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4 febbraio 2011

Il Belpaese e la scuola: Mistero Sociale



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA: Mistero Sociale

Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti, agli onorevoli, ai fini esperti di cose patrie&nostrane, al giornalismo più o meno militante. L’impressione che ricavo è che di scuola si parli solo quando fa comodo, quando la situazione politica esige che l’opposizione batta dei colpi sul governo, quando si muovono proteste collegate al  malessere generale, o in caso di riforme contestate siano esse radicali o parziali. Manca a quel che intendo una riflessione giornalistica e in generale dei media sulla scuola in quanto scuola, sul senso di qualcosa che deve, a mio avviso, avere uno statuto separato dal resto delle attività umane. La scuola infatti non crea profitti, è sconsigliabile che sia politicizzata, non punta a indottrinamenti, non è un parcheggio per aspiranti disoccupati, non è uno strumento di compensazione della disoccupazione intellettuale attraverso la creazione di posti di lavoro. La scuola quando è una delle cose che non è si fa carico di compiti e di pesi specifici non suoi. In generale dovrebbe avere quindi una grande abbondanza di fondi, di personale, e una credibilità a tutta prova. In realtà la scuola in un sistema di civiltà industriale, perché la scuola pubblica  e l’alfabetizzazione delle masse  sono  state una necessità della civiltà industriale, è parte del sistema di riproduzione della società umana. La scuola assolve più o meno bene a una necessità che è quella d’istruire e di formare. Questi compiti prima della civiltà industriale erano affidati alle famiglie d’origine o ai precettori o ai sacerdoti, e nel caso della formazione superiore alle Università Medioevali o alle scuole filosofiche. Quando la civiltà industriale ha travolto l’Antico Regime e disgregato le forme arcaiche e medioevali del vivere e del riprodursi della società umana e delle sue strutture giuridiche e sociali si è reso necessario da parte dei governi  Europei e poi del mondo intero creare una scuola pubblica; o provare almeno a costruirla. Quindi non una stranezza o un ente sociale di carattere previdenziale ma una concreta esigenza della civiltà industriale. Ciò che prima poteva essere ben fatto dalla Famiglia, dalla Chiesa, dalla Tradizione Contadina o Corporativa era diventato nel giro di un solo secolo inadeguato. La Civiltà industriale  necessita di competenze di cultura generale, alfabetizzazione, di calcolo che devono essere impartite da una struttura a parte, pubblica possibilmente in modo da avvicinare masse di cittadini e sudditi allo Stato Nazionale e alle sue Istituzioni. 

Oggi proprio l’entità collettiva e istituzionale promotrice della scuola pubblica ossia lo stato Nazionale è stato ferito con crudeltà dai processi economici di globalizzazione e di trasformazione in merce e in prodotti finanziari dei diversi aspetti della vita civile e sociale dei popoli e delle civiltà umane. Il potere reale, oggettivo, concreto è passato di mano. I re, i Principi, i Presidentissimi, gli Onorevoli, i demagoghi più o meno ispirati da Dio hanno lasciato in mano dei finanzieri e dei banchieri la maggior parte della loro capacità di dominio e controllo sull’umanità e sulle risorse del pianeta. Chi controlla il sistema di Banca Centrale che emette la moneta per conto degli Stati a vocazione imperiale o di "conglomerati bituminosi" di Stati come l’Unione Europea quello è il potere assoluto, vero, concreto, integro. Fa eccezione in questo panorama la Cina che ha un modello di controllo politico sulla moneta legato alle strutture politiche e ai vertici del Partito Comunista Cinese. Comunque sia il Modello Cinese e il Modello Atlantico condividono la loro dimensione di esser manovrati da parte di una minoranza ristrettissima della popolazione, in realtà proprio l’aspetto finanziario del potere è quello meno permeabile alle inchieste giornalistiche e a un dibattito aperto. Del resto dietro i giornali e le televisioni ci sono gli editori e gli editori senza le banche che finanziano le loro società semplicemente non esistono, e le banche non  potrebbero far quello che fanno se non ci fosse il meccanismo di Banca Centrale che crea moneta. Pertanto è improbabile che un giornalista possa prendersi la libertà di dar addosso al sistema finanziario e alle banche, sarebbe come chiedere la rovina del giornale e dell’editore che si vedrebbe nell’ora del bisogno sbattere le porte in faccia quando chiede dei prestiti. Cosa vuole quindi questo potere che controlla tutti i poteri? Di sicuro vuole espandere le possibilità di profitto e la privatizzazione della vita perché un sistema tutto trasformato in merce non solo crea profitto per i pochissimi, che sono ricchissimi e felicissimi e hanno i capitali ben investiti, ma crea una possibilità grandiosa di dominio per la grande finanza. Si tratta di controllare la società umana trasformandola in un grande mercato. Il mercato ha sempre bisogno di prestiti e di far profitti da collocare in nuovi affari e la Banca Centrale controllando l’emissione del denaro controlla di fatto i prestiti e di conseguenza controlla in realtà il mercato e quindi controlla la vita degli esseri umani. Una scuola calunniata, impoverita, privatizzata è utile a chi punta a scindere i destini di minoranze di ricchissimi e felicissimi e dei loro esperti e funzionari da quelli di masse enormi di popolazione impoverita, con lavori precari, con difficoltà sociali e psicologiche. Ma a fronte di questa scissione dove chi ha la ricchezza agisce in nome di un egoismo potente e assoluto emerge come strumento di dominio e controllo il denaro e il suo dominio pseudo-religioso. La scuola di tutti che ha assolto il compito di legare ciò che era diviso per origine e prospettive ora sembra un peso a queste piccolissime minoranze di potenti irresponsabili e a quanto pare dissoluti e bellicisti con il sangue altrui o di poveracci prezzolati un tanto a massacro. In realtà il sistema capitalista non premia tanto la borghesia, oggi ombra di se stessa, quanto ristrette minoranze di miliardari, esperti di rango, divi di livello globale, mediatori dei grandi affari internazionali, superburocrati, amministratori delegati di multinazionali. Queste piccole minoranze intendono conservare il sistema di privilegio che premia la loro posizione sociale e la scuola in quanto forma necessaria della riproduzione della civiltà umana è un oggetto, come tante altre entità, della manipolazione di queste caste al potere.  La scuola presenta però una non dichiarata forma di resistenza alla manipolazione pubblicitaria e propagandistica sia essa di natura commerciale o demagogica o peggio politica. Tale resistenza inconsapevole è data dal conferire strumenti, spesso infimi, allo studente di orientarsi dentro l’oscuro labirinto della realtà e delle illusioni di questo mondo umano; questo avviene con la lettura, il ragionamento, il calcolo, la scrittura, e la messa in discussione delle sue capacità nelle prove scritte e orali, l’apprendere insieme ad altri, l’osservare delle regole comuni. Lo studio offre ai più strumenti poveri ma pur sempre strumenti per iniziare un percorso di conoscenza e di auto-orientamento personale, che di certo non può esaurirsi con la scuola ma presume comunque l’acquisizione di saperi e formazione di base di carattere scolastico. Questo non piace, al nuovo potere; non interessano enti estranei alle, loro logiche e quasi per un gusto predatorio devono agganciare in qualche modo la scuola, avvicinarsi al luogo della formazione. La scuola è quindi un mistero sociale. Una sorta di figlia nobile e filantropica della rivoluzione industriale nonostante ristrettezze, errori, autoritarismi, pressioni subite da ogni direzione. Da qui il desiderio dei pochissimi di metterla sotto tutela.

IANA per Futuro Ieri




25 novembre 2009

Aspettando la fine

critto da: F. Allegri In: Politica in generale

De Reditu Suo

Aspettando la fine

Le ultime vicende romane a cavallo fra lo scandalo a sfondo sessuale, letteralmente a quanto pare,  e  la cronaca nera  il tutto condito da cinismo, follia, malvagità mi convincono che ormai la fine del sistema sia auspicabile, forse una necessità vitale. Temo che la rovina di queste sedicenti classi dirigenti, dei loro protetti, dei familiari e degli amici degli amici si trasformerà nella rovina del sistema politico attuale ossia la Repubblica Parlamentare. Questo è male perché la storia delle genti del Belpaese è quella di popoli che non hanno quasi mai goduto della libertà di pensiero e di parola; è la storia di regimi politici autoritari, paternalistici, clericali, e perfino totalitari, o peggio di regimi sedicenti democratici ma in realtà espressione di oligarchie di notabili e  arricchiti. La Repubblica poteva essere l’eccezione che dava un corso nuovo alle sorti delle sfortunate genti della penisola.  Tutto dimostra che si sta verificando il contrario, questa incompiuta democrazia parlamentare subisce due tipi d’aggressione: quella dei tempi che si volgono per mille vie contro di Lei e quella di chi la dovrebbe difendere ed è troppo occupato a fare i suoi particolarissimi e privatissimi interessi. Dopotutto la politica è qui e ora anche un mestiere a mezzadria fra i poteri finanziari e le plebi elettorali da ammaestrare, talvolta imbrogliare e da convocare il giorno delle elezioni. Da anni come un profeta invasato che predica nel deserto alla sabbia e al vento  aspetto la fine di questo orrendo mondo umano e spirituale che non trova qualcosa di simile neanche nei momenti più infami dell’Antico Impero Romano. Sono molto stanco e provato, lo spettacolo della fine presentato così, con questo lento dissolversi al rallentatore mi disturba. Avrei preferito qualcosa di alto e nobile di eroico, di epico. I tempi sono contro i miei più inquieti e profondi desideri, ciò che è alto e nobile diventa improbabile e assurdo, ciò che è squallido e pessimo si prende il suo posto nelle vicende umane. Così aspetto la fine, non so come anticiparla o aiutarla. Stimo che essa si farà strada da sé in quanto i difensori della Repubblica son pochi, confusi e dispersi  e i suoi falsi amici e parassiti sono un numero enorme di singoli, alcuni di loro ferocemente risentiti in quanto ritengono di aver subito dei torti dal sistema, più o meno, democratico. Quale che sia il miscuglio di vero e di falso nel risentimento di milioni di cittadini nei confronti di questo sistema di poteri e di questa democrazia quasi non mi interessa più, per certo tutto è cambiato intorno alla Repubblica italiana; essa è diventata uno strumento nelle mani dei pochi, una faccenda non popolare ma di politica-spettacolo a mezzadria fra la finanza e il mercato pubblicitario. Finanza e pubblicità del resto sono i veri padroni dei giornali e dei principali mezzi d’informazione.  Attraverso i mass-media alcuni singoli che fanno politica diventano dei leader nazionali e possono costruire dei seguiti di elettori e simpatizzanti composti da centinaia di migliaia di cittadini. Così fra un conato di disgusto e un sordo astio assisto da spettatore a questo disfacimento morale e civile, ormai stanco e umiliato dalla malvagità che vedo intorno a me.

Io so che finirà, ho il diritto di vedere la fine di tanto schifo eretto a sistema. Aspetto e mentre aspetto scrivo per i miei venticinque lettori.

IANA per FuturoIeri




8 settembre 2009

Chiamare il precariato con il suo nome: Finis Italiae

La valigia dei sogni e delle illusioni

Chiamare il precariato col suo nome: Finis Italiae

Chi può oggi credere nella bontà di tenere due generazioni in una condizione di precariato semi-permanente. Una generazione di ventenni e una di trentenni soffrono terribilmente il precariato e dal centro-sinistra è arrivata l’arrogantissima offesa “Bamboccioni” e dal centro-destra un silenzio inquietante, come se questa condizione fosse una dimensione esistenziale. Il precariato di oggi è un fenomeno di massa che va dal pubblico impiego al privato e distrugge proprio quella cosa che è il rapporto fra l’essere umano e il suo lavoro. Questo comporta una disgrazia enorme per il Belpaese che vede compiacenti le sedicenti classi dirigenti le quali si sono illuse che precariato e l'emigrazione selvaggia avrebbero creato una situazione  alla statunitense e ridotto l’influenza dei partiti di sinistra e dei sindacati. A onor del vero con l’estromissione per via elettorale della sinistra-sinistra dal parlamento la cosa è, dal loro punto di vista, andata a buon fine. Ciò che hanno messo in crisi sono due generazioni di abitanti della penisola, quel che è in discussione è la possibilità d’accedere a un mutuo, di creare una famiglia, di costruire una continuità. Per i nostrani e aggiornati padroni dei latifondi, delle ferriere e del vapore è indifferente se la forza lavoro è data da italiani, da comunità cinesi o da comunità islamiche o asiatiche. Quello che conta è fare i propri interessi, e se generazioni d’italiani arrivano tardi al bene-casa e alla famiglia e la natalità crolla e l’immigrazione diventa una bomba politica e demografica a “lorsignori” non gliene frega di meno. Il ricco oggi è ricchissimo e quindi apolide, estraneo a tutte le nazioni e a tutte le forme di civiltà. Il Belpaese per costoro è solo un punto sulla carta geografica, se c’è si sfrutta, se sparisce “lorsignori” si sposteranno altrove.

La mia generazione, quella dei trentenni, ormai verso i quaranta, è colpevole di non aver capito la reale portata dell’offesa che è stata fatta, di non aver mai avuto gli strumenti politici e sindacali per fermare questa deriva o almeno per darle una direzione, di essersi persa e confusa davanti a mille finzioni, cortine di fumo, inganni. Oggi sulle spalle di una generazione ignara grava il peso funesto di qualcosa di enorme: è il fallimento di una certa idea d’Italia, almeno di quella solidale, unita e fraterna, che promana dalle pagine della nostra Costituzione. Al suo posto qui e ora c’è un popolo disperso che nome non ha e con questo precariato non ha nemmeno la certezza di un futuro, o più semplicemente del possesso del proprio lavoro e di quella dignità minima che proviene da un ruolo sociale e morale riconosciuto.

Forse dobbiamo toccare il fondo dell’abiezione e della scelleratezza per trovare qualcuno o qualcosa che ci trasformi in un popolo e in una civiltà quale oggi non siamo.

So che ritornerà una civiltà italiana su questa penisola, non so quanto tempo ci vorrà, ma so che tornerà, questa è più di una profezia, è come un urlo silenzioso che attraversa queste tenebre.

IANA per FuturoIeri




28 giugno 2009

Chi pagherà questa crisi maledetta?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi pagherà questa crisi maledetta?

 

Forse è la mia solita visione, il mio percepire le cose da un punto di vista personale, ma la mia impressione è che questa non sia solo una crisi finanziaria. Questa crisi è una crisi di modello di sviluppo e politica, a un punto tale da essere così banale da non essere riconosciuta nella sua intimità. Lo sviluppo portato avanti dalla civiltà Anglo-Americana presupponeva una crescita infinita in presenza di limitate risorse planetarie, credo che sia capitata una cosa banalissima. Quando questo modello è diventato il modello globale le risorse naturali, alimentari, umane e anche i portenti della tecnica e della scienza si sono rivelate limitate e incapaci di alimentare una crescita infinita. Non ci vuole una gran mente, è una cosa banale che qualunque nonnina esperta di mercatini e acquisti arriva a capire.  Può essere riassunta la cosa in una facile analogia:spese illimitate e soldi contati non vanno d’accordo. Gli esiti di questo schifo sono povertà diffusa, precarizzazione del lavoro, delocalizzazione delle imprese in paesi del terzo mondo dove le libertà sono fantasie, siccità, cambiamenti climatici, ideologia dello scontro di civiltà, proliferazione del terrorismo e della criminalità, inquinamento materiale, sociale e morale, devastazione delle civiltà per piegarle a un modello unico di pensiero, di vita e consumo. Dalla parte positiva del piatto della bilancia c’è tuttavia qualcosa che non può essere ignorato ma che non compensa i danni. L’aver disgregato le precedenti civiltà e forme di vita ne ha rivelato la sostanziale debolezza e ha aperto le porte alla possibilità del nuovo anche se in forma traumatica, il pianeta è per sommi capi connesso da reti viarie, dalle linee aeree, da internet, l’inglese è una lingua franca che facilita la trasmissione dei dati e gli spostamenti di uomini e merci, l’altro non è più solo l’estraneo ma sempre più spesso è il vicino di casa. L’evoluzione tecnologica con l’introduzione nella quotidianità del Computer e di sistemi di telecomunicazione ha trasformato la cultura integrandola nei sistemi di produzione e consumo. Il prezzo pagato per tutto questo è abnorme e comunque questi effetti sono per così dire collaterali, dietro questa mutazione non c’è un progetto sociale o politico ma l’avidità di ristrettissime minoranze di miliardari, di politici al soldo, di super-esperti, di amministratori delegati strapagati. La crisi politica ha forse un bilancio peggiore perché l’Impero Anglo-Americano ha goduto della possibilità d’attingere alle principali risorse planetarie, ora queste sono contese da nuovi attori e il sistema si rivela per quello che è nel suo semplice darsi: un paradiso per pochissimi ricchi, l’inferno sulla terra per la maggior parte dei poveri. Questo modello è stato sostenuto dalla forza delle armi e da una propaganda della propria civiltà invadente e martellante, di fatto intere generazioni d’italiani hanno creduto al mito dell’eroe, o supereroe americano, che metteva a posto il mondo perché proveniente da una civiltà superiore. Il Belpaese in particolare ha subito moltissimo questo credere nella superiorità dell’uomo americano. Sul piano pratico le vecchie generazioni hanno ignorato il destino delle nuove si son mangiate le risorse o se ne sono fregate del futuro del Belpaese. Non è una cosa da superuomini questa ma una truffa da cialtroni, da gente che vive d’espedienti. Non basterà superare la crisi, per non pagarla due volte occorrerà una liberazione dalle antiche illusioni e il congedo dei troppi miti perduti e delle defunte ideologie ormai diventate alibi per fuggire dalla realtà.

 

IANA per FuturoIeri




8 dicembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 23

Alle volte mi sorprende l’enorme distanza che passa nel Belpaese e in generale in questa decadente società dei consumi fra l’immagine della realtà data dalla pubblicità e il dato concreto e vitale di tutti i giorni. Un alieno rimarrebbe sorpreso di come sia differente l’umanità che si vede nelle riviste e sui giornali, ovviamente mentre fa bella mostra di sé ostentando alcolici e prodotti di marca, e i molti. La maggior parte di coloro che si vedono ogni giorno, sui treni sugli autobus, al supermercato sono molto diversi dai lucidi modelli muscolosi e dai lineamenti senza problemi e dalle bellissime dalle fattezze della mitica bambola Barbie, o dagli anziani patriarchi ben pasciuti e vestiti di certe pubblicità di solito di generi alimentari. Questo modello economico e di consumo va avanti sulle illusioni, crea desideri e bisogni inesistenti, martella gli umani con miti impossibili di bellezza, ricchezza facile ed eterna giovinezza, con perfezioni fisiche e psichiche così lontane dal comune da essere esse stesse aliene da questa realtà. Questo bisogno d’illudersi è una spinta forte, forse è un dato antropologico il pensare a una realtà virtuale che maschera o copre il mondo reale. In fin dei conti cosa è mai questo ostentare se non la promessa di un regno del bengodi di un sempiterno albero della cuccagna per tutti, di un benessere facile da prendere. Il falso che serve a vendere prodotti si è trasformato in una parte della realtà e qualche volta è esso stesso la realtà. Quella facile ricchezza, quella bellezza, quella vita alla grande e senza limiti che è l’immagine di tanta parte della pubblicità è anche una realtà ma per una ristrettissima minoranza della popolazione del pianeta terra.

Il mondo a suo modo eroico dei belli è felici è virtualità, con tutte le esagerazioni e le distorsioni del caso. Ai molti è lasciato l’amaro di vite difficili, di affitti elevati, di lavori precari, di paure di non farcela alla fine del mese, di case e appartamenti inavvicinabili a causa del prezzo. Dove siano gli ideali e le speranze del Belpaese sinceramente non lo so più. Quel che vedo, che osservo che tocco con mano è la grande finzione della pubblicità o l’assordante retorica dei politicanti che ripetono fino alla follia:” che tutto va bene perché ci sono loro che agiscono, che ci siamo, che questa è la migliore delle democrazie possibili”. Mi vien voglia di dire: di sicuro per loro. A conferma si quel che ho scritto ricordo che proprio in questi giorni il sindaco di Firenze è andato a Roma e si è incatenato per protestare contro il modo distorto, a suo dire, con cui certa stampa ha riportato le vicende giudiziarie della sua giunta. Questa, a quanto pare, non è la migliore delle democrazie possibili.

Alla fine anche liberarsi da queste illusioni che colpiscono e offendono la vita quotidiana è una forma di affermazione di sè, prendere le distanze dal proprio tempo può essere psicologicamente doloroso ma aiuta a capire che questo è un modello di produzione e consumo che non si è posto una finalità che fosse oltre il creare profitto, non ha un Dio ce non sia il denaro, non è neanche una civiltà ma una forma di produzione e sviluppo. Esiste un mondo reale che è principalmente sofferenza e complicazione, un mondo umano che sa anche donare cose positive. Questa umanità è sì molto lontana dal mondo degli Dei e degli Eroi, ma mai quanto lo è dalla grande finzione pubblicitaria.

IANA per FututoIeri
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 



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