprodurre se stessa con le stesse gerarchie sociali, gli stessi ruoli e professioni che passano di padre in figlio. Questo è particolarmente vero per le professioni di maggior prestigio e guadagno. Il figlio del notaio che fa il notaio, il figlio del medico che fa il medico, il figlio del giornalista che fa il giornalista, il figlio dell'imprenditore che fa l'imprenditore, il figlio del proprietario terriero che fa il proprietario terriero, il figlio del cantante che fa il cantante sono figure ormai da barzelletta, da luogo comune. Tuttavia queste figure rappresentano una condizione reale ed esistente. Esiste, e non lo si vuol veder, un consenso trasversale a questo congelamento della mobilità sociale. Non ci sono solo le famiglie dei ceti medio-alti  direttamente interessate. A sostenere questo stato di cose  c'è una massa grigia di carattere elettorale, che pesa alle elezioni, che sa e approva. Per quel che mi riguarda è inutile cercare nelle rovine del passato e nei miti perduti  i segni di una resurrezione di non si sa bene qual regime politico, o peggio di qualche miracolo di natura riformistica. L’esistenza dell’essere umano nel qui e ora del proprio tempo  esige di pensare in questo tempo con i rapporti di forza reali e concreti in atto. Quello che manca è una forza politica, sociale, culturale realmente esistente  in grado di tradurre le troppe analisi impietose  in proposta, riforma, trasformazione. Al fondo della condizione presente c’è uno sprofondare che è una forza inconscia, una specie d’inerzia, di peso culturale che porta a ripetere gli stessi atti e a riprodurre le stesse condizioni di vita, le stesse concezioni del mondo e della vita sociale. Milioni d’italiani si sforzano di fingere che non sia cambiato nulla nel corso degli ultimi tre decenni, io vedo un gigantesco sforzo collettivo di sfuggire alla realtà  presente. Il grande sforzo di milioni di famiglie italiane è stato quello di adattarsi per quel che è possibile a qualche concetto pseudo-liberale e a due o tre parole inglesi alla moda che vengono ripetute in modo ossessivo da molti politici e dai mass-media. Questo sforzo si è però sfilacciato e disgregato: è un fatto che i partiti politici della Prima Repubblica si sono sciolti da decenni, nuovi partiti sono nati senza che la mentalità di fondo sia cambiata, spesso si tratta delle stesse persone con anni di carriera politica alle spalle. Grattando la crosta dei tanti liberali e riformisti del Belpaese di oggi a mio avviso riemerge di solito il democristiano, il conservatore, l’autoritario, l’opportunista e perfino il socialista e il comunista. Tutto cambia e tutto resta drammaticamente uguale, gelido, immobile; e tutto è drammaticamente inadeguato e senescente. Inadatto alla sfida  dei nuovi tempi del XXI secolo. Ancora una volta sono forzato alla descrizione di quel che osservo e noto, addirittura studio molti aspetti della realtà e di essi non scrivo quanto meditato e ragionato. In realtà mi sto autocensurando da tempo perché mi rendo conto che il disgusto che provo fa sbandare il mio pensiero e il mio scrivere e devo controllarmi per non offendere la sensibilità dei miei venticinque lettori.  

Alle analisi fondate, meditate, ragionate non corrisponde una risposta concreta, reale, efficace. Non corrisponde una visione del mondo, uno sforzo politico collettivo perché la realtà dei singoli italiani si è frantumata, spezzata in mille rivoli. Coalizioni politiche vigorose e leali e alleanze onorevoli  fra popolo e governanti sembrano fantasie; o peggio: roba da romanzi fantasy.  Molte soluzioni che vengono presentate in rete, e non solo, sono lucide utopie, illusioni collettive, desideri che prendono la forma di un programma politico, perfino pulsioni e passioni che prendono forme pseudo-ideologiche. Ma non trovo reali e concrete forze in grado di pensare un percorso per trasformare nel profondo la società italiana. Quello che osservo sia nei partiti politici più o meno tradizionali sia nelle proposte di quelli meno tradizionali è di fatto un necessario aggiustamento per salvare, per quel che è possibile, il presente così come è. Si tratta in fondo della continuazione e della conservazione di una società italiana a bassa se non nulla mobilità sociale verso le gerarchie che contano. I vertici del sistema, ovviamente, hanno a disposizione una capacità di acquisto di beni e servizi clamorosamente superiore alla massa che sta in fondo, quindi la questione della mobilità è un fatto sostanzialmente materiale e di calcolo economico. So che questo suona provocatorio. Ma si tratta di ciò che penso da anni. Io non vedo nell’Italia di oggi altro che calcoli di natura materiale e finanziaria, tutto si gioca qui e ora ed è concreto come la terra, l’acqua, l’aria, la casa, i figli, l’automobile, il carrello della spesa, e le scarpe nuove. Temo che la soluzione a questo immobilismo decadente non arriverà dalle forze interne del Belpaese ma da qualche disastro epocale, ossia  da qualche fatto drammatico di carattere planetario. Nei secoli passati è accaduto che eventi traumatici di dimensioni enormi hanno  forzato civiltà e popoli a rimettersi in discussione e a ricostruirsi.

IANA




29 dicembre 2013

Un ricordo lontano e sfocato

Un ricordo lontano e sfocato

 

Durante la mia infanzia mi capitò di vedere una cosa che mi colpì molto e mi rimase impressa, anche oggi a distanza di più di trent’anni ci ripenso. Mi capitò, credo con la scuola, di vedere un documentario naturalistico. Mi colpì molto vedere un povero pulcino di non so quale specie di pennuto, era giallo. Il disgraziato aveva avuto la sfortuna di veder evaporare per mezzo di non so quale siccità la pozza nella quale viveva. Pozza che era il suo mondo e la sua sussistenza. Ad un certo punto iniziò a girare in tondo su ciò che rimaneva dello specchio d’acqua, in modo ossessivo, disperato. Il piccolo pennuto stava morendo disidratato ma non riusciva a capire perché. Evidentemente sapeva che in quel punto c’era stata la pozza e girava  mentre il sole l’arrostiva implacabile. Poi il pennuto venne ripreso dalla telecamera morto stecchito. La natura aveva fatto il suo corso. Mi ricordo che ci rimasi male, bastava che il documentarista lo portasse via di lì, ed era fatta. Invece il pennuto  fu lasciato alla chimica della decomposizione naturale. In quella storia  di un piccolo affarino giallo, in una terra riarsa che lascia il solco del suo muoversi in cerchio fino a morire tante volte ho visto il destino di milioni di uomini dei nostri tempi. In questo tempo di crisi e di materialismo gretto e di culto del dio-denaro è facile perdere i propri punti di riferimento fino a girare a vuoto su se stessi e lentamente autodistruggersi. Anche per mancanza di alternative concepibili o semplicemente reali. In quell’episodio dell’infanzia avevo già quella mentalità tipicamente italiana dello sperare nell’intervento risolutivo di un miracolo, di un protettore. Il documentarista avrebbe dovuto salvare il pennuto che stava morendo, perché era il protagonista del suo racconto e da quando in qua si fa crepare il protagonista così, come uno qualunque. Ecco il punto: uno qualunque. Invece la realtà quotidiana è un po’ diversa, chiunque può esser quel “uno qualunque” che non avrà il suo miracolo. Confesso di aver per anni temuto la morale che in fondo comunicava questa mia memoria dell’infanzia. Identificarsi con il pennuto che gira a vuoto è facile di questi tempi. Chiunque può esser la prossima vittima della distruzione creativa della civiltà industriale, e quel chiunque può essere “l’uno qualunque” di cui ragionavo. In fondo il pennuto con l’esempio del tutto involontario della sua fine mi ha fatto riflettere su quanto fragile sia la vita e quanto sia facile l’evaporazione di ogni certezza e di ogni speranza.  




28 dicembre 2013

Sintesi: nebbia fitta nel Belpaese

Sintesi

Nebbia fitta nel Belpaese

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti, una nebbia fitta ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto quello dell'infanzia quanto quello dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse limitate del pianeta. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima. Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani, esattamente le popolazioni nostre che nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. C’è un contributo collettivo che parte da più direzioni  e spinge per cambiamenti nel mondo del lavoro, della vita sociale, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e ricoperto di una patina politica data da una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto  l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuto dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un “Bruttopaese” dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno.

Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, fra gruppo sociale e gruppo sociale, fra comunità e comunità, ossia prende forma la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano. Quest’Italia nuova resisterà, diverrà, farà finchè sarà per lei possibile contenere le forze disgregatrici che l’assenza di valori comuni crea. Questa non è una facile profezia ma una riflessione alla luce di anni passati nello studio della storia.  Civiltà intere sono crollate quando è venuto meno il collante morale e  ideologico che legava assieme le diverse parti sociali che la componevano. Penso ad esempio all’Impero Romano d’Occidente crollato sotto la pressione del disordine interno, del conflitto religioso e delle invasioni barbariche.

Sono impietrito dal dolore al pensiero di questa conclusione di un mondo di cose, abitudini, valori, concezioni del mondo al quale ero abituato e in mezzo alle quali vivevo. Ma c’è poco da fare perché dove stanno andando le difformi genti d’Italia è il binario che porta alla dissoluzione dei legami più profondi che tengono assieme una civiltà o una società. Forse arriveranno nuovi valori, ma questa è una cosa che non so.

Questa dissoluzione porta con sé una serie di conseguenze e fra esse: il relativismo morale ed etico, l’opportunismo, il cinismo nelle sue forme più aspre, lo scetticismo verso ogni innovazione o sentimento umanitario, la malafede nei rapporti personali, l’alienazione a tutti i livelli, lo sfruttamento, la perdita di punti di riferimento, il fanatismo ideologico e religioso, la ricerca di una salvezza provvidenziale, di un miracolo.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.

Poi come per magia c’è solo nebbia, oscurità e il binario 3. Ma su quell’unico binario non passa mai un solo treno, forse qualcuno può ancora scegliere la direzione.

 

IANA




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia finirà

Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani. Le genti nostrane nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. Si è formata in me l'evidenza che molti di coloro che volevano trasformare il Belpaese, cambiarlo, incidere profondamente tagliando questo o finanziando quello sono personaggi nati a nord dell'Appennino. La forza disgregatrice e trasformatrice del Belpaese tra gli anni novanta e questi primi anni del XXI secolo non ha preso forza dal Mezzogiorno, ma dal Nord. Non è la parte considerata Meridionale, dai molti pensata più arretrata e clientelare, del Belpaese a spingere per cambiamenti nel mondo del lavoro, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e orientati verso una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto fino a due anni fa il partito della Lega Nord in Italia o l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuta dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un Bruttopaese dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno. Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, ossia la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia confonde le forme

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti una nebbia ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto dell'infanzia quanto dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima.


 




19 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Ricapitolo i fatti per quel che sono: il Ministero e il ministro di centro-sinistra stanno organizzando una curiosa sperimentazione che è la presa delle misure per ridurre il liceo di un anno e tagliare altri 40.000 posti di lavoro nel settore.  Il fatto è noto al pubblico come agli esperti del settore. Al termine della mia riflessione presento una scelta dei molti scritti comparsi sulla rete sul ponderoso tema. Tuttavia a titolo strettamente personale descrivo quel che si chiama un leggerissimo sospetto con un proverbio chiaro e sintetico:” il filo si taglia dove è più corto”. Per fare tagli di cassa dei governi e dei gruppi dirigenti possono far diverse scelte. Una è la meno inquietante sul piano elettorale: “tagliare dove le forze sociali e lavorative  colpite possono mettere in campo minori ritorsioni politiche e rivendicazioni sindacali e atti che tolgono voti e consenso”.

Questo mi pare sia il caso della scuola in quanto essa è frammentata in tante realtà lavorative e sociali. Basti pensare che esistono scuole materne, elementari, medie e superiori con il loro personale, le loro esigenze, i loro problemi. A livello poi di personale che lavora nella scuola esso è diviso in ambiti di lavoro diversissimi. C’è il personale ATA  (i vecchi bidelli per capirsi) , il personale di segreteria, i docenti, i vicepresidi, il dirigente scolastico che un tempo era denominato preside,  il personale che si occupa di laboratori e aule computer, e altro ancora…

Per esempio in un liceo può far parte dello stesso consiglio di classe riunito per uno scrutinio un supplente con la prospettiva di una supplenza breve, un professore con incarico annuale magari precario da dieci o dodici anni, un docente che ha vinto un concorso nel millennio scorso (ossia nel 1999), un docente prossimo alla pensione.  Questa frammentazione aiuta a indebolire il momento della rivendicazione e della protesta sindacale e rende facile attuare tagli nel settore o intervenire sulla scuola. Aggiungo poi che i sindacati nella scuola sono più di uno e non è scontata la collaborazione fra essi. Non vedo un disegno diabolico nel trasformare e tagliare sulla scuola, o se c’è esso è il frutto di convergenze e d’opportunismo, piuttosto vedo la solita politica neoliberale tipica della destra statunitense che vede nello Stato che si occupa di sociale e di collettività il problema e nel privato la soluzione. Dal momento che sul sociale si deve tagliare ecco che la scuola appare come un terreno dove forze disperse si prestano ad esser colpite separatamente. Nulla di strano. In tempi come questi dove fra le forze politiche non c’è un terreno di valori di natura collettiva e comunitaria condivisi e stabili la politica tende a pensarla alla maniera della sofistica e ai colpi bassi e a considerare la volontà della maggioranza o del più forte la legge legittima. Usando un facile paragone mi permetto di scrivere che: “La corda della scuola è strappata in più punti. Si taglia facile. Basta recidere dove i fili sono più sottili”.

Riporto alcune fonti per provare le basi oggettive della mia riflessione:

http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/23/news/ministro_carrozza_d_il_via_al_liceo_di_4_anni_si_risparmierebbero_1_380_mln_di_euro-69238917/

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12706

http://www.flcgil.it/scuola/docenti/corsi-di-riconversione-su-sostegno-per-i-docenti-appartenente-ad-insegnamenti-in-esubero.flc

http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_01/riforma-cicli-liceo-quattro-anni-316bbfb2-5a6b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

http://www.partitodemocratico.it/doc/262587/liceo-di-4-anni-carrozza-e-puglisi-perch-no.htm



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